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di Juan Antonio Irazabal
- 2001
Durante tutto il secolo XX, le Chiese cattoliche africane hanno offerto
ai loro rispettivi popoli alcuni servizi molto apprezzati, soprattutto per
la gente semplice. La Chiesa universale sa anche che la vitalità di queste
Chiese costituisce una delle più ferme speranze che, in futuro, la Buona
Notizia continuerà a giungere a tutta l'umanità. Oggi, tuttavia, è
necessario parlare di alcune esperienze negative che hanno causato grande
dolore a tutti i membri della Chiesa, soprattutto a non poche religiose
africane, alle loro famiglie e congregazioni e al popolo fedele. Lo facciamo
- bisogna riconoscerlo - forzati dai mezzi di comunicazione che hanno
lanciato il tema all'opinione pubblica, com'è loro dovere, sebbene non
sempre con il dovuto rispetto per la verità e l'esattezza dei fatti.
I fatti
Accusato di fomentare una "cospirazione del silenzio", il 20 marzo 2001,
il Vaticano ha riconosciuto, per bocca del direttore della Sala Stampa,
Joaquín Navarro Valls, l'esistenza di una lunga serie di abusi sessuali e
violazioni commessi da sacerdoti nei confronti di candidate all'ammissione
in centri educativi cattolici, e di religiose. Si è saputo, allora, che la
religiosa e medico nordamericana Maura O'Donohue aveva inviato, già nel
1995, alla Congregazione dei Religiosi della Curia vaticana, un rapporto nel
quale si citavano fatti accaduti in ventitre Paesi dei cinque continenti,
fra i quali, Brasile, Colombia, Filippine, Stati Uniti, Irlanda e Italia; i
Paesi africani erano quelli il cui nome appariva più frequentemente citato.
"Sacerdoti e responsabili della gerarchia cattolica abusano del loro potere
e tradiscono la fiducia riposta in essi" da laiche e religiose obbligate a
cedere ai loro abusi, aveva denunciato suor Maura O'Donohue. E quando queste
lamentano o denunciano, "non le si ascolta". Fra gli altri, la religiosa
nordamericana citava il caso di una superiora che fu sollevata dall'incarico
dal suo vescovo per aver denunciato che 29 sue religiose si trovavano in
stato interessante.
Un'altra religiosa,
Marie McDonald, superiora delle Missionarie di Nostra Signora d'Africa,
ha inviato (nel 1998), sempre al Vaticano, un rapporto con fatti simili,
rapporto nel quale lamentava "la mancanza di ispezioni e la cospirazione del
silenzio". Poco dopo il vescovo ausiliare di Sydney, mons. Geoffrey, rompeva
questa apparente "legge del silenzio" durante il Sinodo dei vescovi
dell'Oceania e affermava che "gli abusi sessuali da parte di sacerdoti e
religiosi sono diventati il principale ostacolo alla predicazione del
Vangelo in Oceania".
Il contesto sociale
Celibato impossibile?
L'Africa è il continente più frequentemente citato nei rapporti inviati
alla Congregazione dei Religiosi. Questo dato ha sbrigliato immediatamente
l'immaginazione di alcuni europei che, senza aver posto mai piede in detto
continente, né aver convissuto con sacerdoti, religiosi o religiose
africane, si sono permessi di sentenziare che il celibato non è fatto per
gli africani o che il presunto culto della fertilità, proprio di quelle
culture, non permette loro la rinuncia ad una discendenza carnale. Sono
convinto di non sbagliarmi se affermo che tutti quelli cui è toccato in
sorte di convivere con religiosi e sacerdoti africani e di prendere parte, a
diversi livelli, alla loro vita ecclesiale abbiano conosciuto africani
d'ambo i sessi che vivevano in armonia e generosità il loro celibato per il
Regno di Dio. Naturalmente con le loro debolezze e infedeltà, che ogni
cristiano - sia celibe o sposato - ha il coraggio di riconoscere, fiducioso
nell'aiuto e nel perdono di Dio. In Africa, come in Europa e negli altri
continenti, la vocazione al celibato continua ad essere un segno della
presenza del Regno, della dedizione totale di molti sacerdoti e religiose
all'annuncio della Parola, all'istruzione dei poveri e al conforto delle
sofferenze fisiche e spirituali che affliggono soprattutto i più poveri.
(Fra parentesi, se la possibilità del celibato nelle Chiese europee dovesse
dedursi dai costumi sessuali di cui attualmente ci si fa vanto in Europa, la
conclusione non sarebbe molto differente da quella che alcuni immaginano per
l'Africa).
Il mito della fertilità
In quanto al mito della fertilità che si attribuisce agli africani e che
gli stessi africani non poche volte si attribuiscono, la demografia è in
grado di dare una spiegazione oggettiva e convincente del modo in cui lì si
valuta la fertilità (spiegazione che, tuttavia, non esclude la soggettività
del modo in cui ogni persona o ogni coppia può vivere il proprio desiderio
di discendenza). Fino alla fine della Seconda Guerra mondiale, l'Africa non
poteva avvantaggiarsi dell'i-giene e della medicina preventiva, capaci di
ridurre gli altissimi tassi di mortalità che rendevano necessario avere
otto, dieci o più figli per poter contare infine su due o tre discendenti.
Questa era stata la situazione di tutta l'umanità - inclusa, certamente,
l'Europa - fino alla fine del secolo XVIII. In tale situazione, generare il
massimo dei figli è la prima condizione di sopravvivenza di qualsiasi
società. Da qui deriva nella mentalità tradizionale - anche africana -
l'opinione che una discendenza numerosa costituisce un valore sociale
indiscutibile.
Ma, attualmente, l'Africa è già entrata in quella che i demografi chiamano
la "transizione demografica": il continente nero sta passando
dall'equilibrio demografico primitivo (basato su un'alta natalità come
risposta all'alta mortalità) al nuovo equilibrio demografico, nel quale una
natalità più bassa va adattandosi a poco a poco ad una mortalità dai tassi
più ridotti. Oggigiorno, anche in Africa, assicurare una dimora,
l'alimentazione e l'istruzione a una prole numerosa, soprattutto nelle
città, costituisce un terribile rompicapo per le famiglie. Per questo il
controllo della natalità si diffonde sempre più in tutto il continente.
L'implosione degli Stati
Chi ha assistito all'evoluzione delle mentalità nei seminari e nelle
case di formazione di religiosi durante gli ultimi lustri attribuisce un
influsso molto determinante al progressivo deterioramento delle condizioni
di vita nelle società africane e al dissolvimento di molti Stati africani
postcoloniali. Dopo le vacche grasse degli anni Sessanta e Settanta, quando
l'istruzione era quasi interamente gratuita sia a livello primario, sia a
livello secondario e universitario - allora in piena espansione - e i
giovani provvisti di diploma erano sicuri di trovare un buon posto nel
settore privato e ancor più nel settore pubblico o come funzionari, lo Stato
ha progressivamente ridotto i suoi servizi fin quasi a scomparire dallo
scenario sociale.
A partire dagli anni Ottanta, in non pochi Paesi africani, l'unica
istituzione che ha continuato a funzionare, anche coprendo i vuoti che
lasciava lo Stato, è stata la Chiesa. In un contesto sociale estremamente
deteriorato, i seminari e le case di formazione dei religiosi e delle
religiose non solo offrivano la possibilità di realizzare studi gratuiti, ma
anche di esercitare una "professione", magari non molto remunerativa (molti
sacerdoti diocesani vivono in una indegna povertà), ma certamente di alta
considerazione sociale.
Maschilismo e autoritarismo
L'Africa è lontana dal possedere il monopolio del maschilismo. Ma è
difficile negare che nelle sue società - ancora oggi di marcato carattere
tradizionale - i maschi controllano non solo il potere, ma anche l'economia
e l'alimentazione familiare (per esempio, in alcune etnìe alle donne è
proibito mangiare uova). Il fatto che molte etnìe siano matrilineari non
cambia per nulla questa situazione: sebbene i figli appartengano al clan
della madre, quelli che hanno autorità su di essi sono gli zii materni e, in
generale, i maschi del clan materno. La donna è la grande fattrice: mette al
mondo i figli, si occupa della casa, coltiva i campi e assicura il cibo per
la famiglia, mentre il maschio si riserva la guerra (in altri tempi e, di
nuovo, in questi), la caccia, le dispute e il governo del villaggio o del
clan. In un simile contesto, la possibilità di resistenza della donna alle
pretese, imposizioni o capricci del maschio è molto ridotta, per non dire
nulla.
Ugualmente, il rispetto reverenziale di fronte a qualsiasi persona rivestita
di autorità è senza dubbio maggiore che nelle attuali società dell'emisfero
Nord, basate sui valori individuali e sugli ideali della Rivoluzione
francese. Nelle società tradizionali nelle quali si sviluppano ancora le
relazioni della maggior parte degli africani, uno dei valori essenziali è la
coesione del gruppo o la solidarietà del clan. Criticare il capo - non
diciamo denunciarlo - o allontanarsi dai modelli di comportamento che impone
il costume è poco meno che inconcepibile. I più arditi o i più critici
censureranno in privato certi comportamenti delle autorità civili o
religiose, ma sono molto rari quelli che si espongono manifestando un punto
di vista divergente.
È significativo che nella nuova liturgia zairese (o congolese) il sacerdote
utilizza certe insegne dei capi tradizionali (una volta di più, neanche
questo dettaglio è esclusivo delle Chiese africane: le mitrie e altri
ornamenti liturgici della Chiesa cattolica hanno indubbiamente la stessa
origine). Il fatto è che, oggi, il clero africano, soprattutto l'alto clero,
ha una forte tendenza all'autoritarismo, all'esercizio di un'auto-rità
indiscutibile, fino all'abuso, nei confronti dei suoi subordinati; e non
solo nei confronti delle donne e dei cosiddetti "semplici fedeli", ma anche
rispetto ai maschi (religiosi e sacerdoti nativi o provenienti da altri
continenti) di rango inferiore. Ma, nel caso delle donne, il pericolo di
abuso è ancora maggiore; lo ricorda suor Maura O'Donohue nel suo rapporto:
"per una donna è impossibile dire no a un uomo, soprattutto a un superiore
d'età o a un sacerdote".
Contesto ecclesiale
Anche l'attuale contesto ecclesiale ha pesato fortemente sulla comparsa
- e sulla persistenza - degli abusi sessuali che deploriamo.
Un certa ossessione per le "vocazioni"
Dopo mezzo secolo di rigido - e molto disinteressato - controllo delle
Chiese africane da parte del clero missionario, arriva negli anni Sessanta,
con le indipendenze nazionali, la necessità di preparare più rapidamente
possibile una Chiesa dal volto africano. Le autorità dello Stato si sono
africanizzate dalla sera alla mattina, e la Chiesa non vuole apparire come
un corpo estraneo: mancano non solo parroci e suore, ma anche vescovi
africani. Nel decennio seguente, questo obiettivo è raggiunto: in Paesi come
lo Zaire-Congo tutti i vescovi sono già autoctoni. Si producono non poche
frizioni fra il clero locale e i missionari che, inoltre, appartengono in
maggioranza al clero regolare e, perciò, godono di una certa indipendenza
rispetto ai vescovi. Questi vogliono avere un clero diocesano numeroso
innanzitutto per attendere alla cura pastorale delle parrocchie in pieno
sviluppo e poi per liberarsi della tutela delle congregazioni religiose.
Roma vede ovviamente di buon occhio la politica di promozione del "clero
indigeno", conformemente a certa teologia della missione che assegnava a
questa la finalità primaria del "radicamento della Chiesa" e quasi
identificava la gerarchia con la Chiesa. Si aprono molti seminari. Il
discernimento delle vocazioni è molto superficiale, a volte inesistente. Non
è ben visto mostrarsi esigenti in questo campo: è considerato come una forma
di colonialismo. Roma è generosa nelle sovvenzioni che concede ai seminari
maggiori, dove finisce una buona parte di quello che raccolgono le
Pontificie Opere Missionarie. Lo fa, inoltre, con un criterio discutibile,
stabilendo una quantità fissa per seminarista: un motivo in più per
promuovere "vocazioni".
Come viene trattato il tema del celibato in un simile contesto? La verità è
che si tratta appena: è un tema tabù. In materia di castità, si è molto più
severi con i seminaristi e molto poco severi con i sacerdoti che hanno avuto
qualche "avventura". Da qui, il segreto passaparola dei seminaristi, la
cosiddetta "strategia del sottomarino": non muoversi ed essere formali fino
all'ordinazione. Una volta ordinati, quelli che non hanno accettato
interiormente il celibato lo considerano una imposizione esterna e finiscono
col non considerarsi obbligati dalla promessa pronunciata.
Da parte loro, i vescovi in generale ammoniscono quando si verifica qualche
scandalo e impongono lievi sanzioni che non impressionano nessuno. Riguardo
alla loro preoccupazione per la formazione dei seminaristi, era rarissimo
vedere un vescovo nel seminario (al nostro seminario giungevano candidati di
otto diocesi e i vescovi ci passavano vicino nei loro andirivieni fra
Kinshasa e l'Europa); più raro ancora era che si interessassero di conoscere
il punto di vista dei formatori. In generale, evitavano di affrontare
l'argomento del celibato, sebbene il problema fosse patente e già oggetto di
commenti negli anni Ottanta. Apparentemente alcune Conferenze episcopali
africane erano del parere di non imporre il celibato al loro clero e lo
avevano detto alla Santa Sede. Ma in generale si aveva l'impressione - in
mancanza di informazione - che i vescovi africani dicessero a Roma quello
che Roma desiderava ascoltare - erano in gioco molte migliaia di dollari -
per poi continuare a mantenere, sul celibato, la stessa posizione ambigua.
E come agiva la Chiesa? Le Congregazioni vaticane sono, a quanto sembra, ben
informate. L'autore di questo commento ha avuto l'occasione di partecipare
alla visita nel seminario maggiore di un visitatore inviato dalla
Congregazione: il visitatore era un sulpiciano, persona di grande esperienza
nella formazione del clero; fece la sua visita con tatto e chiarezza; i
membri dell'équipe di formatori dissero sì a tutto quello che il visitatore
suggerì e dispose; ma, dopo averlo salutato con molta cordialità, le cose
seguitarono come prima e perfino ci si fece burla della sua "ingenuità".
Roma, con la sua esperienza multisecolare, non misconosce la debolezza
umana, è paziente e tollerante. Però non rivede la sua disciplina. Non
sembra tenere molto conto della situazione - probabilmente insostenibile -
dei sacerdoti che vivono praticamente isolati in parrocchie rurali in una
tremenda solitudine. Roma vede le cose in una lunga prospettiva. Ma le
vittime degli abusi sessuali - e i sacerdoti indigeni, e i fedeli
sacrificati e generosi, e i non battezzati che patiscono per lo scandalo -
hanno un'esistenza molto limitata: la loro vita - umana e cristiana, inclusa
la loro eternità - si gioca nel breve spazio di pochi anni' Nella Chiesa
cattolica il livello istituzionale sembra venir prima del livello
esistenziale e personale, se non nelle intenzioni, probabilmente nelle
decisioni pubbliche.
Quale clero?
Senza voler generalizzare sugli abusi, corre l'obbligo però di
riconoscere che l'immagine del clero esce molto indebolita da una simile
situazione.
Certi settori del clero vivono una situazione di schizofrenia. Innanzitutto
per la loro condizione di "intellettuali" a cavallo tra due culture: quella
africana e quella occidentale ricevuta durante i lunghi studi di filosofia e
teologia. E, soprattutto, perché non hanno assunto con libertà e franchezza
la loro situazione di celibi, esperienza di grande frustrazione.
Il prestigio del clero rimane molto danneggiato perché, nella maggioranza di
tali "casi", ben al di là della disciplina del celibato ecclesiastico, si
attenta a valori umani primordiali. Come nel caso di quel vescovo del
nordest del Congo, condannato da un tribunale civile perché non si occupava
a dovere delle necessità materiali e dell'educazione dei suoi figli. Molti
catechisti sposati offrono un'immagine più degna. Il decoro della Chiesa e
il rispetto del popolo fedele esige condizioni ecclesiali in cui simili
fatti - e altri più gravi contenuti nel rapporto di suor Maura O'Donohue -
non abbiano a ripetersi.
Riforme
Ecclesia semper reformanda, recita il principio agostiniano. La
diffusione ai quattro venti dei drammatici fatti che hanno avuto per
protagonista una parte del clero cattolico dovrebbe essere considerata come
un appello urgente alla conversione, non solo sul piano individuale, ma
anche sul piano delle strutture e istituzioni ecclesiali. La Santa Sede,
tramite il suo portavoce, ha insistito sull'urgenza di migliorare la
formazione dei futuri sacerdoti. Effettivamente, le responsabilità
individuali sono insopprimibili. Tuttavia, bisogna pensare che non sono
stati decisivi solo determinati individui ma anche aspetti specifici
ecclesiali o comunitari quali sono il sistema di governo della Chiesa e quel
segno tanto importante della sua missione che è il celibato per il Regno.
Come il matrimonio-sacramento dell'amore di Dio, il celibato per il Regno è
un segno profetico che non coincide pienamente con i valori di nessuna
cultura: né passata né attuale, né africana né occidentale. Tanto il
matrimonio-sacramento come il celibato per il Regno si possono abbracciare
solo nell'ambito della fede e della piena libertà di ogni persona, come
risposta a una chiamata di Dio. Legarli ad istituzioni o a strutture
puramente umane (sebbene siano state create dalle legittime autorità della
Chiesa) può alterare il loro senso e condurre a situazioni drammatiche e
scandalose come quelle che stiamo criticando. Un missionario che attualmente
esercita il suo ministero parrocchiale vicino ad un seminario maggiore
africano raccontava recentemente, in relazione ai fatti di cui si è avuta
conoscenza ora, che, secondo lui, la maggior parte dei preti africani
accusati di abusi sessuali non solo non hanno vocazione al celibato, ma non
hanno affatto vocazione ad una vita sacerdotale o apostolica.
La Chiesa cattolica ha trapiantato in altri continenti e in altre epoche il
modello di sacerdote e pastore che è uscito dalla controriforma tridentina.
Questo modello ha i suoi grandi vantaggi e ha dato anche eccellenti
risultati (sebbene i meno buoni sono occultati o dimenticati). La Chiesa
cattolica dovrebbe chiedersi se, in altri tempi e luoghi, concretamente ora
che l'informazione non conosce frontiere, gli inconvenienti derivanti dal
legare obbligatoriamente celibato e ministero sacerdotali non siano maggiori
dei vantaggi. Allo stesso modo, converrebbe domandarsi se certi seminari
lontani dalla vita delle comunità ecclesiali, certi seminari nei quali di
fatto predomina il lavoro intellettuale con il pericolo di un orientamento
individualista rispondono alle necessità e alle aspettative del popolo
fedele.
Non sono mancati tentativi di inculturare concretamente in Africa la figura
del sacerdote cattolico, come il tentativo condotto dal cardinal Malula con
i bakambi: quel grande pastore selezionò, per la guida delle
parrocchie di Kinshasa, dei fedeli sposati - di un certo livello
intellettuale e con una professione che permetteva loro di guadagnare
degnamente per sostenere le famiglie - cui venne data, durante l'esercizio
dei ministeri pastorali, la necessaria formazione teologica. L'esperienza
dei bakambi ha dato ottimi risultati, ma non è sfociata nella meta
che Malula (secondo quanto si diceva a voce bassa) aveva desiderato:
l'ordinazione sacerdotale. L'incarnazione o inculturazione di questo aspetto
importante della Chiesa africana sembra continuare a dipendere da una
decisione del centro della cattolicità.
Il nostro modello di Chiesa ha gravi mancanze. Nella nostra Chiesa il
vescovo o il superiore ordinario può ascoltare o non ascoltare (si intende
con la volontà di tener conto di quello che ascolta) il suo clero e i suoi
fedeli in generale e, più in particolare, le vittime degli abusi
intraecclesiali: dipenderà dalla sua generosità, dal suo valore o dalla sua
santità personale. Ma ci sono poche garanzie istituzionali che gli abusi
verranno corretti e che i piccoli saranno ascoltati e rispettati. Nella
nostra Chiesa, i pastori sembrano a volte molto più preoccupati di
compiacere, di non infastidire o di apparire bene davanti al superiore
gerarchico, che della giustizia, del diritto o della migliore diffusione
della Buona Novella. In questa Chiesa nostra, che ha prodotto documenti
tanto degni di elogio sulla convivenza sociale e sui diritti di ogni
persona, si verificano abusi di autorità coperti dal segreto e da
procedimenti opachi.
La tremenda crisi economica e culturale che sta attraversando il continente
africano ha favorito senza dubbio la comparsa dei deplorevoli fatti che solo
ora sono venuti alla luce del sole. Ma i problemi di fondo sono
probabilmente gli stessi nella Chiesa cattolica dei cinque continenti. E
sembrano esigere una maggiore incarnazione del messaggio di Cristo nelle
culture locali e nei tempi attuali, in consonanza con le esigenze etiche dei
nostri contemporanei, che molte volte coincidono con quelle del Vangelo,
probabilmente perché sono nate in buona parte dallo stesso Vangelo. |