Alternative nella Chiesa________________

 

 

Passione secondo Marco: cadono le maschere

Marco cap. 14-16

 

Il Venerdì santo è un giorno tremendamente importante per Dio. Anche gli uomini tacciono, anche le liturgie ammutoliscono di fronte all’incomprensibile debolezza del crocifisso.

Cielo e terra gridano impotenti il loro dolore per la morte di Gesù, il giusto, l'inviato del Padre. Tanta è la carica di mistero trasmessa dalla celebrazione di questo giorno, quasi insostenibile. Non si vede l’ora che questo giorno passi per dar spazio alla più rassicurante festa di Pasqua.

La resurrezione in fondo è ben più importante, perchè è quella che ci salva, nessun altro è mai riuscito a risorgere dai morti. La morte, al contrario, è esperienza quotidiana.

Il Venerdì santo è tutta un’altra cosa: la morte evoca tristezza, soprattutto se si tratta di un innocente; evoca distacco; evoca l’avvicinarsi del momento della nostra morte.

Se guardiamo la realtà dal punto di vista di Dio le cose ci appaiono in modo differente. Per lui è facile nascere da una Vergine, è facile far risorgere un morto, la cosa che invece non è per niente facile è... morire, farsi ammazzare, senza reagire. Il Venerdì Santo è davvero un grande mistero: il Creatore si fa calpestare dalla sua creatura[1].

La creatura però non può guardarlo dritto negli occhi, anche quando lo deride, lo frusta, gli pianta i chiodi nella carne, ha bisogno di una “maschera”, sia essa di riso, di indifferenza, di rabbia; qualcosa da mettere in mezzo, tra sé e quegli occhi. Una maschera non solo utile a non farsi vedere, ma anche per non vedere il Figlio di Dio in croce.

In queste pagine mi sono lasciato guidare dalla passione secondo Marco cercando di interpretare in chiave moderna le maschere che i vari personaggi vestono nelle ore della morte di Gesù. Il fatto che il vangelo ci abbia tramandato anche queste parti indesiderate, le brutte figure, i tradimenti, le incomprensioni degli stessi amici, è segno di credibilità. Racconta i fatti come li ha saputi, mettendo in cattiva luce tanto Pietro quanto Pilato, i discepoli come la folla.

Tutti abbiamo piccole o grandi maschere perchè il nostro "io" è povero, è traballante, ed allora ci difendiamo facendo vedere solo ciò che noi vogliamo far vedere. Sotto la maschera, indisturbata, senza sentirsi giudicata, la nostra anima può essere triste, smarrita, incerta quanto vuole, nessuno se ne accorgerà.

Gesù non ha avuto maschere, soprattutto nell’ora della morte. Ha sempre detto quello che pensava, quello che era utile a chi lo ascoltava, non ha nascosto ciò che aveva dentro, neppure la paura di morire, neppure il dolore per la morte di Lazzaro, o il timore di essere abbandonato da Dio. In croce lo vediamo senza maschere, senza vestiti, senza amici, spogliato di ogni sicurezza umana, sconfitto nella carne, ma ancora una volta incapace di odiare, di vendicarsi, di maledire la sua coerenza.

Ho tentato smascherare alcuni personaggi, non per giudicarli, ma per capire tramite le loro paure quanto anch’io sia uno di loro e sia chiamato oggi a calare quella maschera che mi impedisce di riconoscere che, come alla fine dirà il centurione romano, “veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.

 

1. Maschera dell’accusatore

(14,1-2 complotto dei sommi sacerdoti e degli scribi)

Il modo di arrestare Gesù indica la coscienza sporca dell’accusa. “I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con l’inganno, per ucciderlo”.

Se Gesù è davvero colpevole, come sostengono, che bisogno c’è di fare le cose di nascosto? Sembra che prima siano giunti alla decisione di ucciderlo e poi, solo dopo, si siano messi a cercare un motivo per farlo. Un motivo plausibile, si intende, da poter raccontare alla gente, perché il vero motivo non si poteva dire pubblicamente.

Perché quell’uomo non può più vivere? Quale paura covano, dietro la maschera, coloro che lo accusano? Gesù ha rovesciato la religione dei figli di Abramo come un calzino. Ciò che sta dentro l’uomo, all’improvviso è diventato più importante di ciò che sta fuori. Ciò che esce dall’uomo più importante di ciò che vi entra (7,18-19). Questo Gesù soprattutto ha toccato il cuore delle folle ed ha messo in discussione l’autorità dei sommi sacerdoti, è quindi troppo pericoloso, si rischia di perderne il controllo, và fermato finché si è in tempo.

Nel sinedrio lo si accusa così di bestemmia, a Pilato invece verrà riportata un’altra versione visto che probabilmente della bestemmia gli sarebbe interessato poco. Gli si dice che Gesù è pericoloso perché si è fatto “re” (15,2). Trovato il motivo, occorre trovare dei testimoni, ed al processo anch’essi spunteranno come funghi.

(14, 53-72 il processo al sinedrio)

"Non dire falsa testimonianza", stava scritto nella legge di Mosè. Ma per incriminare Gesù i dottori della legge dovettero trasgredire la loro stessa legge, dicendo falsità.

Le accuse sono confuse, contraddittorie, sembra quasi che abbia ragione chi urla di più, proprio come succederà più tardi, quando sarà ora di decidere tra Gesù e Barabba. Quando le motivazioni sono fiacche si alza la voce, quando le argomentazioni vacillano si trovano altri modi per convincere il giudice: si piange, si urla, si fa pressione. Con un processo vergognosamente artefatto, Gesù viene condannato a morte per la sua pretesa di essere il Messia.

I suoi accusatori temono di perdere il potere, l’autorità che viene loro da quella stessa tradizione che difendono tanto.

Hanno bisogno che Gesù risponda alle accuse, reagisca in qualche modo, se tace non sanno a cosa attaccarsi per accusarlo. Ecco allora l’idea del sommo sacerdote: Egli pone la vera domanda, pone sul tavolo l’unica questione che a Gesù interessa, di fronte alla quale non potrà tacere.

Egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: <<Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio Benedetto?>> Gesù rispose:<<Io lo sono!>>”. L’accusa ora è servita, il processo finito.

 

2. Maschera del moralista

(14,3-9 Simone il lebbroso e la donna che profuma il capo di Gesù)

I fatti legati alla passione stanno precipitando, ma Gesù non è ancora stato arrestato e và a mensa da Simone il lebbroso, a Betania[2].

Giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di grande valore. Ruppe il vasetto e versò l’unguento sul suo capo”.

Il gesto improvviso di questa donna suscita il putiferio. Una donna sconosciuta, entrata là chissà come, sta superando in un attimo la fede di tutti quanti. E’ una donna che non affida il suo amore alle parole o alle promesse, ma ai gesti. Lo sdegno di chi cerca di fermarla è un modo per mascherare, impedire, la propria sconfitta, la propria incapacità di amare.

Lo sdegno dei commensali è la maschera di chi difende i poveri quando gli conviene e poi se ne dimentica se non conviene più. E' la maschera di chi sa trovare mille ragioni per difendere le sue ragioni.

Lasciatela stare”, dice Gesù, che al contrario non sembra preoccupato di fare classifiche tra chi è più o meno meritevole nei suoi confronti.

Lasciatela stare”, come già aveva detto a riguardo dei bambini “lasciate che vengano a me” (Marco 10,14), o circa certi non discepoli che compiono guarigioni in suo nome: “non glielo impedite” (Marco 9,39).

Gesù dà l’impressione di passare più tempo a sciogliere divieti e proibizioni che a crearne di nuove. Accetta di mangiare a casa di Simone, accetta di essere toccato da una sconosciuta, accetta la presenza dei bambini, la mancanza di fede dei discepoli, l’ansia delle folle.

Non si tira indietro a tutto questo, ma neppure vuole rinunciare all’unico gesto d’amore gratuito che riceve nel suo ultimo giorno di vita. In tanti vedono scorrere l’olio pregiato sul capo di Gesù, vedono la rottura del vasetto, il suo contenuto perdersi in mille rivoli, ma nessuno fa un passo in più, nessuno vede le intenzioni più profonde di quella donna, il disinteresse nel suo gesto, il suo grazie genuino e spontaneo. O forse no, qualcuno magari lo vede, ma non è capace di fare altrettanto e allora preferisce non vedere e scandalizzarsi per lo spreco.

 

3. Maschera dell'innocente

(14, 10-11; 17-21; 26-31 - Giuda e gli altri discepoli)

Il tradimento di Giuda è troppo misterioso per essere commentato. Il suo suicidio, oltretutto è documentato solo da Matteo, tra i vangeli, mentre nel racconto di Marco se ne perdono le tracce subito dopo il tradimento. Sembra che lo stesso evangelista non sia particolarmente interessato alla sua sorte ed alle motivazioni del suo tradimento. Giuda è solo uno dei tanti che ragionano ancora alla vecchia maniera, in questa sequela cercava qualcosa di diverso da quanto Gesù aveva promesso e giunto a questo punto si perde.

Non deve scandalizzarci più di tanto questo suo rigetto. Tutti i discepoli furono chiamati quando Gesù era acclamato, anzi assalito dalle folle. Seguirlo voleva dire seguire un condottiero, un uomo potente, nuovo, capace di moltiplicare i pani, guarire le malattie, camminare sulle acque. E’ chiaro che con queste premesse, doveva giungere la delusione nell’ora della croce. Qualcuno ha tradito, altri sono fuggiti, Giuda ha fatto quel che ha fatto.

Ciò che seguendo il testo di Marco assume un aspetto interessante è la reazione di tutti gli altri discepoli alla frase "uno di voi mi tradirà": essi reagiscono intimoriti dicendo “Sono forse io?”. Ma la risposta di Gesù non sembra voler smascherare un colpevole sugli altri.

Gesù non vuole sapere chi è il traditore, ma dice: chi mi tradisce è proprio uno di voi, uno che mangia a tavola con me, che divide il piatto di portata con me. Chi mi tradisce insomma, è un “vicino”, uno dei dodici, uno che io stesso mi sono scelto. Questo è il punto centrale, non il “chi”. Focalizzare l’attenzione su Giuda significa salvare tutti gli altri e tralasciare il vero dramma di Gesù, il quale non indaga e non punta il dito, ma fa presente che proprio dal loro gruppo esce il tradimento, da uno qualunque di loro.

I discepoli però, sono ancora così legati a sé stessi, bisognosi di difendere la propria maschera, che non si accorgono di ciò che può passare nel cuore del loro maestro. "Chi? Io?" Questa è la loro reazione. Ognuno sottolinea la propria innocenza, il proprio "non è colpa mia". Ognuno è scandalizzato e alla ricerca di un colpevole contro cui inveire.

E’ sempre più stridente questo doppio movimento: Gesù sta per morire, li vuole attorno a sé, si consegna loro nell’eucaristia, e loro pensano a salvarsi, a non essere colpevoli. Pietro poi supera tutti: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò!” Non vuole essere proprio lui il traditore, lui con la sua maschera da capo gruppo.

La maschera dell’innocente è una maschera di gruppo, viene indossata quando il dolore della vittima – Gesù - è tale che non lo si riesce a sostenere, e ci si preoccupa subito di dire “non è colpa mia”, anche se alla vittima non interessa affatto conoscere di chi è la colpa.

 

4. Maschera del tranquillo

(14,32- 42 i discepoli si addormentano)

Gesù chiede ai suoi amici di stargli vicino in un momento tanto difficile. Chiede loro di vegliare perchè quella notte è troppo buia, quel Dio troppo silenzioso, le guardie stanno arrivando e Gesù sa cosa vengono a fare.

Il sonno dei discepoli dice solo una cosa: non hanno capito la gravità della situazione, non hanno capito cosa sta succedendo. Sul monte della Trasfigurazione non si erano addormentati, avvolti nella Gloria di Dio avevano esclamato "è bello restare qui!" (Marco 9,5). Quando Gesù moltiplicò i pani ed i pesci erano ben svegli, e distribuirono quel ben di Dio, sperimentando quanto fosse gratificante essere discepoli. Ma ora nessuno li guarda, nessuno applaude. E' notte. Gesù non fa miracoli, piange e soffre, parla di “ultima” cena, di tradimento. Che gli starà succedendo?

Lo lasciano dire, lo lasciano fare, non prendono troppo sul serio quelle parole. Dopo aver chiarito di non aver colpe e non essere traditori, essi si addormentano con la coscienza tranquilla. E’ difficile sostenere quella tristezza. Lo sguardo di Gesù è pesante, ma è forse la prima volta che è lui a chiedere aiuto, la prima volta che è lui ad aver bisogno di loro.

La fatica di stare svegli forse è anche fatica di guardare in faccia la realtà senza capirla, senza riuscire a farci più di tanto. E’ la fatica che proviamo quando ci viene chiesto di esserci, più che di correre, dire, fare, agire… E’ la fatica della condivisione, di dare un’occhiata nel cuore dell’altro mettendoci nei suoi panni, provando quello che lui prova.

 

5. Maschera del rinnegatore

(14,66-72 Pietro rinnega Gesù)

Gesù viene arrestato nella notte, processato, condannato. Pietro lo segue a distanza, che altro può fare? Ad un certo punto però, nel cortile del sinedrio, mentre si scalda accanto ad un fuoco, viene riconosciuto. E lui nega, per ben tre volte, in modo chiaro e distinto.

Il pianto che ne segue, è il pianto di chi per la prima volta si vede allo specchio. Ha fatto di tutto per non vedersi, ma è come se lo avessero obbligato.

Pietro scopre di essere un vigliacco la cui parola non vale nulla. Non dimentichiamo che il vangelo di Marco attinge in particolar modo dal racconto che Pietro stesso ha fatto a questo evangelista. Pietro, il capo dei discepoli, il primo papa della chiesa, ha voluto che nel vangelo si sottolineasse il suo tradimento.

Sul tradimento di Pietro mi soffermerò più avanti[3], quando leggeremo il vangelo di Luca. Quindi per ora vado oltre.

 

6. Maschera del buono

(15, 1-15 l’incontro con Pilato)

Gesù, al mattino del venerdì, viene mandato in catene da Pilato.

Pilato assomiglia molto ai discepoli che durante l’ultima cena dicono “sono stato forse io?” E’ preoccupato, al pari di loro, di uscire pulito da questa storia.

Egli cerca di salvare Gesù non vedendo in lui alcun pericolo. E poi in fondo gli piace fare il “dio”, essere padrone della vita e della morte di qualcuno. Qui però non si tratta solo della sorte di un uomo. Sa che i sommi sacerdoti glielo hanno consegnato “per invidia” e non accetta di stare al gioco. Gesù diventa una patata bollente che sommi sacerdoti e governatore romano si rimpallano. Entrambe le parti sono protese a consolidare il favore del popolo e per questo è importante risolvere la questione “Gesù” con estrema delicatezza. Ma a nessuno interessa nulla dell’uomo Gesù. Neppure a Pilato, che pure tenta di salvarlo perché ha capito bene di trovarsi di fronte ad un innocente, ma alla fine decreta la sua condanna per aggraziarsi il favore del popolo. Si atteggia a governatore “buono”, cercando prima di salvare Gesù e poi accontentando la folla ed accogliendo la sua richiesta. Offre loro una scelta, fa decidere a loro.

Dietro a questa pseudo bontà vi è il rilancio della propria immagine. Pilato è falso come i farisei, ed infatti Gesù anche alle sue domande non risponde.

 

 

7. Maschera di chi deride e di chi sfida

(15,16-32 i soldati, i passanti, i sacerdoti, i condannati)

E' l'atteggiamento di chi ride sempre, anche se non c'è niente da ridere. Per nascondere la propria tristezza qualcuno preferisce mettere davanti al proprio volto un sorriso fisso, sprezzante, capace di sfottere e prendere in giro. Questo sorriso è estremamente umiliante per chi lo subisce, provoca rabbia, voglia di reagire, di farla pagare, di spegnere quell'atteggiamento così stridente verso la propria sofferenza. Esso però è solo una difesa, perché la sofferenza è difficile da sostenere.

Accanto alla derisione sta seduta la sfida. Ti stiamo provocando, reagisci, fa vedere chi sei e smetteremo di deriderti.

I passanti pure sputano rabbia e sentenze. Sono quella stessa folla che nei primi capitoli del vangelo si accalcava per assistere alle sue guarigioni, esorcismi, miracoli. Quel Gesù non c’è più e quello che hanno davanti non sembra nemmeno parente di quello dei primi tempi. Ci hai illuso, Gesù, meriti di morire.

Dietro alle parole dei passanti vi è la delusione di un popolo che periodicamente si fida dei suoi profeti, salvo poi sentirsi tradito da essi, perché non hanno la forza del braccio di Dio, quella forza che si narra di Abramo e di Mosè.

Tutti sono contro. Anche chi è crocifisso insieme a lui. Anche i sommi sacerdoti e scribi, non ne hanno avuto abbastanza: sono lì sotto a guardarlo mentre muore. “Scendi ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”.

 

8. Maschera di Dio

(15,29-39 la morte di Gesù)

Questo è l'unico caso in cui non viene messa una maschera sul volto di qualche personaggio, ma tolta. Accade che Dio stesso, nel momento della morte in croce di Gesù, si toglie quella maschera che gli uomini gli avevano disegnato addosso.

E’ il momento più solenne ed atteso di tutto il vangelo. Marco, là dove narra la morte del protagonista, sceglie gli occhi di uno sconosciuto, mai apparso fino ad allora, per mettere a fuoco il centro della scena. Di fronte al Gesù che invoca Dio, il centurione esclama: "Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio!" Cadono a terra le sicurezze di quell’uomo, e la ragione incredula lascia spazio alla “meraviglia credente”[4].

Cosa ha fatto Gesù di particolare per convincere il centurione? Gesù ha percorso le strade della Palestina comportandosi come un maestro ed un profeta. In tutto questo tempo il centurione romano resta sulle sue posizioni, come tanti altri, limitandosi a compiere il suo lavoro di gendarme. Poi, quando Gesù muore, ecco la dichiarazione di fede più netta di tutto il vangelo. Con quelle sue stesse parole il vangelo di Marco era iniziato: "Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio…" ed ora, con una dichiarazione simile, esso volge al termine, quasi a voler sottolineare che si è dimostrato ciò che ci si era prefissi alla prima pagina.

Ma cosa ha visto quest'uomo? Cosa ha udito di così speciale? L’immaginazione segue la stessa direzione dello sguardo del centurione, i suoi occhi sono fissi sull’uomo crocifisso; egli, dice il vangelo “gli stava di fronte”. Ha udito tutto, ha visto tutto, come forse gli era già capitato in tante altre esecuzioni, eppure questa volta vi è qualcosa di diverso nell’aria.

Le ultime parole di Gesù prima di quel momento non sono un atto di fede, ma di disperazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Muore urlando, e tra le urla emerge questa sorda domanda.

Il centurione quindi ascolta tutto questo, vede questa agonia, e proprio là dove molti altri avrebbero decretato l’assenza di Dio, egli giunge invece alla fede. Egli vede in un attimo ciò che tanti altri non sono riusciti a vedere seguendo Gesù di città in città, di miracolo in miracolo. Quest’uomo pagano, lontano dalla fede d’Israele, soldato di professione, riconosce la straordinarietà di quella morte. Non è un passaggio scontato: coloro che Gesù ha miracolato non ci sono, c’è solo uno straniero che non assiste ad alcun miracolo, vede un uomo abbandonato che muore e “solo” con questo giunge alla fede.

Quel morto, inerme, sconfitto, oltraggiato, “è veramente il Figlio di Dio”.

Ci chiediamo ancora una volta: che cosa è accaduto?

Seguendo il filo logico del racconto di Marco dobbiamo concludere che si è realizzato il disegno di Dio. Egli aveva detto “il regno di Dio è vicino” (1,15). Gesù è di fatto vicinissimo, infatti ha predicato, guarito, dato da mangiare, si è fatto toccare, e questo è certamente una prima realizzazione di quel progetto iniziale. Allo stesso tempo però manca ancora qualcosa, tutta quella gente che ha incontrato, in fondo rimarrà di nuovo sola, si ammalerà di nuovo, avrà ancora fame, e Lui dove sarà?

Questo Gesù che guarisce, sa cosa significhi stare male? Lui che sfama, sa cosa significa mendicare? Lui che resuscita i morti, sa che significa morire? E in definitiva, Lui che predica la vicinanza del regno, ha sperimentato sulla sua pelle cosa significa sentirsi abbandonati da Dio? Perché è certamente facile dire tante belle cose sull’amore di Dio, quando si sta bene e tutti ti cercano e ti acclamano, ma quando tutto svanisce, quando sei nudo, sputacchiato e crocifisso, cosa pensi di Dio?

Ecco che allora comprendo quanto è prezioso ciò che il centurione ha visto e udito. Quel Gesù sta veramente toccando il fondo, sta chiedendo a Dio una spiegazione, “perché mi hai abbandonato?” Ed allora, se chiede questo, è diventato davvero come uno di noi; allora non ha recitato e la sua morte, quel subire le conseguenze della vita fino alla croce, lo rende più credibile e vero di tutto ciò che lo ha preceduto.

Egli è stato accusato e condannato per bestemmia (2,7; 14,64), ma quello era il punto di vista dei religiosi. La vera bestemmia giunge ora. E’ questa la bestemmia: quel grido angosciante, lanciato verso il cielo muto e lontano… proprio quello lo rivela, e lo fa entrare a pieno titolo nel regno di tutti gli abbandonati di questo mondo.

Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti,

Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti,

Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” 1 Cor. 1,27-29.

Dio stesso, in Gesù, si è tolto di dosso la maschera che gli avevamo appiccicato addosso, per tenerlo più lontano[5]. Una maschera che lo obbligava ad entrare nella storia con prepotenza per mostrare la propria autorità; andare contro le leggi della natura per non lasciare dubbi e asservire tutti gli uomini nel timore reverenziale del proprio Nome. Tolta questa maschera vediamo un Dio che non obbliga a credere e non violenta la natura, ma allo stesso tempo è anche un Dio presente, vicino, che “sa” cosa ci succede, sia nel corpo che nell’anima, essendo passato sulla via della croce.

Io ho tremato, quando ho letto il grido di Gesù sulla croce, ma ora ringrazio Dio per avermi fatto arrivare questa pagina, come pure lo ringrazio per non aver risposto dal cielo a quel grido. E’ tutto così terribilmente umano in quella scena! E’ così reale, così simile a ciò che vedo intorno a me tutti i giorni! Questo Gesù forse non mi libererà dai miei acciacchi e dalle mie sofferenze, ma se davvero Egli “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso … facendosi obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce” (Filippesi 2,6-8), allora forse anch’io posso non considerare la mia vita un tesoro geloso, e giocarmela proprio come ha fatto Lui, cioè “spogliandomi”, arrivando a condividere la vita di coloro ai quali non so dare risposte, perché so per certo che in questa stessa discesa agli inferi è scritta la risposta, nel mio essere lì.

 

9. Maschera della paura

(Marco 16,1-8: le donne al sepolcro)

Altroché annunzio della resurrezione. La reazione delle donne nel trovare il sepolcro vuoto, è la paura. Nonostante le parole confortevoli dell’angelo le donne fuggono impaurite e non annunciano un bel nulla a nessuno.

Il vangelo finisce con un emblematico “…avevano paura, infatti”[6] che lascia il discorso sospeso, incompleto, l’animo del lettore inquieto, insoddisfatto, bisognoso di saperne ancora.

Che strano, per tutto il vangelo Gesù ha compiuto guarigioni e chiesto di non dire nulla in giro e le persone guarite invece subito raccontavano a tutti cosa era successo loro; ora invece che l’angelo annuncia la sua resurrezione, la grande bella notizia da dire a tutti, le donne fuggono impaurite senza dire nulla a nessuno.

Marco racconta la storia di un uomo che percorre un tragitto durante il quale guarisce, scaccia demoni e annuncia che il regno di Dio è vicino. Poi alla fine viene catturato e crocifisso, ma a questo triste finale se ne aggiunge un altro ben più inquietante: dal sepolcro è sparito il corpo. Non c’è più. Noi che lo leggiamo oggi non ci sorprendiamo più di tanto: sappiamo bene che è l’ora della resurrezione, ma chi scrive il testo non sa che noi sappiamo, non immagina neanche, probabilmente, che il mondo andrà avanti per almeno altri 2000 anni, duranti i quali il vangelo arriverà in ogni parte del globo.

L’evangelista piuttosto lascia sgomento il lettore, riproduce il clima di incertezza e sorpresa che ha colto le donne ed i discepoli in quel momento, senza preoccuparsi di trarre conclusioni o cercare citazioni bibliche che confermino quanto sta succedendo. Il testo non dà risposte, fotografa la reazione istintiva delle donne, la loro paura, la loro fuga.

Il lettore rimane in bilico tra due strade: fuggire anch’egli chiudendo amareggiato il libro, o ripensare alle parole del centurione e fare ciò che ha detto il giovane vestito di bianco, tornare all’inizio, in Galilea, dove tutto è cominciato, dove Gesù ci attende per ripercorrere quel tragitto in sua compagnia.

La tomba vuota, le vesti, il giovane che annunzia la resurrezione, hanno in sé qualcosa di realmente innaturale e spaventoso. L’istinto di tutti, non solo delle donne, porterebbe a fuggire, ed è bello che un vangelo abbia conservato questa reazione apparentemente controproducente, ma sicuramente genuina.

 

Giù la maschera!

Maschere di ogni tipo, dunque. Maschere che inventiamo per non cambiare e che Gesù toglie per cambiarci.

Le maschere, che a volte sono perfino utili per proteggere la nostra interiorità dai tanti invasori che incontriamo quotidianamente, non devono “ingessarsi” sul nostro viso, non devono diventare una parte fissa, inamovibile, devono “capire” quando è il momento di togliersi di mezzo.

Chi non è disposto a lasciarsi smascherare dal vangelo, non farà esperienza della “buona novella”.

 

Mauro Borghesi


 

[1] I vangeli sinottici sono costruiti attorno a questo “scandalo”, quello che Paolo chiamerà “lo scandalo” della croce: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani…” (1 Corinti 1,23). Discorso diverso invece è per l’opera di Giovanni, dove l’aspetto centrale è l’Incarnazione.

[2] Cittadina tranquilla, a 2,8 km da Gerusalemme, sulla strada che porta a Gerico.

[3] Vedi il capitolo “Il percorso di Pietro”.

[4]C’è un senso di meraviglia da ricuperare di fronte alla morte crocifissa di Gesù. Ma la meraviglia è sempre un pochino a doppio esito: c’è la meraviglia che vuol capire, che si lascia educare a capire (…) E c’è invece la meraviglia che non nasce dall’intelligenza, cioè dalla volontà dell’uomo di capire, di piegarsi e di incontrare la verità o comunque ciò che gli si manifesta: ma è la meraviglia della ragione, che conduce a misurare questa cosa con il metro che sono io. Questa meraviglia conduce all’incredulità ed al rifiuto, mentre la prima conduce all’ammirazione, si lascia educare dall’avvenimento, si lascia piegare.” Giovanni Moioli, La Parola della croce, Ed. Viboldone, cap. I

[5] Vi è uno scrittore antico, Celso, che proprio su questa idea dottrinale criticava i cristiani del secondo secolo. “L’affermazione di taluni cristiani e dei giudei, secondo i quali o è già sceso, o rispettivamente scenderà sulla terra un Dio o un figlio di Dio a giudicare le cose di quaggiù, è assolutamente vergognosa … Ma quale potrebbe essere per Dio il senso di tale discesa? Forse quello di apprendere cosa accade tra gli uomini? Ma non sa già tutto? Oppure lo sa, ma non lo corregge e non è in grado di correggerlo con il suo potere divino se non manda qualcuno in carne ed ossa a questo scopo?… In realtà Dio è buono, bello e felice e nello stato più bello e più buono. Se scende davvero sulla terra, in mezzo agli uomini, deve subire un mutamento, e un mutamento dal bene al male, dal bello al brutto, dalla felicità alla infelicità e dall’ottimo al pessimo. Ora, chi vorrebbe scegliere un mutamento del genere?” Celso, Il discorso vero, pubblicato da Adelphi, Milano 1987.

[6] I versetti che seguono, dal 9 al 20, non sono parte del testo originale, ma un’aggiunta della chiesa primitiva, testimonianza ancor più efficace dell’insostenibilità di un tale finale.

 


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