Lettera di Carlo Vaj a Famiglia Cristiana
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Gent.mo e rev.mo Direttore, Chi pensava che il tema dei preti sposati fosse ormai merce deteriorata e non più appetibile sul mercato mediatico, deve ricredersi ogni volta che nuovi casi attirano l’attenzione dei cronisti e dei lettori. Sono alcuni risvolti particolarmente piccanti a far emergere questi eventi, come punta dell’iceberg sulla massa degli esodi che ogni anno si verificano tra le file del clero cattolico. (Pochi giorni fa sentivo il celebrante dire durante l’omelia che l’età dei preti nella sua piccola diocesi era di 72 anni e che l’emorragia si preannunciava inarrestabile) Ciononostante, a Famiglia Cristiana ogni nuova partenza provoca un grido di dolore , soprattutto quando ne sono pieni giornali e TV, come nel caso di don Sante Sguotti, il prete veronese che è uscito sbattendo la porta e gridando tutta sua rabbia, per il maltrattamento di cui si credeva vittima. Tralascio di commentare il caso specifico che non conosco nei particolari né giudico il modo scelto dal prete per annunciare la sua scelta, per soffermarmi su come il settimanale cattolico affronta l’argomento. E lo fa nel peggiore dei modi già fin dall’impostazione, affidando a una Marisa M. ne La posta dei lettori una lettera che non è richiesta di parere al Direttore, ma un commento vero e proprio al fatto. La risposta del Padre è talmente simile nella forma e nel contenuto alla lettera da far nascere il sospetto che si tratti della stessa persona scrivente. Del resto, che bisogno v’era di nascondere sotto l’anonimato il mittente ? Prenderò, quindi, in pari considerazione entrambi gli scritti, commentandone gli aspetti per me contradditori e paradossali. Si dice: Certe scelte non andrebbero esibite in televisione. Si rischierebbe, altrimenti, di banalizzare un sincero travaglio interiore e confondere quelle persone semplici, che reagiscono spesso d’istinto, mosse da affetto e simpatia per il proprio prete. Sono proprio le stesse ragioni, ma per motivi opposti, quelle che si adducono per non dare in pasto al pubblico i gravi scandali di cui certi preti, quelli sì davvero disgustanti, si sono macchiati. Occorreva che la vergogna dei preti pedofili diventasse valanga per accettare che se ne parlasse alla televisione di stato. Commentando dal pulpito uno di questi fatti, il mio parroco concludeva: Non dovete parlarne tra di voi. Io chiamo questo modo di agire totemico. Totem è il capo della tribù primigenia, il grande capo, il padre-padrone Il potere totemico è perlopiù maschile e si esercita più facilmente sulla donna. E una donna, non sarà sfuggito a nessuno, è la persona, vera o fittizia, che scrive a Famiglia Cristiana. E ancora, Le suore che svestono il velo sono ben più numerose dei loro confratelli che lasciano, ma chi ne parla? Quale presentatore o – ahimè – presentatrice ha il coraggio d’invitarla ad un forum televisivo? Davvero, se Totem è macho, Tabòò è donna ( nel senso che ne è dapprima vittima e poi portatrice sana) . Curiosa davvero è la difesa dei ‘semplici’. E’ vero, Gesù ha affermato: Guai a chi scandalizza uno di questi semplici, con quel che segue. Eppure sono proprio i semplici ad approvare l’amore di don Sguotti. Felici di vedere il loro prete innamorato alla luce del sole, piuttosto che invischiato in ambigue situazioni parafamiliari. Questo è il sentire comune della gente che crede. E’ vero: forse, ammetteranno che un prete sposato avrà minor tempo per i suoi fedeli, ma la qualità dei contatti sarà eccellente, come la donna realizzata nel lavoro offrirà ai suoi figli sì minor tempo, ma anche entusiasmo anziché frustrazione. Sono argomenti così vecchi da apparire datati, ma, poiché sono anche comprovati, sarà bene ricordarli. La semplice comunicazione di don Sante ai fedeli e la semplice accettazione da parte di questi ultimi non è proprio stata un dramma, come afferma l’anonima lettrice. Lo è bensì per la chiesa che marchia come tradimento la scelta dei preti che lasciano – Giuda li chiamò Paolo VI- Fortunatamente e anche grazie alla vigilanza delle leggi civili, la conseguenza della scomunica non è più il rogo, ma il diktat punitivo di totem si abbatte ancora sul fedifrago: fino al concordato Craxi-Casaroli (1984) al prete laicizzato era proibito accedere ad incarichi pubblici, come l’insegnamento ( in altre parole, era la condanna a morte per fame) anche se per la gentile signora Marisa La chiesa per loro è, sempre e comunque, Madre benevola e accogliente. E’ ancora il semplice e comune sentire del popolo di Dio a scorgere un nesso strettissimo fra certe patologie sessuali, come la pedofilia, e l’educazione al celibato. Tutti i sessuologi sono concordi: la potente energia erotica, compressa e impedita, è destinata a provocare disastri psichici e anche organici irreparabili. Non si nega, peraltro, l’esistenza di vocazioni particolari alla vita celibe, ed è tra queste persone mature che la chiesa dovrebbe scegliere i suoi preti. La chiesa non obbliga nessuno a diventare prete. Parole sacrosante che, però, non considerano a quali pressioni venivano sottoposte un tempo i giovani seminaristi. Ora, che tali pressioni si sono allentate, i seminari si sono svuotati: i pochi alunni rimasti fanno sembrare questi studentati a delle cliniche- come onestamente chiamava un vescovo il suo seminario. E, sempre a proposito di maturità, è curioso che la chiesa consideri immaturo e non conceda la dispensa dal celibato a chi non ha raggiunto i quarant’anni e poi ordini preti a venticinque. Quasi che una vita inconsueta ed esclusiva come quella clericale esiga minor responsabilità di quella richiesta per la via comune della vita di coppia! Anche a me certe esibizioni picaresche dei preti innamorati un po’ di fastidio lo danno, ma non mi sento ferito come la signora Marisa. Mi chiedo, peraltro, quale sentimento spinga questi preti a urlare tutta la loro rabbia. Indubbiamente il non essere ascoltati nella sede per loro propria, la comunità ecclesiale. . Già a partire dal Concilio, il tema celibato è stato avocato a sé dalla Suprema Autorità, e ogni volta che qualche conferenza episcopale ha accennato a discuterne, è stata prontamente zittita. Si preferisce accettare situazioni di compromesso piuttosto che affrontare il nocciolo del problema. Un prete reduce dall’America latina mi illustrava la situazione del clero locale: preti con quattro o cinque parrocchie tra loro distanti , in ognuna della quali c’è una famiglia del parroco! Si può ammettere che il prete non è un impiegato come un altro, ma neppure la chiesa dovrebbe considerarsi un’azienda che taglia i ponti con il dipendente che passa alla concorrenza o, peggio lo punisce con la scomunica (per chi si sposa civilmente) creando, stavolta sì, un vero dramma alle famiglie coinvolte. Se Famiglia Cristiana vuole essere fedele alla sua denominazione, può aprire sull’argomento un dibattito in famiglia ( dove, si dice, vengono lavati i panni sporchi) chiaramente in una forma cristiana, caratterizzata, cioè, dalla verità e dalla carità. Un primo passo potrebbe essere la pubblicazione integrale di questa lettera che a questi due principi ha cercato di uniformarsi. Cordiali saluti Carlo Vaj
Interessante la lettera di Carlo Vaj. Mauro Borghesi
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