Alternative nella Chiesa________________
Il narcisismo di don Narciso
tratto da "Il prete nella chiesa oggi" di autori vari. EDB. pp 20-22 (autore A. Cencini). Titolo e sottolineature mie.
È Narciso "l'eroe" del nostro tempo. Nulla di strano se tratti di questa personalità sono rilevabili nel prete e nel suo modo di identificarsi. Annoterò qui solo alcuni di questi tratti, quelli che mi sembrano tra i più centrali e significativi per il nostro discorso.
Anzitutto l'ingratitudine, non certo e non semplicemente come convenzione sociale o galateo, ma come incapacità profonda, quasi strutturale di scoprire il bene ricevuto. Narciso, secondo il racconto mitologico, è infatti colui che disprezza e rifiuta l'amore di Eco (creatura limitata che non può esprimergli il proprio affetto, può solo ripetere, infatti, le ultime parole dette dall'altro), e per questo è "condannato" dagli dèi a innamorarsi di sé e della sua immagine.
All'origine del narcisismo, insomma, non c'è necessariamente una reale carenza affettiva, come interpretano alcuni, ma l'incapacità di lasciarsi amare, o il non accorgersi che si è già stati amati, o il disprezzare addirittura l'amore ricevuto perché espresso in modo imperfetto da creature limitate, o ancora il non sapersi accontentare di quanto si è ricevuto gratuitamente o il non saperlo apprezzare abbastanza.
Di conseguenza il narcisista vive col dubbio profondo della propria amabilità, dubbio che lo porta a spostare all'esterno il centro di riferimento dell'identità, cioè nell'immagine che riesce a dare di sé agli altri, nei risultati e successi che ottiene. Per questo ha bisogno di colpire, stupire, essere applaudito; sempre per questo è molto attento al suo indice di gradimento e molto sensibile ai segni di apprezzamento; per questo ciò che conta per lui è l'immagine, l'apparenza, l'esteriorità. È di questa immagine di sé che s'innamora, non del suo io reale.
Da qui il fenomeno della doppia identità: una esterna, legata all'impatto sociale della sua immagine e ai suoi successi, immagine spesso gonfiata e comunque molto curata perché risulti positiva; l'altra interna, d'un io che resta debole e povero, quasi negato, come il parente povero, e comunque negativo. Per quanto l'"io esterno" conquisti o continui ad ottenere dalla vita e dagli altri, non gli basterà mai per risollevare le sorti dell'"io interno". Per questo, il narcisista si porta sempre dietro un sottile senso d'inadeguatezza e di paura di non riuscire, che a volte potrà anche emergere in modo palese: è la cosiddetta depressione narcisista, che solo un ingenuo può confondere con l'umiltà. O, altre volte, reagisce con rabbia a questa sensazione : è la rabbia narcisista che può disturbare anche il reverendo.
Don Narciso, prete rampante che cerca di specchiarsi in tutto quel che fa, vive col continuo sospetto che la vita gli chieda troppo senza ripagarlo adeguatamente, sente la chiesa o la diocesi o la parrocchia o la comunità religiosa più come matrigna che come madre, ritiene che il vescovo o i suoi superiori non lo valutino abbastanza, avverte quella parrocchia o quel particolare impiego come un abito o un ambito troppo stretto per le sue possibilità, naturalmente se qualcosa non funziona è sempre colpa della struttura o degli altri, si stufa di dover continuamente dare agli altri, eterni scocciatori, senza mai ricevere, ecc. E continuando a specchiarsi in quel che fa, rischia davvero di annegare, come Narciso, nella sua acqua: quasi un suicidio psicologico...
Al di là dell'immagine è incredibile quanta energia psichica venga sprecata, nella chiesa di Dio, in imprese di tal genere! A volte questo innamoramento di sé unito al dubbio radicale circa la propria amabilità potrà creare al prete narcisista problemi specifici nell'area affettiva. Quante crisi affettive, vogliamo dire, o innamoramenti, attaccamenti, compromessi vari, ecc., hanno alla loro origine non tanto l'amore sincero dell'altro, ma neppure una pulsione genitale in cerca di appagamento, quanto piuttosto l'assenza della certezza d'aver già ricevuto amore e dunque della propria positività, e il bisogno, di conseguenza, di sapere che "qualcuno mi pensa...", "per qualche persona io conto qualcosa... ", "c'è chi si prende cura di me", "non è vero che non sono degno d'essere amato", ecc.! Insomma all'origine di certe relazioni affettive, con o senza connotazioni genitali- sessuali, non vi sarebbe il bisogno di sesso, ma una identità parziale e precaria, una negativa considerazione di se, o un prete- adolescente ancora alle prese, a 30, 40, 50 anni, con la fatidica margherita ("m'ama o non m'ama?". ovvero, "sono degno d'esser amato o no?", "ho un senso dell'io positivo o no?").
Allo stesso modo, quante purità sacerdotali meramente formali sono espressione distorta della stessa ricerca ansiosa di positività, vissuta a volte come pretesa o illusione di autosufficienza, o come soddisfazione orgogliosa per una fedeltà ascetica che pone a un livello superiore rispetto alla massa! Molto spesso di queste purezze non si può minimamente dubitare, e tuttavia altrettanto spesso esse si traducono in curiose aberrazioni che ne tradiscono l'origine: vedi l'inaccessibilità e l'autoritarismo di questi "celibi di lusso", l'estrema seriosità e inflessibilità con sé stessi, quasi a garantirsi da eventuali cadute o a punirsi di non si sa quali colpe;- oppure vedi ancora quegli atteggiamenti di prepotenza impositiva sugli altri, poi stranamente contraddetti da una sensibilità sconcertante e sottile a ogni forma di lusinga e adulazione, da un'avidità goffa e assieme raffinata di consensi ed elogi, da un'attenzione esagerata e prima o poi visibile all'accoglienza della propria persona specie in ambienti e con pubblico femminili.
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