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Lettera di gennaio 2005 agli amici di Donne-contro-il-silenzio
Premessa In questa prima lettera dell’anno entriamo in vivas res, e parliamo di temi concreti, di uno soprattutto, che è urgente per via di un’iniziativa a cui vogliamo dare corso. Questa volta ci interessiamo del settore donne e vita religiosa. E vi annunciamo che faremo giungere questo scritto a parecchie congregazioni religiose femminili. Il gruppo ristretto di persone che si adopera, attraverso il sito http://www.donne-cosi.org/ , ad aiutare coloro che si aautocondannano al silenzio per via della rimozione del difficile passaggio dalla vita religiosa a quella comune, non vuole favorire il rimestamento del passato, bensì la ricostruzione serena dell’ulteriore progetto di vita. Infatti il risalire alle radici della propria esistenza, là dove si è innestata, un tempo, la vocazione religiosa, accompagnata da tanto entusiasmo ed impegno, potrebbe costituire un’ottima piattaforma per la ‘crescita’ della persona nel suo rilancio verso obiettivi carichi di novità evangelica.
A chi e con quale stile dare e darsi aiutoNon è facile capire la portata di questo tema, che potrebbe sembrare avulso dai problemi che affliggono l’umanità, e che ha invece grosse valenze di carattere civile e religioso. La divisione tra chi abbraccia il discepolato impegnato di origine evangelica all’interno di un Istituto religioso, e chi conduce una normale vita da cristiano, rischia di divenire separazione di due ambiti della ‘sequela Christi’, che invece dovrebbero integrarsi a vicenda. E’ sintomatico il senso di ripugnanza legato alla paroletta ex, la quale costituisce, per chi esce dall’istituzione, un richiamo forzato, una sorta di condanna morale a vita, circa un passato personalissimo da dimenticare, perché connesso, nell’opinione pubblica, ad una sorta di violazione nei riguardi del SACRO. Di questo il mondo laico si fa geloso custode, ansioso di ricavarne tutela e sgravio dalle proprie responsabilità morali nei riguardi delle piaghe sociali a cui le persone consacrate si dedicano totalmente. La situazione psicologica che si determina in chi ha fatto il salto oltre gli argini del Sacro istituzionalizzato, merita attenzione e rispetto, perché si sblocchino i carismi ‘biblici’, ingabbiati e perfino negati a causa di tanti pregiudizi. Sentiamo il dovere di aiutare anche chi ‘restasse’ nell’Istituto per mancanza di coraggio e/o di opportunità. Raggiungere costoro è difficile, blindata com’è la comunicazione tra chi è ‘dentro’ e chi è ‘fuori’. Tanto che, nel migliore dei casi, il rapporto si esaurisce in sporadici incontri ‘cameratistici’ (mai ufficiali), dettati da pietosa indulgenza, mentre nel sottofondo persiste, impacciante, il tabù della violazione di un patto che si sarebbe fatto con Dio. Rendere i rapporti tra le due parti, più limpidi e fecondi di bene anche per l’istituzione, è considerata idea stramba più che utopia; quasi si trattasse di un modo subdolo di nuocere a chi continua a vivere serenamente in istituto, circondata dall’alone di sacralità che ne sublima l’olocausto. La proposta di accomunare la liberazione di chi non riesce a soggiacere alle Regole, a quella di chi resta nell’Istituto, apporterebbe nuova linfa alla vita dedita al servizio di Dio e del prossimo, facendo cadere tabù che sono di ostacolo al rinnovamento della fede cristiana nel suo complesso. C’è davvero materia abbondante di discussione, se si esamina la questione nelle sue molteplici implicazioni. I nostri obiettivi saranno considerati assurdi fino a che una parte si trincererà nelle sue sicurezze, negando il dialogo all’altra. Ma si sa, un dialogo davvero incisivo, richiede che ciascuno dei dialoganti perda qualcosa, per acquistare qualcos’altro.
Un’umile sfidaI due termini – umiltà e sfida – sembrano collidere. Pare di sentirsi dire da coloro che rappresentano la parte eletta della chiesa: “ma perché queste… amatissime sorelle non se ne stanno e non ci lasciano in pace?” Pazienza! L’acqua cheta ristagna. Si ascolti piuttosto la nostra ferma proposta: Un confronto vis à vis tra le due parti, possibilmente in pubblico, si vedrà come. Quale modo di parlare del Sacro e della discrepanza simbolica del femminile rispetto ad esso, se non presentandoci al confronto di persona? In qualità di soggetti che vivono sulla propria pelle tale dissociazione: di qua coloro che vivono a riparo del sacro all’interno dell’istituzione in qualità di soggetti-vittime per amore; dall’altra coloro che vogliono scrollarsi di dosso la condanna antievangelica di infedeltà a Dio per motivi istituzionali, e propongono la liberazione, estensibile alla società umana, da un Sacro strumentale,. I mezzi di comunicazione di massa e molta, molta gente, sono dalla parte dei soggetti di primo tipo; i quali non hanno da temere altro che un’ulteriore esaltazione della loro umile dedizione. Noi invece rischiamo, nella nudità di chi si espone senza tutele di sorta. E’ chiaro che, se all’invito di dialogo, la risposta sarà un NO, non lo vorremmo edulcorato con giri di frasi e a citazioni bibliche lontane dal contesto esistenziale della fede vissuta. Umiltà è verità. La nostra sfida è forte, ma non presuntuosa, perché è tentativo di dare spazio alla profezia. La quale non si ripiega sul dato di fatto, e sfida apertamente ciò che impedisce il cammino verso la liberazione delle coscienze. Ma voi che leggete, da che parte state? Volete darci una mano nel diffondere una mentalità nuova, in grado di abolire inutili categorizzazioni umane? Che cosa proponete? E’ molto chiedervi una breve risposta? Un grande abbraccio e un pensiero augurale per il nuovo anno,
Ausilia e le sue
collaboratrici
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