N e l m o n d o d e l le “c o n s a c r a t e”
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6. La sequela e la radicalità* Il “se vuoi” e il radicalismo evangelico, che ha un alto significato in quanto dono di Dio, non si può né inventare né scegliere, ma accogliere e comunicare . La donna-tipo della radicalità nella sequela è colei che versa l’unguento sul capo di Gesù, con un’azione coraggiosa ed autorevole. La sequela, cioè il seguire Gesù da parte dei suoi discepoli, si inserisce nel piano divino, quale risulta dall’AT e si concretizza nel suo annuncio di salvezza: scoprire che Dio è Padre e che tutti siamo fratelli. Ma per aderire al discepolato Gesù premette: “Se vuoi”. Bruno Maggioni, e non è il solo, spiega che il “Se vuoi” non esprime un consiglio, nel senso di una cosa che si può fare o non fare, o di un di più a cui si può anche rinunciare. E’ molto errata la concezione secondo la quale i comuni cristiani sono obbligati ad adempiere i propri doveri di “giustizia”, delegando ai consacrati il radicalismo evangelico. La radicalità della proposta di Gesù è, invece, per tutti, anche se può essere vissuta in forme diverse. E’ molto interessante continuare a seguire questo biblista. Un gesto potrebbe essere eroico, totalitario, senza tuttavia il proprium che lo trasforma in segno della radicalità evangelica. Ciò si comprende se si pone l’accento più sull’appartenere che sul lasciare. La misura della radicalità è nella sua capacità di significazione: nel lasciar trasparire Dio. Dunque si tratta di una forma rivelativa, che non si può né inventare né scegliere, che si può solo accogliere e comunicare. Nessuna categoria umana è abilitata ad appropriarsene, tanto meno ad incanalarla in leggi umane (che condizionino il dono a precise ipoteche). Nemmeno l’opzione celibataria vi si presta in maniera opportuna; questa è una modalità all’interno dello stesso radicalismo, fondamentalmente uguale ad altre opzioni. La struttura essenziale dell’amore è la stessa per chiunque ami totalmente, sempre e unicamente, Dio. La differenza non sta nel preferire Dio alla creatura, perché ogni cristiano, seguendo Gesù, sottopone ogni altra scelta alla sequela. Certamente, in essa, Dio ci mette del Suo (qui mi allontano dall’autore citato), e misteriosamente fa brillare una luce diversa su ciascuno, in determinati stadi della vita, in situazioni le più impensate. Conta che il divino irrompa nell’esistenza, e che questa se ne lasci scombussolare nei suoi punti di riferimento limitati e terreni, per inseguire la scia dell’amore soprannaturale. Niente di sensazionale in tutto ciò. La persona non è tenuta a trascendersi con sforzi eroici. Deve piuttosto mettere da parte il suo io, denudarsi da ambizioni (anche spirituali), farsi trasparente, sicché tutto in lei rispecchi l’unica cosa necessaria. Allora, anche nel fare le cose comuni, si farà in lei lo spazio di Dio; e le si affolleranno dentro le creature col loro peso di miseria e di sofferenza, ma anche con la loro parte di divina bellezza... : vi troveranno posto, perché la radice dell’amore si sprofonda tanto, quanto alta è la misura dell’amore raggiunta. Il dinamismo innescato non cessa più; e quantità e misure scompaiono. Il migliore esempio di questo accogliere Dio (e le creature) in modo totale ce lo dà lo stesso Vangelo, dove la donna-tipo della radicalità nella sequela è colei che versa l’unguento sul capo di Gesù, facendo un grosso spreco. La misura di questo spreco è senza misura, eccessiva. Null’altro vogliamo sapere di questa donna che si inserisce in maniera impropria tra i commensali, conscia di appartenere al Maestro, di esserne discepola amata. La scena, scritta da mano maschile che si ferma sullo sbigottimento degli uomini di fronte a tanto spreco, non impedisce dal suggestionare noi donne in maniera tutta particolare. Anche noi assistiamo meravigliate al gesto, ma con altre riflessioni: come mai in un tempo e in un luogo in cui la donna non potrebbe farsi avanti ad accostare un Maestro attorniato da tanta gente, costei sa agire con particolare confidenza nei riguardi di Gesù? e come mai quel suo stare in piedi? (la teologa Lilia Sebastiani commenta così: è praticamente impossibile che la donna versi il nardo sul capo standosene in ginocchio, come invece la rappresenta l’iconografia ufficiale). Lo stare in piedi di fronte al Maestro le conferisce autorità, anzi quella superiorità morale, propria di chi, ungendo il capo, sembra investire l’altro di dignità. Perché meravigliarsene, se sappiamo che l’amore biblico è fondato sulla reciprocità? La scena è lì ad indicare senza equivoci che cosa significhi essere discepola; compiere azioni comuni con amore (coraggioso, se necessario).
7. L’aspetto sacrificale nella vita religiosa femminile La verginità e il martirio, il rapporto mistico-sponsale. La creazione di uno stato di vita proprio di vergini consacrate si delinea storicamente sulla traccia del martirio delle protomartiri che, nei primi difficili tempi, difendevano assieme alla fede la castità: la loro capacità di resistenza, nell’immaginario culturale maschile, testimonierebbe che quel mondo considerasse confacente alla donna in maniera prioritaria una tale virtù. Ambrogio esprime così il gesto di Agnese che si copre quando cade morente : in una sola ostia (vittima) il duplice martirio del pudore e della consacrazione. Si è aperta una tradizione, della quale siamo eredi tuttora: cioè un ascetismo virile1 permette alla donna di viverlo fino al martirio; ne è l’equivalente. La vergine che si consacra (ma anche la donna che si riscatta con il più completo olocausto) testimonierebbe la passione più nobile e purificatrice, per sé e per un mondo di vizi: passione di sposa per uno Sposo crocifisso. La donna è la più suscettibile al fascino dell’immolazione sacrificale. Lei, non concedendosi ciò che potrebbe distrarla da ogni altro amore, anche quello di madre, può stabilire con il suo Amante-Amato la più grande familiarità e sentirlo accanto in maniera viva e concreta. C’è addirittura chi considera una categoria universale del femminile il rapporto mistico-sponsale, quale capacità oblativa suprema, in cui gli stessi sensi siano coinvolti e trascesi. I fatti sembrano dare ragione a tale tesi tuttora in voga, ma che andrebbe rivisitata con cautela, dato che può equivocamente favorire una visione distorta della femminilità. L’aspetto escatologico - essere come si diverrà nell’aldilà - , farebbe della scelta verginale il segno di un'eccezionale forza d’animo, tanto da farle superare la divisione dei sessi. La vergine entra nel sacrario della sponsalità con Cristo: da donna fu fatta maschio, recita una celebre frase; realizzerebbe uno stato superiore (neutro?), quale sarà quello della vita ultraterrena. Desta raccapriccio che sia l'uno sia l'altro simbolismo, entrambi ben collaudati nella mentalità di allora, possano sembrare ancor oggi ad alcune teologhe e teologi, vantaggiosi ai fini di un superamento del sessismo, allora dominante. E' vero che molte donne consacrate a Dio si guadagnarono il riconoscimento della possibilità autonoma di contatto col divino, liberandosi almeno in parte da impaccianti tutele maschili; e poterono perfino accedere alla cultura, in tempi sfavorevoli, grazie alla parità escatologica. Ma, se mi si permette un esempio, è come se qualcuno, per evitare la gogna o un supplizio qualsiasi, si desse alla macchia: solo, tra lupi, sarà libero. E non è detto che non ci provi gusto... Un’altra riflessione scoraggia l’entusiasmo per la tesi della donna liberata tramite la scelta verginale. Un tempo (ci rifacciamo per qualche dato ad uno studio della Saraceno) “privato” era ciò che non poteva essere pubblico, per mancanza di riconoscimento. Per la donna le cose funzionavano all’inverso: essere considerata donna pubblica aveva una valenza negativa. Invece col progredire delle società democratiche si è incrementata la sfera dei diritti, sicché molti dei diritti, prima lasciati in balia del privato, hanno avuto un riconoscimento pubblico. Vale la pena riflettere ancora sul ruolo verginale ritenuto come alto valore, quasi avesse in un certo senso spianato la strada alla libertà femminile. Si sostiene che la geniale impronta della verginità consacrata avrebbe contribuito a rafforzare il carattere spirituale della Chiesa, Vergine Sposa di Cristo. Tra le donne e la Chiesa, insomma, ci sarebbe un interscambio vantaggioso ad entrambe. Il fatto non ci meraviglia; è stato anzi una costante storica nella Chiesa. Ciò non toglie che si può parlare di libertà femminile, quando questa è coestensiva a tutte le donne, in qualsiasi condizione. E' certo che le donne le quali si sottraevano agli uomini, libere nei conventi di impossessarsi di un minimo di cultura e capaci di influenzare spiritualmente la chiesa, non davano alle altre donne la possibilità di sottrarsi al giogo (subito in tanti modi). La libertà o si contagia o non è libertà, bensì privilegio. La stessa sottolineatura che il giogo diventa soave per amor di Dio, oggi non ci lusinga più, o almeno non è la qualità che cerchiamo nella radicalità evangelica. Lasciamo che quest'altro simbolo sia decantato e piegato verso altri versanti di liberazione umana, quando e se serve ad indicare la necessità di sacrificio in vista di un piano di salvezza universale, quale deve proporsi l'essere umano planetario oggi.
1 L’ascetismo tradizionale è considerato virile, soprattutto dalla teologia femminista, in quanto si basa su un’idea di virtù dalle caratteristiche forti: sottolinea un dominio sulle potenze della persona, fino a negare tutto ciò che ne sia espressione spontanea, in particolare circa la sensibilità.
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Dal libro:
Ausilia Riggi Pignata, Oltre il Nulla – Percorsi di vita
religiosa femminile
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