Piste percorribili______

La santità di tutti
senza aureola.... possibimente 

Pochi giorni dopo la morte di Madre Teresa, Giovanni Paolo II ha ribadito la sua ammirazione per "la santa dei bassifondi":
Colpisce che lei desse corso al giorno, prima dell'alba, davanti all'Eucaristia. Diceva di se stessa: "Io sono soltanto una povera donna che prega".
La immaginiamo nel suo raccoglimento della preghiera e tale esempio ci pare luminoso più di ogni aureola.
Giovanni Paolo II, beatificandola il 19 ottobre 2003, disse: "La santità non è un lusso per pochi ma un semplice dovere per te e per me. In effetti se impariamo ad amare, impariamo anche ad essere santi".
Non è superfluo chiedersi perché. se la santità non è un lusso, se ne fa tanta mostra. E’ educativo? Certamente a sentir la gente parlare dei santi, si resta stupiti. Ma non è maturo il tempo per impostare la fede in maniera più semplice, essenziale, senza far leva su sentimenti devozionalistici che perfino i bestemmiatori di professione riescono a nutrire?

Gad Lerner titolava così un suo articolo alcuni anni fa, che vi riportiamo:


Per favore, non beatificatela


Per un giorno i tre principali quotidiani italiani sono sembrati tutti convertiti come Paolo sulla via di Damasco. Ma esaltare la santità, il martirio, l’angelicità di quella donna meravigliosa - Annalena Tonelli - equivale a dichiararne l’assoluta estraneità nei nostri confronti…
La mattina del 6 ottobre i tre principali quotidiani laici d’Italia, nel loro titolo d’apertura, parevano tutti convertiti all’improvviso come Paolo sulla via di Damasco. Sul Corriere della sera Annalena Tonelli massacrata a Borama, in Somaliland, era divenuta «santa». Sulla Repubblica, invece, veniva definita «martire». Mentre il titolo della Stampa la trasformava addirittura in «angelo».
Inutile aggiungere che molti altri quotidiani definivano la missionaria laica di Forlì niente meno che «la Madre Teresa dell’Africa», nonostante le evidentissime differenze tra le due, per esempio nel loro rapporto con il sistema dei mass media, senza addentrarci nelle più intime scelte spirituali.
Naturalmente già l’indomani Annalena Tonelli e la sua scelta di vita erano sparite dai quotidiani (con l’unica eccezione di un omaggio tributatole da Enzo Biagi in un editoriale dedicato a papa Wojtyla): dal titolo d’apertura della prima pagina al nulla. E allora mi sono chiesto il perché di quei riferimenti sovrannaturali per la donna romagnola che dopo essersi laureata in Legge e dopo avere operato fra i poveri della sua città, all’età di 27 anni decise che il resto della sua vita l’avrebbe dedicato all’Africa.
La risposta sgradevole che mi sono dato è la seguente: esaltare la santità, il martirio, l’angelicità di quella donna meravigliosa – insomma, ascriverla a una dimensione trascendente - equivale a dichiararne l’assoluta estraneità nei nostri confronti. Sotto sotto il benpensante lettore o utente dei tg penserà che quella doveva essere una tipa strana, doveva avere dei problemi, altrimenti mica se ne sarebbe andata via così dal nostro opulento primo mondo. La sua esperienza dunque non sarebbe condivisibile da chi in questo mondo risiede e coltiva il proprio benessere.
Più che la nostra ammirazione, secondo questo schema, Annalena Tonelli meriterebbe il nostro distacco, una sorta di beatificazione anticipata per via mediatica. Grazie anche alla bellezza dei suoi occhi, al fascino che promana dal suo viso che solo alcune fotografie hanno sottratto a una scelta di appartatezza poco comprensibile perfino nel mondo delle ong, sempre più dedite alla strategia dell’impatto mediatico (in cerca di finanziamenti e di buona immagine tramite il meccanismo intermittente della compassione suscitata nell’opinione pubblica).
So che un amico saggio – viceversa - guarda all’esperienza di Annalena Tonelli come a quella di «una cristiana di domani». E aggiunge sottovoce: per favore, non beatificatela.

Giufà www.nigrizia.it/ 01/11/2003

Gad Lerner

 


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