L'articolo che riportiamo è tratto da Jesus on line. Crediamo che possa costituire una lettura utile a chi è abituato a pregiudizi e a stereotipi nel classificare i "chiamati alla perfezione nell'amore".
E' bello il nuovo senso che si dà alla grata: l'appartarsi per meglio radiografare e venire incontro alle nuove esigenze della modernità. Tutti hanno bisogno di una pausa dello spirito e nello Spirito, e i monasteri possono offrirne il modello e l'asilo temporaneo a tanti.
Eppure sarebbe ancor più interessante, a nostro parere, inserire la "clausura" nel radicalismo evangelico nudo e crudo, che Cristo non affida a persone specializzate. E non parliamo affatto di "terzi ordini"! La sequela dovrebbe essere propria di ogni cristiano, purché abbia il cuore staccato dai beni terreni, di qualsiasi genere essi siano.
Non sono maturi i tempi perché il cristianesimo si presenti come scelta radicale, sia nel convento sia attraverso forme di vita nel "mondo"?
Il mondo ha bisogno, oltre che di privilegiati (viene in mente il privilegio della povertà, di cui parla Chiara), di specchi (altra espressione della santa), in cui sia riflesso il volto di Cristo, tra comuni impegni (senza voti e senza regole, per capirci), da innamorati dell'incarnazione: che è perfetta assimilazione del divino all'umano.
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di Annachiara Valle
È il paradosso della vita religiosa, e non solo in Italia: mentre tutte le congregazioni femminili di "vita attiva" sono in crisi, le contemplative - apparentemente così fuori dal mondo - vivono una stagione di grande vitalità vocazionale. Un viaggio di Jesus oltre le mura di un silenzio che parla al cuore dell'uomo contemporaneo.
Una reliquia di santa Chiara "visiterà", a partire dall'11 agosto, i conventi delle clarisse in tutta Italia. Una sorta di pellegrinaggio organizzato per ricordare i 750 anni della morte della Santa, ma anche un momento simbolico per "ridire" alle monache di clausura lo stile e la finalità della strada intrapresa da Chiara. Una vocazione, questa della vita contemplativa, che non conosce flessioni né in Italia né all'estero, e che anzi continua ad attrarre generazioni di nuove ragazze. "È una cosa che non mi meraviglia", spiega Arnaldo Nesti, professore di sociologia a Firenze ed esperto di sociologia della religione, "perché, davanti a un paesaggio di incertezze, di modelli tiepidi, cresce la richiesta di punti fermi e di scelte assolute"
.Radicalità e laicità molto forte: è questo, sottolinea il sociologo, quello che cercano le ragazze che scelgono la clausura. "Penso che chi faccia una scelta di questo tipo si chieda che senso avrebbe entrare in un Ordine che ha un profilo incerto e che propone alle giovani di diventare una sorta di cameriera cattolica o di clero di riserva.
Non voglio offendere nessuno e so che ci sono tante congregazioni di vita attiva che hanno un carisma forte, ma sono sicuro che la ragione per cui giovani donne approdano a queste forme di vita più radicali sia l'esigenza di non essere inserite in una routine dove tutto è scontato e dove l'apporto personale è soltanto di consenso. Può apparire paradossale, ma entrare in clausura significa aprirsi a una prospettiva creativa, significa affermare con forza di essere vive".
Nessuna fuga dal mondo, dunque, "nessuna rinuncia alla vita, tutt'altro".Secondo Nesti, "si potrebbe parlare di fuga soltanto se la clausura fosse un restaurare un modello già fatto, un inserirsi in una sicurezza statica. Ma non è così: oggi i monasteri sono cantieri di dibattito e di lavoro, di approfondimento e di sperimentazione. Là dove questo non avviene, c'è la morte e le vocazioni scemano. Se ne è avuto un esempio in molti casi di clausura maschile. Al contrario la clausura femminile è riuscita a trovare una strada creativa più radicale, senza vivere di ricordi. Sicuramente in questo ha aiutato anche la natura delle donne: il femminile ha più chance creative rispetto al maschile".
Conferma questa analisi anche l'identikit di chi compie questo tipo di scelta: in convento non entrano più ragazzine preadolescenti, mandate dalle famiglie per assicurare un futuro sicuro. Quasi sempre, anzi, si tratta di giovani donne, di tutti i ceti sociali, che hanno fatto l'esperienza universitaria e, in molti casi, anche lavorativa. Si tratta dunque di una scelta matura che nasce, spiega ancora Nesti, "dalla valutazione delle diverse opzioni che il mondo offre. Non si sceglie la clausura perché non si conosce altro. Al contrario, siamo di fronte a gruppi di donne che, davanti a tutte le possibili offerte del mercato, ribadiscono l'esigenza di una opzione mistica. Mistica nel senso di scelta assoluta, ma dove questo assoluto è attraversato e permette una grande autonomia e una grande responsabilità".
"Mi riconosco in questa analisi", racconta madre Letizia, del monastero benedettino Santa Maria de' Franconi, a Veroli, vicino Frosinone. "Sono in clausura da 49 anni e ho visto cambiare molte cose. È vero, le ragazze cheì chiedono oggi di entrare in monastero sono più colte e più consapevoli di quello che eravamo noi un tempo. Anche se poi si tratta sempre di rispondere a una vocazione, qualunque sia il contesto. Io sono stata una suora-bambina. Ho chiesto di entrare a 14 anni e, proprio per la mia età, alcuni conventi mi avevano consigliato di aspettare. Ma io sentivo qualcosa che mi spingeva a una ricerca essenziale di vita e sapevo che questa era l'esistenza che volevo condurre. Non mi sbagliavo. Non mi sono mai pentita di essere entrata in clausura".
Sorseggiamo un'aranciata guardando dalla terrazza del convento i vicoli stretti del paese. Non c'è il silenzio che ci si aspetta, qui dentro non si sente un'aria ovattata e asettica. Al contrario, la vita dei quartieri circostanti sembra scorrere nelle vene di queste mura e il respiro del mondo si dilata nelle stanze del monastero. Non è un caso che sorga in mezzo alla città. Molti altri istituti di clausura furono costruiti in mezzo alla gente. Per una questione di sicurezza, innanzitutto. Si voleva che le suore non fossero facile preda di ladri e banditi. Ma anche per una questione simbolica. Quelle che un tempo si chiamavano "sepolte vive" in realtà continuavano a vivere nel cuore delle città e del mondo. Oggi le maglie della clausura si sono un po' allentate. "Ai miei tempi", spiega madre Letizia, "c'era un isolamento molto severo. Oggi, come vede, abbiamo potuto riceverla qui con noi, farle vedere una parte del monastero. Altri Ordini hanno mantenuto una clausura più rigorosa e l'accesso agli estranei continua a essere vietato. In tutti i conventi però il contatto con l'esterno è maggiore che in passato: arrivano i giornali, la radio, in qualche monastero anche internet".
Aggiornatissime su quest'ultimo versante sono le suore di San Ponziano, a Spoleto. Appartenenti all'ordine delle Canonichesse regolari lateranensi, sono state le prime a far entrare internet tra le mura del convento. Già nel 1997 le religiose, che vivono nella più assoluta clausura, avevano preso dimestichezza con la rete collegando il computer alla curia spoletina. "Internet è un modo", avevano spiegato le suore, "per mantenere i contatti con il mondo del lavoro e anche per far diventare il computer uno strumento di predicazione verso l'esterno". Il Vaticano ha riconosciuto la possibilità di collegarsi a internet nel 1999 con il documento Verbi Sponsa, che concede l'uso "moderato" dei più moderni strumenti di comunicazione: oltre a internet, anche il fax e, in alcuni casi, il telefono cellulare. Anche le congregazioni che mantengono una clausura più severa stanno prendendo confidenza con i nuovi "media".
Le clarisse del monastero di Santa Chiara a Fanano (in provincia di Modena), per esempio. hanno creato un sito web. Cliccando all'indirizzo
www.fanano.it ci si può accostare alla vita del convento e avere indirizzi e informazioni su altri monasteri di clausura."Il monastero", aveva dichiarato la madre superiora presentando il sito, "risale al 1599 ed è un patrimonio di tutti i fedeli e cittadini di Fanano. Ci è sembrato giusto contribuire alla sua conoscenza utilizzando uno strumento di comunicazione globale. E poi vogliamo sottolineare che la nostra scelta non è un limite, ma una separazione esteriore che porta a una comunione più profonda".
Una comunione che è fatta di preghiera, ma anche di lavoro. Ogni monastero ha una sua fisionomia, ma la "giornata tipo" è simile un po' ovunque. Ci si alza tra le cinque e le cinque e mezzo per la preghiera delle lodi, poi c'è un tempo di preghiera personale e di meditazione, ancora preghiera corale e poi il lavoro. Lavoro domestico, innanzitutto, da "casalinghe", come dicono sorridendo. La vita è quella di una famiglia allargata e, dunque, ci si occupa delle sorelle più anziane, si lava, si cucina. Ma poi si lavora anche per l'esterno. Lavoro necessario per mantenere i monasteri che non ricevono rendite fisse. Le suore vivono sui proventi di ciò che producono e su donazioni. A volte non ce la fanno, come è successo, ad esempio, per il monastero Santa Chiara di Biancavilla, vicino Catania. Allo stremo delle risorse, madre Cecilia, la superiora, si è appellata lo scorso anno alla generosità dei fedeli attraverso l'invio di centinaia di cartoline postali. Il monastero viveva con i proventi del lavoro di ricamo, ma quando si tratta di affrontare lavori di restauro, a Biancavilla come in tanti conventi d'Italia, il guadagno diventa del tutto insufficiente.
In molti monasteri si preparano dolci e conserve, creme per le mani e per il viso. A Veroli c'è un laboratorio di tessitura e un altro per la preparazione delle ostie; a Foligno si confezionano abiti religiosi, si eseguono lavori al computer, in qualche caso si producono icone. Dopo il lavoro c'è ancora la preghiera, il pranzo e poi uno spazio di fraternità e di aggiornamento: si leggono i giornali, ci si confronta sui diversi temi. Nel pomeriggio ancora lavoro e poi ci si dedica allo studio. In moltissimi monasteri le biblioteche sono ben fornite per consentire alle suore di aggiornarsi e di approfondire continuamente la propria formazione.
Nel tardo pomeriggio, alcune comunità consentono la partecipazione esterna alla recita del vespro. Pur essendo le suore separate dalle grate, c'è un momento di preghiera comune. La Chiesa stessa ha chiesto alle claustrali di diventare scuole di preghiera. "Questo", spiega madre Angela, superiora delle clarisse di Foligno, "non significa fare lezioni di preghiera, ma offrire concretamente una possibilità, a chi lo desidera, di farne esperienza". Per tutte la giornata si conclude attorno alle nove, con la preghiera della compieta.
Una giornata piena, della quale, pur restando all'esterno, si può avere, qualche spaccato realistico a Serra de' Conti, nelle Marche. Qui, lo scorso dicembre, è nato il primo museo narrante e teatrale delle arti monastiche: "Le stanze del tempo sospeso". Video e percorsi multimediali studiati insieme con le religiose ricostruiscono, come spiega la curatrice Amelia Mariotti, "nello spirito e negli ambienti, negli oggetti, nei suoni e nei profumi, il microcosmo del mistero". Un mistero che nel tempo continua a non perdere il suo fascino.
Annachiara Valle