Donne e protestantesimo - un pensiero “in relazione”

di Danilo Di Matteo

 

Le donne hanno visto a lungo il mondo e le chiese dal margine: il quale, comunque, è “un luogo di resistenza da abitare come spazio di massima apertura, il luogo dove immaginare e studiare alternative al dominio. È dal margine che le donne si mettono in rete, dando vita a un fiorire di esperienze associative che rinforzano il loro stare al mondo abitando contemporaneamente la chiesa”. Ed è l’esperienza del margine che accomuna le donne a tanti uomini che sembrano affannarsi invano per trovare una collocazione dignitosa.
Si tratta di uno dei messaggi forti che Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn e Graziella Tron – legate in vario modo al protestantesimo, in particolare al mondo valdese – lanciano attraverso questo libro “corale”, con il quale trova espressione un “pensiero in relazione”, frutto della libera ricerca e del confronto fra donne spesso a partire dai propri vissuti e, perché no, dai propri corpi.
Il tema che fa da sfondo è il pensiero della differenza sessuale; la possibilità di superare quell’universo neutro-maschile che pervade ogni ambito del sapere e della vita e al quale spesso le donne, persino in nome dell’emancipazione, si sono adattate. Da qui l’obiettivo di passare da una rappresentazione simbolica della realtà distorta a una veritiera, visto che in due generi è divisa la nostra umanità plurale.

Per tante donne di fede, però, “partire da sé” non può essere concepito come un assoluto; si può pensare piuttosto di farlo in relazione con la Parola di Dio. La grazia “che ci salva” è comunque vista come “esterna” alla persona. Per le protestanti più che per altre, poi, si tratta di conciliare il riconoscimento del carattere sessuato delle donne e degli uomini con il legame profondo con le grandi acquisizioni della modernità. La critica alla concezione neutro-maschile di universalità che il moderno porta con sé non può significare il rigetto delle istanze di libertà, giustizia, eguaglianza da esso scaturite; né si può ragionevolmente negare l’importanza della partecipazione alla vita pubblica. Le suffragiste della seconda metà dell’’800, del resto, nel chiedere il diritto di voto per le donne per lo più non dimenticavano lo “specifico femminile” e sognavano anzi una politica meno “al maschile”.
Proprio per la maturazione di un nuovo ordine simbolico, può svolgere una funzione formidabile la ricerca delle genealogie femminili; una sorta di riscoperta delle “madri”. E madri possono essere le proprie nonne e bisnonne; oppure le profetesse e le predicatrici di cui ci narra la Bibbia; o le beghine, che nel medioevo si prodigavano per i più deboli e, rifiutando di ritirarsi in convento, scelsero di vivere la fede nel mondo; o le bonnes dames valdesi, che misero su una rete di ospizi in mezza Europa.

E oggi, naturalmente, vi sono le donne-pastore, grazie alle quali si sta passando dal cosiddetto pastorato monarchico a una sorta di teologia biografica, che prende le mosse da una quotidianità che esige di ripartire le energie fra impegni domestici, familiari e di lavoro, tenendo conto dei “limiti oggettivi delle ore che formano le giornate”. Insomma: accanto alla Parola e alle parole vi sono le pratiche. Così oggi la teologia femminista è sempre più agita; “è dentro le donne che amano la teologia e che si sono riconosciute nel percorso fatto dal movimento femminista”. Analogamente, si invoca sempre più “una politica di donne senza la politica delle donne”. Il tutto ricordandosi sempre che a fondamento della sorellanza e della fratellanza vi sono gli individui e che una dimensione forse insuperabile è il conflitto fra loro.


(
Tratto dal numero 45 di RIFORMA)

 


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