La risposta agli interrogativi e critiche mosse da Ida Domonijanni all’enciclica sulla speranza ha una risposta in quanto afferma lei stessa:

non si può disconoscere che questa idea della speranza, laddove

ricorda alcune configurazioni novecentesche del desiderio,

può parlare anche a chi in Dio non crede”.

Ma è da chiedere alla stessa: perché rimproverare al papa di parlare ai cristiani? Significa ignorare gli altri e il mondo presente con le sue nuove istanze spingere i cristiani a credere in ciò a cui aderiscono per via della loro fede? E non può un messaggio cristiano essere cristiano, e nello stesso tempo proponibile a tutti nella sua essenzialità? Non è quello che i cristiani dovrebbero fare: saper cogliere il bene sparso ovunque? O essi sono così bambini deficienti da aspettarsi che questa traslazione l’ammannisca  necessariamente il papa, quando parla della speranza cristiana?  

 

Ida Dominijanni

La speranza senza rivoluzione

La seconda enciclica Benedetto XVI : «In che cosa possiamo e in che cosa non possiamo sperare» Dopo l'amore, la speranza: «Spe salvi», la seconda enciclica di Benedetto XVI. Contro l'individualismo, dopo la fede moderna nel progresso, nella scienza, nella politica. Ma Dio resta uno solo nel mondo globale

Dopo l'amore, la speranza. Benedetto XVI sceglie la giornata d'inizio dell'Avvento, periodo liturgico appunto della speranza, per pubblicare la sua seconda enciclica, Spe salvi (dalla Lettera di San Paolo ai Romani: Spe salvi facti sumus, «Nella speranza siamo stati salvati»), 77 pagine tutte indirizzate, al di qua e al di là della tessitura teologica, al nostro «presente faticoso» e all'individualismo che lo pervade (in Occidente), tutte permeate dalla superiorità della fede cristiana sulle altre (in fatto di speranza e non solo), tutte strutturate sulla critica della modernità e della secolarizzazione (con un appello all'autocritica dello stesso cristianesimo), tutte attraversate infine da una genealogia di riferimento che con Paolo schiera Sant'Agostino, Ambrogio e Bernardo di Chiaravalle, Lutero riletto da Koester e il teologo cattolico De Lubac, ma invoca anche Platone e Dostoevskij, Kant, Adorno e Horkheimer a sostegno della sua battaglia contro i miti moderni del progresso, della ragione, della rivoluzione.

E' questa battaglia infatti, in perfetta coerenza e continuità con la cifra teologica e politica di papa Ratzinger, la molla polemica dell'enciclica. Ma sarebbe strumentale enfatizzarla a spese dell'altra molla, quella positiva e edificante, che la muove altrettanto: critica della modernità e preoccupazione per i destini del cristianesimo in Ratzinger, com'è noto, si tengono. E ancora una volta, del processo di secolarizzazione il papa vede, teme e cerca di contrastare gli effetti dentro lo stesso mondo cattolico: l'individualismo che oscura il carattere collettivo e comunitario della speranza e della salvezza («Nessuno vive da solo, nessuno pecca da solo, nessuno viene salvato da solo»), l'emorragia della fede in Dio sostituita dalla fede nel progresso, lo svuotamento di quelle pratiche - la preghiera, la com-passione nella sofferenza - che alla fine dell'enciclica prova a ricaricare di significato. Lo studioso Ratzinger lo premette, del resto, in termini perfettamente accordati con il lessico filosofico del momento: si tratta di ritrovare la capacità «performativa» del messaggio cristiano delle origini, che non era solo l'annuncio della buona novella, ma «una comunicazione che produce fatti e cambia la vita». Come ritrovare, dunque, quella capacità performativa del cristianesimo delle origini, che nel predicare la speranza nel futuro dava forma alla «vivibilità del presente»? Come ritrovare quella specifica temporalità della comunità cristiana delle origini, che non si proiettava nel futuro ma lo anticipava nella costruzione della «società nuova», sì che il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future»?

La polemica contro la modernità muove da qui, perché è nel tempo lineare del progresso che Ratzinger vede l'elemento di rottura di questa temporalità cristiana. Da Bacone in poi, progresso, ragione e libertà si stringono in un nodo che promette «una nuova comunità umana perfetta» e senza Dio. La speranza si sposta dal cielo alla terra, dal regno di Dio a quello degli uomini, dalla persona divina che crea la vita al vento della Rivoluzione - borghese prima, proletaria poi - che modifica le «strutture». «La critica del cielo si trasforma in critica della terra, la critica della teologia in critica della politica», scrive il Ratzinger critico della secolarizzazione. La politica, e segnatamente il disegno politico «scientificamente pensato» di Marx, prende in mano le redini del progresso verso il meglio: «la sua promessa ha affascinato e affascina tuttora sempre di nuovo». Ma sotto questa fascinazione covava l'errore: il materialista Marx «ha dimenticato l'uomo e la sua libertà». La libertà che domanda sempre di essere reinventata, che non è garantita dai cambiamenti strutturali, e che dunque impegna ogni generazione a ricominciare da capo, a farsi «nuovo inizio», a non poter contare solo su ciò che è contabile e accumulabile, che sia il benessere o la scienza. «Il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell'instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alla scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano»: la scienza senza Dio produce «crudeltà e ingiustizie» e trascina negli «abissi del male».

«Che cosa possiamo sperare, e che cosa non possiamo sperare» dopo questa vicenda della modernità che non ha lasciato intatto lo stesso cristianesimo? Occorre, dice Benedetto XVI, recuperare l'elemento trascendente della speranza, sganciarla dalla pura volontà di ottenere cose soddisfacenti e successi appaganti. Quando, infatti, «queste speranze si realizzano, si rende evidente che l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere». Va da sé che questo «qualcosa», per Ratzinger, è Dio: «questa grande speranza può essere solo Dio. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare giorno per giorno, ed è per noi la garanzia che esiste la vita che è 'veramente' vita». Ma non si può disconoscere che questa idea della speranza, laddove ricorda alcune configurazioni novecentesche del desiderio, può parlare anche a chi in Dio non crede.

Restando tuttavia, come sempre in Ratzinger, angustamente e pesantemente destinata a una comunità immaginaria rigorosamente cristiana, e rigorosamente occidentale. L'enciclica si apre con la sottolineatura di una primazia assoluta «dell'esistenza cristiana» delle origini a confronto «con la situazione dei seguaci di altre religioni», e si chiude senza un solo riferimento ad altre concezioni della speranza e della salvezza. Il mondo globale si conferma, ancora una volta, come un fantasma minaccioso per questa primazia e non come un'apertura di possibilità, conoscenza e dialogo con altre culture e altre fedi. Un'africana e due vietnamiti compaiono nell'enciclica come figure della schiavitù e del martirio, condotti alla salvezza solo dall'incontro con il Dio cristiano, che si conferma così come l'unica possibilità di speranza e di redenzione. L'Uno che resta Uno, smentendo il programma ratzingeriano di critica della modernità.

 Il Manifesto 1 dicembre 2007

 

 


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