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Come parleremo di Dio

 

 

 

            Parlare di dio in un contesto religioso diventa questione veramente difficile, poiché non ci si trova di fronte a persone che hanno desiderio di conoscere, quanto piuttosto a persone che presumono di sapere. È questa presunzione di sapere, codificata attraverso l'ascolto distratto e generalizzato di dottrine, spesso senza una reale analisi critica, nasconde o da motivo di nascondere la propria ignoranza, poiché ciò che prevale è comunque la presunzione di sapere.

            Ma riguardo a dio non c'è “sapere”, ma c'è la dimensione profonda del “conoscere”. Il termine conoscere biblicamente ha una profondità enorme, implica la dimensione di una profondità e di una intimità che confluisce in una unione reale, carnale; è lo stesso termine che indica il momento in cui due persone raggiungono l'apice della loro piena comunione, cioè il punto in cui si mette pienamente se stessi in comunione dandosi l'uno all'altra, creando uno scambio in cui nessuno pretende di prendere ma entrambe si offre in una libertà sconfinata, dove l'unica cosa che prevale è il raggiungimento di una profonda condivisione delle proprie alterità che si compenetrano e si confondo senza mischiarsi, rimanendo distinte, ma trovando in questo la follia e l'esaltazione del pienamente sentirsi.

            La conoscenza biblica, la conoscenza di dio è la conoscenza che crea una dimensione di profonda comunione. Questa è la conoscenza e non il sapere. Si, perché la conoscenza si apre solo nel momento in cui si ha piena consapevolezza della propria ignoranza, quindi il desiderio di conoscere, il cercare fino a che si è in tempo.

            Parlare di dio in una società religiosa impedisce questo, impedisce che si possa comunicare la comunione, che la si possa rappresentare, che possa essere condivisa senza il pregiudizio e l'esclusione data da un conosciuto, da un saputo, da un codificato. La società religiosa ha già il proprio concetto di dio, ne produce quantità enormi, espressione del proprio pensiero e desiderio, espressione del sé isolato e distaccato; del sé che ha perso il senso della relazione. La società religiosa è la società che “già” possiede, per tanto non si fa possedere da quell'incontro e quella comunione sempre nuova, sempre sorprendente, sempre in un continuo rinnovamento che, richiamandosi al vissuto, lo rende nuovo e rinnovato. La società religiosa ha già tutto schematizzato, codificato, definito, rinchiuso all'interno di un pensiero morto, incapace dell'incontro con l'altro da sé, incapace del confronto sempre nuovo di un nuovo presentarsi e nuovamente farsi conoscere. La religione non può accettare che le cose mutino, né verrebbe a cadere il suo presupposto ed il suo fondamento. La società religiosa rifiuta o si àncora a queste “verità” e non le vuole rinnovare, perché implicherebbe dover nuovamente ricostruire, appunto, conoscere.

            Ed allora parlare oggi di dio è come parlare ad un popolo che è figlio di deportati, che ha perso la memoria, che ha codificato il passato ed è codificato nel presente. Ha costruito case, piantato alberi, dato in moglie e sposato; ma ha perso memoria e rifiuta di ritrovarla, di rinnovarla, di riviverla. E come si può parlare di dio in questo contesto? Come lo si potrà comunicare?
 

 

 


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