AGGIORNAMENTI SULLA QUESTIONE FEMMINISTA

 

Luglio 2005

Dieci anni dopo Pechino, il Vaticano manda avanti la sua donna
È Mary Ann Glendon, capodelegazione della Santa Sede alle Nazioni Unite. I perché dell’opposizione della Chiesa di Roma alla politica dell’ONU sulle donne. Ed è battaglia anche sulla clonazione umana

di Sandro Magister



ROMA, 14 marzo 2005 – Il Vaticano ha celebrato l’ultima festa della donna a modo suo: inviando a New York, alla sessione speciale della Commissione dell’ONU sulla Condizione delle Donne, un’agguerrita delegazione capeggiata da Mary Ann Glendon (nella foto), docente di diritto all’università di Harvard e prima donna chiamata a presiedere un organismo vaticano, la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

 
La sessione si è svolta al Palazzo di Vetro dal 28 febbraio all’11 marzo, nel decimo anniversario della Conferenza Mondiale sulle Donne organizzata dall’ONU a Pechino nel 1995, per fare il punto sull’attuazione degli obiettivi fissati da quella conferenza.

 
Già a Pechino Mary Ann Glendon, che anche allora faceva parte della delegazione vaticana, non era stata tenera con gli indirizzi dell’ONU:

 
“La conferenza vuole contrastare le violenze patite dalle donne? Giusto. E allora prendiamone nota. Tra le violenze ci sono i programmi obbligatori di controllo delle nascite, le sterilizzazioni forzate, le pressioni ad abortire, la preselezione dei sessi e la conseguente distruzione dei feti femminili”.

E ancora:

 
“Molti che propongono l'aborto come un diritto della donna non hanno minimamente a cuore gli interessi veri delle donne. All'ombra del movimento per il diritto d'aborto si muovono uomini irresponsabili, traffici di prostituzione, industrie che traggono i loro profitti dai corpi delle donne”.

 
Ma anche questa volta la professoressa Glendon è stata severa. Nel suo intervento, il 7 marzo, ha tracciato un bilancio negativo dei risultati della conferenza di Pechino. Ha mostrato che la povertà nel mondo continua a pesare più sulle donne che sugli uomini; e che questo vale anche nei paesi ricchi, dove “c’è una forte correlazione tra la disgregazione delle famiglie e la femminilizzazione della povertà”.

 
Inoltre, ha avuto parole dure per quei “gruppi d’interesse che sostengono di parlare a nome delle donne ma spesso, delle donne, non hanno a cuore gli interessi veri”.

 
Ma l’attacco più forte è venuto dal pronunciamento ufficiale della delegazione vaticana nel suo insieme, pubblicato su “L’Osservatore Romano” del 9 marzo:

 
“La Santa Sede condivide le preoccupazioni di altre delegazioni circa gli sforzi di presentare i documenti finali di Pechino come creatori di nuovi diritti internazionali. [...] Ogni tentativo di fare ciò andrebbe al di là delle competenze dell’autorità di questa Commissione. Nella dichiarazione ultimamente adottata la Santa Sede avrebbe preferito una più chiara affermazione che sottolineasse che i documenti di Pechino non possono essere interpretati come creatori di nuovi diritti umani, includenti un diritto all’aborto”.

 
Tra le delegazioni d’accordo col Vaticano c’era quella degli Stati Uniti, come spesso avviene su questi temi da quando alla Casa Bianca c’è George W. Bush.

 
Quanto agli orientamenti prevalenti all’ONU sulla condizione delle donne – bersaglio delle critiche della Santa Sede – ecco qui di seguito l’analisi di una specialista, Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all’Università di Roma “La Sapienza”, autrice di saggi sui movimenti femminili e columnist di “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana. L’analisi è apparsa su “il Foglio” del 5 marzo 2005

 


 

 

"Oggi leggiamo quindi con interesse e condivisione, e scegliamo volutamente di nominarle, le molte storie di donne che dall'Africa più povera rivolgono un pressante appello ai potenti del G8 riuniti in Scozia: Elizabeth Nyanokwi coltivatrice di tabacco in Kenia, Annet Akugizibwe preside di una scuola elementare in Uganda, Justine Chesange coltivatrice di caffè in Uganda, Abiba Gyarko coltivatrice di pomodori in Ghana, Rustica Banda ostetrica in Malawi, Aderonke Afolabi educatrice sieropositiva in Nigeria, Sabina Nicholas infermiera in Tanzania e Lynette Karen coltivatrice di canna da zucchero in Kenia (vedi Internazionale, n° 597 1-7 luglio 2005); altrettanto esprimiamo soddisfazione e partecipazione con le donne che nel mondo islamico si battono per il riconoscimento dei diritti delle donne e con coraggio sfidano il fondamentalismo: Rania Al Yasin, palestinese regina "non orna mentale" di Giordania, Kalida Messaoudi Ministra della cultura algerina perseguitata dai "guerrieri di Allah", Massouma Al Mubarak Ministra in Kuwait che sfida l'integralismo mussulmano del suo paese, Zahira Kamal Ministra dell'Autorità nazionale palestinese, leader di una Intifada al femminile" (L'Unità 3 luglio 2005, pag. 10).

 

 

 Lo scarso risalto dato alla valutazione delle femministe

 

“Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione fra uomo e donna nella Chiesa e nel mondo”

 

Che i contenuti della “Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione fra uomo e donna nella Chiesa e nel mondo” ispirata, firmata e forse persino scritta dal Cardinale Ratzinger a fine luglio, non sarebbero piaciuti alle femministe, era decisamente prevedibile.

Non altrettanto ovvio è il modo o la qualità del linguaggio attraverso il quale tali contenuti si sono espressi. E a tal proposito si ricorda l’incontro a Roma di giovedì 20 ottobre alla CID di via della Lungara, che ha registrato la partecipazione di teologhe (Marinella Perroni, Franca Long, Rosetta Stella), filosofe (Ida Dominijanni), politiche (Paola Gaiotti De Biase) e un folto pubblico di donne interessate all’argomento.

La lettera, dibattuta e discussa da autorevoli personaggi del mondo femminista (Luisa Muraro) e della sinistra (Elettra Deiana, Adriano Sofri) a ridosso della sua pubblicazione (in tempo di vacanze, il che già dimostra che non si voleva darle eccessivo spazio) non ha trovato sufficiente riscontro nell’ambito del confronto teologico e pastorale: come dire che, fra i vescovi, veri destinatari delle precisazioni di Ratzinger (o chi per lui), non è stata oggetto di grande dibattito.

Nel corso del dibattito si è più volte ribadito che fra gli obiettivi della lettera potrebbe verosimilmente esservi il confronto con la concezione islamica della donna da una parte, con le concezioni più avanzate del pensiero della differenza sessuale dall’altra. La Chiesa cristiana ha occasione, in questo momento storico, di riproporre la propria concezione della subordinazione femminile come un’alternativa intermedia, confrontata con gli “eccessi” fondamentalisti da una parte, con le “devianze” democratiche (famiglie alternative, matrimoni omosessuali, fecondazione assistita ecc) dall’altra.

E l’ “alternativa”, in sostanza, è nei contenuti sempre uguale: la differenza sessuale, a partire da una lettura essenzialista di Genesi I : “…Uomo e donna li creò” è ricondotta a un fatto ontologico. Alla donna è riconosciuto uno “specifico” connesso alla relazione, alla “apertura all’altro”, ai compiti di cura. Si ribadisce l’esclusiva maschile in merito al sacerdozio. Si sfiora, affermandola senza spiegarla, la questione della natura maschile di Dio e di Cristo. Tuttavia, notava Ida Dominijanni, nel linguaggio e nello stile in cui tali invariati contenuti sono espressi, si rivelano aspetti nuovi e interessanti.

Dominijanni trova nella lettera motivo di cauto ottimismo, nel riconoscimento dell’esistenza di varie correnti all’interno dell’universo femminista: la lettera per Dominijanni è interessante per il ritratto che fa del femminismo attuale, nel quale riconosce l’esistenza di un pensiero “della differenza sessuale” capace di non appiattire più l’identità femminile su quella maschile, ma di pensare la propria differenza e le altre differenze in termini relazionali.

La capacità di leggere il femminismo con attenzione a questo suo sviluppo non è marginale, nota Dominijanni, ma segna una maggior intelligenza della Chiesa a confronto, per esempio, con la classe intellettuale di sinistra, la quale pur accogliendo (paternalisticamente?) al proprio interno i discorsi delle donne, non li capisce, non li conosce, e la differenza fra femminismo anni’70, della rivendicazione, dei diritti, della parità, e femminismo attuale, non la fa. Il fatto che la Chiesa faccia questa differenza indica allora che le conquiste femminili non sono più ignorabili, e che chi voglia parlare di ruolo della donna deve fare ormai i conti con la genealogia e la geografia politico-ideologica del femminismo.

Sulla stessa linea, Rosetta Stella affermava di voler “forzare” la mano al testo di Ratzinger per “tirare acqua al nostro mulino”. Il testo - continuava Stella - contiene l’ammissione che le certezze tradizionali non sono più sufficienti a stabilire la definizione dei ruoli sessuali. Esso riporta l’attenzione sulla capacità femminile di aprirsi all’Altro, e dunque lascia uno spazio all’affermazione di una teologia non più esclusivamente maschile (punto di vista, questo, sul quale non concorda la maggior parte delle teologhe presenti in sala).

Per Paola Gaiotti De Biase non è il caso di dare eccessiva rilevanza ad un documento che ricalca, nella sostanza, l’enciclica “Sulla dignità della donna” di Giovanni Paolo II, senza approfondirne i temi portanti: entrambi i documenti infatti insistono, in misura differente, sulla differenza ontologica dei sessi (“maschio e femmina li creò”, Genesi I), ma il documento di Ratzinger ha l’aggravante di non soffermarsi a spiegare punti di importanza centrale come la negazione dell’accesso al sacerdozio, o la natura maschile di Cristo.

Marinella Perroni, presidente del coordinamento italiano delle teologhe, riscontrava con ironia l’assenza nel documento del minimo riferimento alla teologia femminile mondiale. Il documento ha come bersaglio polemico primario il pensiero femminile di Braidotti, vuole soprattutto ricondurre la differenza di genere a una differenza sessuale ontologica, evitare la pluralità dei generi, ricondurre il “gregge” al concetto tradizionale di famiglia eterosessuale monogamica, che vorrebbe mostrare connessa all’”ordine naturale” oltre che al dettato divino. Il suo secondo obiettivo è, naturalmente, il confronto con il modello islamico. LA lettera ha il suo peggior difetto nel disconoscimento completo del contributo femminile interno alla Chiesa stessa: che cosa possono pensare le suore, le teologhe, le donne delle varie associazioni cristiane che cercano da anni un dialogo con l’autorità ecclesiastica su questi importanti temi, al vedere che Ratzinger ancora li tratta con tanta autoritaria superficialità ?

Franca Long, valdese, del gruppo donne “Confronti”, rilevava una profonda estraneità soprattutto gerarchica fra autorità ecclesiastica e identità femminile: chi ha l’autorità di descrivere le donne? Long riportava poi la discussione teologica al carattere metaforico del dettato biblico: nella Bibbia, ribadiva, non sono contenute “definizioni” di uomo e donna. Esse vengono estrapolate da un’autorità religiosa che non è obbligatorio riconoscere come intermediaria per la comprensione del testo sacro. Riafferma poi la natura non ontologica, ma relazionale della differenza sessuale, che si esprime nel binomio materno della massima libertà (onnipotenza della madre) connessa alla massima dipendenza (dalla relazione madre-figlio).

Alla lettera di Ratzinger ci sono state molte e articolate risposte, ma quasi tutte da parte femminile: il che ha indotto Mons. Amato a lamentare la sua “scarsa risonanza”. Evidentemente si riferiva all’indifferenza generale con cui è stata accolta dai vescovi, a cui era indirizzata. Le risposte femminili non hanno rivestito alcun interesse per gli autori del documento. E perché dovrebbe allora rivestire interesse per noi un documento di tanto esile e breve respiro, da non sollevare neppure un’alzata di tonaca presso i suoi destinatari?

[Delt@ - Nicoletta Bertorelli  -  http://www.women.it/]