Discepolato impegnato______
Newsletter alle consacrate
Care sorelle ed amiche
E’ Pasqua e vorrei spaziare in una comunicazione tutta compenetrata di luce senza ombra alcuna. Nello stile di quella bambina che ero io, felice quando il mio sguardo di posava su un cielo lontano e limpidissimo, disegnato dalle linee limpidissime delle cime dei monti. La bellezza era per me il dono più grande di Dio, il linguaggio col quale Lui si manifestava e mi rapiva con bontà e tenerezza.
Ma perché vi dico questo?
E’ il bisogno di parlarvi aprendo il mio cuore. Non si può star soli a pasqua, perché la gioia o si condivide o non è.
Ma perché questo mio ritorno al passato in cui volevo la luce senza ombre? Eppure già allora conoscevo il dolore. L’infinito che mi affascinava, giocava a farmi rimbalzare come una palla tra alto e basso; ma quando l’impatto con il basso era più duro, l’alto era più alto. Davvero non c’è felicità per chi non conosce il dolore. Eppure da bambina miravo ad una felicità senza ombre.
Ora invece la luce mi abbaglia e l’ombra è dolce riparo.
Il travaglio dell’attraversata del deserto continua, e non saprei distaccarmene. Deserto sono i ricordi aspri e il vissuto attuale fatto di altre asprezze. Deserto è il non poter dire: io non ho mai sbagliato, ho avuto ragione, sono stata preservata da debolezze. Porto con me tutto ciò che ha fatto di ostacolo alla luce ed ha proiettato un’ombra. E la mia debolezza è la mia forza: facendomi vedere povera e debole, mi mette in sintonia col salmo che scandisco commossa: “Purificami, o Signore!”.
Ecco, forse la luce-tutta-luce che resta nell’orizzonte di un sogno pasquale non ambisce, ormai, alla negazione dell’ombra, alla voglia di sfuggire alle articolazioni complesse di un cammino non lineare. E’voglia di pasqua proiettata dall’alto nella vita «terrena» dove si allunga una sagoma oscura, che mi sottrae all’abbaglio, il quale mi impedirebbe di riconoscere chi sono per davvero…
Scusate, care sorelle, se vi dico che non vorrei immaginarvi come le icone che vedo in televisione: tutte belle, linde, fresche, intrepide, consapevoli, ma sempre un gradino più su da dove siamo collocate noi che «siamo nel mondo». Per favore, non ammantatevi di umiltà, ma siate impastate di humus, come tutti noi che non abbiamo un recinto visibile in cui trovare riparo. Quello che abbiamo resta, deve restare nascosto, anche quando le false luci della ribalta tenterebbero di inquinare la dolce frescura dell’interiorità.
E allora vi auguro proprio questo: di non ricoprirvi di umiltà palpabile e professata. Questa vi fa santificare da persone che amano vedervi diverse e lontane, anche quando celebrano il vostro essere-come-tutti, come un’aggiunta di merito in più, anziché una necessità.
Forse un passo avanti in questa direzione vi avvicinerà anche a noi, più di quanto sia permesso da autorità che vogliono preservarvi da tutto ciò che può fare ombra.
Ausilia
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