Dialogo e confronti______
Dialogo Giancarla-Ausilia sul libro
“L’amore ordinato” – VII conversazione
Ausilia

Cara Giancarla,
forse è il caso di sostituire alla settima conversazione alcuni pezzi di dialogo che stiamo facendo con le nostre mail.
Ecco in sintesi il mio pensiero. Io voglio tentare il dialogo con la chiesa, non perché non mi senta associata al tuo punto di vista su di essa. Lo so che la questione-chiesa ha mille risvolti, a partire dall'esigenza di invocare l'evangelicità, la quale non è un optional. Ma credi proprio che a via di gridare si ottenga qualcosa da un'istituzione che ti può espellere?
Intanto io parlo da un altro versante che spero tu percepisca attraverso la tua sensibilità spirituale: mentre comprendo e faccio mia la voglia di un'inversione di marcia dell'istituzione, io vivo la fede come un grande dono che non sento per nulla intaccato da quel che succede in campo ecclesiale, e questo mi dà una grande forza. La mia azione si ispira ad un grande amore verso una fetta dei "poveri": le donne che, come me, hanno vissuto certo calvario. - . Vorrei confrontarmi con l'istituzione per ottenere nell'immediato che in essa SE NE PARLI direttamente e a viso scoperto, per far presente che
* la rivendicazione dei diritti
conculcati dei soggetti in causa non potrà mai essere risolta per via giuridica
nella società civile e statale, poiché la sede istituzionale che decide è
situata in un altro stato;
* la liberazione dei soggetti passa dall'espulsione dall'alto o dalla richiesta
dal basso di "uscire" dai luoghi istituzionali. Dopo di che c'è la dimenticanza
della loro esistenza, tranne che, nel migliore dei casi, per un interessamento
vago, sporadico, di carattere privato.
* Tenuto conto che, anche se tali
soggetti possono liberarsi interiormente, rimangono condizioni materiali di
primo ordine e condizionamenti morali ed ideologici che rendono difficilissima
una nuova vita. Infatti entra in gioco un nuovo modo di ESSERE, sia in se
stessi sia nella società civile.
Come risolvere tali problemi, se le stesse persone non riescono a ri-crearsi? Se
sono loro a non potersi sottrarre ai condizionamenti, e per reazione o buttano
via il meglio della persona, nel tentativo cancellare il passato, o rimangono
arrabbiate perché non sanno recidere il cordone
ombelicale? D'altra parte perché negare loro la possibilità di utilizzare
carisma, vocazione, sete ministeriale in contesti adeguati? Individualmente si
può fare tutto, ma non si realizza il bene comune; e assieme, ma in forme
improprie, si è ignorati da una chiesa che, anzi, ne trae motivo di
irritazione.
C'è tanto da discutere! Pensa che anche la donna la quale vive serenamente il suo matrimonio col prete, si deve misurare prima o poi con il disagio spirituale del partner. (potrei scrivere in merito tante testimonianza inedite, se servisse e ne avessi la voglia).
* Un ultimo punto, per questa volta: per essere propositivi nel dialogo con la chiesa, potrebbe far presa il porre sul tavolo della discussione, anziché la critica globale, anziché le contumelie o anche i piagnistei più o meno camuffati, un dato di fatto (perché tale vorrei che fosse): un manipolo di persone si danno da fare ad utilizzare il loro ESSERE, così come si è configurato nel percorso vocazionale, costruendo la chiesa dal basso, senza alternative sacramentali e dottrinali, CON IL semplice VIVERE IL VANGELO E IL FARE-CHIESA nello spazio che si ritagliano.
* Mai isolatamente!!! E' qui il nodo da sciogliere, dato che non vogliamo autorizzazioni o assistenti o direttori spirituali o quant'altro; noi chiediamo di far sapere a tutti che ci siamo, e siamo chiesa, senza che l'istituzione ne sia disinformata.
°*°*°*°*°*
So di chiederti quasi l'impossibile nell'invocare una risposta che non spazi a tutto spiano (sai che sarei capace di farlo anch'io!?), che mi assicuri se mi sono spiegata, che mi chieda precisazioni, suggerimenti, modi di comunicare il progetto. Fai quel che puoi. Usa pazienza. Sai bene che il bene da fare quasi sempre non è quello scelto da noi.
Tua Ausilia
*°*°*°
Giancarla

Cara Ausilia,
non mi dispiacerebbe mantenere il carattere delle nostre conversazioni, anche
perché non c’è una così grande distanza tra noi. Infatti, le ragioni della fede
e dell'appartenenza alla "chiesa dei piccoli" ci resta comune. Inoltre, non
viene certo meno il mio interesse - proprio per le ragioni di fede e di
appartenenza – alle esigenze di quella parte della chiesa che più subisce il
peso di un'autorità poco evangelica. Con il libro - con il quale è incominciata
la nostra amicizia - l'ho, credo, dimostrato.
La differenza, a mio avviso, non è altro che differenza di compiti e di giudizi.
Tu sei severa con la gerarchia, che non comprende, ma cerchi di far capire un
ascolto reciproco con uno sforzo di carità di cui io non mi sento partecipe: una
differenza di comportamento in qualche modo
complementare al tuo.
D'altra parte, quando mi è capitato di entrare in Parlamento (erano i tempi del
"compromesso storico", se anche tu ricordi) e gli eletti di sinistra erano più o
meno scomunicati, io stavo già fuori dalle mura. Tanto per confermarti che siamo
più vicine di quanto tu non creda, allora volli misurarmi con il cardinale Poma,
arcivescovo della mia città e presidente della Conferenza episcopale italiana.
Si era espresso in termini ambigui sui candidati di provenienza cattolica nelle
liste della sinistra e io gli chiesi che cosa realmente intendesse dire. Dovetti
insistere per una risposta (profilai l'idea di rendere pubblica la lettera
indirizzatagli menzionando la sua mancata risposta): mi pervenne una sua lettera
con molti giri di parole sulla "incompossibilità" della partecipazione
eucaristica. Replicai che gli scritti dottrinali non erano la forma migliore di
relazione e proposi un confronto alla luce di una Parola che valeva più delle
nostre. Non raccontai allora quasi a nessuno il lungo incontro che ebbi con Poma
- nel frattempo ero già parlamentare - eneppure la delusione che ne trassi:
ignorava qualunque argomentazione che uscisse dai binari tradizionali, faceva
come se non fossero esistiti
cattolici progressisti anche prima del fascismo, l'Opera dei congressi, Miglioli,
Balbo, Mazzolari; mi depresse non il fatto che lui esercitasse la sua autorità
("lei non può fare la comunione"), quanto che fossero chiuse per lui tutte le
porte non dico della voglia di capire il prossimo, ma
della curiosità culturale per la vita e le idee che abitano la società.
Per quello che mi riguarda non incontrai gravi problemi: non sono stata educata
a delegare la coscienza e del senso dell'eucaristia mi sento responsabile
personalmente. Tuttavia, anche se, poi, gli mandai qualche mio intervento,
sapevo che l'unica sua reazione sarebbe stata la
perplessità per cose in qualche modo intriganti, ma fuori dalla sua
comprensione. Pensa che -non ho testimoni, ma ti assicuro che non me lo invento
- ha sostenuto che, essendo io ormai un'autorità, avrebbe "ubbidito" anche a me
- era la risposta a una mia obiezione sulla scarsa
sofferenza che, invece, a suo dire, durante il fascismo gli ecclesiastici
avevano subito - come anche durante il ventennio si doveva rispettare il governo
civile. Pensa ancora che oggi hanno consegnato- con gran pompa in Vaticano -
nelle mani di un pluridivorziato come Sarcozy un'onorificenza lateranense, senza
spedirgliela a casa con tutto il riguardo diplomatico.
Cattolici osservanti quelli del "family day"?
Ci sono, per contrasto, le esperienze di donne e di uomini che, per altri,
umanissimi, problemi hanno "disubbidito". Mi viene in mente mons. Podestà, un
vescovo argentino che conobbi a Buenos Aires: quest'uomo si era innamorato, non
più giovanissimo, con molta serietà e fortunatamente ricambiato, di una
malmaritata ricorsa a lui per aiuto contro le angherie
che subiva. Venne con la sua compagna più volte a perorare la propria causa in
Vaticano, con ostinazione e dignità; ma non ci fu nulla da fare, nonostante
fosse amico di molti e da molti stimato (e certo lo invidiarono). Lo rividi dopo
qualche anno, contento con la sua donna, senza
rancori ma anche senza illusioni: la fede stava in salute insieme all'amore, ma
l'amore non abitava la chiesa di Roma.
Aspetto la terza enciclica di Benedetto XVI, che sarà sulla fede, per una
conferma della mia convinzione attuale: è proprio sulla fede che "questa"
autorità divide i credenti. Già se n'è avuto prova nelle argomentazioni
sull'amore e sulla speranza. Molti credenti hanno dubbi che le virtù
teologali si definiscano così, i vescovi lo sanno e qualcuno non è in grande
accordo con il papa, ma tutti tacciono per "obbedienza", obbligo che non
dovrebbe andare alla curia, ma al Vangelo. Il vescovo Bregantini, difensore
della Locride contro la mafia, è stato trasferito a Campobasso. A Campobasso. Ha
obbedito, si suppone liberamente e, si suppone, in sofferenza. E se avesse detto
di no? Se fosse rimasto a fare il parroco? C'è paralisi. Senza gli atei devoti
che aiutano Ruini a portare i cattolici italiani a destra, si sentirebbe il
vuoto di idee che circola dietro la voluta destrutturazione del Concilio
Vaticano II. La chiesa di Roma ha paura del futuro. Potrebbe mai rispondere ad
appelli innovativi, rivolti al futuro, che salgono dalla base?
Quando dico "fuori dalle mura" non intendo dire che io "mi sento" fuori: seguire
l'autorità che crea il muro o Gesù Cristo che dona la libertà? Se "cattolico"
significa "universale", non è contraddittorio creare il dentro e il fuori, a
meno di non credere ad un'universalità di potere?
In realtà è proprio questo quello che penso: che si voglia tornare al "regime di
cristianità" per mantenere potere e controllo, cose impensabili nel nostro tempo
e che possono intaccare lo stesso messaggio senza il quale la religione non
avrebbe senso.
Fin qui ti ho parlato come credente. Ma il mio mestiere è fare politica. Questa
Chiesa sta facendo politica nel modo più invadente, senza rispetto delle norme
concordatarie stabilite fra i due Stati. Il "family day", la "difesa della vita"
con la condanna della salma di Welby a non entrare in
chiesa, l'accusa del Papa al degrado di Roma per contraddirsi due giorni dopo,
il sostegno a Casini e tutti gli altri episodi di questi mesi hanno solo fine
elettorale, valido solo in Italia e in Spagna, paesi che vanno ad elezione,
mentre l'aborto ha, in Europa, leggi civili in tutti i paesi. Il
sodalizio Ruini/Ferrara privilegia embrioni e feti prima delle donne, che, a
loro giudizio, abortiscono per loro perversione e senza che nessuno tenti di
evangelizzare i maschi compromessi per irresponsabilità in ogni gravidanza non
voluta dalla donna. Vuoi che "questi" pensino a liberare i preti dal celibato?
Io impiego volentieri il mio tempo a corrispondere con
te, non con Ruini o Betori o Caffarra.
Purtroppo, il cambiamento verrà con la diminuzione del numero dei preti e lo
svuotamento delle parrocchie. E, quando se ne accorgeranno, con l'intervento
dell'Onu che sancisca che il celibato obbligatorio viola i diritti umani della
persona.
Giancarla
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