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Il Dio dei paradossi

 

 

 

 

Cercando di sintetizzare i punti salienti della mia comprensione del Vangelo mi sono accorto che tutti rimandano ad una immagine di Dio che con una parola definirei “paradossale”.

Il paradosso è unaaffermazione, opinione che, nonostante sia contrastante con l’esperienza comune, si dimostra di fatto fondata” (Dizionario della Lingua Italiana De Mauro). La parola dal greco significa: para= contro; e doxa = opinione.

Paradossale è il messaggio evangelico che rovescia il grande con il piccolo, Dio con l’uomo, la morte con la vita. Ad esempio nel vangelo sono paradossali le beatitudini (Matteo 5,1-12) o affermazioni simili ad esempio sui primi che saranno ultimi e viceversa, sul perdere la vita per trovarla, sul farsi piccoli per essere grandi, ecc…

Il Dio cristiano è infatti un Dio amante dei paradossi. E’ un Dio cioè che prima crea e poi sfida la ragione umana, sfuggendo alle congetture, alle riunioni di salotto, ai libri di teologia e di morale, per farsi trovare là dove l’uomo lavora, gioisce, piange, lotta, bestemmia, vive.

I vangeli propongono di credere in ciò che tutti vorremmo credere, e cioè che l’amore è più forte della morte, che la vita non finisce nella tomba, che Dio c’è e ci ama. Tutti vorremmo che fosse vero, ma non lo sappiamo con certezza, abbiamo una mente che non arriva a raccogliere le prove che le cose stanno veramente così. E allora entra in gioco la fede che dice: credici. Fai come se fosse vero, e vedi se la tua vita non cambia.

Attorno al concetto di paradosso penso di aver trovato quattro piste sul quale esso si sviluppa all’interno del messaggio cristiano. Quattro sfide, appunto, in cui abbiamo un messaggio che da duemila anni va contro l’opinione pubblica, contro l’esperienza comune, per dire: se mi segui vedrai che non ho tutti i torti.

 

1. Paradosso teologico

Un primo paradosso si sviluppa attorno alla figura umana e divina di Gesù. Gesù si pone come “la” verità, l’unico capace di salvare l’uomo. E sono tutte inutili le critiche alla chiesa quando ribadisce questo suo annuncio (vedi le critiche alla Dominus Jesus, del 2000). Essa deve farlo in ogni epoca, perché Gesù su questo non ha mostrato dubbi. E’ altrettanto vero che questo è un dato di fede e la Chiesa non potrà mai pretendere (cosa che invece fa) che l’origine divina di Gesù e la sua resurrezione siano “ragionevoli”. No, la ragione si ribella al pensiero che un morto si alza dalla tomba. Non è possibile, e non lo sarà mai, punto e basta.

Eppure credendo questa cosa alcuni santi sono diventati persone meravigliose, capaci di una umanità e un rapporto con Dio molto più reale di tante verità scientifiche. La ragione non arriva dappertutto e quando pretende di farlo fa dei gran casini.

 

2. Paradosso biblico

La bibbia necessariamente è fatta di carta ed inchiostro. Oggi la si può scaricare e leggere anche con un supporto informatico, ma la sostanza non cambia: è una cosa che và scritta da alcuni e letta da altri. E’ il libro più venduto al mondo, più citato, più commentato. Ma quando l’hai letta non hai ancora fatto nulla perché ciò che conta non è in quei caratteri: quello che conta sei tu, è l’esperienza che tu fai di Dio. La bibbia non è il luogo di quest’incontro; può aiutare, ci può indirizzare, ma non è leggendo un libro che si fa “esperienza” dell’amore di Dio. Dio è là fuori. E’ nell’incontro con l’altro. E’ un ‘intuizione che le parole non possono esprimere. Chi si chiude in un monastero (o anche in casa propria) per leggere e rileggere il Testo Sacro, a mio parere non ha nessuna intenzione di fare esperienza di Dio. Il massimo che può fare è leggere un libro. E’ la bibbia stessa che ti dice “via da qui”, “vai”, “il Dio che cerchi è nel mondo”.

E’ così che per esempio amo interpretare San Paolo quando scrive ai cristiani di Corinto: “la nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta eletta da tutti gli uomini. E’ noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2 Corinti 3,2-3).

E’ la stessa contraddizione “scandalosa” affermata all’inizio del vangelo di Giovanni: “E la Parola si fece carne…” (Giovanni 1,14).

Pensiamo soltanto a quanto oggi tante parole siano fini a sé stesse: basti l’esempio di un mezzo di comunicazione come la televisione che tante volte parla solo di sé stessa, crea casi, scandali, attese, gioie e delusioni e poi commenta ciò che ha creato lei stessa. Ma pensiamo anche alla chiesa, a quante volte le sue parole sono volte solo a diffondere e promuovere sé stessa. La Scrittura proprio nel suo paradossale “via da qui” è in questo senso estremamente attuale e controcorrente.

Essa infine è allo stesso tempo Parola di Dio e parola di uomini. Anche questo fatto ha un sapore paradossale. Dio non ha fatto cadere dal cielo tavole già scritte, ha usato le nostre mani, che pure hanno scritto dentro una cultura, un tempo, una morale, per nulla assoluti. Le nostre mani hanno poi fatto errori di distrazione, di trascrizione, di punteggiatura, ripetizioni, contraddizioni. Forte è la tentazione di idolatrare la Sua Parola e tralasciare il fatto che l’ha scritta attraverso di noi, senza dettare e senza forzare nessuno degli autori. E proprio come con il testo sacro dobbiamo andare alla ricerca del senso che Dio vi ha nascosto, così, come insegna la parabola del grano e della zizzania, dobbiamo fare con le persone.

 

3. Paradosso psicologico

Il terzo paradosso che a grandi linee emerge dai vangeli si desume nel confronto tra la personalità pacifica e sicura di Gesù e quella più inquieta e turbolenta di chi lo segue e di chi lo elimina. Maggiore è la forza interiore, la chiarezza sulla propria identità ed appartenenza filiale, e tanto minore risulterà il bisogno di ottenere la giustizia con la forza. Forza interiore, uguale ad arrendevolezza cristiana. Viceversa: debolezza interiore, dubbio sulla propria dignità umana, uguale violenza, prevaricazione, sopruso. Mostrarsi forti per non farsi scoprire deboli.

Quel Gesù che dice “se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”, “se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due” è un uomo che non ripone la sua certezza e la sua pace in questo mondo, è forte di un Amore che viene dall’alto, ed in nome di esso può salire sulla croce come giusto innocente, sconfiggendo la violenza in sé stessa. Certo, ci sarà qualcuno che sotto la croce lo provocherà: “ha salvato gli altri, salvi sé stesso se è il Cristo di Dio” (Luca 23,35), ma egli non reagirà.

Questo paradosso evangelico è oggi attuale più che mai. Basti pensare alle guerre di civiltà, o di religione, che dir si voglia. Sembra quasi che “tolleranza”, “perdono”, siano sinonimi di debolezza di carattere. Ci si sente dire: “Ma allora di questo passo va bene tutto!” La richiesta di governi forti, capaci di rispondere alla violenza con maggiore violenza e al terrore, con altrettanto terrore, viene proprio dai paesi tradizionalmente “cristiani”, e questo lascia perlomeno perplessi.

 

2. Paradosso morale

L’ultimo paradosso è dato dal fatto che Gesù insegna ad essere molto esigenti verso sé stessi, e molto clementi con gli altri. E’ come se non tutti gli uomini fossero uguali. A qualcuno viene concesso tutto, ad altri no. Continuamente egli perdona, rimette i peccati, annuncia beatitudini, guarisce, scaccia demoni, compie miracoli…, è insomma clemente con l’umanità che incontra, anche se non giustifica le azioni sbagliate; allo stesso tempo però, non nasconde le carte in tavola a chi lo vuole seguire. Dice più volte ai discepoli che sta camminando verso la croce; che loro stessi, se lo vogliono seguire, dovranno prendere la loro croce fino in alcuni casi a dare anche la propria vita.

Gesù si carica della croce dei poveri, per sgravarli da un peso, ma allo stesso tempo si pone come modello ed insegna ai discepoli a farsi carico della croce del prossimo. E’ un Gesù che da una parte alleggerisce, dall’altra appesantisce, infatti chi sperimenta l’intervento di Dio, chi si sente “sgravato” dal suo amore, diventa a sua volta capace di portare pesi maggiori con minor sforzo. E’ come se Dio stesso reggesse il nostro prossimo attraverso di noi. Sappiamo purtroppo che è facile rovesciare questa prospettiva, scadendo in una fede snaturata che al contrario ci fa clementi verso noi stessi, ed inflessibili verso gli altri, esattamente alla maniera di scribi e farisei.

Il vangelo, a ben guardare, è davvero indecente. Io vorrei tanto che a scandalizzare la gente fosse più lui che la Chiesa o il clero.

  1. Dice che Dio si è fatto uomo e che è risorto dai morti.
  2. Dice che la gnosi, la sapienza, la lettura, non salvano affatto l’uomo.
  3. Dice che la forza interiore è inversamente proporzionale a quella che si mostra coi pugni.
  4. Dice che l’altro va sempre capito e accettato, ma per noi stessi dobbiamo sempre metterci in discussione.

 

Io trovo affascinante questa sfacciata pretesa evangelica, questo buttare all’aria ogni ragionamento di logica convenienza.

 

 

 


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