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La lapidazione dell’adultera

 

 

 

Gv 8,1-11

 

Il brano riportato all’inizio dell’ottavo capitolo del vangelo di Giovanni racconta di una donna presentata a Gesù, colta in flagrante adulterio. La Legge ebraica è molto dura in caso di adulterio:

“Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l'uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele” (Deuteronomio 22,22).

Si potrebbe notare subito che viene portata a Gesù solo la donna, e non anche l’uomo coinvolto nell’adulterio. Si potrebbe notare pure che tale Legge non era affatto presa alla lettera ai tempi di Gesù, tant’è vero che lui stesso avrebbe dovuto essere lapidato ben prima dell’adultera per i peccati di bestemmia (Levitico 24,14) e violazione del sabato (Numeri 15,32-36). Si potrebbe notare infine che la lapidazione è proibita nel Tempio (Numeri 15,36) e bisognerebbe condurre il condannato fuori dalle mura della città. Lasciamo però stare queste contraddizioni, che già mostrano quanto la scena sia costruita artificiosamente per mettere alla prova Gesù, ed addentriamoci ad un livello più profondo.

 

Il fatto

Scribi e farisei stanno cercando il modo di eliminare Gesù. Già diverse volte avevano provato ad arrestarlo “ma nessuno gli mise le mani addosso” (Giovanni 7,44). Le stesse guardie mandate per acciuffarlo rimangono colpite favorevolmente dai suoi insegnamenti. Occorre allora un fatto lampante, di evidente contraddizione con la Legge di Mosè, per rimuovere tutte le paure ed arrestarlo.

Arrivano dunque questi uomini con la poveretta da giustiziare, la pongono al centro e lanciano la loro sfida: “Tu che ne dici?” Gesù scrive col dito per terra, essi allora insistono per avere una risposta, e se è vero che parla tanto “liberamente” come si dice (Giovanni 7,26) non avrà problemi a pronunziarsi di fronte al loro caso. Egli allora alza il capo e pronuncia la famosa frase: “Chi di voi è senza peccato…”. Poi riprende a scrivere per terra; passano alcuni secondi in silenzio, gli accusatori si guardano in faccia, non sanno che fare. Alcuni dei più anziani cominciano ad andarsene, forse hanno ricordato di avere sulla coscienza qualche macchia che a suo tempo non ha incontrato alcuna lapidazione, …i giovani seguono i loro passi. Rimangono solo Gesù e la donna. Allora, senza più quel frastuono attorno, Gesù le si avvicina e le fa coraggio, perché nessuno l’ha condannata e neppure lui lo farà[1].

 

Il contesto

Non è possibile soffermarsi su ogni particolare, ma si può osservare come tutto acquisti un senso preciso alla luce di cosa l’evangelista ci vuole comunicare, con un brano che ha trasmesso solo lui e che addirittura non è presente nelle versioni più antiche dello stesso vangelo[2].

Lasciamo agli esperti le questioni ermeneutiche e linguistiche e facciamo una breve panoramica sul vangelo di Giovanni per meglio contestualizzare il brano.

A ben guardare si tratta di una lotta di potere. Anzi il problema è doppio: da una parte c’è la questione sul “chi” può interpretare le Scritture, e se in particolare Gesù può farlo; dall’altra vi è in gioco l’immagine stessa di Dio, che se perdona così largamente, rischia di passare per un Dio debole.

I farisei su entrambe le questioni non sono disposti a fare passi indietro: non accettano di rilasciare a Gesù quei diritti d’interpretazione che storicamente spettano a loro. Intravedono poi, nelle valutazioni di Gesù, il pericolo di un travisamento dell’immagine di Dio, tramandato a loro come ben più severo di quanto non dica questo nuovo personaggio. Gesù d’altra parte si pone su un piano superiore, dicendo di essere il Messia. E’ seguito dalle folle, e non è facile eliminarlo senza ritorsioni da parte del popolo.

Mentre però i farisei temono di perdere il loro prestigio e la loro rispettabilità, Gesù non è interessato a far loro concorrenza sul ruolo che rivestono.

Egli non dice semplicemente “siete peccatori anche voi come lei, quindi non potete giudicarla”. Ma di più: “ricordate, siete esseri limitati. Non comportatevi come se foste onnipotenti”. Anzi la rigidità di giudizio, per Gesù, è proprio sintomatica del bisogno di mascherare il proprio limite, mentre chi è veramente autorevole, e non ha nulla da nascondere, può permettersi di perdonare.

E questo è un messaggio che ricorre spesso nel vangelo di Giovanni, il quale ama contrapporre immagini forti, emblematiche[3], proprio per dire che nel momento in cui accettiamo di guardare in faccia il nostro buio, la nostra fame, la nostra sete, la nostra schiavitù, il nostro tradimento, la nostra morte, in quel momento accettiamo il nostro limite.

 

Il senso del limite

Il senso del limite, ecco cosa manca all’uomo. Adamo ed Eva nell’Eden non si accontentarono di avere tutto, vollero farsi come Dio istigati in questo desiderio dal serpente, e questo è quel “peccato originale” per il quale Gesù ci riscatta.

Adamo ed Eva sperimentarono l’amaro limite di ogni cosa. Furono mandati fuori dal giardino, scoprirono di essere nudi e da quel momento fecero la terribile esperienza che nulla è per sempre, nulla è infinito, tutto inizia e finisce. Ed ogni volta che l’uomo prova a superare questi limiti torna a sbattere con sempre maggiore violenza in quelle barriere che non sono superabili perché fanno parte della sua natura.

All’interno della storia della salvezza ecco che però scopriamo che Dio stesso interviene nuovamente, attraverso Gesù Cristo per rappacificare l’uomo con i suoi limiti.

L’immagine di Gesù “luce degli uomini”, richiamata nel prologo del vangelo è particolarmente efficace in quanto nella nostra esperienza sensibile è tipico del buio la perdita dei punti di riferimento. Nell’oscurità non sappiamo dove inizia e dove finisce una strada, una porta, la persona che ci sta a fianco, ma nella luce ogni cosa ritrova il suo limite, il suo confine. Diventa “chiaro” il suo principio e la sua fine, e dentro quei confini chiari hanno luogo le nostre scelte. La luce della fede, dunque, rende l’uomo cosciente dei propri limiti.

 

La parabola dell’America

L’uomo è un essere in bilico tra un irresistibile bisogno di libertà e la dura constatazione che non può far tutto. Ha un limite, e la stessa terra, l’aria, l’acqua, hanno un limite. Il rifiuto del limite è rifiuto della realtà, ma anche rifiuto di Dio, perché se io non ho limiti, io sono come Dio, non c’è posto per Lui come Essere diverso da me, la sua presenza diventa ingombrante.

La storia del popolo americano è a mio parere molto eloquente, oltre che attuale, a riguardo.

Un gruppo numeroso di giovani europei, stanchi e stretti nel loro vecchio continente si ritrovano all’improvviso in un territorio apparentemente sconfinato, enorme, “libero”. E’ il fatidico far west. E proprio dal loro arrivo ha origine l’idea che libertà significa diritto di conquistare quelle terre, di cavalcarci sopra andando sempre oltre, ed oltre ancora, incuranti dei fragili impedimenti che possono rallentare il loro passaggio, qualche fiume, qualche mandria di bisonti, qualche accampamento di indigeni. Una terra così bella, un possedimento così attraente che non basta mai, ne vogliono sempre di più e non la vogliono dividere con nessuno. Meglio scrollarsi di dosso la pesante morale dei propri genitori, via gli “stranieri” che ci hanno condotto qui ed ecco bella e pronta una Dichiarazione di Indipendenza, con parole stupende sulla libertà ed i diritti degli americani; parole che neri e rossi, con i segni della frusta ancora freschi sulle spalle, non riescono a capire.

Poi succede ciò che era prevedibile sin dall’inizio: il gruppo di partenza è sempre più numeroso ed il vasto far west diventa sempre più stretto, sempre più vicino, la terra da conquistare è finita, oltre si scagliano solo le alte onde del pacifico. Ecco allora che finito di conquistare in lungo e largo si guarda in alto e nascono i grattaceli più alti e fitti del mondo. Ma ancora non basta e se non vi è più spazio disponibile bisogna cominciare a prendere in seria considerazione l’ipotesi che se questa società senza limiti è così felice e riuscita, di certo è giusto esportarla, donarla anche a tutti gli altri popoli meno civili e progrediti. Ed ecco che in nome della libertà americana il popolo senza limiti comincia a liberare alcune nazioni dai loro capi, dai loro eserciti e dalla loro retrograda cultura. Ecco le guerre per liberare i paesi dal comunismo, dal terrorismo, ecco infine, le guerre “preventive”.

Non si tratta, questo, di un risentimento particolarmente euforico nei confronti degli Stati Uniti, essi stanno facendo quello che forse anche altri avrebbero fatto al loro posto. Si tratta invece di comprendere come negli ultimi secoli questo paese “nostro”, in fondo fatto da europei trapiantati su una terra appena scoperta, sia diventato simbolicamente la perfetta immagine dell’uomo ateo, o meglio dell’uomo che crede sé stesso un Dio, e non accetta limiti, perché la sua libertà è sacrosanta e allo stesso tempo mai sazia, sempre avida di nuove soddisfazioni. La mancanza del senso del peccato è strettamente connessa alla mancanza di limiti, proprio per questo Gesù dice ai lapidatori: “Chi di voi è senza peccato lanci la prima pietra”.

La parabola della conquista del west non è un qualcosa che riguarda unicamente il passato. Nuovi “continenti” oggi vengono scoperti ed il rischio di ripetere lo stesso processo di devastazione selvaggia è più che reale. Pensiamo alla conquista dello spazio, sempre più vicina, a quanti rottami abbiamo già messo in orbita attorno alla terra lasciando andare alla deriva mezzi che non ci servono più. Pensiamo all’indiscriminato mercato delle automobili, senza il minimo progetto su come contenerne l’impatto ambientale sia in termini di spazio che di inquinamento. O ai rifiuti tossici, intanto li facciamo, poi vedremo… Pensiamo ancora allo sviluppo incontrollato della telefonia mobile con relativo aumento di onde magnetiche che ci frullano ogni giorno nel cervello, e nessuno che si azzardi a mettere dei paletti. Ma soprattutto, e questo è ciò che a me spaventa di più, pensiamo al grande continente, appena scoperto, della genetica umana. Clonazione, tessuti umani, correzione del patrimonio genetico, banca del seme, feti congelati… possiamo fare tutto quello che vogliamo e paradossalmente accanto al senso di vertigine che questo nudo far west ci provoca, abbiamo l’impressione di essere sempre più predeterminati, incasellati, seguiti e monitorati passo a passo, nei gesti quotidiani, dalla spesa al supermercato ai messaggi sul cellulare. Possiamo fare tutto, ma è come se qualcuno fosse arrivato nella sala dei bottoni prima di noi, ed in nome del suo diritto di essere libero condizionasse ogni nostro movimento.

Ecco perché sono importanti i limiti, ecco, per tornare al vangelo, perché quegli uomini non devono arrogarsi il diritto di lapidare la donna, perché vi è un limite di fronte alla vita e superarlo significa alla fine lapidare sé stessi.

 

La leggenda del pianista sull’oceano

A questo proposito ritengo utile aprire una parentesi per presentare un testo straordinario. E’ tratto dal film “La leggenda del pianista sull’oceano”, di Giuseppe Tornatore. Ecco in sintesi la storia.

Un neonato viene trovato su un transatlantico enorme da un macchinista di colore, nel gennaio del 1900. Il bambino cresce a bordo della nave, insieme al padre putativo, senza scendere mai a terra ed imparando già in tenera età a suonare il pianoforte, grazie al quale con il tempo si mantiene durante le traversate piene di emigranti e diventa pure famoso per le sue doti straordinarie. Arriva il momento in cui Novecento, così si chiama l’artista, decide di chiudere con quell’avanti ed indietro sull’oceano Atlantico, per scendere a New York e farsi una famiglia. Per tutto l’equipaggio della nave si tratta di un evento, perché Novecento è nato e cresciuto su quella nave, senza mai scendere. Ma accade che quando egli arriva a metà della scaletta di sbarco, si ferma, si guarda attorno, e dopo qualche attimo di esitazione ritorna sui suoi passi senza dare spiegazioni a nessuno.

Poi, molti anni dopo, viene decretato lo smantellamento della nave, ormai vecchia ed inadeguata all’uso, ma Novecento pur sapendo che essa addirittura verrà minata e fatta esplodere, non scende e si nasconde al suo interno facendo perdere le proprie tracce. Solo alla fine del film, un amico trombettista di nome Max, voce portante di tutto il film, fa un tentativo disperato per cercare Novecento e convincerlo a scendere prima dell’esplosione. Quando lo trova, Novecento gli spiega il motivo della sua scelta, con parole di rara bellezza, che a mio parere ben si inserisce nel discorso sui “limiti”:

Era tutto molto bello su quella scaletta ed io ero grande con quel cappotto, facevo il mio bel figurone e non avevo dubbi che sarei sceso. Non c’era problema.

Non è quello che vidi che mi fermò, Max. E’ quello che non vidi. Puoi capirlo? Quello che non vidi. In quella sterminata città c’era tutto tranne una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Tu pensa un pianoforte: i tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro;  tu sei infinito e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace ed in questo posso vivere. Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai – perché questa è la verità, che non finiscono mai – quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Sei seduto sul seggiolino sbagliato, quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo! Ma le vedevi le strade? Anche solamente le strade, ce ne erano a migliaia. Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna, una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire?

Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è. Ma non avete paura voi a finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità? Solo a pensarla, a viverla!

Io ci sono nato su questa nave. Vedi, anche di qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che potevano stare su una nave, tra una prua ed una poppa. Sognavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato a vivere in questo modo.

La terra è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare.

Non scenderò dalla nave, al massimo posso scendere dalla mia vita, in fin dei conti è come se non fossi mai nato. Sei tu l’eccezione, Max. Solo tu sai che sono qui. Sei una minoranza, non ti resta che adeguarti. Perdonami amico mio, ma io non scenderò.

 

E’ un testo molto bello (bisogna però vedere il film), Novecento è un uomo cresciuto su una nave con un chiaro senso del suo limite e del limite di tutti gli uomini, e non riesce a “scendere” in un mondo dipinto d’infinito, senza limiti di possibilità, di divertimento, di consumo. E’ un pianista che non accetta di giocare a fare la parte di Dio, e più dei suoi 88 tasti non vuole, perché in quelli c’è già abbastanza musica per lui.

Non so se è esagerato, ma questo messaggio, in qualche modo, mi pare simile a quello trovato nel vangelo. Quegli uomini con le pietre in mano, accusano Gesù di essersi posto al di sopra di loro, di aver limitato il loro compito, la loro responsabilità. Vogliono rimetterlo al suo posto, ma è lui che ridimensiona loro.

Scoprire il proprio limite significa scoprirsi creati, parte di una realtà molto più grande di noi. Essere piccoli è il presupposto per essere credenti, per amare il creatore, per stupirsi di come l’Infinito possa andare ad abitare in una simile piccolezza. Conoscere la propria piccolezza è il presupposto per la collaborazione, per l’ascolto, per l’apertura all’altro.

Gli uomini eleggono tra loro i più capaci e meritevoli per governare i propri paesi. In alcuni casi sono i più forti che si impongono con la violenza. Non sono questi i criteri con cui Gesù chiede di governare la chiesa. Non chi ha più fede in Dio, non chi fa miracoli, non chi ha qualche dote in particolare starà al governo, ma colui in cui Gesù stesso porrà la sua fiducia. Per questo il peccato personale di vescovi e cardinali non deve affatto scandalizzare i cristiani, anzi è segno di genuinità: sono persone come noi, scelte non per qualche dote morale o spirituale, ma solo perché a Lui andava di scegliere quella persona lì. Per questo la chiesa non deve vergognarsi dei suoi limiti che sono la garanzia di percorrere la strada scelta da Gesù quando ha proclamato Pietro capo dei discepoli; e allo stesso tempo non deve essere avara di perdono, perché se vi è perdono vi è incontro con Dio, ed il mio limite diventa il luogo dell’incontro con Dio. Egli sa che siamo vasi di creta, e ciononostante in quei vasi ha deposto un tesoro prezioso (2 Cor. 4,7).

Questo, a ben pensarci, è ciò che accade anche alla donna che si salva dalla lapidazione. Gesù la avvicina senza che lei abbia ancora pronunciato una parola.

“Nessuno ti ha condannata?”

“Nessuno, Signore”

“Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” Giovanni 8,10-11

Lei non ha mai detto di aver fede in lui, e non dice neppure che farà quanto Gesù ora le ha chiesto. Al centro di questo dialogo c’è la fede che Gesù ha in questa donna, pur conoscendo il suo peccato.

 

Siamo tutti come quella donna, là nel mezzo del Tempio, svergognata davanti a Dio e agli uomini, salvata solo dall’intervento di Gesù. Possiamo scegliere se fuggire altrove, per ricominciare una vita di stenti, oppure dare eco al valore che quell’uomo ci ha condonato. Nella nostra finitezza comprendiamo l’urgenza di sollevarci dalla polvere, scuoterci da una vita melensa e affrontare le giornate in piedi, sorretti dalla mano di Colui che crede nelle nostre capacità.


 

[1]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” Giovanni 3,17

[2] Già questo fatto è piuttosto significativo, infatti secondo Reinsenfeld,  questo brano, pur essendo antico, viene omesso nelle prime versioni per il fatto che mostra un Gesù eccessivamente misericordioso e poco prudente nel rapporto con le donne. (Brown, Giovanni, pag. 435)

[3] Vedi ad esempio le seguenti contrapposizioni:

·         le tenebre, alla luce (cfr Gv. 1,7-9; Gv. 9, il cieco nato),

  • la fame, alla sazietà (Gv. 6, moltiplicazione dei pani e discorso sul “pane vivo”),
  • la sete, all’acqua (Gv. 4, la samaritana; Gv. 7,37-38),
  • la schiavitù, alla libertà (Gv. 8,31-59 discorso su Abramo),
  • il mercenario, al buon pastore (Gv. 10,1-18),
  • la morte, alla vita (Gv. 11,1-44 resurrezione di Lazzaro),

 


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