“P a r t i r e   d a   u n ’ a l t r a   p a r t e ”

 

 

*Il testo è stato scritto per il Grande seminario di Diotima

 

Angela Putino

 

Impersonale della politica

 

 

 

Spesso con la parola “impersonale”, soprattutto in luoghi di discorso tra donne, s’intende, seguendo il senso comune, un modo di porsi che prescinde dal corpo. Il termine impersonale viene collegato automaticamente a  elementi astratti quali “la popolazione” o le masse, a procedure depersonalizzanti  interne agli studi di genetica e biomedicina, e a tutto ciò che rientra negli ambiti dei sistemi oggettivi di valutazione scientifica; l’impersonale conciderebbe quindi con una posizione disincarnata. Vi propongo di lasciare alle spalle questa valutazione, altrimenti non riusciremo a sfruttare gli input positivi che vengono dall’uso della parola.

 

Innanzitutto vorrei mettere di lato la filosofia ed usarla, come poi deve essere fatto, a mio parere, come strumento per distinguere e per individuare certe coesioni di pensiero che attengono ad altri piani. La filosofia conserva e custodisce, attraverso un suo proprio modo di pensiero, un pensiero che accade altrove. Uno di questi “altrove” è la politica ed io vi propongo perciò di entrare in questa situazione – la politica - dove il termine impersonale riluce pienamente – e non vi è per lui altro luogo di maggiore evidenza se non quello dell’amore.

Ogni politica, degna di questo nome, e quella femminista ne è stata uno dei centri del Novecento, non muove da un oggettivato interesse, calcolabile e dimostrabile, come oggi potrebbero essere l’insieme degli scambi e delle richieste contati all’interno dell’economia di mercato; ogni politica, dicevo, si avvia ,al contrario, a partire da un indimostrabile che è quanto si fa avanti, nella misura in cui esprime un interesse non oggettivabile. Tale spinta  è il picco comune che viene  abbracciato ed assunto da una politica, e da esso discendono  una serie di effetti e di conseguenze che ogni militanza - è il caso di tornare ad usare anche all’interno del femminismo, tale nome- ogni militanza, dicevo, s’incarica di far procedere. L’essere militanti, essere femministe, è stato proprio questo: portare ai più vari ed estremi effetti  ciò che si era presentato, ciò che era avvenuto nelle soggettività, non tenendo conto dell’oggettività delle condizioni  storiche in quanto non potevano certo essere queste le spinte  produttrici dell’evento della libertà femminile. Cos’era allora questa libertà femminile che si presenta come evento? Con chiarezza derivava strettamente dall’idea della giustizia che questa politica  metteva in gioco: un punto di partenza che riguarda le soggettività, ma senza chiedersi  se è dimostrabile o meno, se rientra o meno nelle regole politiche che normano gli stati, se risponde o meno alle esigenze ed agli interessi personali. L’assunto iniziale  di questa politica, della politica, non è che uno: è la giustizia. E questa giustizia viene declinata in maniera particolare tra le donne dell’inizio Novecento: la giustizia non è giustizia sociale, giustizia rispetto allo sfruttamento, giustizia che richiama la sorveglianza dei diritti umani. Ciò che accade è una giustizia limpida, chiara: è che ogni donna pensa. Si, ogni donna è capace di pensiero, e, nel pronunciare ciò, direttamente si coglie che, dalla politica, si è iniziato. Da questo pensiero della politica sono derivate le questioni della sorellanza, e poi della disparità, poi gli studi di donne, poi i motivi  teorici che che sostengono una differenza di pensabilità tra i due generi. Insomma, vari fili hanno cominciato a snodarsi e sono stati svolti da un lavoro di donne militanti. E’ il caso di slacciare questa pratica dagli insediamenti di partito. Per pensare in modo politico, come già voleva Simone Weil, i partiti sono solo d’impaccio, e la politica delle donne ne è stata un risplendente esempio.

 

Come vedete, se, qui, vi chiedo se c’è dell’impersonale, non fate fatica a riconoscerlo. L’impersonale si condensa intorno a questo punto che discende da un accadere della giustizia, qui, in questa situazione, dichiara qualcosa che prima era invisibile. Non la giustizia era invisibile, ma questa giustizia che accade così, che è accaduta così, ed ha modificato una serie di altre situazioni, quella dell’ordine discorsivo, quella delle posizioni economiche e sociali. Essa è diventata evidente e sono evidenti le sue conseguenze che però non possono sostituire quest’iniziale pensiero della politica che afferma la giustizia come indimostrabile punto di partenza. Non esiste, ad esempio, che una regolazione dei diritti, o una differente questione di uguaglianza sociale, divengano i punti di partenza sostituendo quell’iniziale pensiero della politica. Quell’iniziale avvio, quel tipo di evento non può essere sostituito; esso è un enunciato egualitario in modo particolare, dice che ciò che pensa una donna è pensiero e non interesse di parte, è pensiero, e che l’uguaglianza è il suo stesso avvio, il che, se siamo in una reale politica delle conseguenze, significa anche che ciò che lei pensa è pensiero per tutti. Questo è il motivo politico per cui nel femminismo si reagisce male ad un’articolazione di altre rivalse, di altre forme di partenza quali i programmi sociali addossati a  concetti di persona, di democrazia, ecc. Quella che è stata presentata è la Giustizia in quanto tale, resa evidente così, in questo modo, pienamente attuale. Questa è una forma della giustizia, direi la più alta politicamente, nel secolo scorso e in quello presente - mi auguro- perchè non si è barattata con vincoli e proposte sociali. Vi occorre altro per capire o sentire, sentire corporeamente, che questo indimostrabile della giustizia, così come è stato posto nel movimento femminista, è l’impersonale della politica entro cui noi tutte viviamo?  Aggiungo due cose. Non cercate tempi sociali o storici a tutto ciò, se vi è ricaduta sociale e storica di questo pensiero iniziale, ma potremmo anche dire di questo “nome” iniziale, questa giustizia  ha  suoi tempi interni, cioè un suo proprio tempo, ed  una sua singolarità per cui se è circondata da effetti che si intenzionano verso i molti – perché ogni politica coinvolge i molti - tuttavia perchè esista, perché sia – potremmo dire perché sia ontologicamente - non le occorre consenso.  Questo evento singolare, con un suo preciso carattere prescrittivo, con una coesione interna di molteplici nomi – uno di questi, libertà - s’impone; e s’impone in modo impersonale, che non vuol dire oggettivo. E tuttavia questo accadere, accadere nelle singolarità, accadere delle soggettività e non degli individui come oggetti, non può essere colto se non nel suo rigore, nelle procedure di verità che lo rendono attuale – pensate che cosa significhi una verità quando è il risultato complesso di una discussione che la decide, rinunciando ad ogni principio di autorità e quando punta al reale, esponendosi innanzitutto alla questione di questa giustizia, e poi alla libertà di verità, piuttosto che alla libertà di opinione; pensate, ancora, cosa significhi consentire alle logiche di una discussione accessibili, pur nella loro non semplice coerenza, a chiunque lo voglia, separandosi magari dai quei modi ordinati di parlare dove è indispensabile che la pluralità di opinioni  rimanga tale, e si schermi da ogni verità; pensate cosa vuol dire mettere a distanza quelle forme di tiepidezza della critica o quelle voglie di inclusione necessarie per conquistare uno spazio mediatico.

 

Questo pensiero della politica, mosso dall’iniziale nome di giustizia, che rende evidente  ciò che prima risultava invisibile,  inizia da qualcosa che non si traduce in oggettività, né in forme di adesione ai comportamenti politici esibiti in base alle logiche degli interessi personali; esso è il rigoroso impersonale delle soggettività ed è politica proprio perché non può essere decifrata in base a null’altro: non attraverso concetti di democrazia, di diritto, di eguaglianza sociale o linguistica.  Capiamo anche che la rincorsa a riempire di soggettività, di tratti individuali o di sentire circoscritti, questo percorso, non regge. Esso non può essere colorato dalle soggettività, è esattamente il contrario: le soggettività si lasciano attraversare da questo evento, e sono tali perché si colorano e si mutano in rapporto alla politica. Sono singolarità dell’impersonale.

Possiamo fare delle teorie nella militanza – militanza riferita a questo iniziale evento della politica, a questo impersonale - e le teorie sono sempre molteplici. Le teorie hanno sempre a che fare con i modi stessi con cui scegliamo di vivere e con le soluzioni che mettiamo alla prova, e non restano perciò nel parlamentarismo delle opinioni.

 

Al riguardo, vi invito a visitare la rivista in rete: www.adateoriafemminista.it

 


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