Dialogo e confronti______

 

 Intervista a Brunetto Salvarani

«Il dialogo non se la passa bene»

 

Direttore, dove sta andando secondo te la Chiesa cattolica? Dove vuole puntare?

Naturalmente, la domanda andrebbe contestualizzata: ben diverso è parlare della chiesa italiana, di quella statunitense, o di quella indiana (sono esempi fatti a caso). Credo infatti che un nostro problema classico, un problema di noi che viviamo in Italia e dunque nelle immediate vicinanze del Vaticano, sia la deformazione di lettura che talvolta questo ci porta ad avere; inoltre, la forte carica mediatica e il carisma accentratore di Giovanni Paolo II hanno fatto il resto: non dovremmo mai dimenticare che anche la nostra chiesa si è globalizzata, ramificata e i suoi problemi sono molto diversi a seconda delle latitudini in cui le chiese locali operano. Se durante la seconda guerra mondiale i primi tre paesi cattolici su scala mondiale erano la Francia, l'Italia e la Germania (che aveva annesso l'Austria), oggi sono diventati il Brasile, il Messico e le Filippine, con un chiaro spostamento verso la cultura ispanica ed il Terzo Mondo. Non dissimili sono le risultanze in campo protestante: se gli Stati Uniti conservano il primato, al secondo posto c'è la Nigeria, più o meno alla pari con la Germania e l'Inghilterra, mentre la maggioranza degli anglicani è di pelle nera, africani, americani o australiani...

Nel complesso, le chiese cristiane si trovano esposte a una cesura che si può considerare la più profonda dal tempo della comunità primitiva. Un teologo attento a simili scenari, come il canadese Jean-Marie Roger Tillard, arrivò a sostenere, in un'intervista commossa che può essere considerata il suo testamento spirituale, che davvero noi "siamo gli ultimi testimoni di una maniera di vivere il cristianesimo". Qualche elemento: la diminuzione dei cattolici praticanti e dei battezzati, i conseguenti mutamenti nell'organizzazione delle Chiese locali, la chiusura di prestigiose istituzioni private (scuole, collegi, ospedali), la nascita di nuove forme di consigli e la progressiva scomparsa dell'immagine della parrocchia raggruppata intorno al prete, sempre disponibile e a conoscenza di tutte le dinamiche cittadine. Detto questo, non è facile dire dove voglia andare, anche se ci mettiamo nell'ottica vaticana: certo, la sensazione che sta fornendo l'attuale pontificato è quella di voler rivedere la lettura tradizionale del Vaticano II (senz'altro l'evento principale del secolo scorso, sul piano ecclesiale), attenuandone la portata di cambiamento e, per certi versi, addirittura rivoluzionaria; penso, ad esempio, a temi quali la liturgia, la Parola di Dio e soprattutto il rapporto con Israele e con le varie religioni mondiali. Temi su cui il Concilio, innegabilmente, ha pronunciato parole nuove...

Dopo Giovanni Paolo II, quale papa ti aspettavi? Chi avresti visto bene sul soglio di Pietro?

In realtà, dopo Giovanni Paolo II mi sarei aspettato... qualcuno come il cardinale Ratzinger. Non sono rimasto stupito, per parecchie ragioni. In quanto a chi avrei visto bene, beh, per affetto e sintonia ecclesiologica, senz'altro il cardinal Martini.

Alla nomina di Joseph Ratzinger come Benedetto XVI quale è stato il tuo primo pensiero? Che cosa ha suscitato in te questo nome?

Non ho provato una particolare meraviglia. E mi sono chiesto che papa sarebbe stato il cardinale Ratzinger: domanda che, in verità, mi sto ancora facendo...

È vero, secondo te, che lo Spirito soffia dove vuole e la Chiesa cattolica o qualsiasi altra istituzione religiosa non lo può ingabbiare?

Verissimo! Anche se ai nostri (poveri) occhi non è sempre facile accorgersene...

Vista la tua sensibilità ecumenica e di impegno nel dialogo interreligioso ti chiedo se siamo molto avanti, indietro, al passo con i tempi oppure in retrocessione?

Certo, è evidente che il dialogo non se la passa bene, di questi tempi. Le cause sono tante: una di queste riguarda proprio la banalizzazione progressiva che ha subito questo termine. Credo però che il motivo principale consista proprio nel fatto che il dialogo ha cominciato a dare i suoi frutti e questo può spaventare qualcuno, perché vivere profondamente il dialogo ti cambia nell'intimo: e i cambiamenti spaventano sempre noi umani! Non sono però pessimista: un po' perché non ce lo possiamo permettere, e molto perché mi capita spesso di venire a contatto con delle buone pratiche del dialogo, sparse anche in un paese come il nostro, di cui poco si conosce ma efficaci. Sono piccoli semi, certo, ma esistono, e stanno maturando...

Che cosa pensi del motu proprio sulla Messa in latino e sul messale di PioV? È stata una valida scelta? Che cosa ci sta dietro, secondo te?

Onestamente non ho capito questa scelta, e temo che si possa così buttar via il bambino con l'acqua sporca, vale a dire che venga in tal modo messa a rischio l'intera riforma liturgica, che rappresenta per parere unanime uno dei portati più rilevanti dell'intero Concilio.

Come si lavora, da teologo quale tu sei, in questo periodo storico? Con paura? Tensione? O ci si sente più liberi?

Sinceramente, credo che il mio lavoro (un po' sui generis in un paese come l'Italia, di teologo laico quando la nostra tradizione vede al 99 % teologi presbiteri) non risenta particolarmente del clima ecclesiale, nel senso che mi sento libero della libertà dei figli di Dio e non ho specifici timori (ho delle preoccupazioni, piuttosto)... Anche se mi rendo conto che il tema del dialogo (ecumenico, interreligioso e con le culture altre) e del pluralismo religioso, di cui mi occupo, oggi è nell'occhio del ciclone e viene spesso guardato con un certo sospetto.

Puoi farmi alcuni nomi di figure profetiche oggi, anno 2008, all'interno della Chiesa cattolica? Ce ne sono? Hai difficoltà a trovarli?

Sì, non è facile individuare figure di profezia... molte voci alte se ne sono andate, purtroppo, alcune negli ultimi dodici mesi (dai teologi Luigi Sartori e Pietro Lombardini all'esegeta francese Xavier Léon-Dufour, per fare memoria di quelli che ho maggiormente incrociato) e quelle che pure ci sono non fanno notizia. Però ci sono, e operano, spesso nel silenzio e nel nascondimento. Faccio solo un nome, che mi è assai caro, quello di Paolo De Benedetti, amico ed eccezionale maestro dell'incontro con Israele 

Che fine farà quel poco che è rimasto vivo del Concilio Vaticano II?

Il Vaticano II, in realtà, è più vivo che mai: in buona parte ci è ancora davanti, nel senso che è ancora da realizzare pienamente. Non si può negare, del resto, che una certa stanchezza, se non una palese disponibilità a deporre le armi, abbia raggiunto la generazione cresciuta con le parole d'ordine del Concilio e con le relative speranze. Si tratta di una stanchezza collegabile, almeno in parte, a una vistosa rarefazione del dibattito all'interno del mondo cattolico, alla carenza di ascolto reciproco, alla prevalenza -talora enfatica - della categoria della testimonianza su una riflessione aperta tra posizioni diverse ma plausibili, legittime, vive. Forse c'è chi legge in positivo un simile silenzio, ritenendo finalmente conclusa la stagione del cosiddetto dissenso e del cattolicesimo critico, e debellato il pericolo - reale, si badi - di una contrapposizione intestina. La mia sensazione, invece, è che tale stagnazione celi in realtà una sorta di contestazione silenziosa, non più urlata ma indubbiamente presente, e semmai ancor più soffocata dall'apparente trionfalismo dei clamori riservati al magistero degli ultimi papi.

Puoi fare un augurio a Tempi di Fraternità (quella rivista che tu chiami "il vero e proprio miracolo italiano") e per il 2008?

Beh, l'augurio migliore è che TdF possa continuare a rappresentare un seme di speranza, per quanto minuscolo, a raccontare buone pratiche di dialogo, di convivialità delle differenze e di comunità fraterna. Senza omologarsi al pessimo clima sociale che stiamo vivendo in questo paese, e valorizzando sempre di più la bella memoria del suo fondatore, il caro fra Elio Taretto


 

[i] fonte: Tempi di Fraternità, gennaio 2008

Questa intervista tocca questioni molto importanti e urgenti, dal dialogo interreligioso che ci sta molto a cuore, al Motu Proprio sulla Messa in latino, passando a capire se l'attuale gerarchia cattolica intenda ancora proseguire sulla via tracciata dal Concilio Vaticano II o se ritenga di doverla definitivamente abbandonare. Insomma si tratta di una intervista a 360 gradi nella quale non potevano mancare gli auguri del direttore alla nostra rivista. Davide Pelanda


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