Il film Magdaleine ha suscitato una tematica che colpisce soprattutto chi ignora il destino di tante ragazze costrette a "redimersi", in ambienti carichi di sadomasochismo... religioso
Settembre
2002
Il
film Magdaleine
ha vinto il Leone d'oro a Venezia, facendo discutere per la materia trattata,
soprattutto a causa delle critiche indispettite e "amare" da parte
della stampa cattolica. Ad eccezione di "Nuovo
dialogo", in cui Massimo Causo parla di "un leone per i diseredati".
Tentiamo
una nostra analisi.
Anzitutto,
per chi non ne fosse informato, due parole sul contenuto. Peter
Mullan, discepolo di Ken Loach, ha
ricavato la storia da fatti avvenuti, testimoniati nell'oggi da donne riuscite a
liberarsi dallo stato di effettiva schiavitù subita in un convento
irlandese (chiuso solo il 1996!). Il fatto più raccapricciante che colpisce
a prima vista è l'entità delle "colpe" di ragazze considerate traviate:
lo stupro subito da parte di un cugino, il non sottrarsi pudicamente allo
sguardo dei giovani, il figlio nato fuori dal matrimonio, e altri motivi
analoghi, riguardanti la sfera sessuale. La repressione della donna in tale
materia è esigita dal costume imperante, intriso di maschilismo, che si fa
scudo della legge e della giustizia punitrice divina…
Le
angherie subite dalle recluse sono rappresentate in maniera raccapricciante.
Scenicamente costituiscono, forse, la parte meno riuscita, perché ad un film
non si chiede che solleciti emozioni primarie, o reazioni di carattere etico,
religioso, pedagogico, testimoniale (semmai tutto questo ed altro si può
dedurre implicitamente). Le scene dal vero che talvolta la televisione
trasmette, sono certamente di maggiore presa.
Eppure
il film raggiunge un livello estetico di rilievo man mano che fa assistere
all'evoluzione psichica delle donne, quando si rendono conto che nel loro
orizzonte non c'è prospettiva di libertà. E' devastante l'effetto provocato da
strutture senz'anima, frutto di tabù collettivi, ancora in grado di esigere il
sacrificio di vittime (femminili!) in nome dell'ordine
sociale. Il sistema totale, quale è
rappresentato, assorbe in sé, annullandola, l'individualità di tutti i
personaggi: oppressori ed oppresse. Queste ultime fanno da capro espiatorio e
alcune assimilano tanto la colpa da chiedersi di farsi monache per continuare ad
"espiare", o da smarrire il senso della propria identità: "quante
volte ho pensato di essere io sbagliata"…
I
tratti umani balenano furtivamente solo nei visi sconvolti delle sventurate, sia
che mordano i freni, sia che si pieghino inerti, fino ad impazzire. La loro
umanità sofferente resiste, nonostante il gioco al massacro della vitalità
giovanile, delle coscienze, della sanità mentale. Intanto il corpo si muove
come automa: nel lavoro più duro; nelle squallide ricreazioni impregnate di
truce infantilismo; nelle liturgie, dove uno splendore algido non riesce a
sollevare l'atmosfera grigia che avvolge tutto; nell'ordinato schieramento da
parata, che le mostra ricoperte da un manto azzurro, sul quale un nastro fa
pendere dal collo una medaglia….
I
grandi interrogativi sul Male affiorano nei nostri animi all'unisono con quelli
delle vittime: per il non-senso di continuare a vivere, per la perdita della
speranza, per l'impotenza che blocca ogni tentativo di evasione.
Solo
la risata sguaiata di un'impazzita riesce a forare la spessa coltre che
imbavaglia tutte, comprese le suore, pur nell'apparente ruolo di
"padrone".
E
l'urlo. Ripetuto a squarciagola, a iosa, durante una funzione religiosa, senza
che alcuno osi interromperlo: "non è
l'uomo di Dio! Non è l'uomo di Dio! Non è…". Non dà adito nemmeno
ad un ironico sorriso il fatto che le parole gridate inseguano la fuga del
prete; il quale, assalito dallo sfregamento dell'erba, introdotta in lavatrice
da una delle "schiave" sulla sua biancheria personale, si sveste
correndo, fino a restare nudo. Lo si vede di spalle, perché a nulla servirebbe
umiliare il suo sesso (che gli permette abusi nascosti e impropri): meglio
lasciare che si mostri tutto il suo corpo malfatto, ripugnante nella pelle
grattata, rossiccia.
All'urlo
risponde il silenzio. La scena ne è riempita.
Davvero
il silenzio non ha bisogno di mutarsi nel suo contrario. Il film diventa
toccante quando la scena domina assoluta. Come nella vita, nelle rare volte in
cui si sanno usare linguaggi capaci di denudare la realtà, privandola di vaghe
posticce colorazioni.
E'
proprio inutile la difesa d'ufficio del cardinale Ruini: il film "non dice la verità sulla Chiesa".
Qualsiasi
film, anche tra i più riusciti, non è tenuto a dire la verità. L'arte non ha
questo compito, anche se può farsi
denunzia, in maniera ancor più incisiva che con le argomentazioni. Ecco
perché il giornale Avvenire ricorre
al deprezzamento estetico, definendo il film
"inerte sul piano drammaturgico e storicamente falso".
Deprezzamento
che convalida la pretesa di una Chiesa trionfante, la quale sa pronuncia dei
"mea culpa" che riguardano "le colpe commesse dai suoi
figli", non le "sue".
Sarebbe tanto bello che essa avesse il coraggio di non ovattare verità storiche
scottanti, che la vedono in collusione con chi calpesta i diritti umani
fondamentali. Che si facesse luogo di accoglienza per gli intimi che hanno,
tutt'oggi, ferite scottanti, e vorrebbero trovarsi in esso come a casa propria,
amati e accettati, in ogni caso, in sereno confronto.
Le testimonianze dirette delle persone ancora viventi non servono ad assolvere il regista, perché non ne ha bisogno, tanto la sua denunzia è artisticamente efficace. E le cautele ecclesiastiche non riescono a convincere noi a tacere. Perché il silenzio può farsi connivente della falsità e dell'ingiustizia.
Ausilia Riggi
"POLEMICHE
DESTRORSE" SU "MAGDALENE": SETTIMANALE DIOCESANO CONTRO TUTTI
"Quando
il rancore raggiunge l'apice, l'oggetto della messinscena si distanzia dalla
vita, perché assume la forma della caricatura mal riuscita. In alcune scene si
rasenta non il ridicolo bagnato dalla satira, ma la grossolanità in un
montaggio più che prevedibile". Firmato: l'"Osservatore romano".
È il giudizio senza appello con cui, il 5 settembre, Franco
Patruno, critico cinematografico dell'organo ufficioso della Santa Sede,
bollava il film di Peter Mullan
"The Magdalen sisters" (nella versione italiana il titolo è solo
"Magdalene"), la pellicola trionfatrice all'ultima mostra del cinema
di Venezia. "Se si voleva informare la propria Chiesa (e penso alle
dichiarazioni di 'cattolico' di Mullan) - scrive Patruno - sullo scandalo di
alcuni lager psicopatici tra l'Irlanda e la Scozia, non è sicuramente con
questa provocazione rabbiosa e rancorosa che il regista avrebbe potuto ottenere
lo scopo".
Il
film di Mullan, basato su vicende reali, racconta la vita, nella cattolicissima
Irlanda, all'interno di alcuni conventi fondati nel XIX secolo (l'ultimo è
stato chiuso nel 1996) intitolati alla "peccatrice redenta" Maria
Maddalena e gestiti dalle Sorelle della Misericordia. In essi venivano chiuse in
regime di assoluta illegalità ragazze "da redimere" (perché
ragazze-madri, o perché troppo carine e un po' civette, perfino perché
stuprate o "traviate", spesso comunque rinnegate dalla propria
famiglia), costrette a lavorare come lavandaie senza compenso per otto, dieci
ore al giorno. Veri e propri riformatori-lager
gli istituti "Magdalene", dove le ragazze, oltre ad essere sfruttate,
erano costrette dalle suore-carceriere ad una vita di violenze e privazioni. E
se le suore erano pronte a punire ed umiliare non solo per ogni eventuale
ribellione, ma spesso per futili motivi, erano altrettanto pronte a chiudere gli
occhi sugli abusi sessuali che a volte le ragazze subivano dal parroco di turno.
La stampa e la gerarchia cattolica hanno reagito duramente all'uscita del film. Per "Avvenire" il film è "inerte sul piano drammaturgico e storicamente falso" (10/9). Radio Vaticana (9/9) ritiene che per la giuria che ha assegnato il premio a Mullan questa sia la "pagina più penosa ed offensiva"; e che l'Italia si dimostra "ancora una volta rancorosa verso i cattolici" (ma la gran parte dei giurati era straniera!); il card. Camillo Ruini, nel corso della sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei svoltosi tra il 16 ed il 19 settembre, ha definito il film "di accentuata caratterizzazione ideologica anti-cattolica", "un nuovo segno di pregiudizi e ostilità largamente presenti nel mondo della cultura e della comunicazione", e ha messo in guardia i cattolici da "atteggiamenti culturali subalterni e anche autolesionistici". "Non dice la verità sulla Chiesa", assicura il card. Ersilio Tonini); il film è stato premiato "perché anticattolico", denuncia don Gianni Baget Bozzo. Tutti i settimanali diocesani che hanno affrontato la questione si sono schierati su questa linea., limitandosi a riproporre l'aspro commento scritto da Claudio Siniscalchi, docente cattolico di Teoria e tecnica del linguaggio cinematografico alla Lumsa di Roma (curiosamente "l'Araldo lomellino" di Vigevano il 13/9, scrive stizzito che a loro "non interessa se i 'modi di correzione' raccontati nel film sono storicamente provati o meno"). Tutti, tranne uno. L'eccezione è il "Nuovo dialogo" di Taranto che, all'interno di un articolo pubblicato il 15 settembre a firma di Massimo Causo, intitolato "un leone per i diseredati", rende invece omaggio alla coraggiosa denuncia di Mullan. E attacca i codini: "la mostra del Cinema 2002 - scrive Causo - si ritrova oggi col sipario di chiusura strappato dalla polemiche destrorse di chi protesta per un Leone d'Oro assegnato a The Magdalen sisters di Peter Mullan in spregio - si presume - alla sensibilità cattolica. La quale, secondo qualcuno, dovrebbe sentirsi offesa dalla rappresentazione altamente drammatica e sinceramente umana del dramma vissuto in alcuni conventi irlandesi". Polemiche strane, "dimentiche - secondo Causo - dell'umiltà e della sensibilità storica espresse proprio dall'attuale pontificato, che ha avuto la grandezza di storicizzare gli errori della Chiesa e di chiedere scusa per essi". Polemiche che evidenziano lo "scarto culturale" tra "certi ambienti reazionari di voce grossa dalla realtà spirituale di una società progredita nel rispetto di valori equi e solidali e non di arcaici e antistorici dogmi". Adista 71
CINEMA
PER PENSARE. AUGUSTO CAVADI: MAGDALENE
[Ringraziamo
Augusto Cavadi (per contatti: acavadi@lycos.com) per averci messo a disposizione
questo suo intervento gia' apparso sull'edizione palermitana di
"Repubblica". Augusto Cavadi e' docente di filosofia, storia ed
educazione civica, impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di
risanamento a Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di
problematiche educative e che partecipano dell’impegno contro la mafia. Opere
di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della consapevolezza,
Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni
inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo, Augustinus,
Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad. portoghese
1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera, Augustinus,
Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999;
Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano
1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e
subito, Dehoniane, Bologna 1993, 2a ed.; Il vangelo e la lupara. Materiali su
chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di antimafia.
Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994); Essere profeti
oggi. La dimensione profetica dell'esperienza cristiana, Dehoniane, Bologna
1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco,
Torino 1998; Volontari a Palermo. Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore
sociale, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1998, 2a ed.; voce "Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La
Mafia. 150 anni di storia e storie, Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese
1999; Ripartire dalle radici. Naufragio della politica e indicazioni dall'etica,
Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2001]
A
livello nazionale, e non solo, il Leone d'oro al film Magdalene di Peter Mullan
sta facendo molto discutere: e' lecito, o per lo meno opportuno, premiare un
film che denunzia violenze ed abusi operati - per complicita' tra famiglie
cattoliche e istituzioni ecclesiastiche - su giovani donne irlandesi sino al
1996? Per contribuire con sensatezza alla discussione sarebbero consigliabili
tre passaggi. Primo: vedere il film.
Sappiamo che il critico bravo sa commentare le opere cui assiste, il bravissimo
anche quelle che non conosce: ma un po' di cristiana modestia, specie quando a
intervenire sono rispettabili monsignori telegenici, non guasterebbe. Secondo
passaggio: dare una rilettura, anche rapida, a Jacques Maritain. Il filosofo
cattolico, che Paolo VI ha prescelto come rappresentante della cultura
contemporanea per consegnare in piazza San Pietro il messaggio del Concilio
Vaticano II agli intellettuali, ha piu' volte ribadito nei suoi scritti la
distinzione (kantiana e crociana) fra il punto di vista estetico ed il punto di
vista etico, riconoscendo che un'opera d'arte bella puo' essere moralmente
discutibile almeno quanto una edificante puo' risultare esteticamente
fallimentare (a Venezia, sino a prova contraria, si doveva valutare il valore
estetico dei film in concorso, non gli effetti sociologici).
Ma
se ci si vuole fermare esclusivamente alla ricaduta etico-pedagogica della
distribuzione del film, puo' essere proficuo un terzo passaggio: assistere alla
proiezione in una citta' del meridione italiano come, ad esempio, Palermo. Molto
probabilmente capitera' infatti cio' che e' accaduto a me: di ascoltare, gia'
durante i pochi momenti dell'intervallo e piu' ancora alla fine dello
spettacolo, i commenti piu' appassionati da parte del pubblico femminile. Non
solo, e non soprattutto, commenti "oggettivi" ed astratti, ma
essenzialmente autobiografici. Certo, le nostre donne non hanno subito -
solitamente - le singole vessazioni cui si fa riferimento nel film: ma il clima,
l'intonazione, l'angolazione richiamano fortemente pezzi del proprio vissuto
esistenziale. In modi diversi, e in diversa misura, molte spettatrici hanno
sperimentato sulla propria pelle rigori disciplinari e divieti assurdi:
"Potevamo vedere il televisore solo una sera a settimana e solo il canale
deciso dalla madre superiora", "Per punirmi di aver parlato durante le
ore di silenzio, mi hanno chiusa in gabinetto per una notte intera",
"Ogni amicizia piu' intima veniva condannata come omofila, a meno che non
fosse tra una adulta e una minorenne"...
Questi
scampoli di ricordi mi hanno richiamato alla memoria un'infinita'
di racconti simili. Sin da quando ero bambino, mia madre mi riferiva, con un
pizzico d'orgoglio, di aver rifiutato a dodici anni il diktat del confessore
quando era ospite di un collegio di suore a Piazza Armerina: "O strappi i
testi delle canzonette d'amore che hai trascritto ascoltandole dalla radio o non
posso darti l'assoluzione". L'attuale moglie di un mio compagno di scuola
mi confidava di aver rinunziato ad essere una "numeraria" dell'Opus
Dei perche' non poteva leggere neppure un libro senza il permesso esplicito e
preventivo del direttore spirituale: cosi non aveva potuto conoscere
direttamente Il nome della rosa di Umberto Eco.
Episodi
lontani nel tempo, di sessanta e di venti anni fa? Non solo. Sono trascorsi
appena dieci anni da quando una collega di filosofia di un liceo linguistico
gestito da un comune della provincia di Ragusa mi riferiva che il preside,
dietro pressante richiesta del parroco-insegnante di religione, l'aveva invitata
fermamente, per evitare turbamenti nei giovani, a non leggere in classe - e a
non consigliare per casa - il Simposio di Platone: la teoria dell'amore esposta
da Socrate, con espliciti riferimenti all'attrazione sessuale e - per giunta -
omosessuale, era troppo poco... "platonica". E solo due anni fa una
giovane oculista, apprendendo per caso dei miei interessi in campo teologico, mi
spiegava di aver rinunziato ad entrare nell'ordine carmelitano perche', da
novizia, al pranzo del primo venerdi' le avevano proposto di digiunare restando
in ginocchio accanto alla tavola apparecchiata: non era obbligatorio, ma si
sarebbe sentita in colpa se avesse consumato il pasto in quel contesto.
"Quando ho chiesto la ragione, mi e' stato risposto che ogni occasione era
buona per mortificare il corpo: ho obiettato che se mai, stando alla Bibbia,
avrei dovuto mortificare il mio orgoglio spirituale - e l'indomani ho fatto le
valigie".
Di
fronte a questi dati "storici", statisticamente troppo ricorrenti per
poter essere liquidati come occasionali, non so quale possa essere la reazione
delle coscienze cosiddette laiche gia' per conto proprio ostili o, piu' spesso,
indifferenti ai fenomeni religiosi. So pero' che suggeriscono alle coscienze
autenticamente credenti la necessita' di rileggere la storia bimillenaria del
cristianesimo alla luce del vangelo originario (come ha fatto di recente, in uno
splendido volume rizzoliano, Hans Kung); di rintracciarne commistioni e
stravolgimenti (avvenuti gia' sin dai primi decenni, per esempio col connubio
fra annunzio di Gesu' e filosofie gnostiche); di chiedere perdono per le
sofferenze inflitte alle vittime (in questo caso, tanto per cambiare, donne) nel
passato e, soprattutto, di rivedere per il presente tutte le normative che
provocano conflitti interiori in coloro che vengono considerati fuori dalla
comunione ecclesiale solo perche' non sono in linea con la morale borghese
occidentale degli ultimi quattro secoli.
Non
e' tempo di trionfalismi. Anche il recente convegno interconfessionale di
Palermo ha riservato un intero pomeriggio alla "autocritica delle
religioni". Tutte le grandi tradizioni religiose (tranne, forse, il
buddismo) hanno dato molto e tolto altrettanto alle civilta' in cui si sono
incarnate. Ne' le cose sono andate molto
meglio quando si e' negata la trascendenza in nome di secolarismi atei come il
socialismo sovietico o il nazismo tedesco. Possiamo esserne contenti o
inquieti, ma la dimensione religiosa e' inestirpabile dal cuore dell'uomo. E la
protesta contro le deformazioni e gli inquinamenti e' una conferma, indiretta e
paradossale, di questa dimensione. In una delle scene decisive la minorata
psichica, dopo essere stata indotta dal prete a furtivi rapporti orali, in un
soprassalto di consapevolezza gli urla: "Non
sei un uomo di Dio!". In quell'urlo c'e' - evidentemente - una
denunzia, ma anche un appello disperato. Nessuno, come quella ragazza
martoriata, avrebbe avuto bisogno di un testimone della tenerezza del Padre: e
proprio perche' tradita in questa esigenza radicale, essa leva un grido
lancinante. E' il grido di tutti i poveri che cercano invano in chi si dichiara
discepolo del Cristo un punto di riferimento e un accompagnamento nel buio della
vita. Forse il regista cattolico di Magdalene voleva fare solo un bel film (e
non so se ci sia riuscito adeguatamente), ma ha finito anche con l'offrire a chi
pretende di essere cristiano un prezioso stimolo a separare - in se stesso e
negli spazi istituzionali - il grano dalle erbacce che, oggi come ieri,
minacciano di soffocarlo.
Dopo
le polemiche sul film di Mullan che ha vinto Venezia, parla una ex-reclusa in un
istituto di suore in Irlanda "La mia vita da schiava in un
convento-lager" Oggi ha 70 anni: "Tante volte ho denunciato, mai
creduta Ho perso dignità e identità: credo in Dio, non nella Chiesa" dal
nostro inviato EMANUELA AUDISIO "Mi guardi: sono una vera Maria Maddalena,
non un fantasma. Sono una di quelle di cui parla il film di Peter Mullan che ha
vinto a Venezia. Una di quelle schiave messe a marcire nei conventi, gestiti
dalle Suore della Misericordia, per conto della chiesa cattolica. Messe a
lavorare per lavare via le colpe: 9 ore al giorno, tutti i giorni dell'anno,
tranne la domenica. Non una puttana, non una pazza e nemmeno un'orfana".
"Solo una che si era permessa di disubbidire. Il mio peccato? Essere andata
al cinema senza permesso. Esistiamo davvero, noi Maddalene, ci hanno cambiato
nome, ma io sono Mary. Ho 70 anni e sono stata la prima a parlare nell'85,
chiamavo i giornali, le radio, nessuno mi credeva. Dire male delle suore? Non si
poteva, non nella cattolica Irlanda, dove si erano occupate di 30 mila Maddalene.
In molti preferivano ignorare, anche nel 1996 quando ha chiuso l'ultimo
convento, anche dopo molti documentari, anche dopo molte canzoni. Un po' come in
Germania ai tempi del nazismo quando la gente perbene diceva di non sapere e
faceva di tutto per non sapere. Ce ne sono altre come me, ma stanno zitte, si
vergognano, non vogliono ricordare. Povere Maddalene, non parlano nemmeno se le
ammazzi. E ormai le hanno ammazzate quasi tutte: il resto lo ha fatto il dolore,
la sofferenza, la pazzia. Molte sono rincretinite, ridotte a vecchie bambine che
vegetano nei ricoveri. Ma già: i cattivi ora sono i musulmani, il male è
l'Islam. Yes father, sì Padre, diceva sempre mia madre. Non si poteva dire di
no al parroco". Mary Norris vive in campagna. E' nata nel 1932 a Sneem
nella contea di Kerry, da Daniel e Brigid Cronin che avevano una piccola
fattoria e otto figli. Mary era la figlia più grande. Suo padre morì di cancro
che lei aveva undici anni, l'ultima sorellina appena sei mesi. "Dopo la
morte di papà, mia madre cominciò a frequentare un uomo della zona, che spesso
si fermava a dormire da noi. Durante queste visite non vedevamo nulla di
sconcio, lui ci regalava qualche dolce e la mamma sembrava un po' più felice.
Una mattina mi stavo preparando ad andare a scuola quando vidi la macchina. Una
guardia mi chiese se mia madre era a casa. Penso che stessero controllando la
casa, perché volevano trovarci l'amico della mamma. Così presero noi bambini e
ci fecero marciare fino al tribunale, sotto gli occhi di tutti. Su volere del
parroco che considerava la mamma una cattiva donna. Finimmo in un orfanatrofio a
Killarney, separati dai nostri fratelli, ma noi la mamma l'avevamo. Erano
preoccupati per la salvezza delle nostre anime. Me lo spiegò una suora,
cattivissima, che ora è morta, ma che voglio nominare, suor Laurence, che mi
disse: 'Tua madre poteva tenerti, ma è una poco di buona, è un diavolo, spero
che tu non diventerai come lei". Per questo mi picchiava e perché bagnavo
il letto. Per punizione dovevo passare con il materasso sulla testa tra un'ala
di bambini che mi derideva. Avevo solo 11 anni e non mi era mai successo prima
di non riuscire a tenere la pipì. Lei mi picchiava con la cinghia, quando ero
nuda, sempre in posti dove i segni non si sarebbero visti. Godeva nel farmi
male, questo l'ho capito dopo. Mi spiegava: "Lo sai che stai parlando alla
sposa di Cristo?". Impedivano a mia madre di venirci a trovare. Il giorno
di Natale ci davano una salsiccia, la domenica di Pasqua un uovo bollito. Per il
resto il cibo era atroce: pane e margarina, e una specie di porridge che davano
a maiali. Dalla cucina delle suore invece uscivano meravigliosi profumi di
bistecca". Mary, quante volte? "Quante volte ho pensato di essere io
sbagliata? Molte. Sono andata trovare un'amica a Londra, un'altra Maddalena, suo
figlio piangeva e lei si è messa con calma a picchiarlo. "Ma cosa
fai?" le ho chiesto. "Non facevano così anche con noi, per farci
smettere?" mi ha risposto. Non ce l'ho con le suore per le botte o per il
lavoro. Quello che ti segna per sempre sono le ferite alla mente. Continuavano a
ripetermi: finirai male come tua madre. E io pensavo: oddio, forse vedono in me
qualcosa che io non riesco a vedere. Così a 16 anni decisi di diventare una
suora. Cercavano religiose da mandare in Australia a convertire gli aborigeni.
Io non sapevo nemmeno chi fossero gli aborigeni, ma alzai la mano. Cominciarono
ad educarmi diversamente, ma a me non piaceva. Arrivò un prete che mi spiegò:
"Ragazza mia, più sei vicina a Dio, più il diavolo ti tenta". Gli
risposi che il diavolo non c'entrava, non volevo più essere una suora. Così mi
trovarono un lavoro in una famiglia a Tralee. Per 12 cent mungevo le mucche,
cucinavo, lavavo e pulivo. Una volta a settimana andavo al cinema, era la mia
unica passione. Chiesi il permesso per andarci un'altra volta, ma la padrona
disse no. Ci andai lo stesso, e il giorno dopo arrivò lo stesso uomo che mi
aveva prelevato da casa da mia madre e mi riportò a Killarney dove venni chiusa
a chiave. L'indomani venni portata dal dottore per un esame interno e ricordo
che lui si spazientì: "Cosa c'è che non va? Questa ragazza è
intatta". Io non sapevo cosa voleva dire intatta. I miei fratelli vennero
mandati a lavorare da un tipo in campagna che abusò sessualmente di loro e di
mia sorella. Mia madre continuava a non sapere dove fossimo". Mary nel 1950
smise di esistere. "Venni trasferita al Good Shepard a Cork, senza nemmeno
avere la possibilità di salutare le mie sorelle. E divenni schiava in una
lavanderia delle Maddalene. Mi imposero di cambiare il mio nome e mi ordinarono
di non dire a nessuno il motivo per il quale ero lì. Ma se non lo so nemmeno
io, risposi. Lì dentro persi tutto: dignità, identità, nome. Non potevi
parlare, dovevi solo pregare ad alta voce, lavorare e baciare i piedi della
statua di Santa Maria Goretti. Eravamo un centinaio, nessuno aveva mai fatto
qualcosa di male, alle mamme toglievano i bambini
che finivano adottati in America. Riconobbi Helen, una compagna di anni prima,
mi disse che ora si chiamava Regina. Il lavoro era duro: era una vera
lavanderia. I panni venivano dagli ospedali, sporchi di sangue e noi non avevamo
guanti. Le suore facevano una fortuna, noi neanche una lira. Sono stata lì per
due anni, senza paga. Mi sono salvata grazie ad una zia che avevo in America e
che continuava a chiedere mie notizie. Ma i miei fratelli sono diventati
alcolizzati e sono morti: uno bruciato nel suo letto dalla sigaretta, l'altro
ucciso in una rissa tra ubriachi. Non dico che sia solo colpa della Chiesa, ma
certo quello che hanno attraversato non li ha aiutati a diventare persone".
Si può smettere di essere Maddalena? "E' difficile. Io sono andata in
Inghilterra, mi sono sposata, ma dopo un po' tutto è andato male, sono caduta
in depressione e sono finita dallo psichiatra. Non riuscivo a sbarazzarmi del
passato, l'avevo messo lì in attesa, ma c'era e premeva. Ho incontrato il mio
attuale marito nel '67, ho avuto una figlia, e questo ha fatto la differenza.
Credevo che non sarei mai riuscita a liberarmi dall'odio che avevo per le suore,
invece ce l'ho fatta, altrimenti avrebbero vinto loro, perché come ripeto
c'erano e ci sono anche buone religiose. Alla gente dico: non abbiate vergogna
di arrabbiarvi, è un vostro diritto, non lasciate che l'amarezza vi rovini.
Molte di noi provano ancora vergogna per dove sono cresciute. Ma io dico che la
vergogna sta sulla porta della chiesa cattolica perché loro hanno istruito le
persone e loro hanno permesso tutta questa miseria. Se abbiamo fatto del male,
ci scusiamo, dice ora la Chiesa. Come sarebbe a dire se? Noi, le Maddalene, non
ci siamo inventate
niente. Veramente il Vaticano crede che il film sia esagerato? Preferisco la
posizione del vescovo Willy Welsh che parla di necessario ripensamento. Ho
dovuto combattere perfino perché le Maddalene morte in convento avessero una
tomba e un nome, le avevano seppellite in una fossa comune e anonima. Invece le
suore avevano rose e lapidi bellissime". Mary, non pianga, racconti.
"Cosa? Che non vado più a messa e nemmeno le mie sorelle. Continuo a
credere in Dio, ma non nella chiesa. Non voglio una cerimonia religiosa quando
muoio, non l'ho voluta nemmeno quando mi sono sposata. Mi definisco cristiana,
non cattolica. Devo credere. Perché chi ci ha rubato la vita non deve trovare
il paradiso".
13
Settembre 2002