Periscopio: notizie e pareri______

 

Il documento integrale

Ovunque se ne parla, ma il documento lo si trova difficilmente. Eccolo!

 

La lettera aperta del prof. Marcello Cini al rettore de La Sapienza

CITTA’ DEL VATICANO – Martedì, 15 gennaio 2008. (Vatican Diplomacy). Ripubblichiamo la lettera aperta che il professor Marcello Cini inidirizzò al rettore de La Sapienza venendo pubblicata sul quotidiano il Manifesto” del 14 novembre 2007.

” Se la Sapienza chiama il Papa e lascia a casa Mussi”

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell’agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell’inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell’università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell’Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».

Come professore emerito dell’università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l’obiettivo politico e mediatico.

Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall’esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull’incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.

Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell’università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».

Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall’accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all’imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all’origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere».

Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l’ex capo del Sant’uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l’espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione fra l’umano e il divino. Un’appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l’integrità morale di ogni individuo.

Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l’appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell’evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?

Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l’Anno Accademico dell’Università La Sapienza».

Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come. simbolo dell’autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.

Marcello Cini”

 

Tratto da: Aprileonline.info

 

Di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 gennaio 2008 (ZENIT.org

In occasione della conferenza Ratzinger aveva citato questa frase incriminata: “La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta”.

I docenti, tuttavia, non spiegavano nella lettera che la frase non era del Cardinale Raztinger, ma del filosofo gnostico-scettico Paul Feyerabend. Il porporato tedesco aveva citato questo giudizio unicamente per illustrare la mutata posizione della Chiesa su Galileo.

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CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 21 gennaio 2008 (ZENIT.org).-

In questo contesto, il Papa ha analizzato anche la situazione dell'insegnamento teologico.

“Le discipline ecclesiastiche, soprattutto la teologia, sono sottoposte oggi a nuovi interrogativi, in un mondo tentato, da una parte, dal razionalismo, che segue una razionalità falsamente libera e slegata da ogni riferimento religioso, e, dall’altra, dai fondamentalismi, che falsificano la vera essenza della religione con il loro incitamento alla violenza e al fanatismo”, ha affermato.

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Il porporato ha ricordato che, come già avvertito nella Costituzione conciliare “Gaudium et spes”, il delitto di aborto è “abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale”.

 “non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto”.

In merito al discorso del Papa letto durante l'inaugurazione del nuovo anno accademico a “La Sapienza”, il Cardinale Bagnasco ha affermato che Benedetto XVI ha voluto indicare nella ricerca della verità e della conoscenza il fine ultimo di ogni Università. 

Dal giusto cammino – ha spiegato inoltre – sgorga il grazie, il Magnificat, quale testimonianza dell’amore di Dio al mondo”.

Maria è, infatti, da imitare come “assoluto modello di quella contemplazione” nella quale soltanto crescono la vita consacrata e la vita evangelica.

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Il Papa “non è andato” all'Università “La Sapienza”

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 2 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’editoriale apparso su “La Civiltà Cattolica” in merito alla mancata visita del Papa all’Università “La Sapienza” di Roma.

 

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«Come sapete, avevo accolto molto volentieri il cortese invito che mi era stato rivolto a intervenire giovedì scorso [17 gennaio] all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma “La Sapienza”. Conosco bene questo Ateneo, lo stimo e sono affezionato agli studenti che lo frequentano: ogni anno in più occasioni molti di essi vengono a incontrarmi in Vaticano, insieme ai colleghi delle altre Università. Purtroppo, com’è noto, il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia presenza alla cerimonia. Ho soprasseduto mio malgrado, ma ho voluto comunque inviare il testo da me preparato per l’occasione. All’ambiente universitario, che per lunghi anni è stato il mio mondo, mi legano l’amore per la ricerca della verità, per il confronto, per il dialogo franco e rispettoso delle reciproche posizioni. Tutto ciò è anche missione della Chiesa, impegnata a seguire fedelmente Gesù, Maestro di vita, di verità e di amore. Come professore, per così dire, emerito, che ha incontrato tanti studenti nella sua vita, vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere rispettosi delle opinioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene».

Così, nel post-Angelus di domenica 20 gennaio Benedetto XVI si è rivolto alle decine di migliaia di universitari e di pellegrini accorsi in piazza San Pietro per manifestargli solidarietà e affetto a motivo dell’increscioso episodio costituito dalla richiesta di una piccola minoranza di professori (67 sui circa 4.000 docenti dell’Università) e di studenti (lo 0,2% degli oltre 100.000 studenti) affinché il Papa non partecipasse alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università, nonostante l’invito ufficiale rivoltogli dal Rettore; a cui ha fatto seguito la rinuncia del Pontefice a intervenire, non perché ci fossero pericoli per la sua persona, ma perché la visita si preannunciava «inopportuna» per le possibili manifestazioni e i relativi incidenti che l’avrebbero accompagnata, soprattutto fuori dell’Università, come facevano comprendere le dichiarazioni degli «intolleranti» fondamentalisti.

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La notizia ha fatto il giro del mondo, poiché è la prima volta nei 60 anni di vigenza della Costituzione repubblicana che, di fatto, viene «impedito» al Vescovo di Roma di incontrare i fedeli a lui affidati. Sorprendente, poi, in senso negativo — com’è stato notato dalla stragrande maggioranza degli osservatori di ogni tendenza — è il fatto che una tale situazione avvenga e sia tollerata in una Università, luogo per eccellenza dedicato al libero confronto delle idee, al dialogo rispettoso delle contrapposte posizioni e alla ricerca incessante della verità. Proprio perciò il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha subito inviato al Pontefice una lettera nella quale esprime «il suo sincero, vivo rammarico, considerando inammissibili manifestazioni di intolleranza e preannunci offensivi che hanno determinato un clima incompatibile con le ragioni di un libero e sereno confronto».

L’opposizione fondamentalista si è appellata soprattutto alla «laicità» dell’Università, che si opporrebbe alla possibilità di concedere la parola a un esponente ecclesiastico come il Sommo Pontefice. Ma «laico non vuol dire affatto — ha scritto Claudio Magris sul Corriere della Sera del 20 gennaio 2008 —, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e dello Stato. La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo princìpi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura — anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di san Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità».

«Laicità — ha aggiunto Magris — significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili, di non confondere il pensiero e l’autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall’idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte […]) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico».

Benedetto XVI poi, nella parte conclusiva del suo discorso «non letto» all’Università, ricorda (cfr p. 216 di questo quaderno) che il Papa nell’Università «non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solamente donata in libertà. […] è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana».

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Purtroppo riemerge dalle ceneri un «fuocherello» mai sopito in Italia, che ogni giorno sembra ampliarsi: l’anticlericalismo e il laicismo fondamentalista. Scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 18 gennaio scorso: «C’è l’idea che in una democrazia che vuole essere tale la religione debba essere esclusa da qualsiasi spazio pubblico; che esistono orientamenti culturali e ideali — e quelli religiosi sarebbero i primi tra questi — i quali sono radicalmente incompatibili vuoi con la società democratica e con il suo ethos pubblico, vuoi più in generale con una moderna visione del mondo. E che quindi nell’università possa trovare posto e avere corso esclusivamente quello che si autodefinisce compiaciutamente il “libero pensiero”. Idea inquietante che mette inevitabilmente capo a una sorta di obbligatorio laicismo di Stato, di pubblica preferenza sociale accordata all’irreligiosità: tutta roba in cui l’autentica tradizione liberale si è sempre ben guardata dal riconoscersi, ravvisandovi giustamente una più che probabile anticamera del dispotismo».

Anche il direttore di un quotidiano «laico» come Repubblica, Ezio Mauro, ha scritto che l’esito della vicenda della «Sapienza» è un «risultato che sa di censura, di rifiuto del dialogo e del confronto, è inaccettabile per un Paese democratico e per tutti coloro che credono nella libertà delle idee e della loro espressione. È tanto più inaccettabile che avvenga in una Università, anzi nella più importante Università pubblica d’Italia, il luogo della ricerca, del confronto culturale e del sapere, un luogo che di per sé non deve avere barriere né pregiudizi, visto che non predica la Verità ma la scienza e la conoscenza. È come se la Sapienza rinunciasse alla sua missione e ai suoi doveri, chiudendosi in un rifiuto che è insieme un gesto di intolleranza e di paura. […] Ma è ridicolo chiamare in causa la scienza, come se potesse risultare coartata, offesa o limitata dalle parole del Pontefice, che è anche uno dei grandi intellettuali europei della nostra epoca. Ed è improprio e pretestuoso nascondersi dietro a Galileo, come se i torti antichi della Chiesa nel confronto e nello scontro con la scienza si dovessero pagare oggi, proprio sulla porta d’ingresso della Sapienza, senza tener conto del cammino fatto in tanti anni, e delle parole ancora recenti di papa Wojtyáa. […] Non c’è alcun dubbio. Nell’Italia di argilla del 2008, non è nel nome di un’idea forte che si è pensato di vietare al Papa la Sapienza, ma di un’idea malata. Una malattia che ha già fatto due vittime: la libertà di espressione, naturalmente, e la laicità». Infatti l’episodio della «Sapienza» ha squalificato la laicità autentica, facendola apparire intollerante e incapace di dialogare.

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In proposito, non si può tacere una considerazione sulla democrazia in vigore in Italia: una «considerazione inquietante» — è stato detto — giacché la nostra democrazia ha rivelato di non essere in grado di sopportare neppure una piccola frazione di conflitto così ridotta, e si è ceduto agli «intolleranti», che sembrano cantare vittoria, mentre invece la figura del Papa si staglia all’orizzonte con una immagine degna del Pastore, teologo e grande intellettuale. Il pericolo oggi è quello di innalzare steccati, da una parte e dall’altra, anziché liberamente e criticamente confrontarsi.

Ma la strada da percorrere non è quella degli steccati, che vanno sempre abbattuti. L’atteggiamento correttissimo e aperto al dialogo e al confronto con tutti di Benedetto XVI invita a superare «l’incidente» e a riprendere il confronto, esorcizzando ogni tipo di scontro, sia fisico sia intellettuale, per rispondere a quel grande bisogno dell’essere umano costituito dalla necessità di conoscenza e dalla perenne ricerca della Verità.

 

© La Civiltà Cattolica 2008 I 213-216           quaderno 3783

Intervista a Giorgio Israel, professore ordinario a “La Sapienza”

Paolo Centofanti

 

Prof. Israel: Non credo. So che c'è chi ha detto che tutto questo aveva anche come motivazione degli scontri tra gruppi accademici per la rielezione del Rettore. Però francamente non ci credo. Che poi qualcuno possa cavalcare questo, è più che probabile, però, in verità, la mia valutazione è che nel mondo universitario, che è stato sempre tradizionalmente legato all'estrema sinistra, in particolare al partito comunista, la fine dell'ideologia marxista abbia reso molti "orfani", in un certo senso, di questa ideologia. E in qualche modo hanno costruito come una sorta di teologia sostitutiva, come dice George Steiner: lo scientismo e il laicismo più accaniti. Secondo me è questo.

. Direi tre cose. Tra gli studenti, il gruppo che si è opposto è una strettissima minoranza, e questa è la maledizione de “La Sapienza”, cioè il fatto che esista sempre qualche gruppo di scalmanati che riesce a imporre la sua volontà alla stragrande maggioranza degli studenti. Io non credo che tra gli studenti questa posizione sia non dico maggioritaria, ma neanche estesa.

Tra i docenti è diverso. Hanno firmato solo in 67, ma io credo che siano molti di più quelli che invece hanno una posizione di questo tipo. Lo dico positivamente, per conoscenza. Poi ci sono anche moltissimi, che invece la pensano in modo differente. E già so di raccolte di firme, in queste ore. Non c'è dubbio, ecco. Mi riesce difficile stimare le percentuali, non ne ho idea. Però è chiaro che forse si divide metà e metà; però appunto non è una minoranza stretta, non sono i 67, sono di più.

Quindi di fronte a una cosa di questo genere, secondo me è stato giusto non venire e dare anche una una lezione di stile, inviando un discorso che in qualche modo smantella tutti i pretesti che sono stati alla base del rifiuto, dell'opposizione alla venuta del Papa.

Dopo di che, secondo me il cambiamento di questa mentalità può avvenire solo con un processo molto lento, di discussione, in cui si mostri progressivamente che queste posizioni di tipo scientista, laicista, oltranziste, sono delle posizioni di tipo sbagliato. Però, ripeto, per fare andare avanti questi processi ci vuole molto tempo; non è una cosa che si realizza nel giro di giorni, neanche di mesi o di un anno. Ci vuole tempo.

In altri casi ho constatato che c'è un accanimento viscerale che preme su qualsiasi cosa. Ho avuto una discussione proprio poco fa per posta elettronica con un collega. Alla fine si è rivelato sordo a qualsiasi argomento, e non riuscendo a rispondere, mi ha detto semplicemente che il Papa non doveva venire, che deve solo chiedere scusa per il resto della sua vita, e cose di questo tipo. O addirittura scrivendo che solo chi conosce tutti i teoremi della matematica può permettersi di parlare di scienze. Che dire? Penso che ci sia una componente di astio anche estremamente forte in molte persone.

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CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 16 gennaio 2008 (ZENIT.org).

 “La Sapienza” venne fondata da Papa Bonifacio VIII nel 1303.

 “mantenere desta la sensibilità per la verità”.

“invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro”.

Infatti, i cristiani dei primi secoli “hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati”, ma “come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica” e una indagine “sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano”.

 “Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita”.

“Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola”, afferma il Papa

“Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma”, conclude poi.

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Zichichi: Per Papa Benedetto XVI, la ragione è al centro della cultura del nostro tempo. Il suo pensiero su Galileo Galilei è stato mistificato, estrapolando una citazione di Feyerabend (che dichiarava giusta la condanna a Galilei), da un discorso che in realtà mirava a sostenere proprio la tesi opposta. E proprio in Galilei, il Pontefice vede una unione ideale tra scienza e fede.

Giovanni Paolo II: “La scienza ha radici nell’Immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente”.

 

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Ciascuno è libero di giudicare se questo modo di usare la ragione sia corretto o non piuttosto un atto di slealtà: il rischio di piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, è esattamente ciò da cui il Papa avrebbe messo in guardia il corpo docente de La Sapienza, se avesse potuto parlare. Ognuno giudichi chi ha difeso davvero la ragione.

[Ndr: la versione originale del paragrafo in questione di Wikipedia, prima della sua modifica, era la seguente: “Il 15 marzo 1990 Ratinger, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, riprese un'affermazione di Paul Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto»[21], aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica»; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su Galileo, sul cui processo Giovanni Paolo II aveva chiesto ufficialmente scusa per l'errore della Chiesa”; http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Benedetto_XVI].

Adattamento a cura di ZENIT

 

 


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