Ostia in mano?
Ripensiamoci
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IL FATTO
Il
“numero due” della Congregazione per il Culto Divino, l’arcivescovo Albert
Malcolm Ranjith Patabendige Don, lancia l’ipotesi di riconsiderare la
distribuzione dell’ostia nella mano, invalsa in Italia da quasi venti anni, dopo
concessione della Congregazione stessa. La proposta è espressa nella prefazione
al libro del vescovo ausiliario di Karaganda, in Kazakhstan, monsignor
Athanasius Schneider, intitolato: “Dominus Est: riflessioni di un vescovo
dell’Asia Centrale sulla Santa Comunione”. “L’eucaristia, essendo pane e vino
transustanziati nel corpo e nel sangue di Cristo, Dio in noi, deve essere
ricevuto con timore e in un atteggiamento di umile adorazione”. Monsignor
Ranjith scrive che il Concilio Vaticano II non ha mai autorizzato la pratica di
ricevere la comunione in mano, una pratica che è stata “introdotta abusivamente
e frettolosamente in alcuni ambienti” e solo in seguito autorizzata dal
Vaticano. E afferma che questa pratica ha coinciso con l’inizio di “un graduale
e crescente indebolirsi dell’attitudine reverenziale nei confronti delle specie
eucaristiche”. E conclude: “Credo che sia venuto il tempo di valutare queste
pratiche, di rivederle, e, se necessario, di abbandonare la pratica corrente”.
Secondo monsignor Ranjith “ora più che mai è necessario aiutare i fedeli a
rinnovare una fede viva nella reale presenza di Cristo nell’eucaristia, con
l’obiettivo di rinforzare la vita stessa della Chiesa e difenderla in mezzo a
pericolose distorsioni della fede”.
IL COMMENTO
E' un bel problema. Con la gente che muore di fame (circa 13.000 bambini al giorno), che non ha lavoro, che campa con 7 dollari al mese, che è stuprata, che è costretta per le strade a prostituirsi, che è vittima di una guerra, che non ha più occhi per vedere o mani per prendere o gambe per camminare perché una scheggia di una bomba l'ha segnata, che piange un bambino rapito, che non sa come arrivare alla fine del mese, che …. che… che… un pasciuto (o secco) vescovo con gemelli ai polsi, nel caldo del suo ufficio vaticano, sdottora sulla comunione nella mano o in bocca.
Siamo messi male.
Intanto precisiamo (il monsignore non ci legge, se lo fa…voglio vedere come mi smentisce!):
- La sua Congregazione ha dato precise disposizioni al riguardo,autorizzandola ove fosse di consuetudine e la CEI, avvalendosi di una concessione prevista dal Rito della comunione extra missa, ha stabilito (se la memoria non mi inganna fu il card.Poletti negli anni 90) che si può ricevere la comunione indifferentemente nella mano o sulla lingua.
- Il papa quando distribuisce la comunione in mondovisione ai pochi eletti ammessi a riceverla, la concede a seconda della richiesta del fedele (se porge il palmo, depone l'ostia sul palmo, se mostra la lingua, depone l'ostia sulla lingua). Sbaglia anche il papa?
Il problema nasce tutto dal concetto di Eucaristia. Non voglio farla lunga perché non è lo stile di questa rubrica,ma butto qualche domanda:
- Quando Gesù istituì l'Eucaristia confessò gli Apostoli? (Non sappiamo se qualcuno aveva mentito, oppure poteva essere stato con una prostituta…di sicuro sappiamo che Giuda rubava dalla cassa che gestiva e che si stava apprestando a tradire il Maestro). Però fece fare loro la prima comunione,mentre erano seduti, dopo che avevano preso qualche stuzzichino (ma come? Non dovevano osservare il digiuno eucaristico?), e diede loro il pane nelle mani che potevano essere anche sporche
- Quando i primi cristiani si radunavano nelle assemblee (si legga la Didakè, oppure Giustino) e dividevano il pane, lo facevano accostandosi in ginocchio alla balaustra?
- Quando, adempiendo alle norme stabilite dalla Congregazione, il sacerdote, a causa del gran numero di fedeli, coopta un laico o una laica ad aiutarlo a distribuire la comunione (esso o essa, si badi, NON sono ministri straordinari dell'Eucaristia istituiti con apposito mandato, ma solo delegati "ad actum") che fanno il laico o la laica? Non prendono forse l'ostia con le mani?
L'ultima disposizione in materia è, che io sappia, l'Istruzione Redemptionis Sacramentum che, al n. 92, consente entrambi i modi di ricevere l'Eucaristia.
Questa istruzione è già restrittiva perché, se non ricordo male, smentisce un canone del CIC che consentiva, in via straordinaria, che un laico prendesse la parola, per ragioni serie e motivate, durante l'omelia. Mi sembra che discettare su queste cose da parte di un vescovo, sia solo voglia di perdere tempo. Il problema, comunque, è di fondo e sta nel concetto di Eucaristia che è rendimento di grazie ("…preso il pane, rese grazie") e segno di perpetua comunione con Gesù ("…fate questo in mia memoria") che non si fermò a prescrivere come, dove e quando, perché a lui premeva la salvezza dell'uomo.