INTERVISTA - THICH NHAT HANH
A lezione di
compassione
Testo e foto di Alessandra Garusi
Molti lo chiamano Thây,
"maestro". Anche in Europa, infatti, questo piccolo monaco buddhista è
considerato una guida spirituale. Che da 40 anni predica la pace e il dialogo.
«Potrei morire ora, perché ho fatto ciò che volevo». Thich Nhat Hanh, 79 anni, pronuncia queste parole in un soffio. E poi si apre nel più disarmante dei sorrisi. Gli occhi neri, vivacissimi sotto la testa rasata, e i movimenti lenti di chi è in perenne stato contemplativo, confermano: non c’è niente di più vero per questo monaco buddhista che da mezzo secolo si batte contro la guerra, al di là delle ideologie e nel nome della compassione. Thây (che sta per maestro) è infatti appena rientrato dal Vietnam dopo 39 anni di esilio: alla fine del 2004 il governo ha sospeso il bando, concedendogli un visto di tre mesi. Così quest’uomo dal fisico minuto, ma dal coraggio straordinario, è tornato a casa. A insegnare.
E la lezione è quella di sempre: «L’unica medicina che può guarire la rabbia, la violenza, è la compassione. Come la pioggia che spegne il fuoco...». Nel Vietnam devastato dalla guerra, i "Piccoli corpi di pace" creati da Thich Nhat Hanh soccorrevano le vittime di entrambi i fronti: era il 1964, quando alcuni dei suoi monaci caddero vittime dei bombardamenti. Allora Thây pensò che quella tragedia dovesse finire e volò a New York. Qui incontrò il sottosegretario alla Difesa Robert McNamara, che alla fine si disse «molto turbato» (si dimise poche settimane dopo). Ma incontrò anche Martin Luther King che, nel ’67, lo candidò al Nobel per la pace.
Intanto, però, in Vietnam si continuava a morire. Il monaco creò allora una Delegazione buddhista per la pace e la guidò ai negoziati di Parigi fino agli accordi del ’73; e, dopo la caduta di Saigon (1975), si impegnò a favore delle vittime dei nuovi padroni comunisti. Costoro non gradirono; e quindi fu l’esilio e i suoi libri furono vietati in patria.

Nei pressi di Bordeaux, in Francia, nasce così il centro di "Plum Village", dove Thây prosegue il suo impegno che in realtà non conosce confini.
Dopo l’11 settembre, agli americani che gremivano la Riverside Church di Manhattan, rivolgerà il suo invito a non cedere alla rabbia: «Quando stiamo male, non facciamo niente, non diciamo niente; dovremmo tornare a casa nostra e praticare il respiro consapevole e la meditazione camminata, in modo da comprendere le vere radici della nostra sofferenza e della sofferenza del mondo. La compassione può nascere solo dall’averle comprese. L’America può essere una nazione davvero grande, se sa agire con compassione, invece che con l’intento di punire. Può offrire la pace, può offrire il sollievo della trasformazione e della guarigione. Tutti noi lo possiamo fare».
Thich Nhat Hanh è uno
dei maggiori maestri buddhisti del nostro tempo. In Italia viene ogni due anni.
L’ultima occasione è stata il ritiro dal titolo Non c’è una via per la pace,
la pace è la via, che ha avuto luogo a Castelfusano (Roma), dal 22 al 27
aprile 2005.
Nel pomeriggio del 28 Thây ha guidato una meditazione-camminata dal Colosseo,
attraverso i Fori imperiali, al Campidoglio; e, in serata, ha tenuto una
conferenza all’Auditorium Parco della Musica.
A margine di questi eventi, lo abbiamo intervistato.
«Penso che il dialogo
fra due diverse tradizioni debba avvenire nel contesto della pratica, e non
basarsi su idee astratte come il "vuoto". Deve affrontare questioni come la
povertà, la violenza, l’aborto, gli abusi sessuali da parte dei preti, o la
liberazione. Questioni universali che stanno nel cuore della gente. Questioni
con cui sia il cattolicesimo che il buddhismo hanno dovuto confrontarsi. Dunque,
il dialogo è sempre possibile quando riguarda il "come".
Dire che il buddhismo è "la religione del nulla", significa che chi parla non
capisce che cosa sia il "nulla". Il nulla non vuol dire "non esistere", ma "non
avere entità separate". Significa che "siamo interdipendenti", o meglio
"inter-siamo"».
«Il punto non è quello
di essere o meno tolleranti, di punire o non punire, ma di come aiutare. Abbiamo
bisogno di saggezza, comprensione e compassione. Dobbiamo avere soprattutto
molta compassione nei loro confronti, perché anche loro hanno sofferto. A questo
proposito, il dialogo può essere davvero la carta vincente. Perché ogni
tradizione ha una sua modalità di affrontare i problemi. Anche nella tradizione
buddhista, i monaci osservano il celibato.
Ogni tanto c’è una violazione, ma il problema può diventare estremamente grave.
Lo abbiamo visto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Compete alla Chiesa, ai
leader spirituali, l’analisi della situazione e la ricerca del perché. Nel
buddhismo, come prima causa di un male, viene indicata la sofferenza. La seconda
Nobile Verità consiste nell’individuare le radici del problema. Dopo averle
individuate, queste vanno recise. Così il male viene meno.
La quarta Nobile Verità sta nel percorso, cioè nel modo in cui è opportuno
estirpare le radici. Nella nostra tradizione, c’è un insegnamento che forse può
aiutare anche i preti cattolici a vivere bene il loro celibato: i monaci
buddhisti non mangiano carne e non bevono alcolici. Poi non girano mai da soli,
ma sempre assieme ad altri loro confratelli e, quindi, il sangha (la
comunità) li protegge».
«I cristiani sono sempre stati molto impegnati sul fronte dell’ingiustizia sociale. Ma la liberazione non è solo da situazioni di povertà, oppressione. È innanzitutto liberazione dalle proprie paure, dalle discriminazioni, dall’ignoranza, dalle percezioni sbagliate. Soltanto una persona libera può essere una persona felice. Il suo livello di felicità dipende dal livello di libertà che ha nel cuore. Quindi non è tanto una questione di lottare "per" qualcosa, ma di liberarsi "dentro"».
«Che la Terra Pura di Buddha (il Regno di Dio) non sia qui, ma altrove, che sia un luogo al quale si possa accedere soltanto dopo la morte, è qualcosa di difficile da credere e da accettare per molte persone, cattoliche come buddhiste. Me compreso. Così cerchiamo di penetrare gli insegnamenti dei nostri antenati. Essi sostenevano che la Terra Pura di Buddha non è là fuori, ma nel proprio cuore. Anche il Vangelo dice questo: uno è davvero libero, se ha abbastanza amore, comprensione e compassione. Allora sarà in grado di vivere il Regno di Dio qui e ora. Dovremmo rileggere la storia di quel contadino che scopre un tesoro in un campo; e quindi va a casa e vende tutto quello che ha per comprare quel pezzo di terra. Lo stesso vale per il Regno di Dio: quelli che saranno capaci di vederlo, di toccarlo nel qui e ora, potranno fare a meno dei soldi, del successo, del sesso, perché saranno già abbastanza felici. Nel buddhismo, cerchiamo di trasmettere il medesimo insegnamento: che la vita è piena di meraviglie. Se uno non è attaccato al passato o preoccupato di correre verso il futuro, ma se ha la capacità di rimanere in contatto con il cielo, le montagne, gli uccelli, i fiumi (tutte cose che appartengono al Regno di Dio), allora sa come nutrirsi, come godere di tutto ciò. E dunque è già nel Regno di Dio».
Se lei potesse incontrare Benedetto XVI, che cosa gli direbbe?
«Se i giovani oggi
stanno lasciando la Chiesa in massa, è perché l’insegnamento e la pratica non
rispondono più ai loro bisogni.
Non hanno la sensazione di essere capiti. Stanno soffrendo, e i loro problemi
non vengono affrontati. Non ricevono l’amore e la comprensione, di cui sentono
la necessità. E quindi molti altri ragazzi e ragazze ancora se ne andranno, se
non ci sarà da parte della Chiesa alcuno sforzo. Papa Ratzinger dovrebbe essere
consapevole di questo: il cristianesimo ha bisogno di un rinnovamento molto
radicale. La stessa urgenza si avverte nel buddhismo. I nostri leader devono
parlare il linguaggio delle nuove generazioni. E devono proporre loro un genere
di pratiche che li aiutino a trasformare le proprie sofferenze. Perché fra i
giovani e giovanissimi c’è molta disperazione».
«No, non è così. Certo, nella gente c’è molta paura e molta rabbia; e i politici stanno strumentalizzando queste emozioni negative, per poter condurre una leadership violenta e disumana. Tuttavia, la comprensione e la compassione sono potenzialmente presenti, sotto forma di piccoli semi, in ogni singolo individuo; servono però dei capi spirituali capaci di farli germogliare. Solo così si potrà ricreare l’energia collettiva della compassione che potrà controbilanciare quella dell’odio e della paura. Negli Stati Uniti vi sono dei bodhisattva (cioè degli "illuminati", degli uomini e delle donne compassionevoli che fanno tutto quello che possono per proteggere l’umanità). Ma, fino a oggi, non sono stati in grado di dimostrare al popolo americano che esiste un’altra via, decisamente migliore: quella della compassione e del dialogo».
Dopo la rielezione di George Bush, lei disse: «Nothing is lost» (Niente è perduto). Che cosa intendeva dire esattamente? È ancora di questa opinione?
«Il 49% che ha votato per Kerry vive ancora in America. Costoro devono restare uniti. Devono usare la loro comprensione e compassione per sostenere i leader che scelgono la strada della nonviolenza. Non devono mollare nemmeno per un attimo la pressione su Bush. Perché quando uno è presidente, lo è di un intero Paese, non soltanto del 51% che lo ha eletto. Quindi, quel 49% può essere decisivo. A volte un governo di destra realizza il programma della sinistra. Per questa ragione mi sento di ripetere: niente è perduto. Se uno si scoraggia, poi resta paralizzato dalla paura e allora sì che perde davvero tutto. Mentre restare in allerta, calmi, conservando la propria energia e determinazione, significa che la partita è ancora aperta».
Ha un sogno, qualcosa che vorrebbe realizzare prima di morire?
«Il poter fare ogni giorno ciò che uno desidera davvero fare è di per sé una grande felicità. Essere compassionevole, insegnare qualcosa che possa in concreto aiutare la gente: è sempre stato questo il mio sogno. Ed è un sogno che si avvera in ogni momento. Non ho alcun rimpianto. Potrei morire ora, perché ho fatto ciò che volevo».
Alessandra Garusi
FONTE: JESUS LUGLIO 2005