Dialogo Giancarla-Ausilia sul libro
“L’amore ordinato” – VI conversazione
Ausilia
Trascrivo
mezze frasi da quanto scrive Don Gastone De Maria di Bologna a proposito del
suo dialogo nella chiesa: “… un pensionato, come il sottoscritto, che può
recare la voce e l’esperienza della "base", del "basso clero", impegnato nel
silenzioso, quotidiano, umile rapporto con uomini e cose! … l’assoluta esigenza
di dialogo, vero, aperto, amicale, sincero fra i vescovi, preti, diaconi e
laici, uomini e donne”. E pochi giorni fa un prete sposato mi scriveva
esultante che aveva ricevuto risposta dal suo vescovo, il quale però lo invitava
a non divulgare, a “mettere il rapporto, tutto nel privato”. Sia nel
primo che nel secondo caso ci troviamo di fronte a gesti ed atteggiamenti di
uomini di chiesa, dall’una e dall’altra parte, benevoli, ma di carattere
personale; il bravo don Gastone è sinceramente uomo di dialogo, ma tutto si
chiude nel contesto in cui vive, e il prete sposato si illude che questo suo
particolare tentativo di dialogo apra le porte al grande dialogo da noi
auspicato. Si tratta di quello che ci hanno detto tante volte, fino a che non ci
abbiamo creduto più (io almeno): fare tutto il bene possibile basta.
Io dico che non basta. Ne va di mezzo la profeticità e la missionarietà, tanto ribadita dal magistero, proprie del cristiano. E’ giusto lasciare in pace chi opera male, riservandoci di fare il bene per conto nostro? E potrei aggiungere altro. Parlando telefonicamente col direttore de “Il Dialogo”, gli dicevo: “come mai tu lanci nel tuo sito e nel tuo giornale numerosi articoli sul dialogo con altre religioni e con tutti, e mai uno che accenni ad un vero e proprio tentativo di dialogo con le persone dell’istituzione ecclesiale? Il dialogo in casa vale meno del dialogo "fuori"”? Risposta: “Ho provato, ma mi hanno insultato, accusato di portare acqua al mulini di chi protesta”. In pratica, pur desolato, ha dovuto rinunziare al dialogo intra-ecclesiale.
Dunque la triste conclusione: dialogo in casa propria NO.
Se poi leggo quanto dici tu nella precedente conversazione, vedo la tua grandissima buona volontà di dialogare all’interno dei luoghi dove è possibile confrontarsi, ma non puoi fare a meno di ammettere che all’interno di notevoli gruppi di base trovi, ormai, più che scoraggiamento, accantonamento dello stesso problema; si prosegue tranquillamente nel nuovo (che l’istituzione giudica eretico).
E’ forte la tentazione di lasciar perdere e di agire all’interno dei luoghi vivibili di vita cristiana. Tutte/i, prima o poi, si rassegnano. I/le più resistenti protestano, criticano, tallonano i gesti istituzionali che la chiesa promuove, incoraggia, enfatizza. Tanto che non leggo più le lettere aperte, i comunicati stampa, quanto altro si produce in questa direzione. E non perché io stia dall’altra parte!!!!!! Ma perché ormai so quanto vi si dice e, se leggo un rigo e poi un secondo dopo averne saltati una trentina, so di non perdere il filo del discorso.
Stringo e ti faccio una proposta. So di avere trovato in te la persona più affidabile (non aggiungo altre apposizioni per pudore che ritengo reciproco). Voglio andare a fondo nella questione. Propongo di lanciare un documento a tutte le agenzie di stampa, cattoliche e laiche, proponendo con semplicità un firma di adesione.
Un caro abbraccio attendendo la tua risposta e le tue correzioni,Ausilia
Ecco il testo che ti sottopongo:
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Richiesta di DIALOGO INRA-ECCLESIALE
Dietro iniziativa delle appartenenti al sito “Donne contro il silenzio” - www.donne-cosi.org/ - le persone che si sottoscrivono chiedono alle autorità ecclesiali competenti: 1. Che si apra un dialogo franco e leale tra la chiesa istituzionale e le persone marginalizzate nell’esercizio ministeriale per motivi di carattere secondario rispetto alla scelta-base di ogni seguace di Cristo di Andare ed evangelizzare. 2. Che si esca dal pregiudizio che esse vogliano rifare da capo la chiesa, anche se non poche di loro non condividono un certo modo di essere e fare-chiesa nell’oggi. 3. Che il dialogo avvenga coram populo, IN LUOGHI PUBBLICI, ecclesiali e non. 4. Che i contenuti del confronto si concentrino nella proposta di essere considerate parte viva della comunità cristiana secondo i propri ruoli e carismi. Si augurano che ci sia un risveglio nelle coscienze di tutti, fugando le paure inutili, contrarie alla gioia cristiana propria di chi vive nella libertà dei figli di Dio. Prima di sottoscrivere , modifica (evidenziando):
Ausilia Riggi Bianca Amoroso Joelle Cerfoglia Mauro Borghesi …. …
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*°*°*°
Giancarla

Carissima Ausilia,
sono assolutamente d'accordo con te e spero ("spe salvi"?) che l'appello abbia un lancio positivo e, soprattutto, raggiunga il suo scopo.
Io sono una strana bestiolina, perché vedo tutto quello che vedi tu, compresi i limiti di tanti fratelli che, come don Gastone (non so se sei a conoscenza della sua morte, qualche mese fa: viveva a Bologna, nella "casa del clero", un luogo iniquo per chi ha servito la chiesa e non gli viene data altra via che l'ospizio) o i preti che si sposano e fanno rumore se vanno in tv o sulle copertine dei giornali. Vedo come te l'urgenza di fare qualcosa, ma anche la paralisi dei gran parte del popolo di dio, così come l'aridità della mente - più che del cuore - della gerarchia. E spero solo per atto di volontà.
Tuttavia non si può andare avanti a lungo in questo stato e, prima o poi, qualcosa deve accadere. Certamente abbiamo il dovere di testimoniare, anche per rispetto verso i più giovani, ai quali non può bastare la devozione osservante per conciliare la conoscenza con la fede dogmatica. Credi che, dopo gli anni della parrocchia, un ragazzo - e, ancor più una ragazza - si contentino delle norme dettate da Roma e del mito della creazione, sapendo che all'origine il mondo era elettroni, protoni, neutroni? Può anche darsi, in un futuro prossimo, che la dottrina di una cattolicità potente riesca a restaurare un regime di cristianità e che la gente ascolti più i moniti vaticani e i film su padre Pio che le parole del Vangelo, pochissimo richiamato dalla Chiesa ufficiale. Ma sarebbe un pessimo segnale, un indirizzare alla regressione le società del nostro tempo. E sarebbe duro il risveglio.
Mi è chiaro che nella Curia aleggia la paura: cala la frequenza all'ora di religione (quando gli islamici arriveranno ad un'Intesa con lo Stato e avranno le scuole coraniche, forse si capirà il danno di affidare la formazione religiosa confessionale, che è compito delle famiglie e delle comunità di appartenenza, allo Stato) e crescono le sette e le pie pratiche proprie delle epoche disperate: la visita di Benedetto XVI in Brasile ha trovato una caduta a picco della presenza cattolica a vantaggio di pentecostali e altre appartenenze.
Ma non valgono più i paragoni con il passato: a meno che non cadiamo in catastrofi, belliche o naturali, che nessuno si augura, il procedere della storia potrà trarre beneficio e non danno dalle religioni solo se ciascuna avrà il coraggio di rileggere la sua storia e, soprattutto, il suo messaggio fondativo. Non posso citare quello che dovrebbero fare gli altri: certamente noi non diamo alcun esempio.
Se il clero ascoltasse la comunità e percepisse il contesto della vita comune, si renderebbe conto di quello che rimuove: il Cristianesimo rischia la propria continuità. Le religioni, infatti, possono cadere: anche il paganesimo aveva i suoi valori (non continuiamo con la storia degli "dei falsi e bugiardi" derivati dalle polemiche e dalle imposizioni imperiali dei primi secoli). Perché è chiaro quanto di bene per gli equilibri mondiali, per la crescita di tutte le fedi, per la pace universale, per la giustizia potrebbe venire dalle religioni nella fedeltà non dogmatica alle rispettive credenze.
Il cattolicesimo, universale nel valore di un impegno di salvezza per tutti e non nel potere assertivo di una propria assoluta verità, dovrebbe accogliere con urgenza il richiamo (che viene anche da grande parte della teologia - a cui non si dà libertà di ricerca, di circolazione e di confronto) a ripensarsi, in modo che i fondamenti evangelici (e, ci si permetta, la sollecitazione dell’ultimo Concilio, il Vaticano II) tornino a farsi linfa vitale e veramente seme di conoscenza del "buon annuncio" per gli uomini (e per le donne) del mondo.
Cara amica, d'accordo, proviamoci anche questa volta.
Giancarla
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