Alternative nella Chiesa________________
Aristotele, Tommaso, Ratzinger
L’ultima Enciclica – la Spe Salvi - ha sciolto ogni dubbio.
Non si può comprendere Ratzinger senza comprendere la filosofia greca, in particolare Aristotele, e la relativa cristianizzazione che ne ha fatto San Tommaso d’Aquino nel Medioevo. Non è certo la prima volta che un documento Magisteriale loda “l’angelico dottore”, ma le pagine di questa Enciclica ruotano particolarmente attorno ad una filosofia dell’Essere, “la grande filosofia greca” (28), che pare intramontabile e insostituibile. Da essa deducono valori, comportamenti, indicazioni per i cristiani di oggi come per quelli di ieri.
Con queste pagine vorrei mostrare come e perché siano collegati personaggi così lontani, e soprattutto mettere in rilievo il fatto che mentre Aristotele e Tommaso per i loro tempi furono dei veri rivoluzionari, artefici di una svolta epocale, il loro riciclaggio nei nostri giorni sia segno di una Chiesa che non vuole pensare più sé stessa come realtà in trasformazione, anch’essa limitata nel tempo, ma definitiva, sicura di sé, come della fede che custodisce.
Aristotele
La filosofia greca ha certamente rappresentato nei secoli che hanno preceduto l’era volgare (avanti Cristo) il tentativo più grande di comprendere il senso delle cose con il solo uso della ragione.
Non è stato l’unico tentativo[1], ma di certo il più riuscito, capace di modellare la lingua, il sistema politico e la religione occidentale per molti secoli a venire. In un mondo dominato ovunque dalla cieca obbedienza al potere religioso e politico, il mondo greco si è trovato in una fase di sviluppo economico e con una libertà di pensiero che gli hanno permesso di intraprendere una via diversa dalle altre. Grazie alla Grecia nasce infatti la filosofia i cui suoi principali esponenti sono stati indubbiamente Platone ed Aristotele (IV secolo a. C.). Con loro la filosofia compie un salto di livello, passando dal chiedersi il perché delle cose, al perché dell’uomo. Non è più la presenza delle stelle, del fuoco, del cielo e della terra che pongono domande al filosofo, ma il senso dell’agire e del fare dell’uomo stesso. Nasce insomma il problema “morale”, quel interrogativo che porta ancora noi oggi a chiederci cosa è bene e cosa è male, cosa lecito e illecito.
L’impostazione di entrambi porta a supporre, al di là del mondo fisico, un mondo metafisico, che non si vede, ma che spiega quello che si vede e verso il quale tutto ciò che è reale tende. Entrambi arrivano anche a supporre l’esistenza di Dio. Ma mentre per Platone la materia è unicamente un peso, una zavorra negativa dalla quale l’uomo deve cercare di liberarsi per lasciar tornare la propria anima al mondo puro delle Idee, Aristotele tenterà una rivalutazione della materia, vedendo in essa una tensione, un movimento positivo, verso l’Essere puro e imperturbabile. Ogni cosa, anche il nostro corpo “tende” all’Essere supremo, a Dio, senza mai raggiungerlo. Il Dio di Aristotele ovviamente non è il Dio cristiano, è descritto solo come una spiegazione necessaria a tutto ciò che si muove, che cambia nel tempo. Egli lo definisce l’Atto puro, il Motore immobile, la Causa finale di tutto.
Ovvio che non si può trattare due filosofi di tale portata in dieci righe, però questo passaggio, pur veloce, mi serve per dire che pochi secoli più tardi, con l’espansione della Chiesa nascente verso il mondo greco e latino, soprattutto grazie alle comunità fondate da San Paolo, la nuova fede ha inevitabilmente cercato un appoggio razionale in questa filosofia. Le definizioni dogmatiche dei primi Concili risentono molto di concetti e termini che attingono dalla filosofia greca.
Nei primi secoli, di fronte a problemi legati a correnti filosofiche come lo gnosticismo o il manicheismo è stata l’impostazione platonica ad avere la meglio, in particolare grazie all’opera colossale di sant’Agostino che con il suo contributo ha modellato il pensiero teologico e filosofico fino al Medioevo; poi nel XIII secolo è stata la volta di Aristotele, grazie ad un altro grande pensatore cristiano, appunto san Tommaso.
Tommaso
Nel Tardo Medioevo vari eventi preludono l’avvento di cambiamenti importanti. Nascono le prime università (Parigi, Bologna…), il mondo arabo si muove nell’area del mediterraneo, portando con sé soprattutto in Sicilia ed in Spagna alcuni elementi che influiranno anche sulla nostra cultura: i numeri con il sistema decimale, elementi di matematica, i nomi delle stelle e pure il pensiero di antichi filosofi greci che fino ad allora erano rimasti sconosciuti, come appunto Aristotele.
La Chiesa ha fatto una certa fatica a ripensare la propria fede con categorie filosofiche nuove, tant’è vero che a lungo il povero Aristotele è stato visto come un pericolo ed portatore di disordine e fumo satanico, in un castello teologico che ormai sembrava inattaccabile.
Ma la pressione di nuove conoscenze, il movimento culturale che nei secoli a venire portò alla nascita della scienza ed alla conquista di un suo settore distinto da quello della teologia, fecero sì che sempre più diffuso fosse avvertita come insufficiente l’impostazione di Platone, che risentiva di un concetto troppo negativo della natura e che, per l’insegnamento di Agostino, attingeva ogni sapere dalla sola Sacra Scrittura. Aristotele invece si presentava come un pensatore capace di salvare la metafisica senza disprezzare la fisica, anzi proponendo una sua suddivisione della materia piuttosto articolata e completa.
Uno dei primi sostenitori dell’armonia tra pensiero cristiano e filosofia aristotelica fu Alberto Magno. Lui ed altri pensatori dell’epoca sostengono la possibilità che si possa arrivare con la ragione, indipendentemente dalle Sacre Scritture, considerate fino ad allora l’unica fonte di sapere, a conclusioni molto simili a quelle a cui aveva portato la fede cristiana. Questa separazione tra fede e ragione ovviamente preoccupava le autorità ecclesiastiche, ma allo stesso tempo offriva una grande occasione, perché se la ragione arriva da sola alle stesse conclusioni che la Scrittura ci rivela per fede, le Scritture (e quindi la Chiesa) ne escono di certo rafforzate e ancor più credibili.
Aristotele offre dimostrazioni logiche dell’esistenza di Dio e questa possibilità attira molti talenti emergenti, ben disposti verso il nuovo.
Nasce quindi il grande dilemma del rapporto tra fede e ragione. A titolo esemplificativo faccio solo un accenno alla reazione del Francescanesimo che in quel periodo prendeva piede in tutta la cristianità. Esso era completamente “agostiniano” e vedeva con orrore le idee di Aristotele. Il suo esponente più prestigioso in campo teologico fu San Bonaventura, il quale era contrario al confronto con una filosofia non cristiana proprio perché supponeva l’autosufficienza arrogante della ragione di fronte alla fede. Bonaventura insegnava che la ragione può scrivere solo ciò che la fede detta e che di fronte all’arduo compito del cristiano di avvicinarsi a Cristo “occorre dare poca importanza all’indagine e molta all’unzione, poca alla lingua e molta alla gioia interiore, poca alla parola e ai libri e tutta al dono di Dio, cioè allo Spirito Santo, poca o nulla alla creatura e tutta al Creatore”.
La Chiesa, pur combattuta, continua a rifiutare Aristotele nel timore che la sua “ragione” sembra salire sullo stesso trono della fede, finchè Tommaso, discepolo di Alberto, non trova la soluzione che – col tempo - mette d’accordo tutti.
Tommaso, in sostanza, accetta e valorizza la ragione, ma la sottomette all’autorevolezza della fede. Questo significa che abbiamo due modi di “conoscere”. Uno ci viene dall’alto, ed è la Rivelazione, e lo si accoglie per fede; l’altro è dal basso, ed è costituito dalla nostra ragione, di cui Aristotele ci mostra il potere espositivo e persuasivo. Ovvio che la ragione così intesa non può mai contraddire la fede, e quando lo fa significa che ha imboccato una strada sbagliata.
Ovvio anche che Aristotele non conosce la Verità rivelata e allora occorre correggerlo per trasformare il suo pensiero in una filosofia nuova, cristiana, senza quelle sbavature che potrebbero portarci lontano dalle Sacre Scritture. L’idea che si possa conoscere per fede, infatti, non appartiene alla filosofia greca che parla di Dio solo nella misura in cui gli serve una spiegazione per ciò che con la sola natura non si riesce a spiegare (l’origine dell’universo, dell’uomo…). Aristotele poi sostiene che la materia è eterna e non è creata da Dio (l’idea della creazione dal nulla è biblica), e su questo ovviamente non si poteva acconsentire.
Tommaso quindi “cristianizza” questi aspetti e fonda tutto il suo pensiero sull’alleanza tra fede e ragione, la quale è preambula fidei, e può dirci qualcosa di quella Verità che la fede ci svela senza ombre e senza fatica. Su queste basi Tommaso descrive le famose cinque vie, attraverso le quali, sostiene, la ragione da sola può arrivare ad accettare l’esistenza di Dio.
Il legame di dipendenza tra fede e ragione porta schematicamente a suddividere una legge divina, una legge naturale, e una legge umana. Per discesa l’una si deve riversare nell’altra, come abbiamo visto, e ciò comporta che la legge umana, in fondo alla scala, può fondarsi o per Grazia direttamente sulla Rivelazione o anche sul rispetto della legge naturale, la quale come appena detto, è conoscibile con la ragione ed è specchio della legge di Dio.
E’ su questo presupposto che si fondano gli attuali richiami del Magistero a rispettare la natura umana. Questa terminologia oggi crea qualche corto circuito che vedremo tra poco, certo però è che per i suoi tempi la sintesi filosofica di Tommaso fu rivoluzionaria[2]. Egli introdusse infatti nella riflessione teologica il rispetto della ragione in sé stessa, seppur non ancora autonoma rispetto alla fede: una ragione che conosce Dio attraverso la natura. Se pensiamo che fino ad allora era vero solo ciò che era scritto nelle Sacre Scritture, o in loro alternativa la parola dell’Imperatore, del Papa o del Re, ci rendiamo subito conto che il passaggio è stato grande. Ora si inizia a discutere se una legge umana è secondo natura, e non più se è il volere del potente di turno.
Nei secoli seguenti la scienza vide uno sviluppo enorme ed insieme alla coscienza dei suoi progressi aumentò il sospetto di poter fare a meno della fede, vedendo in essa un retaggio del passato, un modo primitivo di spiegare il senso dei fenomeni. Contro questa presunzione la Chiesa gridò ininterrottamente a squarciagola, ma senza mai proporre una sintesi moderna, rifacendosi anzi con sempre maggior convinzione al modello di Tommaso.
Ratzinger
Tutti sono oggi a conoscenza del forte legame che papa Benedetto XVI ha con la filosofia greca. Lui stesso d’altronde la difende con orgoglio, come ha fatto ad esempio al famoso discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006[3]. Non è però per fare una critica al suo pensiero che ho scritto queste pagine. Penso che egli, con la sua formazione rappresenti bene un intero Magistero che si ostina da secoli su tale strada[4], a parte la breve parentesi del Concilio Vaticano II, e forse non è un caso che proprio un cultore degli antichi greci e della Scolastica sia stato eletto al soglio pontificio nel 2005.
Il problema è, come già accennato, che questa filosofia, da Galileo in poi, non è più sufficiente per sostenere la fede cristiana ed il confronto con il pensiero laico.
Vediamo sinteticamente alcuni nodi problematici:
A ben pensarci l’idea che le regole del gioco siano scritte da Altri, siano eterne ed evidenti (che siano frutto della Natura o della Rivelazione) ha un duplice effetto psicologico da non sottovalutare. In primo luogo ci mette nelle condizioni di conoscere la Verità, di possederla, di averla raggiunta una volta per tutte: è lì, scritta a chiare lettere, incontrastabile. Non c’è bisogno di rinnovamento, di aggiornamento, quando si “sa” tutta intera la verità: e questo lo si vede nel ritorno della lingua liturgica eterna, il latino, o nel recupero del canto gregoriano. Ma anche in questioni più importanti quali la famiglia, modello di convivenza che continua ad essere proposto come l’unico possibile “secondo natura”. In secondo luogo questo sistema porta l’uomo a deresponsabilizzarsi di fronte ai valori. Essi sono eterni, immutabili, indifferenti, che li si segua o no. E io nel mio piccolo, dove credo di andare? Ben diverso sarebbe il discorso se la Verità fosse la mia sfida personale, ciò che devo scoprire, sempre più in là rispetto alla mia conoscenza di essa.
Una nuova filosofia
Questi sono alcuni problemi che pone oggi una impostazione teologica troppo legata a Tommaso ed esplicitamente sposata da papa Woitjla[8] e papa Ratzinger. Ma all’orizzonte alcune proposte ci sono e forse troppo velocemente sono state cestinate. Penso in particolare all’Esistenzialismo di Heidegger[9], che fonda le sue basi in un grande cristiano quale Kierkegaard (1813-1855), e trova nel mondo protestante un terreno accogliente nella Teologia Dialettica di Karl Barth, di Rudolf Bultmann, di Dietrich Bonhoeffer. Da parte cattolica con maggiori resistenze emergono comunque idee nuove, ad esempio in Teilhard de Chardin che tenta una difficile sintesi tra evoluzionismo e spiritualità; o in Romano Guardini, che muovendosi fuori dal tomismo cerca un continuo contatto con la cultura contemporanea. Dopo secoli di apologetica aggressiva, si giunge al Concilio Vaticano II, che sembra aprire le porte ad una discussione, a nuove possibilità di dialogo con la cultura, con i problemi posti dalla scienza, con le altre religioni.
Inutile in questa sede continuare in citazioni degli autori nati in questo contesto, che potrebbero durare per molte pagine. Quello che voglio dire è che le alternative ci sarebbero, se solo fosse possibile svilupparle senza il pericolo di vedersi arrivare una letteraccia da parte della Congregazione della Fede che chiede di ritrattare le proprie dichiarazioni. Ovvio che circolano anche errori ed esagerazioni, ma se non si prova, non si arriva a niente. E’ la parabola del grano e della zizzania che ce lo ricorda (Matteo 13,24-43). L’Esistenzialismo a mio parere ha in sé una alternativa valida al pensiero elaborato dalla Scolastica, e potrebbe essere “cristianizzato”, proprio come in passato Tommaso ha fatto con Aristotele.
Come movimento filosofico nasce tra le due guerre mondiali ed esprime una crisi delle certezze a cui aveva illuso la ragione “positivistica”. L’uomo che pensava di dominare il mondo intero e sé stesso con le nuove conoscenze e possibilità, sperimenta il proprio fallimento con guerre mai viste prima, appunto dalla portata mondiale, e con il ritorno di ideologie totalitarie. La realtà non è più identificabile con la razionalità.
Al centro dell’Esistenzialismo sta appunto l’esistenza dell’uomo, essere limitato. Tale esistenza però non è vista come una cosa data per natura, non è cioè come indicava Tommaso una realtà predeterminata e non modificabile. L’esistenza è possibilità, poter essere, è ciò che ogni uomo ha deciso per sé, di essere. E’ tensione verso… il mondo, gli altri, la libertà, il nulla, oppure anche Dio. Ecco perché in questo nuova filosofia vi è spazio anche per una applicazione teologica.
Mi pare chiaro che le verità oggettive, troppo spesso credute per dovere o per obbedienza, in questa nuova prospettiva vengono scalzate o comunque messe in discussione da quelle soggettive. Il rischio è che non vi sia più nulla di sicuro e stabile, ma certo viene riconsiderato di molto quello che il singolo uomo vive, sente, capisce e ritiene valido per sé. Ed il cristianesimo non potrebbe forse oggi ripartire da qui?
Pensiamo a quante verità oggettive allontanano le persone dalla fede. Pensiamo alle coppie omosessuali, che “secondo natura” sono nell’errore, ma secondo coscienza spesso manifestano amore genuino. O ai rapporti prematrimoniali, contrari al diritto naturale (?) secondo la Chiesa, ma praticati senza problemi ormai da tutti, cattolici e non. O alla masturbazione: serve ancora vederla come un atto contronatura, un atto “oggettivamente” errato, oppure non sarebbe per caso meglio evitare questi discorsi che creano nel ragazzo solo frustranti sensi di colpa per vederla come una fase della vita, un momento del proprio cammino personale, certamente non definitivo, come in fondo, di definitivo c’è ben poco? E che dire poi dei divorziati risposati, o di chi desidera un figlio con la fecondazione artificiale, o dei Piergiorgio Welby che chiedono di morire… mi pare evidente che a seconda del tipo di filosofia che sotto sta al Cristianesimo, se ne deducano conseguenze diverse, e le conseguenze dell’impostazione Tomista oggi sta portando ad un rifiuto, ad un’incapacità di capire l’altro, ad una distanza sempre maggiore dai problemi della gente.
Mauro Borghesi, 15 dicembre ’07
[1] Non è stato l’unico tentativo, basti pensare alle testimonianze che ci sono pervenute dall’antico Egitto, da Babilonia, ma anche da Israele, con quello che oggi chiamiamo l’Antico Testamento, o dal mondo latino con Seneca, Cicerone e via dicendo. Di certo però è stata quella che ha tentato di dare spiegazioni razionali senza ricorrere alla religione.
[2] “Senza dubbio, Tommaso possedette al massimo grado il coraggio della verità, la libertà di spirito nell’affrontare i nuovi problemi, l’onestà intellettuale di chi non ammette la contaminazione del cristianesimo con la filosofia profana, ma nemmeno il rifiuto aprioristico di questa”. Paolo VI, Lumen Ecclesiae, 1974.
[3] Questo discorso, fortemente amplificato dai media per la presunta offesa a Maometto e ai musulmani, è in realtà importante per comprendere il pensiero del papa sul rapporto tra fede e ragione. Il link è http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg_it.html
[4] Solo un breve accenno al tormentato rapporto tra le scienze umane in veloce espansione e le posizioni difensive del Magistero durante il XIX secolo. Significativa la denuncia di Pio IX, nel Sillabo (1864), mentre cioè Garibaldi faceva l’Italia e cadeva lo Stato della Chiesa, nel quale condannava la “perniciosa” dottrina secondo cui “è libero a ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che colla scorta del lume della ragione avrà riputato essere vera” (prop. XV). Queste posizioni vengono sancite al Concilio Vaticano I, nel 1870. Pochi anni dopo Leone XIII, nella Aeterni Patris (1879) promuoveva lo studio dei grandi maestri del Medioevo e battendosi per la “instaurazione nelle scuole cattoliche, della filosofia cristiana secondo il pensiero di san Tommaso d’Aquino” perché egli raggiunse “vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare”. Mise così al bando le filosofie alternative emergenti. Pio X, nella Pascendi (1907), indicò Tommaso come il garante della vera ortodossia e della vera filosofia.
[5] Vedi ad esempio Giovanni Paolo II quando dice “Una filosofia consapevole di questo suo statuto costitutivo (cioè essere “orientata alla verità” nda) non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie della Verità Rivelata”. Fides et Ratio 49.
Il concetto è rimarcato nella recente Spe Salvi, dove con queste parole si sostiene di fatto che l’unica ragione vera e umana è quella che ragiona in simbiosi con la fede: “Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana”. N°23
[6] E’ stato Karl Barth (1886-1968), teologo protestante, a dare un forte impulso verso questa direzione con la sua Teologia Dialettica. Egli di fronte alla presunzione di conoscere Dio con lo studio della natura o dei Testi Sacri, ha sottolineato la profonda alterità di Dio, il suo essere al di là delle nostre possibilità umane, pur mantenendo viva la fede nell’Incarnazione.
[7] Si pensi ad esempio alle conoscenze in campo astronomico. Gli uomini continuano a credere che la terra sia piatta e sia al centro dell’universo fin oltre il Medioevo, quando già nel III secolo a. C. Eratostene con pochi semplici calcoli aveva teorizzato al forma sferica del pianeta. Ma per superare il sistema tolemaico occorrerà aspettare Copernico e poi Galileo, con tutto il travaglio che per quest’ultimo comportò difendere le proprie dimostrazioni davanti al tribunale dell’Inquisizione.
[8] Vedi l’Enciclica del 1998 Fides et Ratio, il titoletto che precede il paragrafo 43 dice “La novità perenne del pensiero di san Tommaso d’Aquino”.
[9] Il primo riferimento magisteriale a questa corrente filosofica è di Pio XII che nella Humani generis la definisce una “interpretazione erronea”
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