Due articoli interessanti, ma che non dicono nulla che non sia risaputo, certe realtà meritano di essere ripensate perchè possano dar luogo al nuovo, degno di essere tale.

Leggi le nostre riflessione a seguito degli articoli

 

 

 

 

1) "IL PRETE NON VUOLE FARLO PIÙ NESSUNO":
UN SONDAGGIO DELL' EURISKO

 

"L'affanno e l'abbandono": due parole per racchiudere insieme il senso di angoscia provato oggi da molti sacerdoti italiani, intrappolati nell'iperattività della vita parrocchiale contemporanea, e la solitudine di quelli che, presi dalla forza dell'innamoramento e dell'affetto per un altro essere umano, hanno perso di colpo, insieme all'abito talare, anche l'amicizia e la stima dei propri confratelli. "L'affanno e l'abbandono": è il titolo del dossier pubblicato sul numero di gennaio del mensile delle edizioni paoline "Vita pastorale", che dà voce a queste angosce e solitudini. Il dossier parte da una ricerca dell'istituto Eurisko di Milano, coordinata dal sociologo cattolico Franco Garelli, condotta su un campione di 800 preti, di età compresa tra i 24 e i 74 anni. A questa si affianca un questionario rivolto dal mensile a quelli che hanno compiuto la non facile scelta di lasciare il sacerdozio, per scoprirne motivazioni, attese e delusioni. Il sentimento di frenesia, di stress ma anche di solitudine provato da molti sacerdoti impegnati nelle parrocchie e nelle diocesi italiane, spiega Marcello Offi, tra i responsabili dell'indagine Eurisko, è "più pastorale e sociale che non personale", ed è alimentato da molteplici fattori, innanzitutto dalle "difficoltà che comporta l'annuncio del messaggio cristiano in un contesto a elevata complessità sociale com'è ormai quello italiano" (per il 40% degli intervistati si dimostra assai complicato persino trovare un "linguaggio adeguato" per trasmettere la parola di fede); e poi dall'inarrestabile calo delle vocazioni. Oggi, lamenta più del 50% degli intervistati, il sacerdote non vuole farlo più nessuno. Perciò il 37% degli intervistati si sente "oberato da troppi impegni" e il 35% protesta per lo scarso coinvolgimento dei laici. "Si è passati da un prete per ogni parrocchia - conferma un sacerdote del nord Italia interpellato da "Vita Pastorale" - a più parrocchie con un prete solo", che viene ridotto così a "tappabuchi o a dispensatore di messe". Un problema, osserva, che si potrebbe affrontare educando la comunità "a essere più autonoma, preparando laici maturi, non clericalizzati, a essere guide della comunità stessa. Laici che si sentano partecipi pienamente della Chiesa". Ad essere messa in discussione, comunque, non è la parrocchia in sé, che il 70% dei sacerdoti interpellati dall'Eurisko considera una "formula ancora attuale", ma la sua organizzazione: poco meno del 60% degli intervistati chiede di investire maggiormente sulla pastorale familiare, il 45% sulla catechesi e sulla formazione religiosa, il 35% sull'animazione e sull'educazione dei giovani. Quanto alla sua funzione sociale invece, molti preti ritengono che negli ultimi 10-15 anni è andata aumentando sia nel campo educativo (36% degli intervistati), sia in quello della socializzazione (53%), sia nell'attività di solidarietà e beneficenza (62%). (30768. ALBA-ADISTA)

 

2) MA LA CHIESA ABBANDONA I PRETI CHE LASCIANO

 

Quanto i preti italiani sono entusiasti della propria missione e quanti sono pentiti della scelta fatta? Le risposte degli intervistati rivelano l'aspetto più impressionante dell'inchiesta su "L'affanno e l'abbandono" condotta dall'Eurisko e commentata da vari interventi sul mensile "Vita Pastorale" (v. notizia precedente). Il prete dei nostri giorni - chiede l'Eurisko - date le difficoltà organizzative e l'ambiente ostile in cui spesso deve operare tende a pentirsi della scelta fatta? Il 56% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza soddisfatto della propria identità sacerdotale, ma il 19% non lo è più e il restante 25% non si sbilancia.Quello che l'Eurisko non dice, ma invece emerge chiaramente dal questionario condotto da "Vita pastorale", è il senso di abbandono e di solitudine che vivono quei sacerdoti che scelgono di non rinunciare ad una "vita affettiva", al "sentimento della famiglia e di una donna con cui condividere la vita", subito "messi in disparte da quegli ambienti e persone di Chiesa che prima frequentavano con familiarità". "È come se il mio essere stato sacerdote non fosse per loro mai esistito", confessano in molti. Le esperienze raccontate sono "tutte autentiche - spiega il curatore del dossier Giuseppe Pernigotti - anche se per delicatezza non firmate". Così e. l. racconta che dopo la sua scelta è stato "lasciato a tu per tu con se stesso", mentre avrebbe "gradito qualche gesto di amicizia" da parte dei suoi confratelli. Dopo aver parlato col vescovo della decisione di lasciare il sacerdozio, si lamenta un altro sacerdote, e.e., "nel giro di una settimana ero senza casa,senza lavoro, senza un mestiere e anche senza un soldo. Qualche prete mi avvicinava, ma solo per verificare se c'erano spazi di ravvedimento: una volta constatata la loro assenza si dileguavano". "Spesso - prosegue - penso ai miei confratelli e mi sembra incredibile che quel rapporto di fraternità, di amicizia, di stima reciproca si sia dileguato con tanta facilità". Eppure "non riesco a non sognare una Chiesa dove sia possibile almeno discutere e confrontarsi senza dover dimostrare l'errore di qualcuno". Quello dei preti sposati, prosegue "è un problema che si finge non esista: lo si liquida come una devianza dalla norma". In realtà, conclude e.e., la "Chiesa gerarchica" parla di questi argomenti (come "dell'omosessualità, della convivenza, dei metodi contraccettivi...") "senza prima ascoltare chi queste realtà le sceglie o le vive". La Chiesa, spiega a sua volta s. c., "deve cercare il modo di "camminare con chi sta camminando" e non suggerire dall'alto qual è la strada" per "poi girarsi dall'altra parte quando vede che tu non segui quel tragitto". "L'amarezza più grande -aggiunge - è che la Chiesa istituzionale (non parlo del Papa) non sa bene come muoversi" e preferisce "restare in una penombra comoda e poco compromettente". (30769. ALBA-ADISTA).

 

Le nostre riflessioni

 

Non vogliamo vantare alcuna originalità, ma il fatto che di nuovo ci siano unicamente gridi di angoscia, lacrime versate, stile di protesta più o meno toccante, ci spinge a porre delle domande e ad avanzare qualche tentativo di risposta:

Chi sono gli interlocutori? a) Se crediamo che possa essere interlocutrice l’Alta Gerarchia, è bene ricordare che cozziamo contro un muro di gomma, secondo lo stile di chi ha il potere e si sente autorizzato ad esercitarlo in nome di Dio. Perciò c’è da chiedersi: fino a che punto si possano ottenere, da un dialogo impossibile, dei risultati, o se invece non si provoca una reazione opposta. Una delle più tipiche frasi che corre in giro, non è invitante: “lo hanno voluto; sapevano a che andavano incontro, ora se ne stiano buoni”. b) Pare invece utile rendere nota alla gente la situazione in modo che maturi una comprensione, non solo per le proprie sofferenze, ma anche per il danno che viene alla stessa Chiesa nell’accantonare il problema come se non ci fosse. c) In via generale pare che i veri interlocutori siano i già convinti; ma perfino tra i preti sposati ci sono i non-convinti, danneggiati dalla sindrome di Stoccolma (connivenza con chi fa soffrire)…

Che cosa si vuole ottenere? Un beneficio per se stessi, o un cambiamento a vantaggio della giustizia? Talvolta si desidera l’una e l’altra cosa insieme. Qui però entriamo nel fattore «tecnica» dei mezzi efficaci e di quelli inutili e perfino dannosi. Noi della redazione veniamo alla conclusione che non bisogna alimentare la passività delle persone di fronte a ciò che le danneggia. Semmai ci dispiace che ci siano alcuni che, per troppa (?) santità pretendono dai loro simili bocca chiusa, coda tra gambe e muso in giù… Questi sono più rigorosi di singoli soggetti della Gerarchia, che per lo meno da un punto di vista personale, possono essere comprensivi.
 

E’ giusto parlare di rivendicazione del diritto all’abolizione del celibato obbligatorio? E’ triste dover ammettere che i più fervidi propositori del celibato opzionale siano circondati da sospetto: perché avrebbero trasgredito e trasformerebbero la stessa trasgressione in contestazione globale. Tanto che parecchi di coloro che “escono” non si associano volentieri ai primi per desiderio di iniziare in maniera serena il nuovo stato di vita. A chi giova bandire una sorta di rivendicazione di diritti umani alla stessa stregua di chi si batte per essi in campo civile, opponendosi all’Usurpatore, al Nemico? Con tutte le ragioni possibili, questa via politica della lotta-contro, depriva di linfa vitale il rapporto di comunione con gli altri e con Cristo “in vista del Regno”. Se il perno della fede è nella trascendenza, non si possono adottare metodi laicisti, mettendo alla berlina i punti deboli del ”nemico”. Un agire più rispettoso di ciò che ha il suo perno nella trascendenza, non può essere accantonato sol perché i cosiddetti Custodi della fede non ne sono testimoni.
 

Perché non “si fanno cose davvero nuove”? Le realtà umane più profonde, come quella della vita di fede, non possono essere negate nemmeno se le persone, tutte, le negassero. Ci sarà sempre un profeta che chiederà a Dio: “se almeno «uno» fosse giusto, perdonerai a tutti?”  Il celibato obbligatorio, lo sappiamo, è una pietra di inciampo per molti che non possono viverlo serenamente; ma togliendo questa pietra, altri ostacoli continueranno a minacciare la purezza della nostra Chiesa. Sarebbe bello, però, che, a partire dalla questione personale che ci tocca da vicino, studiassimo insieme una giusta strategia in vista di far crescere nella fede il Popolo di Dio. un modo per continuare la propria missione da laici convinti.
 

Ecco alcune proposte. Dimostrare a fatti che le penalità contro chi non può osservare una Legge, non piegano la volontà dei forti, i quali credono nella coerenza di vita come primo requisito per una fedeltà degna di questo nome. a) Chi è “fuori del Ministero” può agire profeticamente, annunciando il Futuro, anticipandolo con la propria ferma adesione alle Verità Fondamentali (oscurate da altre pseudo-verità), dimostrando di aver conservata la sua integrità morale e spirituale, continuando a vivere la propria vocazione in altro modo. Una testimonianza di questo genere, sarebbe il grande Segno o Annunzio di una Chiesa del Futuro. b) Se non si aspira ad essere profeti (e cioè non si vuole agire per il rinnovamento della Chiesa, ma si vuole soltanto l’abolizione della Legge), si aiutino i propri compagni, dando loro la possibilità di vivere la scelta fatta davvero serenamente (e non con rimozioni), e di valorizzare i propri carismi e capacità. c) Tante altre proposte in positive si facciano avanti…
 

La latitanza delle donne. E’ triste doverlo costatare, ma le donne che si trovano in piena conflittualità col sacro, sia per il loro rapporto (non sempre coronato dal matrimonio) con un prete, sia per la precedente vita In Istituto da “Consacrate”, tacciono, si eclissano, non vogliono nemmeno far cenno al loro passato. Alcune sono collaboratrici nell’apostolato ecclesiale. Libera restando questa forma di evasione dalla responsabilità (a far emergere certe contraddizioni che riducono il discepolato impegnato chiesto da Cristo ad istituzione irrigidita nella separazione), non potrebbero, alcune, fare della loro esperienza un mezzo per proporre il rinnovamento della Chiesa? Quale? Ce lo chiederemo al prossimo convegno del 20 Giugno.