Due articoli sul congresso dei teologi

[utili a vincere la tentazione all’autoreferenzialità….]

Cercare Dio nei luoghi dell’uomo
di Vincenzo Marras

Un paracadutista portato dal vento atterrò su un albero sotto il quale due persone discutevano animatamente. Domandò loro: «Signori, per favore, potete dirmi dove sono?». «Su un albero», risposero. E il paracadutista: «Siete certamente teologi!». E i due, guardandosi l’un l’altro: «Come sa che siamo teologi?». «Perché dite grandi verità che non servono a niente». La storiella, che descrive sarcasticamente quanto si diceva dei teologi nel passato – persone che rispondono a domande che nessuno pone o a questioni poste al vento, irrilevanti –, stride con le riflessioni cui abbiamo assistito durante i lavori del XX congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (vedi a pagina 30 di questo numero). A contraddire l’aneddoto era lo stesso tema – "L’identità e i suoi luoghi. L’esperienza cristiana nel farsi dell’umano" – posto al centro dei lavori, cui hanno partecipato oltre cento teologi, che hanno voluto visitare i luoghi determinati e concreti del vissuto degli uomini e delle donne di oggi.

Il congresso è stato una consapevole ricognizione, preoccupata e affidata alle tradizioni teologiche, dello status di questa antica questione: quella di un pensare che cerca la sua dicibilità nella tradizione e nelle parole degli uomini e delle donne di un dato tempo storico. Una teologia, quindi, che si fa interrogare e che interroga, richiamando la necessità di ridefinire il modello teorico che tende a separare pensiero sull’uomo e pensiero su Dio, evitando da una parte il rischio di una deduzione, per così dire, dall’alto, ma anche quello opposto di subordinare la comprensione dell’esperienza cristiana alla ragione. Senza nascondersi nodi conflittuali come quello posto da libertà e identità, né l’urgenza di una ritematizzazione del concetto di natura e di legge naturale, intorno a cui si concentrano molti pronunciamenti magisteriali, i teologi italiani – sacerdoti, in gran parte, e laici, uomini e donne (poche, ma ci sono) – intendono mettersi alla ricerca di grammatiche e sintassi che offrano alla Chiesa e alle culture lo spazio critico dei pensieri e delle parole.

Durante i giorni del congresso, i teologi italiani hanno potuto visitare, nella vicina penisola del Sinis, oltre le rovine dell’antica Tharros e la chiesa di San Giovanni del IV-V secolo, l’ipogeo di San Salvatore, un pozzo sacro che risale all’età neolitica (6000-4500 a.C.). Il luogo, dove si svolgevano le cerimonie legate al culto delle acque e della fecondità, fu successivamente dedicato in epoca cristiana a Cristo Salvatore: attorno a esso si sviluppò un villaggio con le cosiddette "cumbessias", alloggi per i pellegrini che continuano a recarsi ogni anno per compiere il proprio percorso devozionale. Tutte le tracce di questo santuario – il pozzo sacro prenuragico, l’altare paleocristiano e, sulla vicina parete, una scritta araba con i primi versetti del Corano – paiono identificare e suggerire ai teologi temi e luoghi dove continuare a compiere il loro servizio e la loro vocazione profetica, segnati da un’unica, grande passione: proseguire e incarnare la spinta innovatrice del Concilio Vaticano II, quale forma pertinente e incisiva di dire il Vangelo di Gesù Cristo nella nostra storia.

Vincenzo Marras, http://www.sanpaolo.org/jesus

 

L’identità e i suoi luoghi:

a Oristano i teologi italiani riuniti a congresso

Centoventi teologi, in gran parte 40-50enni, con una buona percentuale di laici e, tra questi, un gruppetto di donne. È questo l’identikit dei partecipanti al XX Congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (Ati), che si è svolto a Donigala Fenughedu, alla periferia di Oristano, dal 10 al 14 settembre, sul tema "L’identità e i suoi luoghi. L’esperienza cristiana nel farsi dell’umano".

Il congresso, che cadeva nel 40° anno di vita dell’associazione, ha segnato in qualche modo un simbolico spartiacque nella vita dell’Ati: nel 2007, infatti, sono scomparsi due tra i suoi padri fondatori, monsignor Luigi Sartori (presidente dal 1969 al 1988) e il professor Giuseppe Alberigo; al tempo stesso, gran parte delle relazioni sono state affidate – durante la settimana dei lavori – a giovani teologi, quasi a marcare un passaggio di testimone e la necessità di un rinnovamento generazionale che significhi anche apertura ai linguaggi e alla sensibilità del nostro convulso presente. Obiettivo? «Proseguire e incarnare la spinta innovatrice del Concilio Vaticano II», ha detto monsignor Piero Coda, attuale presidente dell’Ati, ma con lo stile caro a don Sartori, quello cioè di chi diffida delle «facili e affrettate rivoluzioni» e predilige invece «un profetismo a caro prezzo». Insomma: un «guardare lontano, e quindi senza fretta».

Tema del congresso è stato il nodo dell’identità, dunque la questione antropologica. E la domanda centrale, risuonata sotto diverse angolature, è stata quella proposta dal Salmo 8: «Che cosa è l’uomo, Signore, perché te ne curi?». Come ha spiegato monsignor Franco Giulio Brambilla, da poco nominato vescovo ausiliare di Milano, «l’identità del soggetto (chi sono io?) non è data a monte della relazione all’altro da sé». Vale a dire che «questione antropologica e orizzonte teologico si implicano in modo inestricabilmente circolare».

Se, dunque, la questione dell’identità è anche la domanda su che cosa è l’umano, il congresso ha tentato di affrontare il tema con un colpo di reni metodologico, cioè a partire dai «luoghi in cui la pratica dell’umano si esercita». Da qui le cinque relazioni sull’interiorità (L’identità abitata) di Roberto Repole, sulla differenza di genere (L’identità sessuata) di Stella Morra, sulla prossimità (L’identità custodita) di Giovanni Cesare Pagazzi, sul fare (L’identità attiva) di Roberto Del Riccio, e sulla liturgia (L’identità celebrata) di Andrea Grillo. A queste incursioni nei complessi e controversi "luoghi dell’umano", hanno fatto da contrappunto due dialoghi: quello di Coda con il filosofo Umberto Galimberti e quello del vicepresidente dell’Ati Marco Vergottini con la filosofa Laura Boella.

La tavola rotonda del 14 settembre, con gli interventi di Duilio Albarello, Armido Rizzi, Saverio Cannistrà e monsignor Ignazio Sanna, vescovo di Oristano e teologo di fama, ha concluso un congresso che si è rivelato ricco e interessante sotto vari profili. Il primo è quello che riguarda l’approccio alla questione posta a tema dell’incontro: durante il congresso, infatti, si sono confrontate due "anime", sotterranee ma evidenti, della teologia italiana. La prima, legata alla "scuola milanese", è quella che si potrebbe definire «confessante» e che parte dalla «coscienza credente»; la seconda, che potrebbe essere chiamata «dialogica», è quella che assume come punto d’avvio del proprio riflettere le provocazioni della storia.

Il secondo profilo di grande interesse del congresso è quello della vita e del ruolo dell’Ati: Piero Coda e Marco Vergottini sono stati confermati per un altro mandato e l’elezione per il rinnovamento del Consiglio dell’associazione ha visto la presenza di diverse candidature femminili, anche se alla fine soltanto una donna (Serena Noceti) è risultata eletta: segno comunque di una realtà – quella di chi fa professionalmente teologia in Italia – che sta cambiando e che pone una sfida alla stessa comunità ecclesiale. Da qui le conclusioni di monsignor Coda: «Occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità delle istituzioni», ha detto. «E bisogna riflettere seriamente sul nodo dell’accesso e del tragitto praticabile da parte dei laici e delle donne, che si preparano o che già svolgono il ministero teologico».

g.f.

 


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