Fatima Mernissi,
Di Mernissi ho già letto L’harem
e l’occidente e Islam e democrazia.
Scrive del Marocco e della propria vita e, facendo ciò, ci aiuta a guardarci
dentro... con una straordinaria profondità di analisi
e una dolcissima capacità letteraria, facilità di scrittura, chiarezza di
esposizione. La terrazza proibita avrei dovuto leggerlo per primo, ma tant’è!...
perché è il racconto della sua infanzia “in
un harem di Fez”. Così possiamo approfondire la conoscenza dell’harem,
spogliandoci, magari con patriarcale diffidenza e rammarico, dei pregiudizi
occidentali su questa istituzione islamica... I muri
che limitano e costringono non riescono a imprigionare il pensiero, a tarpare
le ali al desiderio, a sedare la creatività: tra queste donne si sviluppa un
intreccio ricchissimo di relazioni e bambini e bambine ricevono fatalmente
input decisivi per la loro crescita intellettiva e spirituale. Lei stessa ne è un esempio eclatante.
Vi offro un
piccolo saggio delle ultime due pagine, sperando che vi venga voglia di andare
a leggere come è maturata questa consapevolezza sulla
fine dell’ infanzia, “quel felice periodo
della vita quando non si dà peso alla differenza fra i due sessi”. Per lei
matura all’hammàm,
il bagno pubblico delle donne, dove suo cugino Samìr,
con il quale ha vissuto quasi in simbiosi fino a quel momento, ad un certo
punto non può più entrare, “perché sempre
più signore cominciarono a sentirsi infastidite dal suo ‘sguardo erotico’ e
deve cominciare a frequentare i bagni degli uomini. Ma
Samìr comincia a riportare “cose tristi dalla sua esperienza al bagno degli uomini. <Gli uomini
non mangiano neanche, sai> diceva, <niente
mandorle, niente bibite, e non si parla e non si ride. Ci si lava e basta>.
(...) <Gli
uomini non hanno bisogno dei preparati di bellezza> disse. (...) <La zia Habìba dice che la pelle è importante> attaccai, ma Samìr non mi lasciò continuare. <Credo che gli uomini
abbiano una pelle diversa> tagliò corto. Mi limitai
a fissarlo. Non c’era nulla che potessi dirgli perché, per la prima volta nei
nostri giochi di bambini, capii che tutto quello che Samìr
aveva detto era giusto, e qualunque cosa avessi detto
io non avrebbe avuto la stessa importanza.
(...) Di colpo, mi sentii triste senza ragione, me ne andai da Mìna, sulla terrazza, e mi sedetti vicino a lei. (...) <Da bambini
la differenza non conta> disse. <Ma da ora in
poi non potrete più sfuggirle. La differenza, con la sua legge, governerà le
vostre vite. E il mondo si farà più spietato>. <Ma perché questo?> le chiesi. <E
perché non si può sfuggire alla legge della differenza? Perché
i maschi e le femmine non possono continuare a giocare insieme, anche quando
crescono? Perché questa separazione?>
Mìna replicò senza dare risposta alle mie domande, ma dicendo che,
a causa di questa separazione, uomini e donne vivono
delle vite molto infelici. La separazione crea un enorme divario nella
comprensione. <Gli uomini non capiscono le donne> disse, <e le donne
non capiscono gli uomini, e tutto comincia quando i
bambini vengono separati dalle bambine al hammàm.
Allora, una frontiera cosmica spacca il pianeta in due metà. E la frontiera
indica la linea del potere, perché dovunque esista una frontiera, ci sono due
categorie di esseri che si muovono sulla terra di Allàh: i potenti da una parte e i senza potere
dall’altra>.
Chiesi a Mìna su quale
metà del pianeta mi trovassi io. La sua risposta fu
rapida, breve e chiara: <Se non puoi uscirne, allora sei dalla parte di
quelli che non hanno potere>.
DA “Uomini in cammino”, n° 4 2007