Fatima Mernissi, LA TERRAZZA PROIBITA. Vita nell’harem, Giunti ed., Firenze 1996

 

Di Mernissi ho già letto L’harem e l’occidente e Islam e democrazia. Scrive del Marocco e della propria vita e, facendo ciò, ci aiuta a guardarci dentro... con una straordinaria profondità di analisi e una dolcissima capacità letteraria, facilità di scrittura, chiarezza di esposizione. La terrazza proibita avrei dovuto leggerlo per primo, ma tant’è!... perché è il racconto della sua infanzia “in un harem di Fez”. Così possiamo approfondire la conoscenza dell’harem, spogliandoci, magari con patriarcale diffidenza e rammarico, dei pregiudizi occidentali su questa istituzione islamica... I muri che limitano e costringono non riescono a imprigionare il pensiero, a tarpare le ali al desiderio, a sedare la creatività: tra queste donne si sviluppa un intreccio ricchissimo di relazioni e bambini e bambine ricevono fatalmente input decisivi per la loro crescita intellettiva e spirituale. Lei stessa ne è un esempio eclatante.

Vi offro un piccolo saggio delle ultime due pagine, sperando che vi venga voglia di andare a leggere come è maturata questa consapevolezza sulla fine dell’ infanzia, “quel felice periodo della vita quando non si dà peso alla differenza fra i due sessi”. Per lei matura all’hammàm, il bagno pubblico delle donne, dove suo cugino Samìr, con il quale ha vissuto quasi in simbiosi fino a quel momento, ad un certo punto non può più entrare, “perché sempre più signore cominciarono a sentirsi infastidite dal suo ‘sguardo erotico’ e deve cominciare a frequentare i bagni degli uomini. Ma Samìr comincia a riportare “cose tristi dalla sua esperienza al bagno degli uomini. <Gli uomini non mangiano neanche, sai> diceva, <niente mandorle, niente bibite, e non si parla e non si ride. Ci si lava e basta>. (...) <Gli uomini non hanno bisogno dei preparati di bellezza> disse. (...) <La zia Habìba dice che la pelle è importante> attaccai, ma Samìr non mi lasciò continuare. <Credo che gli uomini abbiano una pelle diversa> tagliò corto. Mi limitai a fissarlo. Non c’era nulla che potessi dirgli perché, per la prima volta nei nostri giochi di bambini, capii che tutto quello che Samìr aveva detto era giusto, e qualunque cosa avessi detto io non avrebbe avuto la stessa importanza.

 (...) Di colpo, mi sentii triste senza ragione, me ne andai da Mìna, sulla terrazza, e mi sedetti vicino a lei. (...) <Da bambini la differenza non conta> disse. <Ma da ora in poi non potrete più sfuggirle. La differenza, con la sua legge, governerà le vostre vite. E il mondo si farà più spietato>. <Ma perché questo?> le chiesi. <E perché non si può sfuggire alla legge della differenza? Perché i maschi e le femmine non possono continuare a giocare insieme, anche quando crescono? Perché questa separazione?>

Mìna replicò senza dare risposta alle mie domande, ma dicendo che, a causa di questa separazione, uomini e donne vivono delle vite molto infelici. La separazione crea un enorme divario nella comprensione. <Gli uomini non capiscono le donne> disse, <e le donne non capiscono gli uomini, e tutto comincia quando i bambini vengono separati dalle bambine al hammàm. Allora, una frontiera cosmica spacca il pianeta in due metà. E la frontiera indica la linea del potere, perché dovunque esista una frontiera, ci sono due categorie di esseri che si muovono sulla terra di Allàh: i potenti da una parte e i senza potere dall’altra>.

Chiesi a Mìna su quale metà del pianeta mi trovassi io. La sua risposta fu rapida, breve e chiara: <Se non puoi uscirne, allora sei dalla parte di quelli che non hanno potere>.

DA “Uomini in cammino”, 4 2007

 


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