Lettera di Dicembre agli amici

 

 

Mandiamo agli amici la lettera con la quale rispondiamo ad un certo don Celestino.

Ci piace il tuo modo di esprimerti, confidenziale e ricco di buon senso. Da quanto scrivi è facile dedurre le tue posizioni in linea con lo spirito del Concilio Vaticano II. 

Proprio sul tuo atteggiamento ideale vogliamo spendere due parole, in modo tale che il dialogo tra te e noi non sia truccato. Infatti, quando si parla di rinnovamento ecclesiale, le persone che se ne fanno antesignane  sono solite recitare una litania, cara e vantaggiosa a se stesse e a chi ha la medesima visione delle cose. Spesso appartengono a questa categoria di zelanti, persone con un passato di vita “consacrata”, che si  permettono un lusso non accessibile ai più: muovendosi nel regno dell’utopia, hanno modo di guardare dall’alto la storia millenaria della chiesa e di prospettare l’avvento definitivo del Regno; inoltre, sentendosi assolutamente nel giusto, fanno della  propria trasgressione il segno distintivo che le fa simili al grande Trasgressore, Cristo. 

Si segue pressappoco un tale metodo in alcuni Movimenti e Gruppi di preti sposati: discussioni teologiche, naturalmente controverse per il carattere ideologico delle dispute, riunioni accese di santi sdegni e/o di pietà, tentativi di dialogo col Vaticano, (puntualmente frustrati), mancanza di dialogo tra i provenienti dalla stessa esperienza: infatti esiste una grande diversità tra coloro che “lottano” e coloro che patiscono la sindrome di Stoccolma, fino ad accontentarsi di essere promossi a sacrestani pur di trovare una finestrella da cui “ri-entrare” (e sempre nascondendo l’identità precedente). E via di seguito.    

A nostro parere, a chi si accende di santo sdegno e  si atteggia a fustigatore o a profeta, piombano addosso alcuni svantaggi. Un primo: essere scritto nel libro nero degli irriducibili, depositato in invisibili archivi. Un secondo: sortire l’effetto perverso di tranquillizzare la Gerarchia; infatti, perduta ogni speranza sui ribelli, non solo se ne può disinteressare senza scrupolo alcuno, ma crede di dover adempiere il meritevole compito di difendere da costoro le pecorelle che stanno nell’ovile. Un terzo: spostare preoccupazione e  pietà da coloro che hanno perduto ruolo e sostegno esistenziale, al glorioso manipolo che rappresenta la Chiesa, la quale sarebbe  la vera vittima…

Noi invece, “Donne contro il silenzio”, manteniamo con i simili che hanno imboccato la via della contestazione e/o dell’ipercritica un rapporto che vorremmo ottimale, nella convinzione che solidarizzare è meglio che isolarsi; ma non abbiamo né la pretesa, né la voglia di proporre una Chiesa diversa, cosa che in verità ardentemente auspichiamo. Abbiamo scelto di muoverci tra la melma di concrete situazioni difficili (che potete “annusare” tra la corrispondenza del nostro sito); e nella melma ci vogliamo restare, perché non si può eludere la responsabilità di aiutare sia chi si trova in situazione di disagio per la “punizione inflitta secondo la legge canonica”, sia, soprattutto, quelle donne che soggiacciono ad innominabili sofferenze causate da preti in ministero che le tengono come ruota di scorta della loro incapacità a dire un sì o un no netto di fronte a scelte responsabili.

Ci proponiamo di far emergere la viva sofferenza delle persone, detestando di farci complici inconsapevoli dell’omertà di chi impone la loro SCOMPARSA dallo scenario ecclesiale. (Ci siam fatti prendere la mano a dire queste cose, pur riconoscendo che, almeno in questo caso, cadiamo anche noi nell’errore che vorremmo evitare).

La nostra posizione è dunque questa.
 
1)  Vogliamo prenderci cura, come il Samaritano, di chi, dato il comune modo di intendere la carità, non entra nei quadri abilitati a rappresentare il bisogno umano di aiuto. Addirittura parecchi di coloro che provengono dalla stessa esperienza e ormai si sono guadagnata una dignità, si guardano bene dal comprometterla associandosi ai propri simili; piuttosto si inseriscono felicemente nei luoghi in cui la carità cristiana ha il merito dell’ufficialità, anche se si tratta di soccorrere pezzi da galera, prostitute e assassini, peccatori infami, pericolosi clandestini: “fa’ la carità e non guardare a chi”, recita un proverbio. A meno che si tratti dei “fuoriusciti”, viene da aggiungere. Essi meritano la velenosa attenzione da parte degli spasimanti di storie trasgressive, i quali ci “fabbricano-su” anche il libro, il film, o come minimo l’intervista giornalistica.

  2)  Poiché le donne si difendono come possono, e cioè col silenzio, e, quando hanno la ventura di liberarsi, ad altro non aspirano che a dimenticare il passato, apriamo il nostro cuore soprattutto a quelle che restano nella solitudine del rapporto clandestino col prete, cercando di contagiarle di libertà, per resistere alla pressione psicologica che patiscono.

 3) Desideriamo anche correggere gravissime deformazioni mentali della GENTE. E’ un’impresa difficilissima, tenuta sotto controllo dalle leve del Potere, interessate a mantenere lo status quo di un’opinione pubblica incatenata a pregiudizi, tabù, storpiature concettuali. Ed è sempre il Potere che trae utilità dai mezzi di comunicazione, addomesticati e incoraggiati a lanciare nell’immaginario collettivo idee e figure ed esempi di vite eroiche di preti e suore, che in questi ultimi tempi stanno affollando il Paradiso: in modo che si riconoscano i buoni, così diversi da… quelli che – sia chiaro a tutti - vogliono apparire normali  mettendo una toppa là dove hanno creato una lacerazione... Il don Matteo televisivo di turno vale mille Donne-così quanto a forza di persuasione. Eppure bisogna provare a resistere.

Caro don Celestino, questi tre punti sono così impegnativi che non possiamo seguirti nei tuoi discorsi sulla chiesa “evangelica”. D’altra parte siamo sicure che, se “buchiamo”… in questo campo, allora un po’ di profezia in noi c’è. Senza nemmeno l’ombra di un’aureola. Profezia nuda, sudata, tenace. Dio ci aiuti!!! E ci aiutino anche gli amici come te.

La redazione