Corso a Lecce:
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"Per amore, per forza,
per-dono"
RELAZIONE Ho ascoltato con attenzione
le interessanti relazioni dei docenti, nonché tutti i dibattiti, molto intensi
e ricchi di giuste osservazioni e buoni propositi, anche se non ho mai espresso
la mia opinione.
Si sono trattati molti argomenti per me
completamente nuovi, sconosciuti a causa del lavoro che svolgo ed estranei agli
ambienti che frequento. Ma si sono affrontati anche temi familiari, trattati
anche durante il corso "Donne, Politica e Istituzioni" che concluderò alla fine di questo mese.
Mi è piaciuto ascoltare queste splendide
persone perché i loro interventi mi hanno stimolata a
rivedere la mia vita: la mia vita di coppia, la mia maternità, le mie scelte.
Conseguito il diploma, ho iniziato a lavorare presso una ditta locale come
ragioniera; le maggiori difficoltà erano rappresentate dal disagiato orario di
lavoro e dal fatto che, essendo l'unica dipendente ad
occuparmi di contabilità, causa l'esigua dimensione dell'azienda, non potevo
assentarmi neppure con certificato medico!
Nonostante ciò, ho affrontato il matrimonio e due maternità.
Dopo diversi anni di sacrifici, le difficoltà
sembravano essere diventate insormontabili: mi è stato negato il part-time, le
mie bambine crescevano e sempre più reclamavano la mia attenzione, i numerosi
impegni allontanavano mio marito dalla famiglia moltissime ore al giorno; così ho dovuto fare una scelta.
Il mio lavoro, nonostante gli ostacoli, in
fondo mi piaceva. Ma ho deciso di lasciarlo. Non per forza, tanto meno perché in una famiglia è più importante
che lavori l'uomo e neanche perché ho creduto di trovare nel lavoro di
"cura" la mia identità. L'ho fatto soltanto perché ritenevo
che, in quel momento, il mio impegno fuori da casa
fosse molto meno importante di quello che stava svolgendo il mio compagno.
Ho scelto grazie alla forza del dono dell'amore, oppure grazie a quel lavavetri
che ha lavato le mie lenti appannate o ancora per la voglia di riprendermi il
tempo ed evitare che il lavoro in scadenza diventasse un lavoro
scadente.
In tutta onestà quegli anni senza lavoro sono
stati pesanti, ma mi hanno dato la possibilità di leggere in me, di
ri-conoscer-mi, di praticare un corso di informatica,
di frequentare uno studio di consulenza fiscale per specializzarmi nelle
dichiarazioni dei redditi e, finalmente, nel 2001, di ottenere una
collaborazione con l'Università del Salento che, dopo tre anni, è diventata
contratto di lavoro dipendente, grazie al buon esito di un concorso. E' grazie
a questo che oggi sono qui, altrimenti probabilmente
non avrei avuto la possibilità di conoscervi.
Questa, in estrema
sintesi, la mia esperienza di donna lavoratrice, moglie e madre. Ora io mi chiedo:
tutte le donne costrette agli orari massacranti del lavoro nel privato, oppure
quelle costrette ad abbandonare il lavoro per l'impossibilità di conciliare
quel tipo di impegno lavorativo con gli impegni
familiari, come possono prendere coscienza della loro condizione per
migliorarla? Perché l'accesso ad un certo tipo di
formazione, come questa, deve essere riservato solo ad una certa categoria di
donne, che magari, proprio per la possibilità di svolgere un certo tipo di
lavoro, ad orari ragionevoli, ha già maturato un sufficiente grado di
coscienza?
Come si può pensare di decostruire uno schema
di socializzazione che ha portato a ritenere come scontato l'attuale modello di
famiglia, regolarmente tramandato da generazione in generazione, che impone una
ripartizione di ruoli al suo interno secondo il genere, e non secondo le
possibilità e le capacità, se da queste occasioni di incontro
e di confronto sono purtroppo escluse proprio quelle donne che avrebbero
probabilmente più necessità di incontrarsi e di confrontare le loro esperienze?
E' il caso che queste occasioni di conoscenza escano dal chiuso del mondo
accademico e vengano istituzionalizzate nel mondo della scuola, della
formazione obbligatoria post scolastica e di un aggiornamento obbligatorio per
tutti i tipi di lavoro.
Ho visto giorni fa il documentario-inchiesta
di Michael Moore sul sistema sanitario americano e sono venuta
a conoscenza che in Francia esistono particolari possibilità di aiuto ed
assistenza in casa, durante il periodo di gravidanza e di maternità che
consentono di avere più tempo per la cura personale e le relazioni sociali. Ho
potuto notare che questi interventi vengono denominati
"assistenza nella sanità" e non, come avviene in Italia per misure
assistenziali analoghe, "aiuto alle donne". Può apparire banale, ma
le parole, secondo me, hanno la loro importanza e il loro peso: se continuiamo
a pensare a questo tipo di assistenza come un
"aiuto alle donne", come possiamo insegnare ai nostri figli che
quelle non sono incombenze esclusivamente femminili, ma appartengono al più
complessivo ambito familiare e che assolverle è compito di tutti, secondo le
possibilità ed il tempo a disposizione di ognuno?
Non posso esserne certa, ma immagino che le parlamentari italiane che hanno
votato la legge che prevede "aiuti alle donne", magari, dopo il voto,
abbiano pure festeggiato per le "gentili concessioni ottenute".
Chissà perché ogni volta che le donne
ottengono qualcosa, in qualsiasi campo e di qualsiasi genere, hanno sempre
l'impressione, forse inconsapevole ma netta, che si
tratti di una concessione strappata con le unghie e non di qualcosa di
scontato, di un diritto innegabile. Forse sarebbe il caso di festeggiare meno o
di non festeggiare affatto in queste occasioni,
proprio per non dare il senso della piccola comunità protetta, sul cui capo,
qualche volta, può anche posarsi la benevola mano maschile ad elargire questa o
quella concessione.
In tutto questo, secondo me, deve svolgere un
ruolo fondamentale la politica femminile; non conosco esattamente i meccanismi,
ma mi sembra importante che, una volta giunte
all'interno delle istituzioni, le donne assumano e sostengano ogni iniziativa
affinché cambi radicalmente il sistema educativo, attraverso la formazione
delle madri, da un lato, e la modifica dei programmi formativi didattici, a
partire dalla scuola primaria, dall'altro. Credo sia inutile, per una donna
impegnata in politica, misurarsi sul terreno classico della politica, almeno di
quella che recentemente ci viene mostrata dai mezzi di
comunicazione, a meno che non si voglia concorrere sul grado di stupidità
stabilito sulla base del parametro maschile di riferimento. Non credo possa
giovare alle donne, alla loro intelligenza e alla loro sensibilità, quello
stereotipo di donna impegnata in politica, come quella in lotta per la
leadership del maggiore partito politico italiano, la quale, invece di mostrare
al pubblico dei salotti televisivi le proprie personali
idee e di proporre una qualche soluzione per i problemi del paese, magari per i
problemi delle donne, preferisce mostrare la pettinatura fresca di parrucchiere
e proporre un accattivante reggicalze in merletto. Sinceramente, dovessi basarmi su quelle
immagini, che purtroppo sono oggi predominanti nel mondo della comunicazione,
consiglierei alle mie figlie di stare lontano dalla politica.
Se c'è ancora una
speranza perché questo mondo migliori, e non può che migliorare grazie alle
donne, questa speranza è riposta nella gente comune ed al suo lavoro oscuro,
semplice, onesto; probabilmente queste donne non potrebbero mai comparire in
TV, né, credo, avrebbero voglia, ma è grazie a loro che tante piccole cose
quotidiane potrebbero migliorare. Se a tutte queste donne si desse la
possibilità di incontrarsi, come in queste occasioni, e di creare un intreccio di interessi, anche piccoli interessi quotidiani, sarebbe
l'intera collettività ad avere beneficio. Giorni fa ho visitato, insieme ad alcuni amici, una masseria completamente ristrutturata,
in cui, tra l'altro, si svolge anche un'importante attività agricola. Ha
suscitato la nostra curiosità una piccola quantità di tabacco appesa in bella
mostra in un cortile (non pensavamo se ne producesse più nel Salento) e alla
nostra richiesta di spiegazioni, il contadino ci ha chiarito che quella piccola
quantità di tabacco non veniva prodotta per essere
venduta, ma solo per consentire, in alcuni giorni dell'anno, l'incontro tra
quattro generazioni diverse di uomini e donne, dal bambino più piccolo
all'anziano nonno, i quali, con l'occasione dell'"infilaggio" del
tabacco, si sarebbero ritrovati a chiacchierare tra loro in un'occasione oramai
più unica che rara.
Probabilmente è proprio questo che le donne dovrebbero fare: dialogare con le
nuove generazioni ed apprendere dalla vecchia saggezza popolare; più scambio e
meno TV, più concretezza e meno apparenza. In fondo, se dovessimo fare esattamente
quello che fanno gli uomini, sarebbe meglio lasciarlo
fare a loro, che certamente lo sanno fare meglio.
Lecce, 07.09.2007 Antonella Maniglio