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DIVORZIATI RISPOSATI E VITA PARROCCHIALE
IL FATTO
Da Vita Pastorale, una rivista prevalentemente dedicata ai sacerdoti, traiamo questa lettera di un parroco:
"Sono parroco di una piccola parrocchia di circa 400 anime. Con la presente vengo a esporre un mio problema pastorale che credo sia problema per molti confratelli parroci. Sebbene siano passati 25 anni dall’esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio, di Giovanni Paolo II, tuttavia essa mantiene tutta la sua attualità, per questo sempre mi riferisco a questo documento nella mia pastorale familiare.Il n. 84 si riferisce ai divorziati risposati. Il Papa insieme a tutti i Padri sinodali raccomanda caldamente ai pastori di tutta la comunità dei fedeli di aiutare i divorziati che hanno contratto un nuovo matrimonio, circondandoli con carità e amore, in modo che non si sentano separati dalla Chiesa. Il Papa continua indicando vari settori in cui i divorziati risposati potrebbero, anzi devono (è loro dovere, dice), offrire il loro contributo nella vita ecclesiale.Parole belle che accetto, ma, nel concreto, quante difficoltà! Secondo la legge dei principi morali ai divorziati risposati non si può concedere la comunione eucaristica e non possono essere ammessi a fare da padrino o madrina al battesimo e alla cresima. Niente vieta però ai divorziati risposati che siano stretti collaboratori del parroco come membri del Consiglio pastorale della parrocchia, o nei consigli parrocchiali (per esempio della Caritas), che servano alla messa, che leggano le letture nelle nostre assemblee, che siano sempre vicino al parroco, che lo accompagnino per la benedizione delle famiglie, insomma che facciano mille altre cose e così offrire il loro contributo nella vita ecclesiale. E da parte del parroco è naturale ci sia un’amicizia vera; e quindi, per mostrare gratitudine per questo aiuto che riceve, che gli faccia visita per l’onomastico o per il compleanno.Però, nei parrocchiani qual è la ripercussione pastorale per simili atteggiamenti-comportamenti? Non si crea la mentalità del permissivismo, come se non importasse nulla se uno è divorziato risposato? Anche per me parroco è difficile mantenere gli equilibri necessari nei confronti di un uomo che mi offre molto aiuto nella parrocchia. Da una parte devo mostrare al divorziato «carità e amore, in modo che non si senta separato dalla Chiesa», dall’altra devo cercare di evitare di creare mentalità permissivistiche nei miei fedeli. Posso avere qualche delucidazione da qualche pastoralista?
p. Nicola Roussos (grecia)
Risponde
padre Giordano Muraro.
Complimenti
per il suo ottimo italiano. Potrebbe essere portato come esempio a molti
italiani che scrivono nella nostra lingua in modo approssimativo. Alla sua
domanda rispondo con le parole stesse dell’attuale Pontefice, quando era
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Nella sua lunga
introduzione al documento
Sulla
pastorale dei divorziati risposati (1998), quando parla del loro inserimento
nelle attività ecclesiali, dice testualmente: «A motivo della loro situazione
obiettiva, i fedeli divorziati risposati non possono esercitare certe
responsabilità ecclesiali» (e cita il CCC 1650). Esemplifica dicendo: «Questo
vale per esempio per l’incarico di padrino». Ma aggiunge: «Anche altri compiti
ecclesiali che presuppongono una testimonianza di vita cristiana particolare non
possono essere affidati ai divorziati che sono risposati civilmente: servizi
liturgici (lettore, ministro straordinario dell’eucaristia), servizi catechetici
(insegnante di religione, catechista per la prima comunione ovvero per la
cresima), partecipazione come membro del Consiglio pastorale diocesano ovvero
parrocchiale [...]. È anche da scongiurare che i fedeli divorziati risposati
fungano da testimoni di nozze, anche se in questa circostanza non vi sono
ragioni intrinseche che lo impediscano» (L.E.V., 1998, p. 16).Familiaris
consortio (ricordate in questa lettera), con le quali i divorziati risposati
vengono invitati a partecipare attivamente alla vita della comunità ecclesiale:
«Siano esortati ad ascoltare la parola di Dio, a frequentare il sacrificio della
messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e
alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli
nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza». C’è un
grande spazio per realizzare tutte queste opere, in particolare per «dare
incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della
giustizia». Spetterà al parroco trovare il modo adatto per fare di questi fedeli
degli ottimi collaboratori nella sua attività pastorali
IL COMMENTO
Penso che le direttive generali servano a far capire il quadro della situazione e che debba essere l'intelligenza del sacerdote a renderle pratiche. Negli anni del mio ministero attivo ho fatto insegnare catechismo ad una divorziata risposata che era coniuge innocente. Conoscevo bene la situazione e non mi sono fermato davanti alle critiche, anzi…ho giustificato la mia scelta presso chi si scandalizzava. La signora è stata accolta bene dalla comunità. La legge salva principi generali, ma va calata nel concreto. "Il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il sabato", diceva il Maestro.
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