Alternative nella Chiesa________________

Le paure della Chiesa

Sembra che i responsabili della Chiesa non temano critiche da parte di nessuno. Con quell'aria austera ed irreprensibile, sorretti dalle loro toghe nere, viola, rosse, se ne vanno dritti per la loro strada senza preoccuparsi più di tanto del consenso o del rigetto che provocano tante prese di posizioni su tematiche importanti, capaci di dividere e far discutere. Insomma, uomini tutti d'un pezzo, che per nulla al mondo scenderebbero a compromessi con il "mondo". Ecco allora tante parole accorate contro il relativismo, o a difesa di istituzioni consolidate come la famiglia o la parrocchia. Ma questo coraggio, questa saldezza morale, questo tono intransigente ed imperturbabile, è davvero segno di forza e di coerenza, o non è forse una reazione spaventata, che nasconde il grande timore del mondo cattolico di perdere "terreno", proprio là dove con grandi sacrifici nel corso della storia, si era fatta breccia?

La Chiesa ha una missione ben precisa, ma a volte sembra temere di non farcela. Il Signore la chiama a sè, le dice, "Vieni" come fece con Pietro (Matteo 14,24), ma lei teme le acque in cui si trova a navigare e inevitabilmente affonda aggrappandosi ai relitti della storia e delle culture che le danno un minimo di appoggio. La Chiesa, più precisamente, teme i rimproveri del suo passato e quelli del suo futuro.

Paura del proprio passato

Teme il suo passato quando dice "si è sempre fatto così". Pensiamo alla fatica di cambiare alcune parti liturgiche, a quei termini di fede oggi incapaci di comunicare ciò che significano (salvezza, redenzione, sacrificio eucaristico...). O pensiamo più semplicemente al celibato dei preti, alla consacrazione delle donne... alla fine la risposta è sempre quella: no, perchè lo diciamo noi. No perchè si è "sempre" fatto così. Ma a che serve tutto il cammino fatto per comprendere i generi letterari, il contesto culturale, i limiti linguistici dei testi originali... se poi si giustifica il celibato o la scelta del sacerdozio maschile con una banale interpretazione "alla lettera" dei vangeli? Non fanno così anche i Testimoni di Geova? Mi riferisco a quelli che giustificano il sacerdozio maschile e celibe dicendo che Gesù era celibe e che tra i dodici non vi erano donne.

I responsabili della Chiesa danno l'impressione di temere il passato quando si impongono forzatamente di non contraddire quanto detto da un papa del 1300, quanto è stato fatto dall'Inquisizione, o quanto decretato non più di un secolo e mezzo fa dal Sillabo. Temono il passato quando per tre secoli non fanno più un Concilio (dove si discute e si fa la fatica di capire tutte le posizioni) , e se lo fanno è per dire che non servono Concili, perchè il papa è infallibile (Vaticano I). Il presupposto è lo stesso dei totalitarismi: la Chiesa non può sbagliare, al massimo sbagliano gli uomini, e comunque se andiamo a vedere bene hanno le sue buone ragioni (vedi il processo per la riabilitazione di Galileo). Il popolo cristiano poi teme il rimprovero dei propri avi. Guai a toccare certe tradizioni, certe processioni con tanto di crocifissioni reali, invocazioni di miracoli, madonne piangenti e sanguinanti.

Ho recentemente letto "Chiesa contestata" del Cardinal Camillo Ruini (Piemme, 2007). Mi aspettavo una arringa delle solite, in cui l'ex Presidente della CEI elogia la Chiesa come la roccaforte che resiste nonostante tutto e mette in guardia i cristiani contro il secolarismo, il relativismo, senza alcuna analisi autocritica. Invece mi ha stupito vedere che l'analisi dei fatti c'è, a volte anche piuttosto schietta. I problemi della Chiesa sono chiamati per nome: si ammette la fuga dalle parrocchie e dai sacramenti. Dice ad esempio a pag. 90 "L'esperienza pastorale ha ormai dimostrato come sia infruttuoso, oltre che errato, utilizzare gli appuntamenti sacramentali allo scopo, pur in sè validissimo, di prolungare il tempo nel quale i giovani frequentano la Chiesa". Ma non ci si chiede mai "perchè". Ruini non è tipo da non chiedersi i perchè, ma non lo fa perchè se lo fa poi deve criticare alcune scelte pastorali fatte in passato. E allora meglio continuare a dire che la colpa è degli altri.

Paura del proprio futuro

Teme il suo futuro quando dice "se concediamo questo, dove andremo a finire?" Paura ad esempio a chiedere perdono, come tra grandi resistenze è riuscito a fare Giovanni Paolo II nel marzo del 2000. Paura oggi a parlare di pacs, di contraccezione, di rapporti prematrimoniali, di masturbazione. E la motivazione è sempre quella: ma se oggi concediamo questo, domani cosa altro ci chiederanno? Dove andremo a finire? Sono le domande tipiche di chi non avendo certezze "ultime" si aggrappa a quelle "penultime". Le domande guidate dall'ansia del cambiamento, dal timore di ritrovarsi fuori da quei paletti che ci servono per stare in piedi; quella morale e quel "costume" cristiano senza il quale chissà cosa potremmo fare e quanto poco cristiani potremmo scoprirci!

E' la paura di rimanere in pochi, di calare di numero, di "presa" sulle masse. E' in fondo il credere che si sta facendo bene la propria missione se i numeri ce lo confermano, se le folle accorrono, se si somministrano sacramenti, se le aule di catechismo sono piene... La paura ad essere impopolari: a dire chiaramente "andatevene se non vi interessa", a ripartire dal poco per costruire con quel poco qualcosa di significativo, come era all'inizio. Leggo questo ad esempio nella adunata di grandi folle, con milioni di giovani che siano visibili ai massa media, che si impongano più per le loro dimensioni che per la sostanza. La folla in fondo non è una fuga dalle responsabilità? Nella folla possiamo dire di esserci, di aver fatto il nostro dovere, ed allo stesso tempo nessuno ci ha visti, nessuno ci chiede ragione della speranza che è in noi, perchè - tra tanta gente - vuoi che chiedano proprio a me?

Leggo paura anche nel gran lavoro che si fa per assicurarsi case, terreni, strutture, vantaggi economici. Per non parlare poi di tutte le trattative della diplomazia vaticana tra il proprio "Stato" e gli altri Stati per assicurarsi agganci, protezioni, vantaggi. Dov'è finita la fede manzoniana nella Provvidenza? Ma ci crediamo davvero che il Signore si cura anche dei passeri e dei gigli del campo, (Matteo 6) o lo diciamo solo per bellezza? L'otto per mille, fatto in quel modo lì, non è anch'esso paura per il proprio futuro?

A proposito di paura: la predicazione sul demonio non è eccessivamente volta a spaventare? Si pensi al messaggio che passa attraverso un mezzo potente come Radio Maria. Dobbiamo comportarci bene per paura del diavolo? E' questo che dice il vangelo? E così pure una morale preconciliare, volta ad aiutare i confessori a risolvere "i casi" dei penitenti, più che a santificare le singole persone: serve a qualcosa? Se ho imparato una cosa semplicissima lavorando con il disagio mentale è che quando una persona comincia a spaccare tutto e picchiare tutti la cosa più sbagliata che si possa fare è dirgli "smetti di fare il cattivo". Diceva Bonhoeffer "Quando qualcuno dice la verità senza tener conto della persona a cui parla, c'è l'apparenza, ma non la sostanza della verità" (Etica, Bompiani, pg.309).

La fede scioglie le paure

Questi atteggiamenti la bloccano e paradossalmente le impediscono di svolgere la sua missione che non dovrebbe essere ingessata, o fissa su certi parametri "sicuri". La paura, gli apostoli ce lo insegnano, è nemica della fede. Vedo nel popolo cattolico il timore di perdere la propria identità con l'apertura della società ad altre religioni. Vedo paura in un eccessivo ricorso a divieti, proibizioni, altolà che dalle autorità arrivano puntuali e precise ogni volta che qualcuno mostra un minimo dissenso, avanza un problema, evidenzia contraddizioni. Vedo un atteggiamento di paura infine quando si tende a negare la realtà, a non parlare di questioni sgradevoli, perchè secondo alcuni ciò sarebbe causa di scandalo per i più deboli. Pensiamo alla questione dei preti pedofili, o meno drammaticamente dei preti che tradiscono il celibato, quelli che si sposano o quelli che nascondono e non riconoscono i figli continuando ad esercitare il ministero... sembra proprio che non se ne debba parlare. Nel mio caso, per esempio, avverto una certa contraddizione sul fatto che da una parte mi si dice "Tu sei prete per sempre", il sacerdozio infatti è un sacramento "oggettivo" (non come il matrimonio che dipende dalle intenzioni degli sposi) e una volta dato non si toglie più; dall'altro il mio nome sparisce dall'annuario diocesano, come se non fossi mai esistito, nessuno mi chiede più di contribuire in nulla per l'edificazione della Chiesa, le mie conoscenze non servono più a nessuno, come se non avessi fatto gli stessi studi che hanno fatto tutti i preti che predicano nelle chiese ed insegnano nelle scuole, come se lasciando la parrocchia avessi lasciato anche la fede ed andassi in giro a raccontare un vangelo diverso da quello che insegna la Chiesa.

Accanto a questo và detto che la Chiesa compie certamente anche molte azioni positive. Lo sforzo ecumenico, gli interventi caritatevoli, i contatti con i paesi di tutto il mondo per portare un messaggio di pace e di distensione. Ma tutto questo, con rispetto parlando, non è il cuore della sua missione. "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione" diceva provocatoriamente Gesù (Luca 12,51). E recentemente, al Convegno di Palermo del 1995, la si metteva in guardia dal rischio di trasformarsi in una "pietosa infermiera" che non sa cambiare la storia (relazione introduttiva del Card. G. Saldarini).
La Chiesa è un organismo umano fondato su una fede. "Fede" significa, al di là del suo contenuto teologico, che deve assumere un metodo fiducioso già al suo interno, perchè per fede lei sa che il Signore parla in tanti modi e a tutta la Chiesa. Ciò può portare tante persone dal basso a dire sciocchezze ed eresie; porterà ad un ascolto che scandalizzerà gli adoratori del Vaticano, ma ci farà bene. E' fuori di dubbio. Il Signore non teme i nostri errori, piuttosto si rammarica del nostro silenzio/assenso: "Essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli  spiegazioni" (Marco 9,32). Se allora davvero crediamo che il Suo Spirito guida la Chiesa, buttiamoci, facciamo delle prove, confrontiamoci, litighiamo, se serve! Ma smettiamo di nascondere la polvere sotto il tappeto. "Abbiate fede in me!" dice il Signore, il chè significa "lasciate a me le redini", "fatemi condurre il gioco", "non decidete tutto voi nei minimi particolari ed in modo definitivo altrimenti che spazio rimane a me?" In fondo il bisogno di intervenire continuamente su questioni morali, il bisogno di scomunicare chi canta fuori dal coro, di bacchettare i politici, sono sintomo di un cattolicesimo che vuole e deve arrivare dappertutto, deve avere le mani in pasta nei posti di potere, deve stare nella stanza dei bottoni perchè altrimenti... chissà cosa può succedere! E questo detto in altro modo significa: se non ci pensiamo noi, Dio non ci pensa di sicuro. Ecco la paura nemica della fede. Ma noi siamo credenti e non ci arrendiamo a questa logica umana. Noi siamo credenti e la nostra fede scioglierà ogni paura come neve al sole! "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"! (Matteo 28,20)

Vincere le paure di confronto interno porterà ad un nuovo atteggiamento anche nel confronto con l'esterno. "La Chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo tornare all'aria aperta del confronto spirituale con il mondo. Dobbiamo rischiare di dire anche cose contestabili, se ciò permette di sollevare questioni di importanza vitale". D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Ed Paoline 1996, pg. 458.

E ancora, "Chi tiene in qualche modo alla Chiesa Cattolica, per amore di questa Chiesa deve cercare di far sì che essa prenda coscienza dell'inversione e del rovesciamento delle sue formazioni di ideali, e ciò con la massima chiarezza possibile, senza lasciar spazio a scuse e scappatoie; chi mantenesse un atteggiamento di pazienza, di indulgenza e di intolleranza, che si crede generosa, in realtà non farebbe alcun favore alla Chiesa". E. Drewermann, Funzionari di Dio, Ed. Raetia.

La Chiesa in passato ha fatto cambiamenti stratosferici: perchè oggi non dovrebbe farne più? Pensiamo a come si è passati dall'eucaristia celebrata nelle case, insieme alla consumazione del pasto, alle cattedrali gotiche. Pensiamo alle emozioni che ha portato nella liturgia il canto gregoriano. Pensiamo ai primi tempi quando tra i ministri ordinati vi erano solo vescovi e diaconi, e poi al tempo in cui sono stati introdotti i presbiteri. O al Concilio di Gerusalemme (Atti 15) quando ancora in molti volevano diffondere il cristianesimo al solo popolo di Israele! Pensiamo a quei Concili animatissimi dei primi tempi, con tanto di condanne reciproche, scomuniche tra vescovi fino a rischiare la stessa vita. Non dico di arrivare a tanto: ma dove si discute, oggi?

Al tempo del Concilio Vaticano II qualcosa si è mosso, ma poi la paura di un cambiamento troppo grande, ha fatto fare marcia indietro. Giovanni XXIII e poi il Concilio stesso dissero "unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, in tutte carità" (Ad Petri cathedram, III; Gaudium et Spes 92; Unitatis Redintegratio 18) e si tratta di uno stile, un metodo oggi visto come fumo negli occhi, come portatore di confusione, dissenso e scandalo.

La Chiesa intera invece deve interrogarsi sulle proprie paure e smetterla dire a sè stessa che che è bella brava e buona senza problemi. Come diceva l'apostolo Paolo "Voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo "Abba, Padre!" (Romani 8,15)

 


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