Il film Magdaleine ha suscitato una tematica che colpisce soprattutto chi ignora il destino di tante ragazze costrette a "redimersi", in ambienti carichi di sadomasochismo... religioso

Settembre 2002     -     Il film Magdaleine

Il film Magdaleine ha vinto il Leone d'oro a Venezia, facendo discutere per la materia trattata, soprattutto a causa delle critiche indispettite e "amare" da parte della stampa cattolica. Ad eccezione di "Nuovo dialogo", in cui Massimo Causo parla di "un leone per i diseredati".

Tentiamo una nostra analisi.

 Anzitutto, per chi non ne fosse informato, due parole sul contenuto. Peter Mullan, discepolo di Ken Loach, ha ricavato la storia da fatti avvenuti, testimoniati nell'oggi da donne riuscite a liberarsi dallo stato di effettiva schiavitù subita in un convento irlandese (chiuso solo il 1996!). Il fatto più raccapricciante che colpisce a prima vista è l'entità delle "colpe" di ragazze considerate traviate: lo stupro subito da parte di un cugino, il non sottrarsi pudicamente allo sguardo dei giovani, il figlio nato fuori dal matrimonio, e altri motivi analoghi, riguardanti la sfera sessuale. La repressione della donna in tale materia è esigita dal costume imperante, intriso di maschilismo, che si fa scudo della legge e della giustizia punitrice divina…

 Le angherie subite dalle recluse sono rappresentate in maniera raccapricciante. Scenicamente costituiscono, forse, la parte meno riuscita, perché ad un film non si chiede che solleciti emozioni primarie, o reazioni di carattere etico, religioso, pedagogico, testimoniale (semmai tutto questo ed altro si può dedurre implicitamente). Le scene dal vero che talvolta la televisione trasmette, sono certamente di maggiore presa.

Eppure il film raggiunge un livello estetico di rilievo man mano che fa assistere all'evoluzione psichica delle donne, quando si rendono conto che nel loro orizzonte non c'è prospettiva di libertà. E' devastante l'effetto provocato da strutture senz'anima, frutto di tabù collettivi, ancora in grado di esigere il sacrificio di vittime (femminili!) in nome dell'ordine sociale. Il sistema totale, quale è rappresentato, assorbe in sé, annullandola, l'individualità di tutti i personaggi: oppressori ed oppresse. Queste ultime fanno da capro espiatorio e alcune assimilano tanto la colpa da chiedersi di farsi monache per continuare ad "espiare", o da smarrire il senso della propria identità: "quante volte ho pensato di essere io sbagliata"…

I tratti umani balenano furtivamente solo nei visi sconvolti delle sventurate, sia che mordano i freni, sia che si pieghino inerti, fino ad impazzire. La loro umanità sofferente resiste, nonostante il gioco al massacro della vitalità giovanile, delle coscienze, della sanità mentale. Intanto il corpo si muove come automa: nel lavoro più duro; nelle squallide ricreazioni impregnate di truce infantilismo; nelle liturgie, dove uno splendore algido non riesce a sollevare l'atmosfera grigia che avvolge tutto; nell'ordinato schieramento da parata, che le mostra ricoperte da un manto azzurro, sul quale un nastro fa pendere dal collo una medaglia….

I grandi interrogativi sul Male affiorano nei nostri animi all'unisono con quelli delle vittime: per il non-senso di continuare a vivere, per la perdita della speranza, per l'impotenza che blocca ogni tentativo di evasione.

Solo la risata sguaiata di un'impazzita riesce a forare la spessa coltre che imbavaglia tutte, comprese le suore, pur nell'apparente ruolo di "padrone".

E l'urlo. Ripetuto a squarciagola, a iosa, durante una funzione religiosa, senza che alcuno osi interromperlo: "non è l'uomo di Dio! Non è l'uomo di Dio! Non è…". Non dà adito nemmeno ad un ironico sorriso il fatto che le parole gridate inseguano la fuga del prete; il quale, assalito dallo sfregamento dell'erba, introdotta in lavatrice da una delle "schiave" sulla sua biancheria personale, si sveste correndo, fino a restare nudo. Lo si vede di spalle, perché a nulla servirebbe umiliare il suo sesso (che gli permette abusi nascosti e impropri): meglio lasciare che si mostri tutto il suo corpo malfatto, ripugnante nella pelle grattata, rossiccia.

All'urlo risponde il silenzio. La scena ne è riempita.

Davvero il silenzio non ha bisogno di mutarsi nel suo contrario. Il film diventa toccante quando la scena domina assoluta. Come nella vita, nelle rare volte in cui si sanno usare linguaggi capaci di denudare la realtà, privandola di vaghe posticce colorazioni.

E' proprio inutile la difesa d'ufficio del cardinale Ruini: il film "non dice la verità sulla Chiesa".

Qualsiasi film, anche tra i più riusciti, non è tenuto a dire la verità. L'arte non ha questo compito, anche se può farsi denunzia, in maniera ancor più incisiva che con le argomentazioni. Ecco perché il giornale Avvenire ricorre al deprezzamento estetico, definendo il film "inerte sul piano drammaturgico e storicamente falso".

Deprezzamento che convalida la pretesa di una Chiesa trionfante, la quale sa pronuncia dei "mea culpa" che riguardano "le colpe commesse dai suoi figli",  non le "sue". Sarebbe tanto bello che essa avesse il coraggio di non ovattare verità storiche scottanti, che la vedono in collusione con chi calpesta i diritti umani fondamentali. Che si facesse luogo di accoglienza per gli intimi che hanno, tutt'oggi, ferite scottanti, e vorrebbero trovarsi in esso come a casa propria, amati e accettati, in ogni caso, in sereno confronto.

Le testimonianze dirette delle persone ancora viventi non servono ad assolvere il regista, perché non ne ha bisogno, tanto la sua denunzia è artisticamente efficace. E le cautele ecclesiastiche non riescono a convincere noi a tacere. Perché il silenzio può farsi connivente della falsità e dell'ingiustizia.

Ausilia Riggi


"POLEMICHE DESTRORSE" SU "MAGDALENE": SETTIMANALE DIOCESANO CONTRO TUTTI

 "Quando il rancore raggiunge l'apice, l'oggetto della messinscena si distanzia dalla vita, perché assume la forma della caricatura mal riuscita. In alcune scene si rasenta non il ridicolo bagnato dalla satira, ma la grossolanità in un montaggio più che prevedibile". Firmato: l'"Osservatore romano". È il giudizio senza appello con cui, il 5 settembre, Franco Patruno, critico cinematografico dell'organo ufficioso della Santa Sede, bollava il film di Peter Mullan "The Magdalen sisters" (nella versione italiana il titolo è solo "Magdalene"), la pellicola trionfatrice all'ultima mostra del cinema di Venezia. "Se si voleva informare la propria Chiesa (e penso alle dichiarazioni di 'cattolico' di Mullan) - scrive Patruno - sullo scandalo di alcuni lager psicopatici tra l'Irlanda e la Scozia, non è sicuramente con questa provocazione rabbiosa e rancorosa che il regista avrebbe potuto ottenere lo scopo".

 Il film di Mullan, basato su vicende reali, racconta la vita, nella cattolicissima Irlanda, all'interno di alcuni conventi fondati nel XIX secolo (l'ultimo è stato chiuso nel 1996) intitolati alla "peccatrice redenta" Maria Maddalena e gestiti dalle Sorelle della Misericordia. In essi venivano chiuse in regime di assoluta illegalità ragazze "da redimere" (perché ragazze-madri, o perché troppo carine e un po' civette, perfino perché stuprate o "traviate", spesso comunque rinnegate dalla propria famiglia), costrette a lavorare come lavandaie senza compenso per otto, dieci ore al giorno. Veri e propri riformatori-lager gli istituti "Magdalene", dove le ragazze, oltre ad essere sfruttate, erano costrette dalle suore-carceriere ad una vita di violenze e privazioni. E se le suore erano pronte a punire ed umiliare non solo per ogni eventuale ribellione, ma spesso per futili motivi, erano altrettanto pronte a chiudere gli occhi sugli abusi sessuali che a volte le ragazze subivano dal parroco di turno.

 La stampa e la gerarchia cattolica hanno reagito duramente all'uscita del film. Per "Avvenire" il film è "inerte sul piano drammaturgico e storicamente falso" (10/9). Radio Vaticana (9/9) ritiene che per la giuria che ha assegnato il premio a Mullan questa sia la "pagina più penosa ed offensiva"; e che l'Italia si dimostra "ancora una volta rancorosa verso i cattolici" (ma la gran parte dei giurati era straniera!); il card. Camillo Ruini, nel corso della sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei svoltosi tra il 16 ed il 19 settembre, ha definito il film "di accentuata caratterizzazione ideologica anti-cattolica", "un nuovo segno di pregiudizi e ostilità largamente presenti nel mondo della cultura e della comunicazione", e ha messo in guardia i cattolici da "atteggiamenti culturali subalterni e anche autolesionistici". "Non dice la verità sulla Chiesa", assicura il card. Ersilio Tonini); il film è stato premiato "perché anticattolico", denuncia don Gianni Baget Bozzo. Tutti i settimanali diocesani che hanno affrontato la questione si sono schierati su questa linea., limitandosi a riproporre l'aspro commento scritto da Claudio Siniscalchi, docente cattolico di Teoria e tecnica del linguaggio cinematografico alla Lumsa di Roma (curiosamente "l'Araldo lomellino" di Vigevano il 13/9, scrive stizzito che a loro "non interessa se i 'modi di correzione' raccontati nel film sono storicamente provati o meno"). Tutti, tranne uno. L'eccezione è il "Nuovo dialogo" di Taranto che, all'interno di un articolo pubblicato il 15 settembre a firma di Massimo Causo, intitolato "un leone per i diseredati", rende invece omaggio alla coraggiosa denuncia di Mullan. E attacca i codini: "la mostra del Cinema 2002 - scrive Causo - si ritrova oggi col sipario di chiusura strappato dalla polemiche destrorse di chi protesta per un Leone d'Oro assegnato a The Magdalen sisters di Peter Mullan in spregio - si presume - alla sensibilità cattolica. La quale, secondo qualcuno, dovrebbe sentirsi offesa dalla rappresentazione altamente drammatica e sinceramente umana del dramma vissuto in alcuni conventi irlandesi". Polemiche strane, "dimentiche - secondo Causo - dell'umiltà e della sensibilità storica espresse proprio dall'attuale pontificato, che ha avuto la grandezza di storicizzare gli errori della Chiesa e di chiedere scusa per essi". Polemiche che evidenziano lo "scarto culturale" tra "certi ambienti reazionari di voce grossa dalla realtà spirituale di una società progredita nel rispetto di valori equi e solidali e non di arcaici e antistorici dogmi".  Adista 71


CINEMA PER PENSARE. AUGUSTO CAVADI: MAGDALENE

[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi@lycos.com) per averci messo a disposizione questo suo intervento gia' apparso sull'edizione palermitana di "Repubblica". Augusto Cavadi e' docente di filosofia, storia ed educazione civica, impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di problematiche educative e che partecipano dell’impegno contro la mafia. Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo, Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad. portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera, Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, 2a ed.; Il vangelo e la lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994); Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo. Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, 2a ed.; voce "Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie, Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici. Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001]

A livello nazionale, e non solo, il Leone d'oro al film Magdalene di Peter Mullan sta facendo molto discutere: e' lecito, o per lo meno opportuno, premiare un film che denunzia violenze ed abusi operati - per complicita' tra famiglie cattoliche e istituzioni ecclesiastiche - su giovani donne irlandesi sino al 1996? Per contribuire con sensatezza alla discussione sarebbero consigliabili tre passaggi. Primo: vedere il film. Sappiamo che il critico bravo sa commentare le opere cui assiste, il bravissimo anche quelle che non conosce: ma un po' di cristiana modestia, specie quando a intervenire sono rispettabili monsignori telegenici, non guasterebbe. Secondo passaggio: dare una rilettura, anche rapida, a Jacques Maritain. Il filosofo cattolico, che Paolo VI ha prescelto come rappresentante della cultura contemporanea per consegnare in piazza San Pietro il messaggio del Concilio Vaticano II agli intellettuali, ha piu' volte ribadito nei suoi scritti la distinzione (kantiana e crociana) fra il punto di vista estetico ed il punto di vista etico, riconoscendo che un'opera d'arte bella puo' essere moralmente discutibile almeno quanto una edificante puo' risultare esteticamente fallimentare (a Venezia, sino a prova contraria, si doveva valutare il valore estetico dei film in concorso, non gli effetti sociologici).

Ma se ci si vuole fermare esclusivamente alla ricaduta etico-pedagogica della distribuzione del film, puo' essere proficuo un terzo passaggio: assistere alla proiezione in una citta' del meridione italiano come, ad esempio, Palermo. Molto probabilmente capitera' infatti cio' che e' accaduto a me: di ascoltare, gia' durante i pochi momenti dell'intervallo e piu' ancora alla fine dello spettacolo, i commenti piu' appassionati da parte del pubblico femminile. Non solo, e non soprattutto, commenti "oggettivi" ed astratti, ma essenzialmente autobiografici. Certo, le nostre donne non hanno subito - solitamente - le singole vessazioni cui si fa riferimento nel film: ma il clima, l'intonazione, l'angolazione richiamano fortemente pezzi del proprio vissuto esistenziale. In modi diversi, e in diversa misura, molte spettatrici hanno sperimentato sulla propria pelle rigori disciplinari e divieti assurdi: "Potevamo vedere il televisore solo una sera a settimana e solo il canale deciso dalla madre superiora", "Per punirmi di aver parlato durante le ore di silenzio, mi hanno chiusa in gabinetto per una notte intera", "Ogni amicizia piu' intima veniva condannata come omofila, a meno che non fosse tra una adulta e una minorenne"...

Questi scampoli di ricordi mi hanno richiamato alla memoria un'infinita' di racconti simili. Sin da quando ero bambino, mia madre mi riferiva, con un pizzico d'orgoglio, di aver rifiutato a dodici anni il diktat del confessore quando era ospite di un collegio di suore a Piazza Armerina: "O strappi i testi delle canzonette d'amore che hai trascritto ascoltandole dalla radio o non posso darti l'assoluzione". L'attuale moglie di un mio compagno di scuola mi confidava di aver rinunziato ad essere una "numeraria" dell'Opus Dei perche' non poteva leggere neppure un libro senza il permesso esplicito e preventivo del direttore spirituale: cosi non aveva potuto conoscere direttamente Il nome della rosa di Umberto Eco.

Episodi lontani nel tempo, di sessanta e di venti anni fa? Non solo. Sono trascorsi appena dieci anni da quando una collega di filosofia di un liceo linguistico gestito da un comune della provincia di Ragusa mi riferiva che il preside, dietro pressante richiesta del parroco-insegnante di religione, l'aveva invitata fermamente, per evitare turbamenti nei giovani, a non leggere in classe - e a non consigliare per casa - il Simposio di Platone: la teoria dell'amore esposta da Socrate, con espliciti riferimenti all'attrazione sessuale e - per giunta - omosessuale, era troppo poco... "platonica". E solo due anni fa una giovane oculista, apprendendo per caso dei miei interessi in campo teologico, mi spiegava di aver rinunziato ad entrare nell'ordine carmelitano perche', da novizia, al pranzo del primo venerdi' le avevano proposto di digiunare restando in ginocchio accanto alla tavola apparecchiata: non era obbligatorio, ma si sarebbe sentita in colpa se avesse consumato il pasto in quel contesto. "Quando ho chiesto la ragione, mi e' stato risposto che ogni occasione era buona per mortificare il corpo: ho obiettato che se mai, stando alla Bibbia, avrei dovuto mortificare il mio orgoglio spirituale - e l'indomani ho fatto le valigie".

Di fronte a questi dati "storici", statisticamente troppo ricorrenti per poter essere liquidati come occasionali, non so quale possa essere la reazione delle coscienze cosiddette laiche gia' per conto proprio ostili o, piu' spesso, indifferenti ai fenomeni religiosi. So pero' che suggeriscono alle coscienze autenticamente credenti la necessita' di rileggere la storia bimillenaria del cristianesimo alla luce del vangelo originario (come ha fatto di recente, in uno splendido volume rizzoliano, Hans Kung); di rintracciarne commistioni e stravolgimenti (avvenuti gia' sin dai primi decenni, per esempio col connubio fra annunzio di Gesu' e filosofie gnostiche); di chiedere perdono per le sofferenze inflitte alle vittime (in questo caso, tanto per cambiare, donne) nel passato e, soprattutto, di rivedere per il presente tutte le normative che provocano conflitti interiori in coloro che vengono considerati fuori dalla comunione ecclesiale solo perche' non sono in linea con la morale borghese occidentale degli ultimi quattro secoli.

Non e' tempo di trionfalismi. Anche il recente convegno interconfessionale di Palermo ha riservato un intero pomeriggio alla "autocritica delle religioni". Tutte le grandi tradizioni religiose (tranne, forse, il buddismo) hanno dato molto e tolto altrettanto alle civilta' in cui si sono incarnate. Ne' le cose sono andate molto meglio quando si e' negata la trascendenza in nome di secolarismi atei come il socialismo sovietico o il nazismo tedesco. Possiamo esserne contenti o inquieti, ma la dimensione religiosa e' inestirpabile dal cuore dell'uomo. E la protesta contro le deformazioni e gli inquinamenti e' una conferma, indiretta e paradossale, di questa dimensione. In una delle scene decisive la minorata psichica, dopo essere stata indotta dal prete a furtivi rapporti orali, in un soprassalto di consapevolezza gli urla: "Non sei un uomo di Dio!". In quell'urlo c'e' - evidentemente - una denunzia, ma anche un appello disperato. Nessuno, come quella ragazza martoriata, avrebbe avuto bisogno di un testimone della tenerezza del Padre: e proprio perche' tradita in questa esigenza radicale, essa leva un grido lancinante. E' il grido di tutti i poveri che cercano invano in chi si dichiara discepolo del Cristo un punto di riferimento e un accompagnamento nel buio della vita. Forse il regista cattolico di Magdalene voleva fare solo un bel film (e non so se ci sia riuscito adeguatamente), ma ha finito anche con l'offrire a chi pretende di essere cristiano un prezioso stimolo a separare - in se stesso e negli spazi istituzionali - il grano dalle erbacce che, oggi come ieri, minacciano di soffocarlo.


Dopo le polemiche sul film di Mullan che ha vinto Venezia, parla una ex-reclusa in un istituto di suore in Irlanda "La mia vita da schiava in un convento-lager" Oggi ha 70 anni: "Tante volte ho denunciato, mai creduta Ho perso dignità e identità: credo in Dio, non nella Chiesa" dal nostro inviato EMANUELA AUDISIO "Mi guardi: sono una vera Maria Maddalena, non un fantasma. Sono una di quelle di cui parla il film di Peter Mullan che ha vinto a Venezia. Una di quelle schiave messe a marcire nei conventi, gestiti dalle Suore della Misericordia, per conto della chiesa cattolica. Messe a lavorare per lavare via le colpe: 9 ore al giorno, tutti i giorni dell'anno, tranne la domenica. Non una puttana, non una pazza e nemmeno un'orfana". "Solo una che si era permessa di disubbidire. Il mio peccato? Essere andata al cinema senza permesso. Esistiamo davvero, noi Maddalene, ci hanno cambiato nome, ma io sono Mary. Ho 70 anni e sono stata la prima a parlare nell'85, chiamavo i giornali, le radio, nessuno mi credeva. Dire male delle suore? Non si poteva, non nella cattolica Irlanda, dove si erano occupate di 30 mila Maddalene. In molti preferivano ignorare, anche nel 1996 quando ha chiuso l'ultimo convento, anche dopo molti documentari, anche dopo molte canzoni. Un po' come in Germania ai tempi del nazismo quando la gente perbene diceva di non sapere e faceva di tutto per non sapere. Ce ne sono altre come me, ma stanno zitte, si vergognano, non vogliono ricordare. Povere Maddalene, non parlano nemmeno se le ammazzi. E ormai le hanno ammazzate quasi tutte: il resto lo ha fatto il dolore, la sofferenza, la pazzia. Molte sono rincretinite, ridotte a vecchie bambine che vegetano nei ricoveri. Ma già: i cattivi ora sono i musulmani, il male è l'Islam. Yes father, sì Padre, diceva sempre mia madre. Non si poteva dire di no al parroco". Mary Norris vive in campagna. E' nata nel 1932 a Sneem nella contea di Kerry, da Daniel e Brigid Cronin che avevano una piccola fattoria e otto figli. Mary era la figlia più grande. Suo padre morì di cancro che lei aveva undici anni, l'ultima sorellina appena sei mesi. "Dopo la morte di papà, mia madre cominciò a frequentare un uomo della zona, che spesso si fermava a dormire da noi. Durante queste visite non vedevamo nulla di sconcio, lui ci regalava qualche dolce e la mamma sembrava un po' più felice. Una mattina mi stavo preparando ad andare a scuola quando vidi la macchina. Una guardia mi chiese se mia madre era a casa. Penso che stessero controllando la casa, perché volevano trovarci l'amico della mamma. Così presero noi bambini e ci fecero marciare fino al tribunale, sotto gli occhi di tutti. Su volere del parroco che considerava la mamma una cattiva donna. Finimmo in un orfanatrofio a Killarney, separati dai nostri fratelli, ma noi la mamma l'avevamo. Erano preoccupati per la salvezza delle nostre anime. Me lo spiegò una suora, cattivissima, che ora è morta, ma che voglio nominare, suor Laurence, che mi disse: 'Tua madre poteva tenerti, ma è una poco di buona, è un diavolo, spero che tu non diventerai come lei". Per questo mi picchiava e perché bagnavo il letto. Per punizione dovevo passare con il materasso sulla testa tra un'ala di bambini che mi derideva. Avevo solo 11 anni e non mi era mai successo prima di non riuscire a tenere la pipì. Lei mi picchiava con la cinghia, quando ero nuda, sempre in posti dove i segni non si sarebbero visti. Godeva nel farmi male, questo l'ho capito dopo. Mi spiegava: "Lo sai che stai parlando alla sposa di Cristo?". Impedivano a mia madre di venirci a trovare. Il giorno di Natale ci davano una salsiccia, la domenica di Pasqua un uovo bollito. Per il resto il cibo era atroce: pane e margarina, e una specie di porridge che davano a maiali. Dalla cucina delle suore invece uscivano meravigliosi profumi di bistecca". Mary, quante volte? "Quante volte ho pensato di essere io sbagliata? Molte. Sono andata trovare un'amica a Londra, un'altra Maddalena, suo figlio piangeva e lei si è messa con calma a picchiarlo. "Ma cosa fai?" le ho chiesto. "Non facevano così anche con noi, per farci smettere?" mi ha risposto. Non ce l'ho con le suore per le botte o per il lavoro. Quello che ti segna per sempre sono le ferite alla mente. Continuavano a ripetermi: finirai male come tua madre. E io pensavo: oddio, forse vedono in me qualcosa che io non riesco a vedere. Così a 16 anni decisi di diventare una suora. Cercavano religiose da mandare in Australia a convertire gli aborigeni. Io non sapevo nemmeno chi fossero gli aborigeni, ma alzai la mano. Cominciarono ad educarmi diversamente, ma a me non piaceva. Arrivò un prete che mi spiegò: "Ragazza mia, più sei vicina a Dio, più il diavolo ti tenta". Gli risposi che il diavolo non c'entrava, non volevo più essere una suora. Così mi trovarono un lavoro in una famiglia a Tralee. Per 12 cent mungevo le mucche, cucinavo, lavavo e pulivo. Una volta a settimana andavo al cinema, era la mia unica passione. Chiesi il permesso per andarci un'altra volta, ma la padrona disse no. Ci andai lo stesso, e il giorno dopo arrivò lo stesso uomo che mi aveva prelevato da casa da mia madre e mi riportò a Killarney dove venni chiusa a chiave. L'indomani venni portata dal dottore per un esame interno e ricordo che lui si spazientì: "Cosa c'è che non va? Questa ragazza è intatta". Io non sapevo cosa voleva dire intatta. I miei fratelli vennero mandati a lavorare da un tipo in campagna che abusò sessualmente di loro e di mia sorella. Mia madre continuava a non sapere dove fossimo". Mary nel 1950 smise di esistere. "Venni trasferita al Good Shepard a Cork, senza nemmeno avere la possibilità di salutare le mie sorelle. E divenni schiava in una lavanderia delle Maddalene. Mi imposero di cambiare il mio nome e mi ordinarono di non dire a nessuno il motivo per il quale ero lì. Ma se non lo so nemmeno io, risposi. Lì dentro persi tutto: dignità, identità, nome. Non potevi parlare, dovevi solo pregare ad alta voce, lavorare e baciare i piedi della statua di Santa Maria Goretti. Eravamo un centinaio, nessuno aveva mai fatto qualcosa di male, alle mamme toglievano i bambini
che finivano adottati in America. Riconobbi Helen, una compagna di anni prima, mi disse che ora si chiamava Regina. Il lavoro era duro: era una vera lavanderia. I panni venivano dagli ospedali, sporchi di sangue e noi non avevamo guanti. Le suore facevano una fortuna, noi neanche una lira. Sono stata lì per due anni, senza paga. Mi sono salvata grazie ad una zia che avevo in America e che continuava a chiedere mie notizie. Ma i miei fratelli sono diventati alcolizzati e sono morti: uno bruciato nel suo letto dalla sigaretta, l'altro ucciso in una rissa tra ubriachi. Non dico che sia solo colpa della Chiesa, ma certo quello che hanno attraversato non li ha aiutati a diventare persone". Si può smettere di essere Maddalena? "E' difficile. Io sono andata in Inghilterra, mi sono sposata, ma dopo un po' tutto è andato male, sono caduta in depressione e sono finita dallo psichiatra. Non riuscivo a sbarazzarmi del passato, l'avevo messo lì in attesa, ma c'era e premeva. Ho incontrato il mio attuale marito nel '67, ho avuto una figlia, e questo ha fatto la differenza. Credevo che non sarei mai riuscita a liberarmi dall'odio che avevo per le suore, invece ce l'ho fatta, altrimenti avrebbero vinto loro, perché come ripeto c'erano e ci sono anche buone religiose. Alla gente dico: non abbiate vergogna di arrabbiarvi, è un vostro diritto, non lasciate che l'amarezza vi rovini. Molte di noi provano ancora vergogna per dove sono cresciute. Ma io dico che la vergogna sta sulla porta della chiesa cattolica perché loro hanno istruito le persone e loro hanno permesso tutta questa miseria. Se abbiamo fatto del male, ci scusiamo, dice ora la Chiesa. Come sarebbe a dire se? Noi, le Maddalene, non ci siamo inventate
niente. Veramente il Vaticano crede che il film sia esagerato? Preferisco la posizione del vescovo Willy Welsh che parla di necessario ripensamento. Ho dovuto combattere perfino perché le Maddalene morte in convento avessero una tomba e un nome, le avevano seppellite in una fossa comune e anonima. Invece le suore avevano rose e lapidi bellissime". Mary, non pianga, racconti. "Cosa? Che non vado più a messa e nemmeno le mie sorelle. Continuo a credere in Dio, ma non nella chiesa. Non voglio una cerimonia religiosa quando muoio, non l'ho voluta nemmeno quando mi sono sposata. Mi definisco cristiana, non cattolica. Devo credere. Perché chi ci ha rubato la vita non deve trovare il paradiso".


13 Settembre 2002

  Alla mostra l'opera di Mullan, allievo di Ken Loach, il drammatico racconto della vita nei conventi irlandesi Magdalene, un atto d'accusa contro la chiesa cattolica. Una ex suora al Lido: "Io ci sono stata, erano lager" dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE  VENEZIA - Un'istituzione totalitaria poco conosciuta, rimossa, passata sotto silenzio. Un incubo presente solo nei ricordi di chi è sopravvissuto, nella memoria delle torture fisiche e psicologiche subìte. Già: perché i conventi irlandesi delle Maddalene, diffusissimi nei decenni del dopoguerra, erano dei veri e propri lager al femminile. Luoghi di prigionia per le paria della rigida morale cattolica in vigore nel Paese: giovani madri nubili, ragazze stuprate, o troppo vivaci, o con problemi mentali. Un esercito di migliaia di donne trattate come oggetti da annientare (proprio come nei più feroci regimi islamici di adesso), perfino nei "rivoluzionari" anni '60-'70. Anomalia resa possibile dalla crudeltà delle suore che li gestivano, dalla connivenza delle gerarchie ecclesiastiche e dall'indifferenza del mondo esterno. Ma ora, a squarciare il velo, arriva Magdalene, film dello scozzese Peter Mullan in concorso alla Mostra di Venezia. Accolto da un lungo applauso alla proiezione per addetti ai lavori, così come un'ovazione ha salutato l'arrivo del regista, oggi, all'incontro con i cronisti: "Sono cresciuto in una famiglia cattolica", racconta lui, "mio padre era alcolista. A Londra nel '78 ho fatto volontariato, e ho conosciuto una suora irlandese. La donna più cattiva che si possa immaginare, maltrattava la gente in maniera incredibile. Per me lei incarnava il lato crudele della Chiesa, quello che considera la compassione una debolezza". E in effetti, per la quattro ragazze protagoniste del film, di compassione, da parte delle religiose, ce ne è ben poca. Siamo nel 1964: Bernadette (Nora-Jane Noone) viene rinchiusa in un convento perché attraente e civettuola; Rose (Dorothy Duffy) viene spedita lì dal padre, dopo aver dato in adozione la figlia nata fuori dal matrimonio; Margaret (Anne-Marie Duff) ha invece il torto, per i genitori, di essere stata stuprata dal cugino. Letre ragazze arrivano nella struttura gestita dalla sadica e spietata sorella Bridget (Geraldine McEwan), che approfitta del lavoro delle "ospiti" per far soldi con un servizio di lavanderia. Mentre vengono tollerati i soprusi delle altre suore e del prete, che costringe a rapporti sessuali una povera ragazza non troppo intelligente (Mary Murray). Per lei, purtroppo, non ci sarà salvezza. Per le altre tre, dopo quattro anni da incubo, una via di fuga arriverà. Una storia non troppo diversa da un'autentica ex "Maddalena", Phyllis McMahon, presente al Lido oggi insieme a Mullan e a parte del cast. Nel film ha una piccola parte, quella di suor Augusta, ma è stata preziosa per il regista, vista la sua esperienza personale: "Ho lavorato in un convento per un anno", racconta la donna, "poi la mia famiglia mi ha aiutato a scappare. Lì ho visto delle tremende crudeltà. Ma la colpa è della società, che ha permesso che tutto questo accadesse, che segregava queste ragazze. E intanto la gente si girava dall'altra parte". Mullan invece, da buon amico e allievo di Ken Loach (è stato anche il protagonista di My name is Joe), vede le cose in maniera più radicale, sottolineando le responsabilità della Chiesa cattolica: istituzione che, a suo avviso, "dovrebbe riconoscere il male che ha fatto nel Ventesimo secolo". E, per rincarare la dose, rivela l'ostracismo incontrato in Irlanda: "Appena partiti con questo progetto decidemmo di mettere un annuncio sul giornale Irish independent, dicendo che cercavamo sopravvissute ai conventi delle Maddalene. Ma il giornale rifiutò di pubblicarlo. Perciò scegliemmo di girare in Scozia, dove non avremmo corso pericoli o subìto atti di sabotaggio". C'è poi un altro aspetto su cui Mullan si dichiara debitore di Loach: il modo di dirigere il cast, formato soprattutto da esordienti irlandesi scelte dopo una lunga selezione. "Io la penso come Ken", dichiara, "e cioè che sul set il 98% della resa degli attori è dovuto alla fiducia in se stessi, e solo il 2% alla recitazione vera e propria. E sempre seguendo il metodo di Ken ho girato la storia in sequenza, per facilitare il difficile viaggio emotivo delle protagoniste". E, vista l'intensità delle loro interpretazioni, il "teorema" Loach è davvero efficace.  (30 agosto 2002). Le polemiche che ha suscitato il film premiato col in Leone d'oro all'ultima rassegna cinematografica di Venezia hanno invaso tutti i giornali. Io vi ho posto questa intervista con una "Maddalena" ospite di uno dei conventi delle suore della Misericordia in Irlanda, e la lascio alla vostra lettura, ma mi rammento che tante, troppe, sono le nostre responsabilita' se tali avvenimenti sono accaduti, e sono soprattutto responsabilita' culturali e di formazione, sia delle laiche come delle religiose.