Periscopio: notizie e pareri______
Intervista a Moni Ovadia
Il violinista e l’albero d’ulivo[1].
«La
storia di Ramzi è la storia di un albero d’ulivo: uno dei duecentoquarantamila
ulivi sradicati dall’esercito e dai coloni israeliani dalla prima Intifada ad
oggi. Ricchezza sottratta, sopravvivenza negata. Come il tronco rugoso di un
ulivo la vita di Ramzi Aburedwan è cresciuta seguendo curve e nodi intricati, ma
è maturata senza sosta, dalle radici al cielo. Prima la vita di strada nel campo
profughi di Al Amari, poi le pietre scagliate con rabbia contro i tank di Tsahal,
e ancora la scoperta della musica, lo studio della viola, in Francia, l’incontro
con Said e con Barenboim, il ritorno in Palestina e infine la nascita di Al
Kamandjati, la prima scuola di musica aperta a tutti gli abitanti dei Territori
occupati. Oggi trecento allievi da seguire tutti i giorni, a Ramallah, e ogni
settimana i viaggi dei professori a Jenin, a Nablus, a Hebron, nei campi
profughi della West Bank: combattendo contro check-point che diventano sempre
più numerosi e il muro che si allunga ogni giorno di più. Il testo di Amira Hass
racconta la storia di questo tronco».
Questa la breve presentazione dello spettacolo Al Kamandjati, proposto recentemente a Roma all’Auditorium Parco della Musica, un progetto di Guido Barbieri e Oscar Rizzo al quale ha preso parte anche Moni Ovadia, intellettuale, attore e musicista. La nostra intervista ad un «ebreo scomodo».
Ovadia, lo spettacolo è forte, diretto, estremamente empatico e ben strutturato. Avete raccontato le vessazioni che ogni giorno il popolo palestinese subisce, come mai non avete fatto nessun accenno al terrorismo palestinese?
Non lo abbiamo fatto perché non era necessario farlo. Abbiamo semplicemente voluto raccontare una storia, quella di un ragazzo e della sua famiglia e di cosa vuol dire vivere sotto occupazione. Non abbiamo neanche accennato al sacrosanto diritto di Israele alla sicurezza, a poter vivere pacificamente all’interno dei suoi confini. Solitamente non perdo occasione di ricordare, quando è necessario, che il terrorismo è stata una scelta devastante per il popolo palestinese, il terrorismo non potrà mai avere giustificazioni, uccide gli innocenti, colpisce indiscriminatamente uomini, donne, bambini, lo si può definire solamente con un termine: crimine. I palestinesi che hanno imboccato quella strada hanno comesso un errore imperdonabile e a mio parere molti intellettuali palestinesi ne sono consapevoli, ne esprimono la condanna e soffrono questa scelta vivendone un disagio interiore.
C’è un problema tuttavia: il popolo palestinese è sotto occupazione e vive in una prigione da quarant’anni. Se Israele avesse voluto occupare solo per ragioni di sicurezza, non avrebbe certamente colonizzato un’area così vasta di territori. Utilizzare il proprio esercito per garantire la difesa è normale, lo è meno quando viene utilizzato per colonizzare. Gli insediamenti si sono diffusi a macchia di leopardo e questa procedura non si è mai arrestata, neanche durante le trattative di Oslo. Anzi, paradossalmente, a ridosso delle trattative la cosa si è addirittura intensificata. Ecco perché io sostengo che tra sicurezza e occupazione non ci sia alcuna relazione.
Avete mostrato cartine e riferito dati che testimoniano la drammatica situazione relativa all’occupazione dei Territori…
Le cartine hanno reso possibile mostrare in modo inequivocabile lo stato attuale dell’occupazione e la difficoltà che i palestinesi vivono quotidianamente per spostarsi all’interno dei territori. Una vera e propria prigione per un’intera popolazione che vede ogni giorno di più soffocare ogni speranza per il futuro. Nello spettacolo chiediamo che cosa abbia a che vedere con la sicurezza di Israele lo sradicamento di ulivi, la demolizione di circa 18mila abitazioni, il contingentamento dell’acqua. Gli stessi attentati terroristici palestinesi hanno sortito risposte durissime, sproporzionate, causando il quadruplo di vittime innocenti. Ritengo che chi volesse davvero affrontare la discussione sul conflitto con obiettività dovrebbe provare sulla propria pelle a vivere da palestinese, almeno una volta: che faccia un accordo con i servizi segreti e si finga palestinese per un mese. Spesso mi si chiede di giustificare le mie posizioni, ritengo di non doverlo fare, solo di argomentarle come abbiamo fatto in questa occasione. Tra l’altro, molti pensano che sia io l’autore dello spettacolo, ma non è così: sono stato invitato a partecipare e ricordo che il testo è scritto da Amira Hass, giornalista del quotidiano israeliano Ha’aretz e cittadina israeliana; Amira ha deciso di vivere in territorio palestinese, lo fa da quattordici anni e racconta fatti con cognizione di causa e competenza. E senza ideologia.
Qualcuno sostiene che lei possa rappresentare in qualche modo, con le sue apparizioni pubbliche e i suoi spettacoli, una posizione ebraica. Da molti anni promuove il patrimonio e la cultura di questa comunità.
Io rappresento solamente me stesso e promuovo le mie idee. Non voglio più sentir dire la solita frase: «Sì, però tu…». Le mie posizioni non sono monolitiche. Quando si parla di Israele e lo si attacca ingiustamente sono pronto a difendere il suo diritto di esistere, come avvenne quando si seppe che in Inghilterra si era deciso di boicottare le Università israeliane: definii quell’atto un’idiozia. Come riesco a vedere un antisemitismo latente in alcuni atteggiamenti di una certa sinistra nei confronti di Israele. Ma è anche vero che sono già due anni che il principe erditario saudita Abdallah Abdel Aziz ha proposto il riconoscimento totale dello Stato di Israele da parte di tutto il mondo arabo in cambio del ritiro delle terre occupate nel ’67. Perché il ritiro non viene fatto? Perché questa proposta non viene accolta?
Evidentemente ci sono altri interessi connessi al mantenimento dell’occupazione e delle colonie israeliane. Per quale motivo sono stati disseminati coloni in ogni angolo della Cisgiordania? Qual è lo scopo? Nessuno mi dà una risposta, nessuno dei difensori acritici risponde su queste questioni: stanno zitti e mi deludono. Sono certo che Israele abbia tutte le ragioni di difendere la propria sicurezza, ma quando parlo di Israele criticandone alcune scelte non parlo mai del suo popolo, le critiche vanno all’establishment di potere, militare e dei servizi segreti.
La mia posizione è nota a tutti: due popoli e due Stati, sul confine della linea verde, con Gerusalemme capitale condivisa e risarcimento ai profughi del ’48; risarcimento per ciò che hanno perso, patito, subito. Insomma avere consapevolezza del dramma di un popolo, quello palestinese; la stessa che si esprime per quello ebraico che, poi, ha portato alla formazione dello Stato di Israele. Sono un fervido sostenitore dei due accordi di Ginevra. Cosa credete ci si possa aspettare da bambini costretti a vivere nel tunnel oscuro della guerra, che non possono vedere niente – un niente senza gioia –, dove all’orizzonte si presentano solamente check point, giungle di cemento, coloni arroganti e protervi che distruggono ulivi e case… cosa pensate possa venire fuori da ragazzi così, che cosa mai potranno diventare? Questo ci spiega anche perché Hamas ha così tanto appeal tra la popolazione.
Secondo lei l’incontro di Annapolis era solo un’operazione di facciata o potrebbe portare a qualche risultato?
Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo polverone, e poi mi chiedo come sia stato possibile tagliare fuori Hamas, malgrado tutto democraticamente eletta a detta di tutti gli osservatori internazionali. Quale esempio di democrazia viene proposto? Si dovrebbe andare oltre, entrare realmente nel merito delle cose e parlare di metodo. Come l’attacco al Libano, ad esempio: non era meglio chiedere l’intervento dell’Onu prima, piuttosto che a cose fatte? Quale prestigio avrebbe conquistato Israele con un’operazione preventiva, formulando una richiesta ufficiale all’Onu esplicita: «Noi non vogliamo produrre sofferenze alla popolazione e alle persone innocenti. Hezbollah ci ricatta. Attivatevi voi e impeditegli di colpirci con i loro missili, altrimenti se noi scateniamo la nostra potenza di fuoco saranno guai per tutti»! Invece è stata messa in atto un’operazione devastante con distruzione e morte per poi tornare a casa con la coda fra le gambe e la sconfitta. Anche perché il prestigioso Mossad non si era reso conto di cosa era diventato Hezbollah in tutti questi anni.
Credo che il bene di Israele sia contestuale al bene dei palestinesi, costringere il popolo palestinese a condizioni così gravi porterà solo infamia all’establishement israeliano e quando tutto ciò finirà – perché finirà – salterà fuori tutto il disagio di ciò che si è fatto. Quando un popolo occupa un altro popolo, distrugge se stesso. Insomma nel nostro spettacolo abbiamo voluto raccontare la sofferenza di un popolo, senza demagogia. Abbiamo raccontato una storia intrisa di sofferenze, ma abbiamo voluto altresì parlare di una storia importante e che apre a nuove speranze per il futuro, quella di Ramzi e della sua scuola di musica.
Gian Mario Gillio
fonte: www.confronti.net
[1] «La storia di Ramzi è la storia di un albero d’ulivo: uno dei duecentoquarantamila ulivi sradicati dall’esercito e dai coloni israeliani dalla prima Intifada ad oggi. Ricchezza sottratta, sopravvivenza negata. Come il tronco rugoso di un ulivo la vita di Ramzi Aburedwan è cresciuta seguendo curve e nodi intricati, ma è maturata senza sosta, dalle radici al cielo. Prima la vita di strada nel campo profughi di Al Amari, poi le pietre scagliate con rabbia contro i tank di Tsahal, e ancora la scoperta della musica, lo studio della viola, in Francia, l’incontro con Said e con Barenboim, il ritorno in Palestina e infine la nascita di Al Kamandjati, la prima scuola di musica aperta a tutti gli abitanti dei Territori occupati. Oggi trecento allievi da seguire tutti i giorni, a Ramallah, e ogni settimana i viaggi dei professori a Jenin, a Nablus, a Hebron, nei campi profughi della West Bank: combattendo contro check-point che diventano sempre più numerosi e il muro che si allunga ogni giorno di più. Il testo di Amira Hass racconta la storia di questo tronco».
Questa la breve presentazione dello spettacolo Al Kamandjati, proposto recentemente a Roma all’Auditorium Parco della Musica, un progetto di Guido Barbieri e Oscar Rizzo al quale ha preso parte anche Moni Ovadia, intellettuale, attore e musicista. La nostra intervista ad un «ebreo scomodo»