Simone Weil.
Non bisognerebbe mai stancarsi di rileggere quel meraviglioso
libro che è Lettere a un religioso, di Simone Weil.
In questo libro, Simone Weil (1908-1943) fornisce alcune 'illuminazioni' che
restano a lungo nella mente e nel cuore.
A un certo punto, nelle sue opere, la Weil insiste quasi con accanimento, sulla
necessità di un cristianesimo in cui la verità (e la veracità) non siano
subordinati all'adesione religiosa, ma siano essi stessi il principio normativo.
"Non c'è il punto di vista cristiano e gli altri, ma la verità e l'errore".
Prosegue "Non: ciò che non è cristiano è falso, ma: tutto ciò che è vero è
cristiano" (III, 401).
Pier Cesare Bori, analizzando questo passo della Weil fa notare come viene in
mente un'opposizione - una delle tante, ma in questo caso non stereotipa - tra
Dostoevskij e Tolstoj.
Dostoevskij afferma in qualche luogo: "Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è
fuori della verità e si potesse effettivamente constatare che la verità è fuori
di Cristo, preferirei rimanere con Cristo, piuttosto che con la verità, e cioè
starei con Cristo anche se avesse torto".
Tolstoj, citando Coleridge, diceva invece: "Chi comincia con l'amare il
cristianesimo più della verità, amerà poi la sua setta o chiesa del
cristianesimo e finirà con l'amare se stesso (la propria tranquillità) più di
ogni altra cosa" (si veda per esempio la sua Risposta al Sinodo ).
Un testo che riporta a Platone, al famoso "amico di Socrate, ma più ancora della
verità" che nella sua forma originaria si trova in Fedro 91B-C, Socrate dice:
"...io ricomincio il mio ragionamento. E se voi mi date retta, vi preoccuperete
poco di Socrate e molto più della verità. E se vi sembrerà che io dica il vero,
mi darete ragione, altrimenti dovrete opporvi con ogni vostro argomento".
Nella sua Professione di Fede Simone Weil scriveva: V'è una realtà situata fuori
del mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori da ogni portata delle
facoltà umane. A questa realtà corrisponde al centro del cuore dell'uomo questa
esigenza di un bene assoluto che vi abita sempre e che non trova alcun oggetto
in questo mondo".
La Verità...
Ciao a tutti, Fabrizio Falconi.
*
Etica & Politica / Ethics & Politics, VIII, 2006, 2, pp. 75-88
L’universalismo mistico di Simone Weil
Marco Vannini
gbhqva@tin.it
ABSTRACT
In the last years of her short life, Simone Weil was deeply interested in
non-Christian religions,
especially those of ancient India. Since 1941, she began studying the Sanskrit
language and reading
the Upanishads, some of which she also tried to translate. In the Indian
spirituality she
found the path to understand some masterpieces of Christian mysticism, such as
The mirror of
simple souls by Marguerite Porete, which she read in London in an English
version, ascribed to
“an unknown French mystic”.
Simone Weil recognized that all spiritual traditions, Hindu as well as Christian,
agree with the
essential mystical experience, the annihilation of the ego, so that the divine
Light can enter the
void made by man in his own soul (the so-called décreation), and so that
everything can show
the world’s wonderful beauty. However, she thought that Christianity was the
spiritual heir to
Heraclitus, of Platonism, and of stoicism, and expresses, in its mystical
universalism , the best of
every religious tradition.
Di famiglia ebrea ma educata nell’agnosticismo, Simone Weil scoprì
autonomamente,
guidata solo dalla passione della verità e dall’onestà della ricerca
intellettuale,
il patrimonio spirituale delle grandi religioni: del cristianesimo,
innanzitutto, nel
cui àmbito si era formata culturalmente, ma poi anche del buddismo, e
soprattutto
dell’ induismo. A partire dal 1941 intraprese infatti anche lo studio del
sanscrito,
tentando traduzioni della Bhagavad-Gita e delle Upanishad, le cui citazioni
divengono
sempre più frequenti nei Quaderni.(1)
Significativamente, fu proprio nell’ultimo periodo della sua vita che la Weil
venne
a conoscenza di alcuni grandi testi della mistica cristiana: a New York lesse Il
libretto
della verità di Suso; a Londra lo Specchio delle anime semplici di Margherita
Porete, allora attribuito a un ignoto mistico francese del Trecento. Possiamo
perciò
ritenere con sufficiente fondatezza che queste letture furono determinate
dall’incontro con la spiritualità dell’India; ovvero fu l’India a farle scoprire
il patrimonio
della mistica medievale cristiana, giacché ella trovò nell’induismo quello che
avrebbe potuto trovare già prima nel cristianesimo. E, detto di passaggio, non
risulta
che ella, pur leggendo il tedesco, conoscesse il libro di Rudolf Otto, Mistica
d’oriente, mistica d’occidente, pubblicato in Germania nel 1927,(2) ove sono
elencate
con puntuale precisione le straordinarie corrispondenze Eckhart-Sankara.
Opinione di chi scrive è che la Weil - anche grazie proprio alla sua
indipendenza,
al suo situarsi al crocevia delle tradizioni mistiche dell’umanità, senza legami
di appartenenza
a questa o a quella - rappresenti non solo un punto elevatissimo di speM.
Vannini
76
culazione, ma si ponga anche come figura esemplare di quell’universalismo
religioso
che appare sempre più vero, e sempre più necessario al momento presente.
In effetti troviamo nei Quaderni della Weil, anche se nella forma asistematica
propria
di quegli scritti, rimasti allo stato appunto di abbozzo, tutti gli elementi
fondamentali
di una radicale esperienza mistica, intesa nel senso di esperienza piena
della vita – anzi, della Vita, come la chiama Panikkar.(3)
Essenzialmente questa esperienza è costituita dal distacco, soprattutto distacco
dall’io, che deve scomparire, in modo che compaia l’unico vero io, che è Dio.
Allora
tutto appare uno, tutto appare buono, con un senso di realtà-bellezza-gioia che
indica, per trasparenza, l’eterno nel presente. Viene così sbrogliato il “grande
segreto”,
cui allude nei Quaderni:
“Identità del reale e del bene. Necessità come criterio del reale. Distanza tra
il necessario
e il bene. Sbrogliare questo. È della massima importanza. È qui la radice
del grande segreto”.(4)
Che il reale, tutto quanto, sia buono e bene, è pensiero della Weil che la
accomuna
ai grandi mistici di ogni tempo, a partire dal filosofo del logos, Eraclito. In
proposito
ella scrive ad esempio:
“Il reale è per il pensiero umano la stessa cosa che il bene. È il senso
misterioso
della proposizione: Dio esiste”.(5)
Che tutto ciò che è sia buono, è implicato necessariamente dal fatto che tutto
ciò
che è deve essere volontà di Dio – non possiamo pensare infatti che qualcosa
avvenga
al di fuori di essa, e neppure possiamo pensare che Dio voglia il male. La
Weil ripete spesso il pensiero platonico: di Dio noi possiamo sapere solo che è
buono, e che da lui derivano solo beni. Perciò:
“Dio vuole tutto ciò che si produce allo stesso titolo, non alcune cose come
mezzi
e altre come fini. Così pure vuole allo stesso titolo l’insieme e le parti, ogni
porzione,
ogni traccia che è possibile mettere in opera nella realtà continua.
Questo è rappresentabile per l’intelligenza umana solo nei termini seguenti:
egli
vuole la necessità. La volontà di Dio non può essere per noi un oggetto di
ipotesi.
Per conoscerla noi dobbiamo solo constatare ciò che accade: ciò che accade è la
sua volontà”.
“Non si deve dire che Dio vuole la sofferenza di un santo in vista del suo
progresso
verso la perfezione, ma: egli vuole la sua sofferenza, e vuole il suo progresso,
e vuole
il legame tra i due – e un’infinità di altri legami ancora. Non devo amare la
mia
sofferenza perché mi è utile, ma perché essa È.
La necessità è il velo di Dio.
L’universalismo mistico di Simone Weil
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È necessario amare tutti i fatti, non per le loro conseguenze, ma perché in ogni
fatto
Dio è presente. Ma questo è tautologico. Amare tutti i fatti equivale a leggere
Dio in essi.
È necessario amare i propri nemici perché esistono”. (6)
“Se pensassi che Dio m’invia il dolore con un atto della sua volontà e per il
mio
bene, crederei di essere qualcosa, e trascurerei l’uso principale del dolore,
che è
d’insegnarmi che sono niente. Non si deve dunque pensare nulla di simile. Ma è
necessario amare Dio attraverso il dolore (sentire la sua presenza e la sua
realtà
con l’organo dell’amore soprannaturale, l’unico che ne sia capace, così come si
sente la consistenza della carta con la matita).
Debbo amare d’esser niente. Come sarebbe orribile se io fossi qualcosa. Amare il
mio nulla, amare d’essere nulla. Amare con la parte dell’anima che si trova
dietro
il sipario, perché la parte dell’anima che è percettibile alla coscienza non può
amare
il nulla, ne ha orrore. Se essa crede di amarlo, vuol dire che ama qualcosa di
diverso
dal nulla”.(7)
“Non si deve mai cercare per un male una compensazione esteriore in un bene,
legato o no a questo male da una necessità, che lo bilancia. Perché ci si priva
così
dell’uso più prezioso del male, quello di amare Dio attraverso il male come
tale.
Amare Dio attraverso il male come tale. Amare Dio attraverso il male che si
odia,
odiando questo male. Amare Dio come autore del male che si sta odiando”.(8)
“ ‘Dolore, non confesserò mai che sei un male, qualsiasi cosa tu mi faccia’.
Questo
detto è molto bello. Ma, ancor meglio: Dolore, tu sei un male, ma hai per autore
colui che è solo bene ed è autore solo del bene”. (9)
“Perché tutto ciò che si produce è la volontà di Dio, ad ogni istante così come
nell’istante della creazione, se questa espressione ha un senso”.(10)
“Il male produce la distinzione, impedisce che Dio sia equivalente a tutto”.(11)
Come si è detto, il punto essenziale è il distacco dall’io, che deve scomparire,
in
modo che appaia l’unico vero io, che è Dio. L’operazione di distacco dall’io è
ciò
che la Weil chiama de-creazione, su cui torna spesso nell’ultimo periodo della
sua
vita:
“Tutto ciò che io faccio è cattivo, senza eccezione, compreso il bene, perché io
è
cattivo.
Più io sparisco, più Dio è presente in questo mondo”. (12)
“Non sono io a dover amare Dio. Che Dio si ami attraverso me”.(13)
M. Vannini
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“Il peccato in me dice ‘io’”.
“Io sono tutto. Ma questo io è Dio, e non è un io”.
“Io sono assente da tutto ciò che è vero, o bello, o bene”.
“Io pecco”.(14)
“Noi non possediamo niente al mondo – perché il caso ha il potere di toglierci
tutto
– se non il potere di dire io. Questo è ciò che bisogna dare a Dio, cioè
distruggere.
Non c’è assolutamente nessun altro atto libero che ci sia permesso, se non la
distruzione dell’io”.(15)
“Tutto ciò che ci procuriamo con la nostra volontà e i nostri sforzi, e tutto
ciò che
le circostanze esterne accordano o rifiutano secondo il capriccio della sorte, è
assolutamente
privo di valore. Può essere cattivo o indifferente, ma giammai buono.
Tutto ciò che esiste è sottomesso alla necessità. Ma c’è una necessità carnale
in cui
l’opposizione del bene e del male non interviene, e una necessità spirituale
interamente
sottomessa a questa opposizione”.(16)
Qui è evidente il riferimento a Platone, che nel Timeo, 68, parla di due specie
di
cause, quella necessaria e quella divina. Ma è soprattutto facendo propria la
grande
lezione degli stoici che Simone Weil distingue finemente la realtà della
pesanteur,
necessità meccanica, da quella della grâce, libertà:
“L’universo tutto intero non è che una massa compatta di obbedienza. Questa
massa compatta è disseminata di punti luminosi. Ciascuno di questi punti è la
parte
soprannaturale di un’anima di una creatura ragionevole che ama Dio e che
consente
ad obbedire. Il resto dell’anima è prigioniero della massa compatta. Gli esseri
dotati di ragione che non amano Dio sono soltanto frammenti della massa compatta
ed oscura. Anch’essi sono tutti interi obbedienza, ma solo al modo di una pietra
che cade. Anche la loro anima è materia, materia psichica, sottoposta a un
meccanismo
altrettanto rigoroso quanto quello della forza di gravità. Anche la loro
credenza
nel proprio libero arbitrio, le illusioni del loro orgoglio, le loro sfide, le
loro
rivolte, tutto ciò non sono che fenomeni altrettanto rigorosamente determinati
quanto la rifrazione della luce. Considerati in tal modo, come materia inerte, i
peggiori
criminali fanno parte dell’ordine del mondo e di conseguenza della bellezza
del mondo. Tutto obbedisce a Dio, e di conseguenza tutto è perfettamente bello.
Sapere questo, saperlo realmente, è essere perfetti come il Padre celeste è
perfetto”.(
17)
Questa splendida pagina, in cui l’eredità del pensiero classico si salda con
Eckhart
e Spinoza, è incomprensibile all’insulsa psicologia contemporanea, verso la
quale
la scrittrice francese ha espressioni feroci, e si comprende solo tenendo
presente la
natura composita e gerarchicamente tripartita dell’anima. Perciò la Weil
prosegue:
L’universalismo mistico di Simone Weil
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“Questo amore universale non appartiene che alla facoltà contemplativa
dell’anima. Colui che ama veramente Dio lascia a ogni parte dell’anima la sua
funzione
propria. Al di sotto della facoltà di contemplazione sovrannaturale si trova
una parte dell’anima che è al livello dell’obbligazione, e per la quale
l’opposizione
del bene e del male deve avere tutta la forza possibile. Al di sotto ancora è la
parte
animale dell’anima, che deve essere metodicamente addestrata con una sapiente
combinazione di frustate e zuccherini.
In coloro che amano Dio, persino in coloro che sono perfetti, la parte naturale
dell’anima è sempre interamente sottomessa alla necessità meccanica. Ma la
presenza
dell’amore soprannaturale nell’anima costituisce un fattore nuovo del meccanismo
e lo trasforma”.(18)
Il “grande segreto”, ovvero l’identità del reale e del bene, e, insieme, la
distanza infinita
tra il necessario e il bene - l’insegnamento platonico fondamentale – è così
“sbrogliato”. Non si deve aver paura della contraddizione, perché l’identità dei
contrari appare chiara all’anima distaccata, come ben sa la mistica di ogni
tempo
(ivi compreso quell’ Hegel che la Weil poco amava ma, bisogna dire, che poco
anche
conosceva), ancora una volta a partire da Eraclito:
“L’identità dei contrari subita in modo incosciente è il male. L’identità
compresa è
il bene”.(19)
“O i contrari vengono sottomessi con la grazia, oppure si è sottomessi ai
contrari”.(
20)
“Se il bene è l’armonia dei contrari, il male non è il contrario del bene”.(21)
“La sofferenza è un male per chi pensa che la sofferenza è un male”.(22)
“Ciò che il male viola non è il bene, perché il bene è inviolabile; si viola
solo un
bene degradato.
Ma non è questa la ragione vera. Il bene è essenzialmente diverso dal male. Il
male
è molteplice e frammentario, il bene è uno; il male è apparente, il bene è
misterioso;
il male consiste in azioni, il bene in non-azione o azione non agente, ecc. – il
bene considerato al livello del male e tale da opporsi ad esso come un contrario
a
un contrario è un bene da codice penale. Al di sopra si trova un bene che in
certo
senso somiglia più al male che a questa forma bassa del bene”. (23)
Il male è la distanza tra la creatura e Dio,(24) ma l’intelligenza è in grado di
sopprimere
il male – l’operazione che la Weil chiama de-creazione, nel distacco, ed
allora si ha un profondo senso di realtà, bellezza, gioia nel presente, che
appare
come l’eterno.
M. Vannini
80
“Lo spirito non è forzato a credere all’esistenza di niente. (Soggettivismo,
idealismo
assoluto, solipsismo, scetticismo. Si vedano le Upanishad, i taoisti e Platone,
che
usano tutti questa attitudine filosofica a titolo di purificazione). Per questo
l’unico
organo di contatto con l’esistenza è l’accettazione, l’amore. Per questo
bellezza e
realtà sono identiche. Per questo la gioia pura e il sentimento di realtà sono
identici.
Tutto ciò che è colto con le facoltà naturali è ipotetico. Solo l’amore
soprannaturale
afferma. In tal modo noi siamo co-creatori.
Noi partecipiamo alla creazione del mondo de-creando noi stessi”. (25)
È infatti l’attaccamento, il desiderio, ad uccidere lo spirito:
“Coloro che assassinano l’atman. Chiunque desideri che ciò che è non sia (Marco
Aurelio). Che altro? – Ogni desiderio uccide l’atman”.(26)
“L’attaccamento non è altro che l’insufficienza nel sentimento della realtà”.
“Dal momento in cui si sa che qualcosa è reale, non ci si può più attaccare ad
esso”.(
27)
Significativamente, il testo appena citato prosegue ripetendo una delle tesi più
care
alla mistica: quella dell’assoluto nel presente che si mostra distaccandosi
anche dal
desiderio della salvezza:
“Coloro che desiderano la propria salvezza non credono veramente alla realtà
della
gioia in Dio”.
“La gioia è il sentimento della realtà.
Più l’opposizione del caso e del bene è sensibile, più la bellezza e la gioia
sono
profonde.
La tristezza è l’indebolimento del sentimento della realtà. È una cattiva
decreazione,
a livello dell’immaginazione”.(28)
“La gioia accresce il sentimento di realtà, il dolore lo diminuisce. Si tratta
solo di
riconoscere la stessa pienezza di realtà nei dolori e nelle gioie. La
sensibilità dice:
“Questo non è possibile”. Si deve rispondere: Questo è. Essa dice: “Perché
questo?”
Si deve rispondere: Perché è; se è, ha una causa”.(29)
“Se in questo mondo non ci fosse sventura, potremmo crederci in paradiso.
Orribile
possibilità”. (30)
L’universalismo mistico di Simone Weil
81
“Il pensiero della morte dà agli eventi della vita il colore dell’eternità. Se
ci fosse
data quaggiù la vita perenne, guadagnando la perennità la nostra vita perderebbe
l’eternità che la illumina per trasparenza.
“Di questo tutto, mediante il distacco, gioisci” [Isa Upanishad, 1]. È il
distacco a
rendere eterne tutte le cose”.(31)
È significativo che la Weil citi qui le Upanishad. Infatti, come si è accennato
sopra,
è stata soprattutto la lettura della letteratura sacra dell’India a portarla a
quella
comprensione che, alla fine della sua vita, ritrovò anche nella mistica
cristiana. Perciò
ella pensò a un’unica verità religiosa, che i diversi popoli avevano espresso in
vari modi, dal folklore alla mitologia, fino alla più pura delle filosofie –
quella platonica
– sottolineando ciascuno un aspetto della medesima verità. Pur riconoscendo
come vocazione tipica di Israele quella di sostenere l’unicità di Dio, non v’è
dubbio che la Weil attribuisca un valore particolare all’induismo, da un lato, e
al
cristianesimo, dall’altro.
Nel primo, infatti, riconosce la peculiarità di sostenere l’assimilazione tra
Dio e
l’anima attraverso il distacco; nel secondo il rilievo dato all’umanità di un
Dio sofferente,
in Cristo, con la comprensione piena del significato della sventura, della
sofferenza, dell’infelicità. Nei Quaderni scrive infatti:
“In tutte le nazioni dell’antichità vi è come l’ossessione per un aspetto delle
cose
divine. Israele: Dio unico. India: assimilazione dell’anima a Dio mediante
l’unione
mistica. Cina: passività, assenza di Dio, azione non-agente. Egitto: salvezza e
vita
eterna mediante l’assimilazione a un Dio sofferente, morto e resuscitato.
Grecia:
trascendenza, distanza dal divino e dal soprannaturale, miseria dell’uomo,
ricerca
di ponti (mediazione).
(La missione d’Israele è stata continuata dai musulmani. L’India e la Cina sono
rimaste. Il cristianesimo ha raccolto l’eredità soprattutto dell’Egitto, ma
anche della
Grecia)”.(32)
Il legame Israele-islamismo, con la comune concezione di un Dio-forza, è
ribadito
spesso dalla Weil, con una conseguente valutazione negativa di quelle teologie e
religioni:
“Nessuno va a Dio creatore e sovrano senza passare per Dio SVUOTATO DELLA
SUA DIVINITA’. Se si va a Dio direttamente si tratta di Yahweh (o Allah,
quello del Corano)”. (33)
Qui la divinità significa appunto le caratteristiche di forza, potenza, che
l’idolatria
attribuisce a Dio, per potersene servire. Invece:
“Dobbiamo svuotare Dio della sua divinità per amarlo.
M. Vannini
82
Egli si è svuotato della sua divinità diventando uomo, poi della sua umanità
diventando
cadavere (pane e vino), materia”.(34)
Come la Weil ripete, Dio si offre all’uomo o in quanto potenza o in quanto
perfezione:
bisogna scegliere. Anzi, proprio per questo motivo, induismo e cristianesimo
sono vicini, e lontani da ebraismo (e islamismo):
“Il contatto con la forza, da qualunque parte si venga a contatto (impugnatura o
punta della spada), priva per un momento di Dio. Di qui la Bhagavad Gita. La
Bhagavad Gita e il Vangelo si completano.
Così vi è qualcosa di essenzialmente falso nell’Antico Testamento (alcune
parti),
come pure nella storia di Giovanna d’Arco; quelle voci fanno parte del
prestigio.
Anche Yahweh”.(35)
Israele, che pure aveva vissuto a lungo accanto agli Egiziani, ha sostituito
alla nozione
di bene quella di onnipotenza, e ha fatto di Dio uno strumento di potenza
nazionale. Purtroppo, il modello di santità elaborato da Israele è passato nella
Chiesa, la cui “idolatria sociale” ripete quella giudaica.(36) Sotto questo
profilo
non c’è dubbio che abbia ragione Lévinas, quando sostiene che la Weil non è
ebrea
e neppure cristiana, bensì “pagana”, in quanto rifiuta il dogma dell’elezione
divina di Israele(37): solo che il paganesimo della Weil significa in realtà la
sua
classicità, la sua fedeltà alla “fonte greca”, ovvero all’universalità della
ragione,
all’onestà della verità, nel rifiuto di menzogne colmatrici di vuoti:
“Non si può percepire la presenza di Dio in uomo, ma solo il riflesso di questa
luce
nel modo in cui egli concepisce la vita terrestre. Così il vero Dio è presente
nell’
Iliade e non nel Libro di Giosuè.
L’autore dell’ Iliade dipinge la vita umana come solo può vederla chi ama Dio.
L’autore di Giosuè, come solo può vederla chi non ama Dio”.(38)
Ai nostri tempi c’è bisogno di un tipo nuovo di santità, una santità che porti
il segno
dell’universalità in modo esplicito, come la Weil afferma nell’ultima lettera
inviata a padre Perrin, ove ribadisce la decisione di restare fuori dalla
Chiesa.(39)
Accanto alle religioni poco sopra citate, sottolineiamo che in questa
universalità
rientra anche il pensiero buddista, che la Weil ha studiato soprattutto
attraverso
l’opera di Daisetz Teitaro Suzuki,(40) e quella di Alexandra David-Neel,(41) ove
si
sottolineano i passi relativi allo sradicamento dell’io. Nel buddismo ella vede
un
pensiero eracliteo, fondato sul rapporto, per cui le cose non hanno altro essere
che
il rapporto e “la verità si produce al contatto di due proposizioni, nessuna
della
quali è vera; è vero il loro rapporto”.(42) Soprattutto, vede nel buddismo il
cammino
di estinzione del desiderio, che conduce all’annichilimento:
L’universalismo mistico di Simone Weil
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“L’estinzione del desiderio (buddismo), o il distacco, o l’ amor fati, o il
desiderio
del bene assoluto, sono sempre la stessa cosa: vuotare il desiderio, la
finalità, di
ogni contenuto, desiderare a vuoto, desiderare senza augurarsi. Distaccare il
nostro
desiderio da tutti i beni e attendere. L’esperienza dimostra allora che questa
attesa
è esaudita. Allora si tocca il bene assoluto”.(43)
Come abbiamo già detto, sono però le Upanishad e la Bhagavad Gita a risultare
più congeniali alla Weil e a fornirle le chiavi di comprensione dell’esperienza
spirituale.
Proprio con la parola Upanishad, e con una lunga citazione riassuntiva, spesso
implicita, della Chandogya e della Brhadaranyaka Upanishad, si apre il suo
Quaderno III:
“Upanishad.
L’atman – che l’anima di un uomo prenda per corpo l’universo intero […].
L’anima si trasferisce, fuori del proprio corpo, in un’altra cosa. Che dunque si
trasferisca
in tutto l’universo.
Questo non è solamente il suo dovere, ma la sua natura. Dimostrazione: si ama
una cosa qualsiasi solamente per se stessi (l’ io è l’unico valore). Quindi l’io
non
dovrebbe essere finito, esso ha la dimensione del mondo […)
Identificarsi con l’universo stesso. Tutto ciò che è minore dell’universo è
sottomesso
alla sofferenza [essendo parziale e quindi sottomesso alle forze esterne]. Anche
se muoio, l’universo continua. Questo non mi consola se sono diverso
dall’universo. Ma se l’universo è per la mia anima come un altro corpo, la mia
morte cessa di avere per me più importanza di quella di uno sconosciuto. Così
pure
le mie sofferenze[…)
Ma allora, come si continua ad agire in quanto uomo singolo? Tema della Gita”.
“Trovare l’atman “impigliato nelle tenebrose complessità del corpo”.(44)
“La pluralità non è;
Corre di morte in morte,
Chi crede di vedere la pluralità nell’universo”.(45)
“Questo spazio che è all’interno del cuore, qui egli dimora, padrone di tutto,
sovrano
di tutto, signore di tutto. Egli non cresce con le buone azioni né diminuisce
con le cattive”.(46)
“Al di là del bene e del male. Bisogna senz’altro interpretarlo come la formula
taoista:
Colui che ha la virtù somma non ha virtù, e perciò egli ha la virtù. Colui che
ha una virtù ordinaria ha la virtù, e perciò non ha virtù”.
“Distaccarsi anche dalla virtù – Perderne coscienza”.
“Supremo bene negativo”.
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Ancor più delle Upanishad, è però la Gita ad attrarre la Weil, che si dedicò con
passione a tradurla e che la cita innumerevoli volte nei suoi Quaderni. Del
capolavoro
indiano ella studia in particolare la tipologia che noi diremmo psicologica (i
tre guna : sattva, rajas, tamas), ovvero l’analisi delle diverse componenti
dell’anima
e dei loro rapporti, sempre per sbrogliare il “grande segreto” della necessità e
libertà,
ovvero del bene e del male.
Ci limitiamo, per brevità, a riportare qui alcune delle citazioni più esplicite:
“Gita. Notare che il dharma, dipendendo dalla casta, dunque dalla nascita,
dunque
dall’incarnazione precedente, dipende da una scelta anteriore. Non è che non si
abbia scelta, bensì che, se ci si colloca in un dato momento, non si ha più
scelta.
Non si può fare diversamente; è vano sognare di fare diversamente; ma è bene
elevarsi
al di sopra di ciò che si fa”.(47)
“Non cercare il bene nell’azione. È questo l’insegnamento della Gita”.(48)
“Gita. Coloro che si sono spinti sino in fondo al male sono liberi dallo
smarrimento
prodotto dai contrari. Letteralmente vero. Anche prima di essere giunti fino in
fondo, quando, dal piano spirituale, si vede che c’è un fondo”. (49)
“Bhagavad Gita VI, 20. Quando il pensiero (cit) si arresta sospeso grazie allo
yoga,
e l’uomo scopre l’atman, egli trova la sua soddisfazione in sé”.(50)
“Gita. ‘Senza turbamento nella sofferenza, senza attrazione per il piacere’
II,56”.(51)
“L’albero del mondo, il fico eterno di cui è necessario tagliare le radici con
la scure
del distacco (Gita).
È l’energia vegetativa.
La croce è di legno, ma è fatta con un albero tagliato.
Adamo ha mangiato il frutto dell’albero. (Due uccelli…uno mangia il frutto…)(52)
È necessario tagliare l’albero e il proprio corpo morto deve essere il frutto.
Strappare l’energia vegetativa”.(53)
Passo, quest’ultimo, veramente tipico della lettura e dell’indagine weiliana. La
Gita
e il Vangelo sono infatti letti l’uno accanto all’altro, per così dire, nella
persuasione
che i significati profondi, veri, siano presenti in modo armonico in tutte le
grandi
religioni.
E così siamo giunti alla conclusione del nostro discorso. Perché la Weil pensò
che
il cristianesimo, se inteso secondo verità, e non secondo i fraintendimenti e le
mistificazioni
cui è andato incontro, comprenda in se stesso l’insegnamento spirituale
di tutte le grandi tradizioni religiose e filosofiche. C’è una sua pagina, che
parte
L’universalismo mistico di Simone Weil
85
ancora una volta dal tema cruciale necessità-libertà per approdare al Cristo,
veramente
riassuntiva:
“La necessità è una nemica per l’uomo finché egli pensa in prima persona […]
Effettivamente
la volontà umana, per quanto un certo sentimento di scelta vi sia
irriducibilmente
legato, è semplicemente un fenomeno fra tutti quelli che sono sottoposti
alla necessità […] nell’universo, l’uomo non prova la necessità se non,
contemporaneamente,
come un ostacolo e una condizione di compimento per il suo
volere; di conseguenza questa prova non è mai interamente pura dalle illusioni
irriducibilmente
legate all’esercizio della volontà […] Il rapporto tra la necessità e
l’intelligenza non è il rapporto tra il padrone e lo schiavo. Non è neppure il
rapporto
inverso, né il rapporto tra due uomini liberi. È il rapporto tra l’oggetto
contemplato
e lo sguardo. La facoltà che nell’uomo guarda la forza più brutale come si
guarda un quadro, chiamandola necessità, quella facoltà non è ciò che nell’uomo
appartiene all’altro mondo. Essa è all’intersezione dei due mondi. La facoltà
che
non appartiene a questo mondo è quella del consenso. L’uomo è libero di
consentire
o no alla necessità. Questa libertà non è attuale per lui se non quando
concepisca
la forza come necessità, vale a dire quando la contempli […] Il consenso alla
necessità è puro amore ed anche, in qualche modo, eccesso d’amore. Questo amore
non ha per oggetto la necessità in sé, né il mondo visibile di cui essa
costituisce
la stoffa […] Neppure per amore degli altri uomini noi consentiamo alla
necessità.
L’amore degli altri uomini è in certo senso un ostacolo a questo consenso,
perché la necessità schiaccia gli altri come noi stessi. È per amore di qualcosa
che
non è una persona umana, e che tuttavia è qualcosa come una persona. Perché ciò
che non è qualcosa come una persona non è oggetto d’amore. Qualunque sia la
credenza professata a proposito delle cose religiose, compreso l’ateismo, là
dove
c’è consenso completo, autentico e incondizionato alla necessità, v’è la
pienezza
dell’amore di Dio, e in nessun altro luogo. Questo consenso costituisce la
partecipazione
alla croce del Cristo.
Chiamando Logos quell’essere umano e divino che egli amava sopra tutto e da cui
era teneramente amato, san Giovanni ha racchiuso in una parola, fra molti altri
pensieri, infinitamente preziosi, tutta la dottrina stoica dell’ amor fati.
Questa parola,
Logos, presa dagli stoici greci che l’avevano a lro volta ricevuto da Eraclito,
ha
diversi significati, ma il principale è questa legge quantitativa di variazione
che costituisce
la necessità. Fatum e logos sono d’altronde apparentati semanticamente. Il
fatum è la necessità, e la necessità è il logos, e logos è il nome stesso
dell’oggetto
del nostro più ardente amore. L’amore che san Giovanni portava a colui che era
il
suo amico e il suo signore, quando stava reclinato sul suo petto durante la
Cena, è
quell’amore stesso che noi dobbiamo portare alla concatenazione matematica di
cause ed effetti che, di tanto in tanto, fa di noi una specie di poltiglia
informe. Manifestamente,
ciò è folle.
Una delle parole più profonde e più oscure del Cristo rivela questa assurdità.
Il
rimprovero più amaro che gli uomini facciano a questa necessità, è la sua
indiffeM.
Vannini
86
renza assoluta ai valori morali. Giusti e criminali ricevono ugualmente i
benefici
del sole e della pioggia; giusti e criminali sono ugualmente colpiti
d’insolazione,
annegano nelle inondazioni. Precisamente questa indifferenza il Cristo ci invita
a
considerare come l’espressione stessa della perfezione del nostro Padre celeste
(cfr. Mt 5,45). Imitare questa indifferenza è semplicemente consentirvi, è
accettare
l’esistenza di tutto ciò che esiste, compreso il male, eccettuata soltanto
quella porzione
di male che noi abbiamo la possibilità e l’obbligo di impedire. Con questa
semplice parola il Cristo si è annesso tutto il pensiero stoico, e insieme
Eraclito e
Platone”.(54)
Eraclito, Platone, lo stoicismo – dunque l’eredità classica, la “fonte greca”.
Ma,
come si è visto, nell’essenziale essa coincide con l’insegnamento spirituale
dell’ India
e della Cina. Dunque il cristianesimo, nel suo universalismo mistico, riassume
in se stesso il meglio di ogni tradizione religiosa. Questa la “cattolicità”,
reale e non
solo dichiarata, che Simone Weil ritiene necessaria per il futuro dell’umanità,
se
essa vuole uscire dal miserabile tempo presente.
Note
(1) Simone Weil iniziò lo studio del sanscrito all’inizio del 1941, con l’aiuto
di René
Daumal, che le prestò una grammatica e il testo della Bhagavad Gita. Durante
l’estate lesse con Daumal le Upanishad.. Cfr. Simone Weil, Quaderni I, a cura di
Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1982, p. 225, nota 1.
(2) Rudolf Otto, West-östliche Mystik. Vergleich und Untersuchung zur
Wesensdeutung,
Klotz, Gotha 1927. La traduzione francese è del 1951 (Payot, Paris);
quella italiana, a cura dello scrivente, è del 1985: Mistica orientale, mistica
occidentale,
Marietti, Casale Monferrato.
(3) Ci riferiamo qui in particolare a Raimon Panikkar, De la mìstica.
Experiencia
plena de la Vida (2004) ; tr. it. Jaca Book, Milano 2005, col titolo :
L’esperienza
della vita. La mistica.
(4) Cfr. Quaderni II, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1985, p. 330.
(5) Ibidem.
(6) Ibid., p. 205.
(7) Ibid., p. 198.
(8) Ibid., p. 300.
(9) Ibid., p. 301-302. Il detto citato appartiene allo stoicismo.
(10) Ibid., p. 263.
(11) Cfr. Quaderni I, cit., p. 372.
(12) Cfr. Quaderni II, cit, p. 324.
(13) Ibid., p. 327.
(14) Cfr. Quaderni I, cit., pp. 371-372.
(15) Cfr. Quaderni II, cit., pp. 295-296.
L’universalismo mistico di Simone Weil
87
(16) Cfr. Quaderni IV, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1993, p. 180.
(17) Cfr. S. Weil, Discesa di Dio, in La Grecia e le intuizioni precristiane,
ed. it.
Borla, Torino 1967, pp. 249-250.
(18) Ibid., p. 250.
(19) Cfr. Quaderni III, a cura di G. Gaeta, Adelphi, 1988, p. 182.
(20) Ibid., p. 53.
(21) Ibid., p. 154.
(22) Cfr. Quaderni II, cit., p. 281.
(23) Cfr. Quaderni I, cit., p. 373.
(24) Cfr. Quaderni II, p. 301.
(25) Ibid., p. 262. Questo rapporto co-creazione/de-creazione nella Weil apre
una
prospettiva di confronto con Eckhart, che, peraltro, ella poco conosceva.
(26) Cfr. Quaderni I, cit., p. 281.
(27) Cfr. Quaderni II, cit., p. 329.
(28) Ibid., p. 204.
(29) Ibid., p. 234.
(30) Ibid., p. 245.
(31) Cfr. Quaderni IV, cit., p. 322.
(32) Cfr. Quaderni II, cit., p. 197.
(33) Ibid., p. 226.
(34) Ibidem.
(35) Cfr. Quaderni I, cit., p. 233.
(36) Cfr. ibid., p. 73.
(37) Cfr. E. Lévinas, Simone Weil contro la Bibbia, in “Nuovi Argomenti”, n. 15,
1985, pp. 51-56.
(38) Cfr. Quaderni IV, cit., p. 181.
(39) Cfr. S. Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 62.
(40) Essays in Zen Buddhism, Luzac & Co., London 1933, ampiamente citato nei
Quaderni III, pp. 53 ss.
(41) Mystiques et magiciens du Thibet, Plon, Paris, 1929, ampiamente citato in
Quaderni II, pp. 267 ss.
(42) Cfr. Quaderni III, cit., p. 75.
(43) Cfr. S. Weil, La pesanteur et la grâce, p. 131, Plon, Paris 1948. Quanto il
pensiero della Weil sia vicino al buddismo zen, è stato sottolineato da Gaston
Kempfner, La philosophie mystique de Simone Weil, Nataraj, Falicon 1996.
(44) Cfr. Brhadaranyaka Upanishad, IV, 4, 3.
(45) Ibid., IV, 4, 9.
(46) Ibid., IV, 4, 22.
(47) Cfr. Quaderni I, cit., p. 274.
(48) Cfr. Quaderni II, cit., p. 235.
(49) Ibid., p. 261.
(50) Cfr. Quaderni I, cit., p. 192.
(51) Ibid., p. 323.
M. Vannini
88
(52) La Weil si riferisce qui a un passo della Mundaka Upanishad, II, I, 1 che
ella
cita spesso: “Due uccelli, compagni inseparabilmente uniti, si trovano sullo
stesso
albero. L’uno mangia il frutto dell’albero, l’altro guarda senza mangiare”. Cfr.
ad
es. Quaderni II, cit., p. 339, nella Appendice, “Traduzione di testi indù”, pp.
335-
359.
(53) Ibid., p. 249.
(54) Cfr. S. Weil, Discesa di Dio, in La Grecia e le intuizioni precristiane,
cit., pp.
234-240. A completamento di quanto qui accennato, rimando al mio saggio Simone
Weil. L’amore implicito di Cristo, in: Cristo nella filosofia contemporanea, a
cura di Silvano Zucal, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002; vol. II, Il Novecento,
pp. 945-967.
*
Gisella MAIELLO Dal mondo chiuso all’universo infinito: la lucida follia di
Simone Weil
Misticismo ed esperienza del limite
La vita di ogni uomo e di ogni donna si dispiega all’interno di continue
opposizioni, che possono essere lette come conflitto tra due diverse
appartenenze, una alla dimensione del limite, l’altra alla dimensione
dell’illimitato.
L’esperienza del limite, il contatto con la contraddizione rappresentano la
soglia stretta del dolore, attraverso cui si consolida l’esperienza di Simone
Weil, filosofa e scrittrice, il cui pensiero ha un che di unico nella storia del
sapere umano. Il suo è un difficile cammino a ritroso, un’azione costante di
resistenza, a quella che le appare follia della cultura contemporanea, follia
dei rapporti, follia della vita privata: la mancanza di misura, la perdita del
limite. Rifiutando di dare forma alla sua scrittura, immettendo nei termini del
discorso filosofico i dati della sofferenza di una individualità che non può
ridursi a nessun universale, del dolore che non può divenire concetto, della
passione e della sopravvivenza che stanno al «limite» di ogni umana possibilità,
tutta la sua vicenda si colloca ai margini delle nostre categorie
interpretative.
La libertà e il coraggio: queste le sfide che si possono rivivere attraverso i
suoi scritti, in buona parte dedicati al pensiero sociale: La condition ouvrière,
Oppression et liberté, Ecrits historiques et politiques, L’Enracinement, Ecrits
de Londres et dérnières lettres. Tale produzione ha come tema dominante
l’analisi della nozione di forza e di violenza nell’indagine dei fenomeni
sociali, che ponendo in discussione il senso della vita e i fondamenti della
realtà, conduce ad accogliere l’interrogazione sul ruolo dell’individuo
nell’universo, la sua speranza, la sua disperazione. Interrogazione che scuote
la coscienza, per darle il sentimento della sua ineluttabile ed estrema
solitudine, nel ricercare una risposta che non può non appartenere alla propria
spiritualità.
Se l’identificazione con questa donna risulta quasi impossibile, perché la sua
persona, la sua vita, la sua azione sono così eccezionali e inconsuete da
apparire terribili, una continua identificazione si dà, di fatto, con le sue
esperienze immediate, le sue lotte, la sua sofferenza, da cui si traggono
riflessioni, che sanno illuminare altre lotte e altre sofferenze.
Progressivamente le distanze e il distacco che la sua diversità impongono si
mutano in ammirazione e rispetto per il suo genio. Eppure quel sentimento
ineguale, di simpatia e profonda adesione, ma anche di inquietudine che molti
provano nei confronti della sua opera e delle sue scelte di vita, sono forse il
segno più evidente di una difficoltà, tuttora viva, a comprendere unitariamente
il percorso intellettuale o spirituale, a superare cioè quella divaricazione «di
letture» che a suo tempo ne furono proposte, quando si cominciò a pubblicare i
suoi scritti. I tempi e i criteri seguiti nella loro pubblicazione dal ’47 in
poi hanno, di fatto, favorito uno sviluppo settoriale della critica, scoprendo
il pensiero politico e sociale, quando già le prime pubblicazioni avevano
consolidato l’immagine di una nuova mistica.
Dans la pensée de Simone Weil, tout est solidaire: les thèmes en sont liés d’une
façon si serrée qu’il n’est guère possible de les isoler vraiment les uns des
autres. Ce qu’on peut appeler chez elle une philosophie et même une mystique du
malheur et de l’échec, les chapitres précédents l’ont déjà esquissé. Il n’est
cependant pas inutile d’y revenir pour systématiser un peu cet aspect de sa
pensée : c’est toujours la même étoffe, mais on en comprendra mieux le tissu en
le prenant en quelque sorte par la chaîne après l’avoir pris par la trame1.
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Resta aperta la questione di come si sia formata la sua personalità:
naturalmente non nasce nel vuoto intellettuale né nel deserto sociale; ha alle
spalle una famiglia ebrea laicizzata, cosmopolita e altamente intellettuale, dai
gusti sociali e culturali raffinati2. Il famoso saggio di Veblen sulla
superiorità degli ebrei nell’Europa moderna è certamente interessante, ma non
esaurisce il problema. Veblen, delinea una connessione significativa fra
l’esclusione della saggezza convenzionale e quindi anche l’autonomia rispetto al
«controllo sociale» di una comunità relativamente omogenea e chiusa, da una
parte, e la spregiudicatezza morale e intellettuale, dall’altra.
Sembra che solo quando l’ebreo specialmente dotato fugge dall’ambiente culturale
creato e sviluppato dal genio particolare del suo stesso popolo, solo quando
crede nel territorio straniero della ricerca dei non ebrei e diviene
naturalizzato, acquista la posizione che gli spetta come capo creativo
nell’impresa mondiale della conoscenza. È attraverso la perdita della sua
fedeltà, o quanto meno attraverso una lealtà divisa rispetto al suo popolo
d’origine, che egli si trova nell’avanguardia della ricerca scientifica moderna
(…); il primo requisito per un lavoro costruttivo nella scienza moderna è una
mentalità scettica. Solo sullo scetticismo intellettualmente attivo si può
contare per far progredire la conoscenza scientifica. Si troverà che ciò è vero
nel campo delle scienze moderne e in generale negli studi a livello critico3.
Se si pensa alle remore e alle difficoltà filosofiche di Simone Weil,
perennemente ferma sulla soglia di ogni chiesa dogmatica, mistica di tutte le
religioni, ma non legata a nessuna in particolare, aperta a tutti i venti dello
spirito, dall’antica Grecia alle Upanishad e al Vangelo, sembra evidente che la
connessione ipotizzata da Veblen abbia una sua consistenza. Simone costruisce la
sua personalità in rapporto alla differenza, differenza radicale nei confronti
del mondo e della società che la circonda. E forse in ciò è da ricercarsi il
senso più profondo del suo essere ebrea4.
Senza mai rinunciare ad aprirsi il varco con le armi rigorose della storia e del
pensiero, e avanzando, anche nei più accidentati territori del misticismo,
sempre ben salda sui piedi nudi della ragione, giunge a identificare, al culmine
di ogni razionalità, la conoscenza soprannaturale con l’amore e a vedere al
tempo stesso il dissidio insanabile tra Bene e Ordine sociale. Indagando
nell’umano con i medesimi strumenti adoperati dagli scienziati coglie, al di là
del molteplice, l’identità ultima del tutto, e convalida il principio pitagorico
dell’armonia, della contraddizione superata che si ritrova nell’immagine della
Croce, della Trinità, e nel concetto centrale di metaxu5 Una antesignana dunque,
se si pensa alla crisi in cui, oggi, si dibatte il modo tradizionale di
teorizzare la separazione tra mondo dello spirito e scienze della natura.
Un’esigenza di verità determinerà l’orientamento di tutta la sua vita. Qualunque
sia il prezzo da pagare o le sofferenze fisiche e morali da subire, è sempre
volontariamente e in piena coscienza che Simone persegue infaticabilmente il
cammino sulla difficile strada della verità. In questa lenta e interminabile
ascesa supera ogni tipo di difficoltà, il corpo soffre penosamente, ma la
volontà la sostiene. Sperimenta in sé l’opposizione tra la portata infinita del
pensiero e i limiti del corpo, e individua proprio nell’essere limite del corpo
la sua carica di positività, il suo effetto benefico sul pensiero. Malattia,
sofferenze, affaticamento, bisogni, morte sono limiti che scandiscono un ambito
di possibilità reale, dal quale non si può prescindere. Il corpo è interamente
soggetto alla forza di gravità, tende quindi al basso, ma questa sua peculiarità
costituisce l’unico punto di contatto tra l’infinito cui aspiriamo e il finito
che siamo. Cerca è vero, di portare il corpo al limite delle sue possibilità
(lavora in fabbrica fino al punto in cui la stanchezza arriva ad impedirle
l’esperienza del pensiero; non smette la sua attività, materiale e
intellettuale, nemmeno nei momenti di grande sofferenza fisica), ma non ha
fiducia nei suggerimenti che dal corpo le provengono ed esso sembra apparirle
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piuttosto un ingombro, incapace di darsi spontaneamente delle regole, tendente
all’eccesso, quindi da arginare, controllare, dominare. L’agire umano induce
l’uomo a perdere di vista il proprio limite esistenziale, la propria finitezza
spazio-temporale. L’uomo è così spinto, a ritenere le sue opzioni come proprie
di uno stato di illimitatezza, dimenticando che esse esprimono solo un modo di
essere della necessità. Assume, dunque, in sé la contraddizione di sottoporre il
corpo a una disciplina ferrea e costante, per trasformare in esperienza
concreta, vissuta nell’interezza di corpo e pensiero, la sua tensione alla
verità. La sua unica regola: obbedire alla verità. «Aimer la vérité, signifie
supporter le vide, et par suite, accepter la mort. La vérité est du coté de la
mort. Aimer la vérité avec toute l’âme ne peut se faire sans arrachement»6.
Interiormente preoccupata a possedere la verità con tutta l’anima e con tutto il
corpo, esteriormente Simone appare preda di un’esaltazione mistico-culturale,
aggravata da un non conformismo sprezzante e stoico. È naturale che le sue
conversazioni piuttosto che un dialogo, divengono spesso un monologo, una
esteriorizzazione di quanto va in sé maturando. È, infatti, in intima
familiarità con i vangeli, i testi indù o taoisti, Omero e Platone, i tragici
dell’antichità, e Shakespeare, Racine. Tra i contemporanei ha particolare
simpatia per Valéry e Giraudoux. E a questi aderisce per il pathos mistico che
li distingue o per la necessità stilistica e la formale nudità della loro
espressione letteraria. Termini quali verità, conoscenza, mistica, nudità,
meritano, per comprendere Simone Weil, una particolare attenzione. Rappresentano
non solo astratte espressioni, ma voci che operano nella sua vita. Per essere
sincera fino in fondo si libera di tutto per abbandonarsi a un austero e
complicato misticismo. Si libera di tutto, salvo della sua intelligenza, che
ritiene indefettibile. Forse perché, per pensare, è necessaria una specie di
nudità, di disincarnazione, una riduzione all’essenziale7. Di qui parte il suo
indirizzo ascetico: l’accettazione del vuoto, del distacco, della spoliazione
totale e dell’assoluta nudità; l’esporsi indifesa a tutte le vicende della vita,
inerme e infelice8. Il suo diventa, pertanto un continuo sforzo di
concentrazione, uno sforzo in negativo, che comunque deve rendere il soggetto
disponibile, vuoto e pronto a lasciarsi permeare dall’oggetto. Questo esercizio
si tradurrà in un’esperienza interiore di lucida e penosa attesa, sospensione di
ciò che è desiderio, volontà, amore, pensiero, è uno stare in prossimità del
vuoto che ha l’effetto di una purificazione. Il vuoto di cui parla Simone Weil è
anche quello in cui si consuma la sua «attesa di Dio». Ogni ricerca attiva
sarebbe fatalmente destinata all’insuccesso dall’errore fuorviante; l’uomo non
deve fare altro che attendere, nel compimento del bene e nella fuga del male una
manifestazione di Dio, che non tarderà, purché egli sia disponibile, come
l’acqua che è pronta a qualsiasi forma, che le deriverà dal recipiente nel quale
sarà versata.
L’attitude qui opère le salut ne ressemble à aucune activité. Le mot grec qui l’exprime
est « Hupomonē » que patientia traduit assez mal. C’est l’attente, l’immobilité
attentive et fidèle qui dure indéfiniment et que ne peut ébranler aucun choc. L’esclave
qui écoute près de la porte pour ouvrir dès que le maître frappe en est la
meilleure image. Il faut qu’il soit prêt à mourir de faim et d’épuisement plutôt
que de changer d’attitude. Il faut que ses camarades puissent l’appeler, lui
parler, le frapper sans qu’il tourne même la tête. Même si on lui dit que le
maître est mort, même s’il le croit, il ne bougera pas. Si on lui dit que le
maître est irrité contre lui et le battra à son retour, et s’il le croit il ne
bougera pas9.
Così l’azione di Simone Weil su se stessa, ciò che lei chiama addestramento, si
attua nel rispetto del desiderio essenziale che tende alla rinuncia all’io
attraverso la diminuzione della potenza del corpo, esorcizzandone i bisogni,
rinunciando continuamente agli attaccamenti, rifiutando l’amore fisico e la
dedizione a un essere in particolare10.
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La sua fu passione pura, nel senso di sofferenza dei limiti, radicamento in essi
e tensione potente all’andare oltre. Nel suo pensiero si avverte la forza di
questa passionalità in cerca di pace e sembra quasi che nella proposizione
teorica dell’obbedienza e del consenso si debba raggiungere, come accade per i
mistici, la quiete del pensiero e dell’azione. Tenta di sciogliere il suo corpo,
riducendone la potenza fino all’esaurimento dell’energia negativa, ma non può
sottrarsi al desiderio di bene. In tal senso, tutta la sua vita assomiglia a una
guerra alla vita interiore, alle forme concrete del desiderio in nome del
Desiderio; guerra agli “attaccamenti” ai legami con le persone e gli oggetti. Un
viaggio di sradicamento, guidato dalla volontà, senza pietà per se stessa e
senza soste possibili, se non quelle indotte dallo sfinimento. La realizzazione
di questa possibilità di relazione come rottura degli attaccamenti sarà una
pratica sempre più violenta, uno sradicamento attraverso un lento esaurimento
del desiderio, fino alla messa a nudo dell’ “energia vegetativa”, fino ai limiti
dell’energia vitale, fino al rifiuto di consentire al bisogno elementare11.
La sofferenza, meglio di ogni altra pratica, inizia nell’animo il distacco.
Tutta la riflessione di Simone Weil si è scontrata ed esercitata su questo
aspetto della sventura come sradicamento che opera nell’uomo, alterandone il
senso della realtà. Nei suoi Cahiers, la guerra di Spagna, la prigionia, i campi
di concentramento, le esecuzioni capitali, tutti i paurosi incubi del presente
ricorrono con frequenza, oggetto di una riflessione attenta e rigorosamente
aliena da ogni distrazione emotiva. Riflessione che le fa intuire il valore
della sofferenza, il suo uso sovrannaturale: usare la sofferenza come esperienza
della contraddizione, che solo così diviene mediatrice e opera di redenzione12.
È attraverso il dolore senza consolazione, nella partecipazione alla sofferenza
umana, che Simone Weil cerca il punto di mediazione tra sé e l’infinito:«faire
de soi-même une balance juste en s’arrêtant et en subissant, immobile, la
poussée, “soulever sa croix”»13 Questo bisogno di confondersi con gli oppressi,
con coloro che rappresentano la debolezza estrema, fino alla schiavitù, questa
avidità di sacrificio è uno dei tratti più inquietanti per la forza che prese
nella sua vita. Un tale ideale, indubbiamente appare difficile da realizzarsi
perché implica la disponibilità totale, la capacità di accettare il vuoto, che
provoca un’angoscia, una rivolta disperata. E tuttavia è questo il principio
fondamentale dei grandi mistici: «le détachement parfait permet seul de voir les
choses nues et sans ce brouillard de valeurs mensongères»14.
Prendendo a prestito la simbologia della notte oscura da san Giovanni della
Croce, Simone Weil ne evidenzia la condizione che fa coincidere , in modo
contraddittorio, gioia e disperazione, luce intensa e buio. La difficoltà della
notte oscura risiede nella capacità di rinuncia, di sospensione delle proprie
facoltà nel vuoto, nell’oscuro15. È la possibilità estrema dell’umano, la
mediazione col nulla, che provoca sofferenza e accecamento, la sensazione di
essere definitivamente perduti.
Cependant Simone Weil donne une sorte de fondement métaphysique au dépouillement
qui dans la doctrine de saint Jean de la Croix s’accomplit par degrés, de la
nuit des sens à la nuit de l’esprit, fondement coloré encore, il est vrai, par
l’indianisme qu’elle appréciait : Dieu qui s’aliène lui-même en tant que
créateur de la créature, en vient dans une mesure grandissante, à nous décréer (dans
une «décréation» de la «création»), c’est-à-dire à nous dépouiller le plus
possible de l’élément créaturel; ainsi se fait, à la quasi-aliénation divine de
soi, une réplique dans le dépouillement humain, est alors rencontre-réponse
entre la «triple folie de dieu» (création, incarnation et passion) et notre
«triple folie» par laquelle nous nous «décréons», devenons « matière » dans l’esclavage
du travail, et finissons par mourir en esclave sur la croix de l’esclave dans la
nuit de l’abandon divin avec le Dieu abandonné de Dieu. La nuit est alors l’existence
terrestre réelle, en ce qu’elle a de plus réaliste existentiellement16.
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Limite e contraddizione diventano allora per Simone il mezzo per intuire il
trasparente nell’opacità dell’immediato. L‘impatto con il reale brutalmente
contraddice le aspirazioni e i sogni facendo ricadere il desiderio: questo
significa che la contraddizione è principio di realtà17. Solo nell’esercizio al
limite e alla contraddizione la volontà svela il suo carattere di sforzo a
vuoto, privo di direzione, e i suoi oggetti (come quelli dell’intelligenza e
dell’amore) si rivelano impossibili. Fare esperienza di questa assurdità
significa aprirsi al soprannaturale.
La scrittura impossibile: tra silenzio e parola
Com’è vero che non c’è racconto autobiografico nei testi di Simone Weil, è
altrettanto evidente che essa non cercò mai “l’opera”, il testo autonomo, la
vita divenuta scrittura. La scrittura pur rimanendo aperta sull’esistenza, si
realizza attraverso una rottura di nessi, una perdita di segni di
riconoscimento, sia di quelli che costituiscono, nella separazione tra vita e
opera, la nascita dei “generi classici”, sia di quelli relativi alla connessione
interna tra i saperi. L’assenza o quasi, nei Cahiers, di annotazioni biografiche
risponde a un’esigenza di pudore: una resistenza profonda, nello scrivere, a
nominare volti, a dire emozioni, sentimenti, se non ciò che talvolta si rende
necessario dire, e solo nei limiti di questa necessità. I punti di sospensione,
gli accenni subito interrotti, sono per chi legge improvvisi luoghi d’ombre,
dove non è consentito entrare. È dunque una scrittura, che degli avvenimenti
conserva solo ciò che viene trasposto in segni, come momento di un costante
esercizio di «lettura», volto a chiarire l’opacità dell’esistenza. Una scrittura
diversa, indizio dell’avvenuta rottura con la tradizione. Simone Weil si serve,
infatti, di un linguaggio preso dai più svariati ambiti culturali: la filosofia
indiana, i frammenti orfici, le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, i miti
delle opere di Platone, i miti nordici, i Veda e le Unipanishad, i testi taoisti
e del buddismo zen, mescolati sapientemente alla lettura del Nuovo Testamento e
parte dell’antico.
Si on lisait Platon avec le même état d’esprit que l’Ancien Testament, on
verrait peut-être dans ces lignes une prophétie. Pour cette prodigieuse
combinaison de symboles, Platon fait apercevoir dans le ciel et même dans le
cours des jours et des saisons, une image à la fois de la Trinité et de la
Croix18.
Platon est un mystique, toute l’Iliade est baignée de lumière chrétienne.
Dionysos et Osiris sont d’une certaine manière le Christ lui-même19.
D’ailleurs la Bagavat-Gita a elle-même un son tellement chrétien20
Si interessa alla cultura occitana e pubblica saggi sui «Cahiers du Sud».
Diviene amica di due indianisti Véra e René Daumal21. Legge Guénon22. Il suo
avvicinarsi al cristianesimo la porta a leggere più volte i testi cristiani ed
ebraici. Di conseguenza la scrittura trova un suo orientamento soltanto fra
centro e assenza a cui risponde l’estrema concentrazione all’interno di un
frammento, e secondo quanto afferma Maurice Blanchot sembra che Simone Weil sia
completamente se stessa nei frammenti e nei pensieri brevi23. Tale scrittura
condotta al punto estremo di deflagrazione diviene uno stato di sospensione, un
mettersi fuori da sé. Il pensiero, attratto dall’infinitamente lontano, anziché
tentare di rappresentarlo, si esercita in una pratica di spoliazione; la nudità
della scrittura sottolinea la spoliazione dello spazio da cui lasciarsi
assorbire. Tra silenzio e parola, il linguaggio dichiara la propria incertezza e
acquista una dignità mistica, si converte in pura attesa e rinuncia: attesa di
amore che viene dall’Altro, dall’Altro che non è là per dircelo.
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Il n’y a pas d’attitude de plus grande humilité que l’attente muette et patiente
(…) L’attente est la passivité de la pensée en acte. L’attente est
transmutatrice de temps en éternité (…) L’art est attente. L’inspiration est
attente. Il portera des fruits dans l’attente.24
Il testo va dunque meditato nella sua struttura globale e inglobante, non come
costituito dalla mera somma di segni, bensì come processo dinamico, percorso da
pause di arresto, di silenzio interiore, di attesa, come articolazione di un
pensiero in movimento. Si può pensare solo per arresti successivi, cioè
nell’immobilità, vivendo attimi di sospensione da cui tutto il resto trae
valore25. Scrivere per frammenti significa produrre continuamente di queste
sospensioni, provocare in chi legge un’attesa in cui è già contenuto il
significato pieno e non esprimibile, di ciò che precede e di ciò che seguirà. Il
pensiero prende pienamente possesso di se stesso nel continuo fluire in uno
spazio temporale in cui le tematiche, le variazioni, le riprese, le sospensioni
sono dispiegate su molteplici piani non ordinati, ma egualmente congiunti da
spazi di silenzio da cui emergono poche parole che toccano l’anima: forza,
giustizia, bene, attesa, limite, sventura, amore.
Tutta la scrittura è costellata dal costante ritorno di queste parole, frammenti
che la cultura contemporanea ha svuotato dei loro significati originari e che
Simone Weil risuscita per farne la costante principale del suo pensiero.
Attraverso questi splendidi frammenti, interroga i grandi testi sacri con grande
attenzione, senza, mai, avventurarsi in una sorta d’imprudente interpretazione.
Ritrova i caratteri fondamentali della scrittura mistica: negazione, ossimori,
paradossi, nel tentativo di affermare un’esperienza che rovescia le categorie
mondane. Il dubbio lacerante è però quello che riguarda la sua capacità di
difesa della parola e pone quindi in discussione il «contenuto» del messaggio,
mettendosi a confronto con la verità stessa: ricercare la verità è l’unico modo
per capire veramente gli altri, con il conseguente distacco da se stessi: «Préoccupée
de sauver les vérités qu’elle a acquises intuitivement jusqu’au moment de son
contact plus intense avec le christianisme, elle tente des synthèse, formule des
interprétations inacceptables si on les prend à la lettre»26.
In quanto discorso sulla verità la parola può essere soltanto parafrasi e lo
strumento diventa l’esistenza stessa. La sua responsabilità si esercita
nell’esatta interpretazione dei fatti, accompagnata dall’impegno costante a non
arrendersi, a non morire sulla pagina bianca. La letteratura weiliana è sempre
sottomessa, in una ricerca costante, alla prova della parola e del senso27.
Le langage énonce des relations. Mais il en énonce peu, parce qu’il se déroule
dans le temps. S’il est confus, vague, peu rigoureux, sans ordre, si l’esprit
qui l’émet ou qui l’écoute a une faible capacité de garder une pensée présente à
l’esprit, il est vide ou presque vide de tout contenu réel de relations. S’il
est parfaitement clair, précis, rigoureux, ordonné ; s’il s’adresse à un esprit
capable, ayant conçu une pensée, de la garder présente pendant qu’il en conçoit
une troisième, et ainsi de suite ; en ce cas, le langage peut être relativement
riche en relations. Mais comme toute richesse, cette richesse relative est
atroce misère, comparée à la perfection qui seule est désirable28.
Si tratta pur sempre della stessa lotta contro il linguaggio corrotto della
modernità che non ha più spazio per il soprannaturale29. Una degradazione del
linguaggio trascina inevitabilmente alla degradazione dell’uomo. Pur aspirando a
una parola naturale in cui l’immagine sia immediatamente percepibile, Simone
Weil, deve tuttavia accettare l’insufficienza del segno linguistico, cercando di
colmare con l’uso di metafore lo scarto tra significante e significato. Così la
metaforicità della scrittura, con la relativa «distanza» da essa generata, è
spesso in funzione della creazione di un’appartenenza: al lettore, all’umanità o
a una forza trascendente. Quando però il referente è di ordine mistico o
soprannaturale nessun segno linguistico è adeguato e ai significanti che non
esauriscono l’esperienza si aggiungono metafore analogiche e tutta una poetica
che
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compensi le aporie del logos, le cui caratteristiche fondamentali sono il
ritorno all’origine e la discesa nel profondo. Il tentativo di comunicazione
dell’inesprimibile assume anzitutto la forma di un linguaggio che va
controcorrente, con sintagmi che si avvicinano all’origine, come se il
soprannaturale stesse dalla parte dell’inizio, della sorgente, ma anche con la
consapevolezza che la sorgente può essere evocata solo in quanto perduta, per
cui questo cammino a ritroso si scioglie in notazioni che vanno al di là del
linguaggio, per raggiungere l’ordine della conoscenza, dove la«purezza» è
condizione indispensabile della conoscenza. La metaforicità è quindi elemento
essenziale di quel tentativo di riscrivere la realtà, caratteristico della
parola poetica, vissuta da Simone Weil in una tensione struggente tra «il vuoto
e la parola creatrice»30. A questa tensione si ricollega il senso più vero
dell’analogia, dell’antitesi e dell’ossimoro.
Negli appunti che si riferiscono al corso di Puy del 1931-1932, la scrittrice
parla dell’analogia come di una identità tra due rapporti. In un certo senso il
contrario della somiglianza31. L’analogia è lo strumento che permette il
confronto di questi rapporti, in particolar modo se visti in progressione e
sottolineando l’importanza delle relazioni, che sono le realtà più vere. Grazie
alle analogie il suo pensiero si concretizza e tende a tradursi in immagini.
L’arc-en-ciel de Noé (il est question aussi dans l’Edda de prose) est une
médiation entre le ciel et la terre, une voie de salut. La Tour de Babel voulait
être cela ; mais elle venait de la terre et non du ciel ; c’est pourquoi elle
était mauvaise32 .
La foudre, le trait de feu vertical qui jaillit du ciel à la terre, c’est l’échange
d’amour entre Dieu et sa création, et c’est pourquoi « lanceur de la foudre »
est par excellence l’épithète de Zeus33.
La propriété de la chlorophylle de capter l’énergie solaire est aussi une image
de la fonction médiatrice de l’Amour divin34.
Vertu symbolique de l’eau : elle tend naturellement vers l’équilibre35.
L’ossimoro, poi, è per eccellenza il luogo dell’incertezza e del combattimento;
figura inizialmente dell’impossibilità – quindi del malessere, dell’inquietudine
- si carica progressivamente di tutti i valori di pienezza che suscita il
paradosso della vita contemplativa36. Metonimia e ossimoro, «questa continua
oscillazione tra un tutto compiuto e le sue parti, o tra due poli
dialetticamente fusi», costituiscono l’essenza della scrittura weiliana, che
sospende il mistero dell’esistenza in questa tensione che inaugura il difficile
incontro dei contrari, della presenza e dell’assenza, dell’angoscia e della
speranza, come modi fondamentali dell’essere. Sottolineando il rapporto
antinomico dei due elementi Simone Weil traduce la visione tragica della vita,
la lacerazione tra bene e male, ma anche la possibilità del suo superamento
nella fede. L’ossimoro diventa quindi negazione dell’antitesi, riunione dei
contrari riconciliati in Dio. Il superamento della dualità nell’unità, di un
universo tragico in un mondo riconciliato, rappresenta, forse, proprio lo
specifico del «passaggio al soprannaturale».
Ce que le crayon est pour moi quand, les yeux fermés, je palpe la table avec la
pointe – être cela pour le Christ. Nous avons la possibilité d’être des
médiateurs entre Dieu et la partie de la création qui nous est confiée. Il faut
notre propre consentement pour qu’à travers nous, il perçoive sa propre création…
Il suffirait que j’aie su me retirer de ma propre âme pour que cette table que
j’ai devant moi ait l’incomparable fortune d’être vue par Dieu. Dieu ne peut
aimer en nous que ce consentement à nous retirer comme lui-même, créateur s’est
retiré pour nous laisser être37.
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Certo l’ossimoro contiene al suo interno un punto cieco, luogo del non detto,
dell’indicibile, ma Simone Weil usa fino in fondo tutte le possibilità del
linguaggio in una ricerca che è, pur con tutta la sua precarietà, anche
conquista.
Ripetizioni di definizioni, precisazioni e approfondimenti sostengono la
capacità di «esegesi» della parola, mentre il linguaggio lirico-simbolico tenta
di alludere a tutto ciò che è eterno servendosi della «retorica» tipica della
scrittura mistica: negazioni, antilogie e paradosso sono accompagnate dalla
poetica del ritorno alle origini e della discesa nel profondo, nell’intimo
dell’essere dove si scoprono, insieme con le angosce della notte, le tracce di
Dio. L’esperienza della notte sembra avere una sua traduzione tipica, con la
scrittura che si fa discontinua, esitante, ripetitiva; mentre l’evocazione
dell’assenza, vero «sostituto» della realtà, è operata tramite il linguaggio che
suggerisce, illumina di luce indiretta, che spinge Simone Weil a conformare alla
parola vera la propria testimonianza e la propria vita. La scrittura la
costringe a guardare in se stessa e anche il disgusto per la propria persona, il
dubbio di sé, la tristezza profonda per i propri limiti hanno a che fare con la
scrittura.
C’est une grande douleur pour moi de craindre que les pensées qui sont descendue
en moi ne soient condamnées à mort par la contagion de mon insuffisance et de ma
misère. Je ne lis Jamais sans frémir l’histoire du figuier stérile. Je pense qu’il
est mon portrait.38
Il suo linguaggio sottolinea la decisione d’impedire alla scrittura di
rinchiudersi in se stessa, la volontà di lasciare aperta una breccia. Concepirà
e vivrà la scrittura come gesto d’amore – come la propria vita, come la propria
agonia – che farà dei suoi scritti non uno strumento di sdoppiamento, ma di
riconciliazione con se stessa. In tal senso i singoli temi non sono più indagati
come semplici dati psichici o ideologici, ma come elementi costitutivi di un
progetto di scrittura; le lezioni dello strutturalismo e delle scienze umane
spingono a indagare ogni componente in stretto legame con le tecniche di
scrittura, rivelatrici di una visione coerente, evitando, d’altra parte il puro
formalismo. L’attenzione a quest’ultimo aspetto è presente negli scritti di
Simone Weil, che ben conosce quanto lo scrittore sia minacciato dall’inautenticità,
perché la scrittura contiene il rischio dello sdoppiamento, evitabile solo
attraverso un linguaggio che trovi il proprio senso in un rapporto concreto con
i destinatari.
La strada è quella della vittoria sul sogno e l’immaginazione, sulla
dispersione, in cui rischiano di svanire le parole come inarrestabile emorragia
dell’anima: in certi momenti la scrittura diventa l’unica possibilità di fermare
il pensiero, arrestandone la vertigine, veder chiaro in se stessi, distinguendo
il sogno sterile dalla verità autentica, per cui oltre a rappresentare una
singolare forma di sensibilità, indica anche un nuovo scopo cui deve tendere
l’opera. Rifiutare una dimensione etica all’arte significa cadere
nell’estetismo, significa, nel caso specifico, porre la scrittura come valore
assoluto, credere cioè nell’arte per l’arte. Nella scrittura Simone Weil
accoglie in maniera originale le risonanze di un impegno di sincerità iniziato
già con Claudel, Gide, Péguy e, senza proporre soluzioni o grandi verità, resta
ancorata alla sua volontà di smentire le grandi falsità della nostra situazione.
La sua è una fedeltà letterale al disagio e anche una capacità di convivere con
esso, con l’intento di raggiungere una nudità impossibile e di suscitare un
effetto di realtà. Effetto di realtà come risultato dell’armonia prodotta dalle
diverse culture alle cui fonti Simone Weil attinge, realizzando un distacco
radicale dal modello eurocentrico e compiendo un’esplorazione senza limiti. Di
conseguenza si colloca fuori e oltre il mero fatto letterario; la sua scrittura
nel suo porsi fuori e dentro la letteratura, è anche riflesso di una lucida
consapevolezza di trovarsi fissata a quel punto estremo tra l’essere e il
non-essere, tra la luce e il vuoto dell’oscurità. Nel rifiuto di una concezione
di letteratura puramente estetica o di divertimento, concepisce la ricerca
dell’espressione come
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simbolo della ricerca dell’essere e il mestiere di scrittore come vocazione,
avventura mistica, calvario.
1 V. H. Debidour, Simone Weil ou la transparence, Paris, Plon, 1968, p. 105.
2 Certamente gode dell’atmosfera cosmopolita e creativa in cui è immersa la
famiglia, una famiglia benestante, unita e felice, al tempo stesso, intimamente
anticonformista. La generosità e l’assenza di materialismo, insieme al rispetto
per l’intelligenza e la cultura, costituirono i principi essenziali
dell’educazione di Simone e di suo fratello André. Principi che costruiranno le
basi di una solidità morale, di una nobile ambizione e di una libertà di idee. A
Simone e al fratello André fu risparmiata l’iniziazione alle pratiche religiose
giudaiche, tanto che solo più tardi Simone si renderà conto della diversità fra
gentili ed ebrei. (cfr. G. Hourdin, Simone Weil, Paris, La Découverte, 1989).
3 T. Veblen, The intellectual Pre-eminence of Jews in modern Europe, « Political
Science Quartely», n. 34, marzo 1949, pp. 33-42 (traduzione nostra)
4 Per l’analisi dei rapporti tra Simone Weil e l’ebraesimo cfr. A. L. Fiedler,
Simone Weil prophet of Israël. Straddleng the Wall in to the Gentiles, New York,
Stein Day, 1971; R. Kühn, L’iconoclasme levé ou la vérité par l’image. Rôle du
judaisme et de la christologie chez S. Weil, pour une crurtique de la
representation, «Cahiers Simone Weil», n.2, giugno 1980, pp. 125-40 ; G.Forni
Rosa, Ontologie et christologie chez Simone Weil, Bologna, Coperativa libraria
universitaria, 2000.
5 La sua ricerca ruota attorno al concetto greco di mtaxu, che significa termine
medio, punto di equilibrio, si affanna attorno a quelle parole così cruciali:
proporzione, armonia, ritmo, è insieme tentativo di superamento-liberazione dal
dualismo e incarnazione del dualismo (cfr. S. Carta Macaluso, Il metaxy: la
filosofia di Simone Weil:un approccio al femminile, Roma, Armando, 2003).
6 S. WEIL, Cahiers II, Paris, Plon, 1953, p. 30
7 L’opera Weiliana denuncia le costruzioni alienanti dell’io, afferma l’utilità
dello spossessarsi, del decentrarsi del soggetto: ciò avviene se si prende atto
della finitezza costruttiva che segna la condizione umana (cfr. M. Blanchot,
L’affermazione, il desiderio, la sventura, in L’infinito intrattenimento,
Torino, Einaudi, 1977, pp. 153-179).
8 Per le donne, che muovono dal vuoto, dalla cancellazione di sé nel linguaggio,
stare in prossimità del vuoto è particolarmente importante: riempirlo in modo
consolatorio pregiudica la possibilità di trovare una soluzione non fittizia dei
propri problemi;una certa prossimità al vuoto va sempre sopportata, se la
ricerca dell’equilibrio deve essere reale e non illusoria (cfr. S.
Cortine-Denamy, Trois femmes dans de sombres temps:Edith Stein, Hannah Arendt,
Simone Weil ou Amor fati, amor mundi, Paris, Albin Michel, 2003).
9 S. Weil, Attente de Dieu, Paris, La Colombe, 1950, p.98.
10 I piaceri dei sensi, per Simone contengono il rischio che l’anima vi si
“perda per colmare un vuoto”. Non volle esserne schiava (cfr. S. Weil, Cahiers
I, Paris, Pon, 1951, p. 181)
11 Simone, benché debole di costituzione e preda di continue emicranie, non
tenne, mai, in nessun conto i bisogni materiali del suo corpo. Il corpo divenne
per lei il ricordo di un abbandono avvenuto da sempre, corpo inabitato,
destinato a simboleggiare la materialità pura; corpo del bisogno che non accede
al desiderio. Eppure, nella estremizzazione stessa del suo abbandono, sempre
presente, irremovibile (cfr. J. Molard, Simone Weil: en quête de vérité: texte
integral de son autobiographie spirituelle presenté et analisé, Paris, Parole et
silence, 2004).
12 Cfr. S. Weil, Pensées sans ordre concernant l’amour de Dieu, Paris, Gallimard,
1956, pp. 78-79.
13 S. Weil Cahiers II, cit. , 1972, p.93.
14 S. Weil, Venise sauvée, Paris, Gallimard, 1955, p.17.
15 Cfr., M. Vetö, La métaphysique religieuses de Simone Weil, Paris, Vrin,1981,
p.67.
16 E. Przywara, Edith Steiner et Simone Weil, essentialisme, existentialisme,
analogie, « Les Etudes philosophiques » , luglio-settembre, 1986, pp. 469-470.
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17 Le contraddizioni, come punti fermi della realtà, segnano quindi
l’estensione-limite della capacità di comprensione del nostro intelletto
rispetto all’estensione dell’essere che si offre alla nostra portata ( cfr. S.
Weil, Cahiers II, cit.,p. 305).
18 S Weil, Intuition pré-chrétiennes, Paris, La Colombe, 1951, p.28.
19 S. W, Attente de Dieu, cit., p. 77.
20 ibidem
21 René Daumal, allievo di Alain, si era avvicinato al sanscrito e alla
filosofia induista. Era stato lui e sua moglie Véra a iniziare Simone Weil alla
lettura della Bhagavad Gitā. Scrisse, tra l’altro, il Monte Analogo, un racconto
metaforico in cui sono presenti molti degli elementi che caratterizzano anche la
ricerca di Simone: l’obbedienza, il desiderio di trascendenza, l’anima e il
tutto secondo la tradizione induista (cfr. René Daumal, Il Monte analogo, a cura
di Claudio Rugafiori, Milano, Adelphi, 1968).
22 Simone Weil cita Guénon nei Cahiers, cfr. S. Weil, Cahiers II, cit., p. 325.
23 M. Blanchot, Simone Weil et la certitude, «Nouvelle Revue Française»,
agosto,1957, p.84.
24 S. Weil, La Connaissance Surnaturelle, Paris, Gallimard, 1950, pp. 47, 91.
25 Cfr. S. Weil, Cahiers,I, cit., p. 226.
26 J. Molard, Simone Weil : en quête de vérité, Paris, Parole et silence, 2004,
p.157.
27 Per Simone Weil il momento più difficile e desolato non è quello in cui ogni
riga scritta è un rischio, ma quello in cui non è più sicura di avere assunto
questo rischio fino in fondo.
28 S. Weil, Ecrits de Londres et dernières lettres, cit., pp.32-33.
29 Si veda in proposito M. Kohlhauer, Roman, pamphlet et modernité, Paris,
Minard, 1998.
30 Cfr. M. Marianelli, La metafora ritrovata : miti e simboli nella filosofia di
Simone Weil, Roma, Città Nuova, 2004.
31 Cfr. S. Weil, Sur les mathématiques et la physique,in OEuvres Complètes I,
Paris, Gallimard, 1994, p. 351.
32 S. Weil, La connaissance surnaturelle, cit. p. 289.
33 S. Weil, L’enracinement, Paris, Gallimard, 1949, p. 244.
34 S. Weil, Les intuitions pré-chrétiennes, cit., p. 62.
35 S. Weil, Cahier I, cit. p.184.
36 Cfr. M. Vannini, Storia della mistica occidentale: dall’Iliade a Simone Weil,
Milano, Mondadori, 2005.
37 S. Weil, L Connaissance Surnaturelle, cit.,pp. 52-53.
38 S. Weil, Attente de Dieu, cit., p. 106.
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*
Atti e pratiche dell'insegnare
Simone Weil insegnante
Monica Serravalle *
L’esperienza di insegnamento di Simone Weil si articola in quattro anni
scolastici e in un trimestre (dal 1931 al 1938). Alcune delle implicazioni
pedagogiche rintracciabili nel pensiero dell'autrice, per la quale istruzione,
educazione e cultura sono strettamente correlate
La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente segnata
dalla vicende dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero
è caratterizzato da un forte principio di realtà, nonché dall’esigenza di
ancorarlo al contesto sociale e politico di appartenenza (del quale
sperimentava, spesso in prima persona, le condizioni).
Gli eventi autobiografici rispecchiano questa tensione. Promettente allieva di
Alain e di Le Senne, superati brillantemente gli esami di baccalaureato in
filosofia, inizia a lavorare come operaia. Da questa intensa esperienza trarrà
origine un’articolata e sistematica critica al marxismo, oggetto di riflessioni
anche nel corso di lezioni a Roanne, durante l’anno scolastico 1933 - 1934.
Nel 1936 partecipa alla guerra civile spagnola, militando nelle truppe
anarchiche di Buenaventura Durruti.
L’invasione nazista della Francia determina la migrazione negli Stati Uniti ed
il successivo ritorno in Inghilterra.
Nell’ ultimo periodo della sua esistenza1 la partecipazione ad attività
politiche clandestine2 coincide con un accostamento al misticismo e alla
teologia cristiana3.
L’ analisi filosofica di Simone Weil, asistematica e originale, difficilmente
collocabile all’ interno di "correnti" tradizionali, ha finito per passare in
secondo piano rispetto al vissuto dell’ autrice. A questo proposito, Blanchot
osservava che "… per alcuni il pensiero di Simone Weil è così irritante che
quasi non lo considerano un pensiero"4.
A dire il vero, nella produzione weiliana si possono rintracciare elementi di
profonda riflessione. Il dono di sapersi porre dinanzi ai problemi e ai testi
unicamente con la propria intelligenza, le consente di svolgere , passo dopo
passo, le proprie argomentazioni in modo palpitante e vivace , mai accademico.
Le opere, lontane come sono dalle mediazioni e dai tecnicismi strettamente
disciplinari, offrono una lettura stimolante, adatta anche alla
problematizzazione dei fondamenti filosofici.
In questo contributo saranno analizzate due opere weiliane : le "Lezioni di
filosofia" e le "Lettere alle allieve".
Successivamente, si evidenzieranno le implicazioni pedagogiche presenti nel
pensiero dell’ autrice.
• LE "LEZIONI DI FILOSOFIA"
Le "Lezioni di filosofia" sono il risultato di una serie di interventi che
Simone Weil tenne ,tra il 1933 ed il 1934, presso il Liceo Femminile di Roanne5.
L’ opera non nasce come redazione personale dell’ autrice ; la dobbiamo alla
precisione di un’ allieva, Anne Guérithault Reynaud, che conservò e diede alle
stampe gli appunti di quelle straordinarie lezioni.
La "forma" particolare del testo consente di avanzare alcune riflessioni:
• comprendere il dispiegarsi del ragionamento filosofico attraverso l’ oralità,
senza il passaggio (e conseguente "limatura" ) alla stesura scritta6;
• analizzare le strategie comunicative poste in atto dalla Weil- insegnante
(soprattutto in riferimento ai numerosi "exempla" addotti );
• rintracciare, nell’ esposizione, le caratteristiche salienti del pensiero
weiliano.
Analizzando la struttura espositiva,si nota l’ attenzione nel fornire schemi di
ragionamento (non "sistemi" precostituiti ), come base per ulteriori ed
approfondite riflessioni da parte delle alunne.
Il piano generale del corso mostra come l’ agire sia il punto di partenza e di
approdo della conoscenza. L’ azione viene dapprima esaminata in riferimento alla
materia (con interessanti rimandi alla dimensione psicologica del soggetto),
successivamente, nella progressiva scoperta dello spirito.
La disamina della realtà sociale viene, non a caso, proposta di seguito.
Attraverso l’ agire l’ uomo prende coscienza di se’, percependosi come unione di
corporeità e di spiritualità ( utilizzando un linguaggio strettamente
psicologico, si potrebbe definire tale processo una "costruzione dell’ identità"
).
La società è delineata in rapporto all’ individuo, che, attraverso l’
interazione con il mondo, costruisce dei codici di comportamento; questi
assumono, poi, carattere universale7. Appare estremamente interessante la
contestualizzazione storica, al tempo stesso fondamento e spiegazione del
fenomeno sociale.
Un cenno particolare merita l’ interpretazione del pensiero di Marx. Simone Weil
ne giustifica il materialismo di fondo, ma critica negativamente gli "elementi
mitologici" e l’ "atteggiamento messianico" dell’ ideologia comunista: la
concezione progressista della storia e l’ uguaglianza nel benessere8.
La terza parte è dedicata all’ etica, all’ estetica e a temi filosofici
peculiari, sviluppati sotto forma di dissertazione.
Qui è chiaro l’ intento pedagogico: fornire alle alunne elementi di riflessione
che, traendo spunto dalle principali teorie filosofiche (in relazione
principalmente agli autori) , permettano un’ analisi critica e originale del
contesto di vita.
L’ apprendimento richiede rigore e chiarezza , ma si fonda sulla motivazione e
sull’ interesse del discente9.
Compito dell’ insegnante è avviare progressivamente i giovani alla conoscenza
della verità, evitando forme –anche inconsapevoli ed occulte – di
indottrinamento.
L’ esercizio metodico del linguaggio aiuta la mente ad "appropriarsi del mondo "
in modo simbolico, a rappresentare il reale, che si realizza pienamente
attraverso l’ azione.
Sul piano teoretico, occorre notare come la morale e l’ estetica, insieme,
rappresentino, per Simone Weil, l’ esito di un percorso di scoperta10. L’
interdipendenza tra la materia e lo spirito (considerati ora in opposizione, ora
in correlazione ) viene, perciò, assunta come condizione per la conoscenza.
Le numerose esemplificazioni hanno lo scopo di illustrare i concetti affrontati
; si riferiscono a svariate "fonti" culturali: filosofiche, letterarie,
scientifiche , politiche. Contribuiscono ad ampliare notevolmente l’
argomentazione, in un’ ottica di (diremmo oggi ) unitarietà e trasversalità del
sapere.
• LE "LETTERE ALLE ALLIEVE"
L’ esperienza di insegnamento di Simone Weil si sviluppa in quattro anni
scolastici e in un trimestre (dal 1931 al 1938). Due periodi di congedo ne
interrompono il regolare svolgimento: uno per il lavoro in fabbrica, l’ altro
per le cattive condizioni di salute11.
Questa insegnante d’ eccezione, lontana da regole e da astratti tecnicismi,
suscitò una profonda impressione nelle allieve. Testimonia la profondità di tali
rapporti la fitta corrispondenza che mantenne con alcune di loro12.
In questo scambio di lettere, si mostra premurosa, dà consigli su come
organizzare gli studi e migliorare le condizioni di vita. Nel contempo, richiama
l’ attenzione sull’ attività , raccomandando di svolgere bene le occupazioni che
si è chiamati a fare, perche’ in ciò risiede l’ importanza dell’ istruzione13.
La relazionalità con queste ragazze, però, non è così unilaterale come potrebbe
apparire;è anche caratterizzata da una profonda affettività da parte delle
giovani: elemento che non mancò di preoccupare la Weil14.
• LA PEDAGOGIA DI SIMONE WEIL
Pur non avendo dato origine ad un vero e proprio sistema, la pedagogia di Simone
Weil, legata com’è alle sue vicende esistenziali, permette di avanzare alcune
considerazioni.
Il suo comportamento durante le lezioni rispecchia una precisa concezione dell’
insegnamento. Istruzione, educazione e cultura sono strettamente legate. La
conoscenza è l’ oggetto dell’ istruzione; lo sviluppo delle capacità attentive è
compito della cultura, mentre lo scopo precipuo dell’ educazione è suscitare
nell’ alunno la motivazione ad apprendere.
In tale ottica, acquista grande importanza il metodo, che prepara l’ alunno,
attraverso l’ esercizio, ad un tipo superiore di attenzione e, successivamente,
all’ astrazione. Gli schemi di lezione mostrano come ,procedendo dall’
esperienza corporea, si approdi alla scoperta dello spirito, alla morale, all’
estetica15.
La presentazione dei contenuti filosofici, come si è visto, si articola
lentamente, partendo dalla lettura diretta delle opere, estendendosi a testi
teatrali e letterari.
Molta importanza è data anche all’oralità, allo scambio di opinioni, come nella
migliore trazione platonica.
* Docente ricercatrice, Irrsae Liguria.
NOTE
1. Simone Weil morì il 30 agosto 1943 in un ospedale di Ashford,nel Kent, per un
principio di tubercolosi, conseguente ad un prolungato digiuno.
2. Fece parte, ad esempio, dell’ organizzazione "France Libre". A questo
proposito, cfr. l’ articolo "Tendenze e dibattiti: Simone Weil", in INFORMAZIONE
FILOSOFICA, giugno 1991, p.21.
3. Seguendo tale orientamento, Heinz Abosch ha analizzato i rapporti tra il
pensiero weiliano, la teologia ebraica ed i modelli cabalistici; cfr. "Simone
Weil zur Einfuhrung" ("Introduzione a Simone Weil"), Hamburg, Junius Verlag,
1990.
4. Cfr. Tendenze e dibattiti:Simone Weil", cit. p. 21.
5. Le successive citazioni si riferiscono al testo : S. Weil ; "Lezioni di
filosofia", Milano ,Adelphi, c1999.
6. Nella trattazione abbiamo, comunque, tenuto in considerazione eventuali
"distorsioni" lessicali dovute alla stesura, sotto forma di appunti, da parte
della curatrice.
7. G. Gaeta ha argutamente osservato (pag. 326): "…All’ oggettiva chiarezza
della definizione dei rapporti tra l’ uomo e il mondo si sostituisce l’ immane
complicazione dei rapporti degli uomini tra di loro… " e, in un altro passo (pag
320) :"… è infatti il tema dell’ oppressione sociale a dominare la trattazione,
e subito il tono si fa drammatico…" ; cfr. G. Gaeta, "Nota", in S. Weil,
"Lezioni di filosofia", op. cit. , pp. 161 ss.
8. "… Si tratta di un atteggiamento messianico che,generalmente, non accompagna
la scienza e ha piuttosto un carattere mitologico. Questo spinge i comunisti a
rimandare alle calende greche la realizzazione del loro Stato perche’, comunque,
il successo è assicurato (stesso ruolo di Dio concepito come esterno)" ; cfr. S.
Weil, "Lezioni di filosofia", op. cit. p. 161 ss.
9. "…L’ intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perche’ ci sia
desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’ intelligenza cresce e porta
frutto solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi come
la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti ma povere
caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno
neppure un mestiere" ["Reflexions sur le bon usage des ètudes scolaires en vue
de l’amour de Dieu", in "Attente de Dieu", Paris, La Colombe, pp. 75-76; cit. in
S. Weil, "Lezioni di filosofia", op. cit. , p. 330].
10. "…Conclusione: valore morale dell’ arte. Ci insegna che lo spirito può
discendere nella natura. La morale, da parte sua, ci dice di agire conformemente
ai pensieri veri. Il bello testimonia che l’ideale può passare nella realtà" [S.
Weil , "Lezioni di filosofia", op. cit. ,p. 221]
11. Insegnò nei licei femminili di cinque città francesi: Le Puy, Auxerre,
Roanne, Bourges, Saint-Quentin; i congedi si riferiscono agli anni scolastici
1934-1935 e 1936-1937.
12. I riferimenti alle lettere sono tratti dal testo : S. Weil, "Piccola
cara…Lettere alle allieve " ( a cura di M.C. Sala), Genova, Marietti, c1998.
13. Cfr. lettera a Simone Gilbert, in "Piccola cara…", op. cit. , pp. 45-50.
14. "…Mia cara bambina, non le ho scritto in tutti questi anni per due ragioni
.La prima era la forza stessa dei sentimenti da lei espressi nelle sue lettere.
Quando un adulto ne ispira di simili in un ragazzo, vi è una sorta di abuso di
fiducia che li autorizza; ne può conseguire una influenza tale da distruggere la
personalità e intralciare lo sviluppo….Oggi lei ha vent’ anni, simili scrupoli
non sono più necessari…"Lettera a H: Baur, in "Piccola cara…", op. cit., pp.
62-63ss.
15. Cfr. "Lezioni di filosofia", op. cit. ,pp.15-86 e pp. 95-140.
*
Faucitano, Simona, Il vuoto e il legame. Simone Weil e la pedagogia dell’ascesi.
Milano, Unicopli 2007, pp. 249, € 13,00, ISBN-9788840012148
Recensione di Rita Fulco - 22/02/2008
Pedagogia, filosofia della religione
Indice - L'autrice
Una ricerca specialistica e approfondita – condotta con sapienza
storico-filosofica e filologica – sui temi dell’ascesi e sul rapporto di essa
con la pedagogia, a partire da una rilettura di quelle pagine weiliane che
interrogano e offrono risposte all’orizzonte – quello pedagogico – scelto
dall’autrice per avvicinare il pensiero di Simone Weil: questa, in estrema
sintesi, l’inedita prospettiva offerta dal libro Simona Faucitano, il cui
taglio, certamente complesso, chiama pedagogia e filosofia a un incontro e
confronto su temi spesso estranei all’uno o all’altro ambito. Già questo, a
livello formale, costituisce un esercizio “di legame”, che ci fa addentrare, per
via esperienziale, in una delle tematiche più importanti che Faucitano prende in
considerazione nel testo, quella, appunto, delle “pratiche di legame”. Un legame
che dovrebbe essere teoretico e forte, innanzitutto, nell’ambito stesso delle
scienze umane, sviluppate, purtroppo, in modo spesso ermetico e autoreferenziale,
privando i concetti interni a ciascuna di esse della sovrabbondanza di senso che
potrebbe derivare da un confronto interdisciplinare di prospettive.
La “formazione all’aperto”, concetto chiave del testo di Faucitano, richiama
subito alla mente le immagini fotografiche che ritraggono Simone Weil con la sua
classe femminile di filosofia, mentre fa lezione all’aperto, sotto grandi
alberi, intenta a parlare di filosofia greca, di letteratura francese, di
politica europea, di differenti sistemi pedagogici, tessendo fili di pensiero in
una trama sapiente, volta a disegnare orizzonti, piuttosto che a delimitare
campi di riflessione. Ma altrettanto calzante potrebbe essere il riferimento
agli incontri con gli operai, i minatori, i contadini, i pescatori, che la
ascoltano mentre legge e commenta le tragedie greche o spiega Platone. L’aperto
– nella sua accezione concreta e, soprattutto, in quella analogica – è il luogo
dello spaziare dello sguardo, dell’acuire l’udito, dell’esercizio
dell’attenzione, della percezione del vuoto, che può preludere a smarrimenti
nell’infinito o a una ricettività salvifica dell’infinito stesso. Una Lichtung
in cui ogni cosa si ritrova raccolta e quieta nell’immemore tempo dello spirito,
attraverso l’addestramento a cogliere il simbolismo analogico presente
nell’ordine dell’universo, senza per questo sfuggire al malheur, che
destinalmente unisce gli esseri umani e chiede di essere meditato e ripensato,
proprio a partire dalla sperimentazione del vuoto che esso stesso provoca.
Gli ambiti a cui Faucitano, con Weil, rivolge la sua attenzione – la bellezza,
la letteratura, la filosofia – sottolineandone la manifestatività spirituale,
non sono quelli tradizionalmente appartenenti al cristianesimo e, tuttavia, è
soprattutto in essi che l’autrice coglie una “qualità ascetica”, poiché essi
riprenderebbero «dalla codificazione religiosa dell’ascesi e del rapporto
dell’ascesi con la mistica i due temi-problemi della contemplazione e della
imitazione di Cristo» (p. 57). Proprio questi due temi «possono essere
l’ispirazione spirituale e la forma di pensiero di una predisposizione
pedagogica a istituire pratiche generative di legame, meditando e dischiudendo
gli orizzonti immaginali-simbolici delle pratiche ascetiche e mistiche
cristiane, liberate da una dimensione istituzionale, che, come sottolinea Weil
nei suoi scritti, ha forma totalitaria, la forma della chiesa, e risituate
“nell’aperto”: si tratta di risvegliare un’idea di “formatività” pedagogica che
ha i tratti della ricettività spirituale, della sensibilità incarnata e della
partecipazione cosmica, per poter accedere a forme di memoria, di legame e di
comunità, spiritualmente vive e storicamente specifiche per la cultura
occidentale contemporanea» (pp. 58-59).
L’attenzione di Simona Faucitano si concentra – dopo aver offerto, in un dialogo
appassionato con l’opera di Marco Vannini, un excursus storico-filologico del
termine “ascetica” – sulla decostruzione di quelle posizioni, piuttosto diffuse
soprattutto tra alcuni esegeti cattolici, che, con una lettura
deproblematizzante del pensiero di Simone Weil, la inseriscono nell’orizzonte
della mistica cattolica, accanto a figure come Edith Stein, non ponderando
adeguatamente la critica weiliana all’istituzione-Chiesa e travisando anche temi
importanti, quali quello della critica alla forza e alla potenza. Un esempio per
tutti può essere quello della lotta di Giacobbe con l’angelo, interpretato
positivamente da alcuni lettori cattolici di Weil, a partire dal cambiamento di
nome – da Giacobbe in Israele – dopo la vittoria contro Dio; episodio
riorientato da Faucitano in modo quanto più possibile aderente al pensiero di
Weil, teso a esaltare la rinuncia alla propria egoità e la debolezza come uniche
pratiche possibili e virtuose di fronte a Dio, le uniche che permettano
un’autentica ricettività spirituale: «La grande macchia non è forse la lotta di
Giacobbe con l’angelo? […] Non è forse la massima sventura (malheur), quando si
lotta contro Dio, quella di non essere vinto?» (S. Weil, L’Ombra e la grazia,
Bompiani, Milano 2003, p. 299). Faucitano, attenta alla spendibilità pedagogica
dell’episodio in quanto esempio di pratica ascetica e di legame, sottolinea come
Giacobbe, di fronte a Dio, sia nudo in senso materiale – di beni, di figli – ma
sia ancora ricco «della domanda intorno al nome e all’identità dell’uomo con cui
combatte […] ancora attaccato alla dimensione agonale di le moi: dall’identità
del nemico dipende l’entità della vittoria. Oggetti, l’identità del nemico e la
vittoria, di un desiderio gravitazionalmente terrestre, che rimane chiuso
all’irruzione di Dio e ai mutamenti catastrofici da essa pro-vocati; solo lo
svuotamento operato dall’esterno e dall’interno, in modo sempre attivamente
passivo, può rendere l’interiore recettivo» (p. 65). Non a caso, prendendo le
distanze da un’etica della “consegna”, nella quale il Terzo istituzionale è,
comunque, la Chiesa, Faucitano si accosta alle posizioni di Alessandro Dal Lago,
il quale ripensa la nozione weiliana di impossibilità, che riporta Dio fuori dal
campo delle possibilità umane, anche della loro impositiva domanda di salvezza;
anzi, la nozione di impossibilità assume un ruolo decisivo di delegittimazione
rispetto al “richiedere” – quasi un pro-vocare in senso heideggeriano – la
salvezza «che presuppone, da una parte, un diritto d’accesso, dall’altra, un
diritto di sovranità» (p. 77). Inoltre, l’assetto “giuridico” della morale
cristiana «tende a restringere elettivamente, in modo intra e inter-specifico,
il senso spirituale e la portata ontologica della domanda di salvezza» (ibidem).
Occorrerebbe, invece, una pedagogia della “delicatezza” che dovrebbe condurre
dai “forti contro Dio” ai “forti che declinano”, figure nuove – o
“originariamente” cristiane, come suggerirebbe il forte richiamo alla debolezza
di Paolo – di un’umanità a-venire.
La rinuncia alla richiesta provocante di salvezza, si accompagna alla rinuncia
al giudizio tecnico-scientifico, e, di conseguenza, al tentativo di
un’educazione, che può provenire anche dalla sapienza poetica custodita, ad
esempio, da tragedie greche come Elettra o Antigone, o da miti quali quello di
Prometeo; si tratta della rinuncia, quindi, a un comprendere che sia frutto
delle facoltà umane di giudizio, e si riveli, piuttosto, «il movimento stesso
della manifestazione universale, che, nella molteplicità delle sue
articolazioni, si sop-pesa e si colloca. Quando l’etica oblia il proprio statuto
cosmico di sapienza della calibrazione, diventa sapere positivamente centrato
sulla nozione di “diritto”» (p. 95).
Il punto naturale di arrivo di queste riflessioni sul pensiero di Simone Weil –
corroborate dall’attenta meditazione di testi weiliani, come il controverso
Prologo – è la critica all’ordine sociale in quanto luogo del prestigio; critica
che, pedagogicamente, assume «lo statuto ascetico-morale di purificazione» (p.
151), proprio perché educa a sondare la volontà di potenza celata, ad esempio,
persino dietro pratiche di “umiliazione”, che spesso permangono, tuttavia, in un
orizzonte di riconoscimento collettivo. In questo frangente, la volgarizzazione
delle conoscenze, nodo cruciale della pedagogia weiliana, più che essere mero
strumento di acculturazione delle masse escluse dalla cultura ufficiale, diventa
mezzo per mettere in grado anche gli spiriti sempre a contatto con la materia,
come i contadini o gli operai, di cogliere, mediante procedimenti analogici –
energia che permette al seme di crescere/energia che permette all’anima di
innalzarsi al surnaturel, per fare solo un esempio – la spiritualità universale,
che parla attraverso la bellezza del mondo, quella della poesia e delle opere
d’arte. La rivoluzione che Simone Weil pensa, non è, dunque, una rivoluzione
messianica o apocalittica, ma un tentare, quotidianamente e con tutte le proprie
forze, di alleggerire il peso che schiaccia quella parte di umanità avvilita dal
lavoro e dal potere.
Nell’opera La prima radice, con l’analisi della quale si chiude il percorso di
Simona Faucitano, si giunge anche a comprendere meglio lo statuto
analogico-simbolico della pedagogia dell’ascesi, che emerge «con il suo tratto
storico-destinale di poetica dell’enracinement, del radicamento» (p. 223). Se lo
sradicamento, nell’assolutezza con la quale si manifesta nel moderno, in quanto
rottura dei legami non solo di luogo ma anche di tempo – spiriti immemori e
naufraghi abitano le città novecentesche, incapaci di comprendere la falsa
mistica e l’idolatria nascoste dietro concetti come quelli di nazione, diritto,
sovranità – appare come il male sociale per eccellenza, segno del “ritrarsi
dello spirito di verità”, il rimedio al tratto totalitario dell’idolatria e
della falsa mistica è un’azione educativa che, per Weil, è il radicamento in
quanto amore per il passato e orientamento del pensiero verso un u-topos che
sia, tuttavia, «il luogo storico-geografico-morale dei legami vitali e veri» (p.
228). Pensare un’educazione agli obblighi verso l’essere umano, che superi la
cultura dei diritti – fondata necessariamente su una legalità accompagnata alla
forza, che deve garantirne il rispetto – è un compito che Simone Weil affidava
alla Francia post-bellica e che Simona Faucitano ritrova come possibile
ri-fondazione di un pensiero pedagogico che riscopra la centralità del singolo
come nutrimento e forza di qualsiasi vita comunitaria; singolo che deve, dunque,
essere destinatario dell’obligation, innanzitutto in quanto rispetto del
soggetto irripetibile e unico che è ogni altro. Questa obligation ha origine in
un ordine diverso da quello della pesanteur, della gravità mondana, scaturendo,
piuttosto, dal surnaturel, a partire da un ordine «oltre o proto morale
dell’imitazione della sapienza misteriosa, che rende splendente l’ordine
dell’universo nella quale è inscritta» (p. 229). Tuttavia, nonostante l’origine
oltre-mondana, essa si manifesta con il rispondere proprio ai “bisogni
terrestri” dell’anima e del corpo, i quali, purtroppo, con un’educazione
uniformata e “al chiuso” – nei “non luoghi” che spesso sono divenute le scuole,
ma anche le università – non riescono più a emergere e restano, spesso,
l’impensato problematico di ogni rapporto pedagogico, contribuendo, di fatto,
allo sradicamento dall’universo e dalla sua misteriosa sapienza: «la domanda
pedagogica riguarda, quindi, la disponibilità, da parte della cultura e della
società moderna e contemporanea, delle risorse immaginali e simboliche per
pensare “all’aperto”» (p. 234). Proprio una formazione all’aperto, infatti,
dischiuderebbe una via di guarigione dallo sradicamento, educando alla
ricettività mediante un’immersione nello spirituale e una ripresa del contatto,
attraverso l’uso dell’analogia, con l’intero universo.
Indice
Prefazione, di Paolo Mottana
Introduzione, di Stefania Ulivieri Stiozzi
Cap. 1 Pedagogia dell’ascesi e questioni storiografiche di storia dell’ascesi e
della mistica cristiane
Cap. 2 Una lettura cattolica del problema spirituale della preghiera nell’opera
weiliana. I temi mistici della lotta, della ferita e dell’abbandono
Cap. 3 Il Prologo dei Quaderni, il Padre Nostro dell’Evanelo di Matteo, Amore di
G. Herbert. Il contatto con Dio e l’efficacia sacramentale della preghiera fra
liturgia e recitazione poetica
Cap. 4 L’ispirazione spirituale della morale catartica nelle meditazioni
weiliane fra letteratura e filosofia. L’educazione alla virtù virile e la figura
ascetica di Antigone di “essere assolutamente puro”
Cap. 5 L’ispirazione spirituale della morale catartica nelle meditazioni
weiliane fra letteratura e filosofia. Il tema mistico del riconoscimento di
Elettra e Oreste.
Epilogo
Pedagogia dell’ascesi e “formazione all’aperto”. Una lettura della nozione
weiliana di radicamento
Bibliografia degli scritti weiliani
Bibliografia generale
L'autrice
Simona Faucitano è dottore di ricerca in Teorie della formazione e modelli di
ricerca in pedagogia e didattica, collabora con la cattedra di Psicopedagogia
del linguaggio e della comunicazione del corso di laurea di Scienze
dell’educazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è docente per
l’area pedagogica del corso di Scienze dell’educazione I della SILSIS
dell’Università degli Studi di Milano; è, inoltre, educatrice presso la comunità
psichiatrica “La Villetta S. Gregorio” del CeAS e svolge attività di consulenza
pedagogica presso Servizi educativi che si occupano di disagio psicosociale e
psichiatrico.
*
Faucitano, Simona, Il vuoto e il legame. Simone Weil e la pedagogia dell’ascesi.
Milano, Unicopli 2007, pp. 249, € 13,00, ISBN-9788840012148
Recensione di Rita Fulco - 22/02/2008
Pedagogia, filosofia della religione
Indice - L'autrice
Una ricerca specialistica e approfondita – condotta con sapienza
storico-filosofica e filologica – sui temi dell’ascesi e sul rapporto di essa
con la pedagogia, a partire da una rilettura di quelle pagine weiliane che
interrogano e offrono risposte all’orizzonte – quello pedagogico – scelto
dall’autrice per avvicinare il pensiero di Simone Weil: questa, in estrema
sintesi, l’inedita prospettiva offerta dal libro Simona Faucitano, il cui
taglio, certamente complesso, chiama pedagogia e filosofia a un incontro e
confronto su temi spesso estranei all’uno o all’altro ambito. Già questo, a
livello formale, costituisce un esercizio “di legame”, che ci fa addentrare, per
via esperienziale, in una delle tematiche più importanti che Faucitano prende in
considerazione nel testo, quella, appunto, delle “pratiche di legame”. Un legame
che dovrebbe essere teoretico e forte, innanzitutto, nell’ambito stesso delle
scienze umane, sviluppate, purtroppo, in modo spesso ermetico e autoreferenziale,
privando i concetti interni a ciascuna di esse della sovrabbondanza di senso che
potrebbe derivare da un confronto interdisciplinare di prospettive.
La “formazione all’aperto”, concetto chiave del testo di Faucitano, richiama
subito alla mente le immagini fotografiche che ritraggono Simone Weil con la sua
classe femminile di filosofia, mentre fa lezione all’aperto, sotto grandi
alberi, intenta a parlare di filosofia greca, di letteratura francese, di
politica europea, di differenti sistemi pedagogici, tessendo fili di pensiero in
una trama sapiente, volta a disegnare orizzonti, piuttosto che a delimitare
campi di riflessione. Ma altrettanto calzante potrebbe essere il riferimento
agli incontri con gli operai, i minatori, i contadini, i pescatori, che la
ascoltano mentre legge e commenta le tragedie greche o spiega Platone. L’aperto
– nella sua accezione concreta e, soprattutto, in quella analogica – è il luogo
dello spaziare dello sguardo, dell’acuire l’udito, dell’esercizio
dell’attenzione, della percezione del vuoto, che può preludere a smarrimenti
nell’infinito o a una ricettività salvifica dell’infinito stesso. Una Lichtung
in cui ogni cosa si ritrova raccolta e quieta nell’immemore tempo dello spirito,
attraverso l’addestramento a cogliere il simbolismo analogico presente
nell’ordine dell’universo, senza per questo sfuggire al malheur, che
destinalmente unisce gli esseri umani e chiede di essere meditato e ripensato,
proprio a partire dalla sperimentazione del vuoto che esso stesso provoca.
Gli ambiti a cui Faucitano, con Weil, rivolge la sua attenzione – la bellezza,
la letteratura, la filosofia – sottolineandone la manifestatività spirituale,
non sono quelli tradizionalmente appartenenti al cristianesimo e, tuttavia, è
soprattutto in essi che l’autrice coglie una “qualità ascetica”, poiché essi
riprenderebbero «dalla codificazione religiosa dell’ascesi e del rapporto
dell’ascesi con la mistica i due temi-problemi della contemplazione e della
imitazione di Cristo» (p. 57). Proprio questi due temi «possono essere
l’ispirazione spirituale e la forma di pensiero di una predisposizione
pedagogica a istituire pratiche generative di legame, meditando e dischiudendo
gli orizzonti immaginali-simbolici delle pratiche ascetiche e mistiche
cristiane, liberate da una dimensione istituzionale, che, come sottolinea Weil
nei suoi scritti, ha forma totalitaria, la forma della chiesa, e risituate
“nell’aperto”: si tratta di risvegliare un’idea di “formatività” pedagogica che
ha i tratti della ricettività spirituale, della sensibilità incarnata e della
partecipazione cosmica, per poter accedere a forme di memoria, di legame e di
comunità, spiritualmente vive e storicamente specifiche per la cultura
occidentale contemporanea» (pp. 58-59).
L’attenzione di Simona Faucitano si concentra – dopo aver offerto, in un dialogo
appassionato con l’opera di Marco Vannini, un excursus storico-filologico del
termine “ascetica” – sulla decostruzione di quelle posizioni, piuttosto diffuse
soprattutto tra alcuni esegeti cattolici, che, con una lettura
deproblematizzante del pensiero di Simone Weil, la inseriscono nell’orizzonte
della mistica cattolica, accanto a figure come Edith Stein, non ponderando
adeguatamente la critica weiliana all’istituzione-Chiesa e travisando anche temi
importanti, quali quello della critica alla forza e alla potenza. Un esempio per
tutti può essere quello della lotta di Giacobbe con l’angelo, interpretato
positivamente da alcuni lettori cattolici di Weil, a partire dal cambiamento di
nome – da Giacobbe in Israele – dopo la vittoria contro Dio; episodio
riorientato da Faucitano in modo quanto più possibile aderente al pensiero di
Weil, teso a esaltare la rinuncia alla propria egoità e la debolezza come uniche
pratiche possibili e virtuose di fronte a Dio, le uniche che permettano
un’autentica ricettività spirituale: «La grande macchia non è forse la lotta di
Giacobbe con l’angelo? […] Non è forse la massima sventura (malheur), quando si
lotta contro Dio, quella di non essere vinto?» (S. Weil, L’Ombra e la grazia,
Bompiani, Milano 2003, p. 299). Faucitano, attenta alla spendibilità pedagogica
dell’episodio in quanto esempio di pratica ascetica e di legame, sottolinea come
Giacobbe, di fronte a Dio, sia nudo in senso materiale – di beni, di figli – ma
sia ancora ricco «della domanda intorno al nome e all’identità dell’uomo con cui
combatte […] ancora attaccato alla dimensione agonale di le moi: dall’identità
del nemico dipende l’entità della vittoria. Oggetti, l’identità del nemico e la
vittoria, di un desiderio gravitazionalmente terrestre, che rimane chiuso
all’irruzione di Dio e ai mutamenti catastrofici da essa pro-vocati; solo lo
svuotamento operato dall’esterno e dall’interno, in modo sempre attivamente
passivo, può rendere l’interiore recettivo» (p. 65). Non a caso, prendendo le
distanze da un’etica della “consegna”, nella quale il Terzo istituzionale è,
comunque, la Chiesa, Faucitano si accosta alle posizioni di Alessandro Dal Lago,
il quale ripensa la nozione weiliana di impossibilità, che riporta Dio fuori dal
campo delle possibilità umane, anche della loro impositiva domanda di salvezza;
anzi, la nozione di impossibilità assume un ruolo decisivo di delegittimazione
rispetto al “richiedere” – quasi un pro-vocare in senso heideggeriano – la
salvezza «che presuppone, da una parte, un diritto d’accesso, dall’altra, un
diritto di sovranità» (p. 77). Inoltre, l’assetto “giuridico” della morale
cristiana «tende a restringere elettivamente, in modo intra e inter-specifico,
il senso spirituale e la portata ontologica della domanda di salvezza» (ibidem).
Occorrerebbe, invece, una pedagogia della “delicatezza” che dovrebbe condurre
dai “forti contro Dio” ai “forti che declinano”, figure nuove – o
“originariamente” cristiane, come suggerirebbe il forte richiamo alla debolezza
di Paolo – di un’umanità a-venire.
La rinuncia alla richiesta provocante di salvezza, si accompagna alla rinuncia
al giudizio tecnico-scientifico, e, di conseguenza, al tentativo di
un’educazione, che può provenire anche dalla sapienza poetica custodita, ad
esempio, da tragedie greche come Elettra o Antigone, o da miti quali quello di
Prometeo; si tratta della rinuncia, quindi, a un comprendere che sia frutto
delle facoltà umane di giudizio, e si riveli, piuttosto, «il movimento stesso
della manifestazione universale, che, nella molteplicità delle sue
articolazioni, si sop-pesa e si colloca. Quando l’etica oblia il proprio statuto
cosmico di sapienza della calibrazione, diventa sapere positivamente centrato
sulla nozione di “diritto”» (p. 95).
Il punto naturale di arrivo di queste riflessioni sul pensiero di Simone Weil –
corroborate dall’attenta meditazione di testi weiliani, come il controverso
Prologo – è la critica all’ordine sociale in quanto luogo del prestigio; critica
che, pedagogicamente, assume «lo statuto ascetico-morale di purificazione» (p.
151), proprio perché educa a sondare la volontà di potenza celata, ad esempio,
persino dietro pratiche di “umiliazione”, che spesso permangono, tuttavia, in un
orizzonte di riconoscimento collettivo. In questo frangente, la volgarizzazione
delle conoscenze, nodo cruciale della pedagogia weiliana, più che essere mero
strumento di acculturazione delle masse escluse dalla cultura ufficiale, diventa
mezzo per mettere in grado anche gli spiriti sempre a contatto con la materia,
come i contadini o gli operai, di cogliere, mediante procedimenti analogici –
energia che permette al seme di crescere/energia che permette all’anima di
innalzarsi al surnaturel, per fare solo un esempio – la spiritualità universale,
che parla attraverso la bellezza del mondo, quella della poesia e delle opere
d’arte. La rivoluzione che Simone Weil pensa, non è, dunque, una rivoluzione
messianica o apocalittica, ma un tentare, quotidianamente e con tutte le proprie
forze, di alleggerire il peso che schiaccia quella parte di umanità avvilita dal
lavoro e dal potere.
Nell’opera La prima radice, con l’analisi della quale si chiude il percorso di
Simona Faucitano, si giunge anche a comprendere meglio lo statuto
analogico-simbolico della pedagogia dell’ascesi, che emerge «con il suo tratto
storico-destinale di poetica dell’enracinement, del radicamento» (p. 223). Se lo
sradicamento, nell’assolutezza con la quale si manifesta nel moderno, in quanto
rottura dei legami non solo di luogo ma anche di tempo – spiriti immemori e
naufraghi abitano le città novecentesche, incapaci di comprendere la falsa
mistica e l’idolatria nascoste dietro concetti come quelli di nazione, diritto,
sovranità – appare come il male sociale per eccellenza, segno del “ritrarsi
dello spirito di verità”, il rimedio al tratto totalitario dell’idolatria e
della falsa mistica è un’azione educativa che, per Weil, è il radicamento in
quanto amore per il passato e orientamento del pensiero verso un u-topos che
sia, tuttavia, «il luogo storico-geografico-morale dei legami vitali e veri» (p.
228). Pensare un’educazione agli obblighi verso l’essere umano, che superi la
cultura dei diritti – fondata necessariamente su una legalità accompagnata alla
forza, che deve garantirne il rispetto – è un compito che Simone Weil affidava
alla Francia post-bellica e che Simona Faucitano ritrova come possibile
ri-fondazione di un pensiero pedagogico che riscopra la centralità del singolo
come nutrimento e forza di qualsiasi vita comunitaria; singolo che deve, dunque,
essere destinatario dell’obligation, innanzitutto in quanto rispetto del
soggetto irripetibile e unico che è ogni altro. Questa obligation ha origine in
un ordine diverso da quello della pesanteur, della gravità mondana, scaturendo,
piuttosto, dal surnaturel, a partire da un ordine «oltre o proto morale
dell’imitazione della sapienza misteriosa, che rende splendente l’ordine
dell’universo nella quale è inscritta» (p. 229). Tuttavia, nonostante l’origine
oltre-mondana, essa si manifesta con il rispondere proprio ai “bisogni
terrestri” dell’anima e del corpo, i quali, purtroppo, con un’educazione
uniformata e “al chiuso” – nei “non luoghi” che spesso sono divenute le scuole,
ma anche le università – non riescono più a emergere e restano, spesso,
l’impensato problematico di ogni rapporto pedagogico, contribuendo, di fatto,
allo sradicamento dall’universo e dalla sua misteriosa sapienza: «la domanda
pedagogica riguarda, quindi, la disponibilità, da parte della cultura e della
società moderna e contemporanea, delle risorse immaginali e simboliche per
pensare “all’aperto”» (p. 234). Proprio una formazione all’aperto, infatti,
dischiuderebbe una via di guarigione dallo sradicamento, educando alla
ricettività mediante un’immersione nello spirituale e una ripresa del contatto,
attraverso l’uso dell’analogia, con l’intero universo.
Indice
Prefazione, di Paolo Mottana
Introduzione, di Stefania Ulivieri Stiozzi
Cap. 1 Pedagogia dell’ascesi e questioni storiografiche di storia dell’ascesi e
della mistica cristiane
Cap. 2 Una lettura cattolica del problema spirituale della preghiera nell’opera
weiliana. I temi mistici della lotta, della ferita e dell’abbandono
Cap. 3 Il Prologo dei Quaderni, il Padre Nostro dell’Evanelo di Matteo, Amore di
G. Herbert. Il contatto con Dio e l’efficacia sacramentale della preghiera fra
liturgia e recitazione poetica
Cap. 4 L’ispirazione spirituale della morale catartica nelle meditazioni
weiliane fra letteratura e filosofia. L’educazione alla virtù virile e la figura
ascetica di Antigone di “essere assolutamente puro”
Cap. 5 L’ispirazione spirituale della morale catartica nelle meditazioni
weiliane fra letteratura e filosofia. Il tema mistico del riconoscimento di
Elettra e Oreste.
Epilogo
Pedagogia dell’ascesi e “formazione all’aperto”. Una lettura della nozione
weiliana di radicamento
Bibliografia degli scritti weiliani
Bibliografia generale
L'autrice
Simona Faucitano è dottore di ricerca in Teorie della formazione e modelli di
ricerca in pedagogia e didattica, collabora con la cattedra di Psicopedagogia
del linguaggio e della comunicazione del corso di laurea di Scienze
dell’educazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è docente per
l’area pedagogica del corso di Scienze dell’educazione I della SILSIS
dell’Università degli Studi di Milano; è, inoltre, educatrice presso la comunità
psichiatrica “La Villetta S. Gregorio” del CeAS e svolge attività di consulenza
pedagogica presso Servizi educativi che si occupano di disagio psicosociale e
psichiatrico.
*
SIMONE WEIL, Le poesie, Pistoia, C.R.T., 2000
Le poesie di Simone Weil (1909-1943), quantitativamente rarefatte quanto intense
nel dettato, sono per lo più incastonate nelle capitali meditazioni dei
Quaderni, ed accompagnano fedelmente la parabola del suo originale pensiero
filosofico e creativo, dalla prima giovinezza all'estrema, precoce stagione
sacrificale.
Offerta ora al lettore italiano nella congeniale traduzione di Maura Del Serra,
questa poesia cosmica, intima ed etica ad un tempo, secondo la più nobile
tradizione europea, appare tesa nello slancio periglioso e trasparente che
unisce il bello al bene, il sociale al metafisico, la necessità alla libertà, la
pesanteur alla grâce, la geometria cartesiana alla metrica della passione
romantica ed "impegnata" del cuore di questa grande, attiva testimone
dell'assoluto, che come pochi in Occidente incarnò fino alle estreme conseguenze
"il patto originario tra lo spirito e il mondo".
[dalla quarta di copertina]
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La filosofia nei versi di Simone Weil
A cura di Maura Del Serra, l'editrice C.R.T. di Pistoia (tel. 0573/976124)
pubblica "Le poesie di Simone Weil", pagine 52, lire 10.000. Maura Del Serra
insegna letteratura italiana a Firenze ed è lei stessa poeta. Nel saggio
introduttivo, i testi - delle 9 poesie - sono letti all'interno del pensiero
della filosofia e si dice che per Simone Weil "la poesia come genere - e per
prima la sua stessa poesia - è minoritaria, ma non esornativa, anzi coessenziale
rispetto alle opere filosofico-sociali maggiori". Una poesia "priva di eccessive
preoccupazioni letterarie, ligia però alle forme e alla 'morale' ritmico-metrica
tradizionale, da Simone Weil considerata metodo di autodisciplina artistica".
"Avvenire"
martedì 25 aprile 2000
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Simone Weil, l'impegno civile fino all'estremo sacrificio
Fu anche poetessa: sono appena usciti in volume i versi di Simone Weil, tradotti
da Maura Del Serra e pubblicati dalla casa editrice pistoiese C.R.T. Si tratta
di un esile volume dal costo accessibile, 52 pagine a 10 mila lire, imperdibile
per l'ottima traduzione e per l'intensità del volto poetico di una che resta fra
le più grandi e scomode pensatrici del secolo che si è chiuso. Simone Weil è al
di sopra di ogni bipolarità, inclusa quella maschile-femminile.
Lo spiega bene la Del Serra nell'introduzione, sottolineando come la poesia per
la Weil significhi diventare grazia all'interno della propria stessa gravità.
[...]
(d.f.)
"Il Tirreno" (Tempo libero e cultura)
martedì 9 maggio 2000
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Il rigore della poesia
Scoperta negli scaffali di una libreria, questa piccola recente edizione delle
poesie di Simone Weil, nella traduzione di Maura Del Serra, può costituire una
significativa opportunità. Maura Del serra insegna Letteratura Italiana Moderna
e Contemporanea all'Università di Firenze, oltre a essere autrice in proprio, ha
tradotto dalle letterature europee numerosi testi anche eccentrici o acutamente
sintomatici. [...] Nell'opera complessiva di Simone Weil (i quattro volumi dei
Quaderni per le edizioni Adelphi) le poesie appartengono a qualcosa di
marginale, di imprevito, quasi di sfasatura: ma proprio qui si può trovare un
tratto quasi disarmato della sua personalità. Simone Weil è mancata ad appena 34
anni, ed è un po' impensabile quello che ha fatto sul piano esistensiale ed
operativo, nell'esercizio del pensiero, nell'impegno estenuante della scrittura.
In poesia ha un rigore a oltranza (che per paradosso è un limite). Con una
lettera scrupolosa e rimeditata, invia i suoi versi in lettura a Paul Valéry, un
interlocutore distante da quel punto di radicalità a cui tendeva la vita di
Simone e che tuttavia non sbagliò nel vedere in questi versi, accanto alla forza
d'insieme, un connotato un po' "didattico", una "volontà" compositiva.
Con un'etica metrico-formale, si avverte il grafico del pensiero, a volte una
sorta di sovrapposizione. L'analisi di Maura Del Serra finisce per accentuare
forse questo aspetto ("Nelle sere rombanti della città") ma è molto illuminante,
nel testo introduttivo, la sottolineatura per Simone Weil del "maschile" e del
"femminile", scrittura e voce, delicatezza e razionalità. C'è in queste poesie,
nel tono alto della parola e della tradizione francese, lo struggimento oscuro
della femminilità: uno struggimento quasi per viam negationis (con il
suggerimento di una lettrice d'eccezione come Cristina Campo) [...].
Stefano Crespi
"Il Sole 24 ore" / Domenica
domenica 16 luglio 2000
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Una raccolta di liriche della pensatrice Weil.
La poesia che guarda oltre
Letta e amata per il potere delle parole, la poesia nasconde sempre avvincenti
sorprese. Anche se è impegnativa. Simone Weil, nota per la forza del suo
pensiero, suscita emozioni già nei suoi scritti giovanili, tra i quali spuntano
alcune poesie. Ricche di bagliori, di ricerca di senso, di spostamenti. Le
poesia di Simone Weil si intitola la breve raccolta pubblicata dall'editrice CRT
di Pistoia, a cura di Maura Del Serra. Anche lei poeta, insegnante di
letteratura italiana nell'Università di Firenze, che introduce queste poche
poesie, riconducendole all'interno della filosofia di Simone Weil. In quanto
"minoritarie, ma non esornative, anzi coessenziali rispetto alle opere
filosofico-sociali maggiori". Conta, infatti, per la giovane studiosa, il
rapporto di relazione, di reinvenzione, di dialettica, per natura insito
nell'idea che lei ha dell'uomo. E avanza tra "debolezza e forza", tra "maschile
e femminile", rimuovendo intoppi e ragnatele, finché scorge, tutta assorta nel
suo lavoro, quella verità a cui ha votato la sua vita. "La poesia - scrive
Simone Weil nei Cahiers - insegna a contemplare i pensieri invece di mutarli". È
un momento di àncora, di approdo per ritrovare "il patto originario fra lo
spirito e il mondo attraverso la civiltà stessa in cui viviamo". Ed ecco La Mer,
Il mare: da lontano si intravede una barca, immagine mobile, quasi rinascente di
continuo. "Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali, / Stretti ai tuoi
bordi, persi nel tuo grande deserto". E l'enigmatico Pro-méthée, Prometeo,
simbolo di antitesi tra natura e cultura, tra caos e civiltà, tra disobbedienza
e affascinante dismisura: "Un solitario stravolto animale, / Col ventre sempre
roso da un rovello incessante... / È così che saresti senza Prometeo, uomo". E
La Porte, La porta, che, "malati d'attesa" vorremmo aperta a tutti i costi sul
nostro cammino: "La romperemo a colpi, se sarà necessario...". E così via da un
verso all'altro si può continuare a registrare la costellazione drammatica,
stratificata di cielo e terra, di etere e corpo, nell'inesausto giuoco modulare
della riemergente luce, da lei percepita come un "Lampo", da cui "nasceranno per
me le città umane". Siamo, come è evidente, sul terreno folgorato di una poesia
in cui Simone Weil, giovanissima, cerca di abbeverarsi alle fonti prime
dell'essere, per mettere in gioco tutta se stessa, su quel confine che è lo
stesso che l'ha spinta ai lavori duri dei campi e ai turni in officina. Ed è
proprio qui che ha origine la fondazione del suo pensiero, la quale non avviene
una volta per tutte, ma è un perenne ricominciamento. Senza nulla togliere alla
forza dei sogni che continuano a germogliare fra le crepe e le rovine
dell'edificio storico e sociale in cui vive. La sua storia personale è senza
cedimenti: dal liceo alle battaglie politiche, dalla passione per la filosofia,
seguendo gli insegnamenti del maestro Alain, alla ricerca della verità,
dall'insegnamento al lavoro in fabbrica. Fino alla scelta mistica. Sempre
disperata di sapere, assetata di esperienze, costantemente lucida e implacabile,
a dispetto di una salute malferma. Solo guardando dentro di lei si possono
avvertire gli schianti e i lamenti. E se da ragazza aveva scritto "Dio è meglio
non conoscerlo", poi, maturata anche nella fatica del lavoro, è stata
affascinata dal mistero di una avventura radicale. Tanto da sostenere "La croce
del Cristo è l'unica porta della conoscenza". Di lei si è scritto molto, si è
parlato molto. Forse perché la sua vita è lettura profetica e inquietante del
nostro oggi: non ha mai voluto mediare né essere assente, ha visto con chiarezza
i mali del suo tempo e fino all'ultimo respiro, (è morta il 24 agosto del 1943,
a trentaquattro anni) ha voluto portare sulle proprie spalle il peso del mondo.
Spinta fin dalla prima giovinezza dall'"inguaribile bisogno di capire" e da
geniali intuizioni, ha aperto lo spirito a slanci di ispirazione poetica intima
e cosmica. E sempre tesa alla ricerca del bello e del bene, si è sradicata con
la disciplina e la preghiera. Scrive Maura Del Serra: "Con la poesia ha
insegnato all'anima a diventare come l'acqua e la luce... diventare grazia
all'interno delle propria stessa gravità, contemplandone i ritmi, i rapporti e
le figure di trasmutazione con purezza di intenti e fermezza di sguardo".
Licia Gorlani Gardoni
"Giornale di Brescia"
23 agosto 2000
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Le poesie di Simone Weil, a cura di Maura Del Serra, Pistoia, C.R.T., 2000, pp.
51
Intercalando le riflessioni dei Cahiers (i quali raccolgono, nell'arco breve
della sua vita, le esperienze interiori della scrittrice), le poesie di S. Weil
sembrano costituire all'interno di quella prosa come un riscatto, una salvifica
reimmersione attraverso una forma data in cui, cristallizzandosi, si nobiliti il
dolore. Il tono alto, fiero, limpido costituisce senz'altro un contraltare, per
così dire, militante-belligerante al pathos avvolgente del male. E, come ben
nota Maura Del Serra in prefazione, una voce maschile, epica, emerge dall'indistinzione
vociferante degli umili cui si assimila la scrittrice per toccare il fondo della
ferita umana. Dalle annotazioni in prosa, inevitabilmente legate a fatti
biografici, si slanciano dunque forme di vita riscattata, che aspira ad una
humanitas pura, sub specie aeternitatis, in nome della quale si sigla "il patto
originario fra lo spirito e il mondo", come scrive ancora M. Del Serra citando
dai Cahiers. Di qui il "pancalisme" di S. Weil (secondo la definizione di
Bachelard) in cui il bello epurato sia il segno del bene senz'ombra finalmente
riconquistato. Vi è infatti, in questi testi, un filo sotterraneo che li unisce
tematicamente: l'agogé, ovvero la poetica dell'"effort"; un atto sacrificale,
eminentemente poetico, di perequazione tra forma e informe, tra peccato e
riscatto dell'anima che tanto ce la fa somigliare a Baudelaire pur nella
diversità del tono. Così, da una viscosità oscura del peccato inglobante emerge,
di tanto in tanto, il segno della 'vigilanza'; la barca, per esempio, come ben
fa notare M. Del Serra, con riferimento a La mer. Richiamando il pensiero
indiano ancestrale (la barca del sacrificio: Simone Weil si è a lungo nutrita di
filosofia orientale) la poesia, rispetto alla prosa, ci appare proprio come un "navire"
che, alla stregua del "beau navire" baudelairiano, beccheggia su un mare non
indomito ma "docile aux freins": arrestato, pensato, plastico, e come
faticosamente raccolto in un punto di osservazione nitido qual è il limpido
dettato di questi testi. La traduzione di M. Del Serra risponde felicemente allo
"slancio empatico" che, come la stessa curatrice scrive in nota, la unisce alla
poetessa francese; una splendida resa dello stile e del ritmo ce la consegna
fedele nel tono e nel senso.
Michela Landi
"Semicerchio", Rivista di Poesia Comparata
XXIV-XXV (2001), pp. 116-117
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Tre comandamenti
Non essere complici, non mentire, non restare ciechi.
Non importi, non sottoporti, non sovrapporti.
È Maura Del Serra, che insegna Letteratura Moderna all'Università di Firenze, a
suggerire queste due "trilogie" folgoranti nella sua bella introduzione alle
Poesie (ed. C.R.T. di Pistoia) di quella grande scrittrice "mistica" che è stata
l'ebrea francese Simone Weil (1909-1943), una figura tanto coinvolta anche dal
cristianesimo. Fermiamoci pacatamente per qualche minuto su queste due frasi,
per altro nitidissime. La prima è appunto della Weil e ci riporta al cuore
intimo della coscienza. Essa è violata quando si diventa complici del male per
interesse, egoismo o quieto vivere. È umiliata quando si ferisce coscientemente
la verità, incamminandosi sulla strada comoda della menzogna. La coscienza,
infine, è ottenebrata e incatenata quando si tengono gli occhi chiusi, eppure si
dichiara di vedere, come diceva Gesù: "Se foste ciechi, non avreste alcun
peccato: ma siccome dite: 'Noi vediamo!' il vostro peccato rimane" (Giovanni 9,
41).
L'altra trilogia di comandamenti è, invece, di un nostro poeta, il romano Arturo
Onori (1885-1928), ed è altrettanto significativa per le scelte della coscienza
morale. Si tratta di tre verbi assonanti che sono spesso la "divisa" indossata
in politica, nella società, nella stesa vita familiare e talora persino in
quella religiosa. L'ansia di "imporsi" fa prevaricare sugli altri. Si giunge,
così, al "sovrapporsi", non solo a livello verbale con le sguaiataggini dei
confronti-scontri ma anche nelle relazioni personali. O, al contrario, ci si
sottopone fino all'umiliazione pur di ottenere vantaggi, sconfessando ogni
dignità e rispetto di sé. Oggi è la festa di S. Giovanni Battista, un emblema
della coscienza coerente e libera, fedele a entrambe le trilogie che abbiamo
proposto.
Gianfranco Ravasi
"Avvenire" (Mattutino)
24 giugno 2004
*
Simone Weil: riflessioni sulla forza
di Mauro Bettiol
PRIMA PARTE
La Guerra di Spagna (1936-1939) con i suoi crimini commessi dalle parti in lotta
segnò nella sua tragicità profondamente Simone Weil a tal punto da lasciare nei
suoi scritti, non solo in quelli specificatamente politici, ma anche in quelli
di carattere etico e filosofico, una traccia indelebile. Proprio a partire dalla
sua partecipazione, seppur breve, alla guerra civile spagnola la filosofa
incominciò a pensare la forza e la barbarie, abbozzando una nuova ermeneutica
del sociale e del politico che si riflette nelle stesse scelte lessicali. La
categoria o la figura dell’oppressione, prevalentemente utilizzata durante i
primi anni '30, quelli della frequentazione delle organizzazioni del movimento
operaio e della riflessione socio-politica, lascia il posto ad una nuova
categoria interpretativa, che si esprime, in maniera intercambiabile, con la
nozione di forza o di barbarie, o col termine più comprensivo di totalitarismo.
La riflessione sulla forza, che secondo la Weil domina e determina l’intero
corso della Storia, appare per la prima volta in due scritti del 1937:
Méditation sur l’obéissance et la liberté e Méditations sur un cadavre, ma molto
più chiaramente nella Lettre à Georges Bernanos (1938) e nell’articolo Ne
recommençons pas la guerre de Troie (1937). La contingenza storica rappresentata
dal conflitto spagnolo, che è all’origine di questa intuizione tematizzata in
seguito nel mirabile saggio intitolato L’Iliade ou le poème de la force (1939) e
nell’originale tragedia Venise sauvée (1940), e compiutamente esposta nelle
Réflexions sur la barbarie (1939) e nella ricerca storico-politica Quelques
réflexions sur l’origine de l’hitlerisme (1939), sarà travolta, schiacciata e
superata dalla più atroce tragedia della Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza
spagnola, però, rimarrà sempre nella mente della pensatrice quella “brutta
ferita” di cui parla Albert Camus, e, per allusioni o in maniera indiretta, essa
sarà di continuo richiamata come “esempio”, o come “criterio” per leggere e
capire le nuove dimensioni dell’imperio della forza e della barbarie.
Nella Lettre à Georges Bernanos emerge il ruolo della violenza, della forza
operante nella Storia, i cui avvenimenti contemporanei sono solo un esempio, più
raffinato per brutalità e ampiezza. Ricorrendo alla categoria della forza per
spiegare la vicenda umana, la Weil tenta di pensare l’impensabile: per esempio,
a proposito della guerra civile, i massacri perpetrati con un identico gusto di
morte da entrambe le parti in lotta. Ora, dopo aver evocato alcuni fatti
criminali compiuti dai miliziani in Spagna, la constatazione che essa fa e ciò
che ne deduce come riflessione generale si traduce nell’enunciazione di una
legge: ogni uomo può diventare un barbaro, nel senso morale non storico del
termine, se obbedisce a delle autorità temporali o spirituali che “hanno messo
una categoria di esseri umani al di fuori di quelli la cui vita ha un prezzo”,
se si trova inserito in un gruppo, in una parte che si autoproclama la regione
del bene, se si sente sgravato dalle responsabilità di dover scegliere, se
soprattutto è indotto da una propaganda raffinata a identificare il male, tutto
il male, nel nemico, nella parte avversa. Questo atteggiamento idolatrico,
secondo la terminologia inaugurata dalla filosofa, costituisce il fondamento,
legittima il dispiegamento della forza. Il nuovo concetto interpretativo era già
affiorato nel progetto d’articolo Méditation sur l’obéissance et la liberté,
scritto dopo aver letto il Discours de la servitude volontaire (Contre-un) di
Étienne de La Boétie, uno dei testi politici più sconcertanti della nostra
cultura, costantemente rimosso dal pensiero politico occidentale. La Weil,
contro la visione economicista dei marxisti, sostiene che è “la nozione di
forza, e non la nozione di bisogno, a costituire la chiave che permette di
leggere i fenomeni sociali”; e come Firenze, attraverso Galileo, ha saputo dare
all’umanità un proprio contributo alla conoscenza della Natura attraverso la
nozione di forza materiale, così “noi, che pretendiamo riordinare l’ambiente
sociale, non ne possederemo mai neppure la più grossolana conoscenza fintantoché
non avremo chiaramente concepito la nozione di forza sociale”. L’esercizio della
forza, che riassume su di sé l’intero esercizio del potere, è da intendersi come
quella volontà/necessità per cui gli uomini infliggono il male ai propri simili
tutte le volte che lo possono, considerandoli non degli uomini ma degli oggetti
di cui disporre a piacimento. Esso è sempre “accompagnato dalla menzogna”, e per
questo si oppone a quanto c’è di più alto nella vita umana, ad ogni sforzo di
pensiero, condannando “coloro che vogliono pensare, amare, e trasferire in tutta
purezza nell’azione politica ciò che inspira loro lo spirito” a “finire
sgozzati, abbandonati persino dai loro compagni, marchiati dopo la loro morte
dalla storia, come è accaduto ai Gracchi”. Quest’opposizione al pensiero
inerente alla forza è il tema portante dell’articolo dello stesso periodo
Méditations sur un cadavre, nel quale viene studiato il ruolo dell’immaginazione
collettiva all’interno della politica. Essa è considerata dalla Weil un fattore
reale della vita sociale, per di più instabile, caratterizzato da continui
flussi e riflussi che ne rendono difficile il controllo; rappresenta in sostanza
il vero motore della Storia rispetto ai reali bisogni degli individui, che
intervengono solo in maniera indiretta nella società, perché non arrivano mai
alla coscienza delle folle, prive di attenzione ma non di immaginazione. La
politica così come è comparsa storicamente in Occidente è consistita
“nell’utilizzare in ogni momento nella sua pienezza questa forza che costituisce
l’immaginazione collettiva, forza cieca che un uomo che sa dove va può
controllare diminuendone con degli artefici gli ondeggiamenti … I dittatori lo
sanno, niente di più sottile del modo con cui governa Mussolini, Hitler o
Stalin. I democratici l’ignorano…”. Un uomo “politico” deve sapere prima di
tutto sottrarsi alla sua influenza, quindi considerarla freddamente come
un’energia che funga da forza motrice per i propri scopi. La riflessione sulla
materia e gli strumenti della politica di Stato risulta più facile ai dittatori
o ai politici ambiziosi che agli altri, perché essi disprezzano gli uomini: essa
ha infatti gli uomini per oggetto, e considerare gli uomini come un semplice
oggetto nelle mani di qualche tecnico è già una visione sprezzante. Il principio
fondamentale del potere consiste nel non apparire mai deboli: “La forza – spiega
la pensatrice – si fa non solo temere, ma insieme sempre un po’ amare, anche da
coloro che piega violentemente sotto di sé; la debolezza non è solo temuta, ma
ispira sempre un poco di disprezzo e di repulsione anche in coloro che essa
colpisce”. Questo significa che gli uomini non si determinano, contrariamente
alla credenza comune, secondo dei ragionamenti sulla giustizia o sul loro
interesse personale ma è l’imperio della forza a plasmare sovranamente
sentimenti e pensieri. È mediante tale ascendente sul pensiero che per la Weil
la forza regna, ancor più che attraverso la costrizione effettiva: la “forza che
regna fin nelle coscienze è sempre in gran parte immaginaria”. Le intuizioni
sulla forza nel suo rapporto con l’immaginazione che contraddistinguono questi
due scritti del '37 sono riprese e rielaborate nel pregevole saggio Ne
recommençons pas la guerre de Troie, pubblicato nei “Nouveaux Cahiers”. Questo
articolo, che prende spunto dall’opera teatrale di Jean Giraudoux, La guerre de
Troie n’aura pas lieu, rappresenta un vero e proprio sunto di filosofia
politica, originale per l’analisi con cui viene spiegata la politica, in
particolare quella moderna. In esso Simone Weil mostra come la pericolosità
delle guerre più cruente dipende non solamente dagli strumenti di distruzione
che la tecnica mette nelle nostre mani ma soprattutto dal fatto che esse sono
prive “di un obiettivo ben definibile”. Quando la posta in gioco della lotta è
ben definita, si può misurarne il valore e insieme i presumibili costi, decidere
fino a che punto convenga cimentarsi. Quando invece si lotta senza obiettivo
viene a mancare il senso comune della misura, non c’è più nessuna bilancia,
nessun paragone possibile, ogni compromesso diventa del tutto inconcepibile;
l’importanza della battaglia dipende allora unicamente dai sacrifici che essa
esige e i sacrifici già compiuti invocano altri sacrifici; ne derivano scontri
senza fine di cui ben presto la causa principale non è altro che la guerra
stessa e ciò che è già costata. A Troia, Greci e Troiani si sono massacrati per
dieci anni attorno al “fantasma di Elena”: la sua persona era così
sproporzionata rispetto a quella enorme battaglia che agli occhi dei
belligeranti rappresentava solo il simbolo della vera posta in gioco, ma in
realtà “la vera posta in gioco nessuno la definiva né poteva essere definita
perché non c’era”. Allo stesso modo in epoca recente, in un universo politico in
cui la conflittualità è ovunque dominante, la filosofa constata “il carattere
irreale della maggior parte dei conflitti emergenti”, essendo enunciati con una
terminologia che è tanto più vuota di significato quanto più atta, appena se ne
presentino le circostanze, a spingere irresistibilmente popoli e individui a
versare fiumi di sangue, ad ammucchiare rovine su rovine, senza poter mai
raggiungere realmente qualcosa che corrisponda alle parole per cui credono di
battersi. Se al centro della guerra di Troia c’era perlomeno qualcosa di
concreto, una donna, nella società contemporanea il ruolo di Elena è
interpretato da parole ornate di maiuscole. Termini come nazione, sicurezza,
capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazia,
nell’istante stesso in cui vengono assolutizzati e alzati come bandiere dietro
cui schierarsi, si vuotano di ogni significato reale e trasferiscono chi li usa
in un universo irreale, in cui tutto diventa lecito, in cui “agiamo, lottiamo,
sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate,
isolate, che è impossibile mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete”.
La Weil procede ad un’analisi serrata di queste entità esaminando l’antagonismo
fra nazioni, l’opposizione fra comunismo e fascismo e fra dittatura e democrazia
che si apparenta a quella fra ordine e libertà, fra le classi sociali. Esse si
presentano come formule astratte e tuttavia, nel corso della storia umana, esse
hanno suscitato spirito di sacrificio e crudeltà poiché corrispondono a delle
realtà. A Troia, dietro il fantasma di Elena, c’era l’esercito greco, c’era
l’esercito troiano e allo stesso modo dietro la parola nazione e le espressioni
che la seguono vi sono gli Stati, pieni di realtà con i loro uffici, prigioni,
arsenali, caserme, dogane. Le entità procedono da organismi che hanno in comune
la caratteristica di detenere un potere o di mirare al potere: “le assurdità che
hanno fatto assomigliare la storia a un lungo delirio hanno la loro radice in
una assurdità essenziale, la natura del potere”. Se un potere è necessario
perché “l’ordine è indispensabile all’esistenza”, di contro l’attribuzione del
potere è arbitraria perché gli uomini sono più o meno simili, ma tale
attribuzione, per la stabilità del potere, non deve mai apparire come tale. Di
conseguenza, ogni potere poggia sul prestigio, ossia sull’illusione; ne deriva
ch’esso deve presentarsi come assoluto, intangibile e non nella sua realtà di
rapporto fra le attività umane. La contraddizione essenziale della società umana
è che qualunque situazione sociale si fonda su un equilibrio di forze, ma per
quanto concerne i fatti di prestigio, non si trova un equilibrio, il prestigio
non comporta limiti, una qualche soddisfazione al proprio prestigio è un
attentato al prestigio o alla dignità altrui. Secondo quest’ottica è naturale
per ogni Stato definire proprio interesse nazionale la sua capacità di fare la
guerra, essendo circondato da altri organismi politici capaci di soggiogarlo con
le armi ogniqualvolta risulti debole. Così uno Stato non deve mai apparire
debole agli occhi dello straniero e dei propri sudditi: “Se Priamo e Ettore
avessero restituito Elena ai Greci, avrebbero rischiato di alimentare
ulteriormente nell’avversario la brama di saccheggiare una città in apparenza
così mal preparata a difendersi; avrebbero inoltre corso il rischio di una
insurrezione generale a Troia: non che la restituzione di Elena avrebbe
indignato i Troiani, ma li avrebbe indotti a sospettare dell’impotenza degli
stessi uomini cui obbedivano”. Il prestigio nazionale consiste allora nell’agire
in maniera tale da dare l’impressione agli altri paesi di essere certamente
sconfitti in caso di guerra, allo scopo di demoralizzarli, e la cosiddetta
sicurezza nazionale si prefigura come uno “stato di cose chimerico” in cui si
conserva la capacità di fare la guerra accrescendo, con continue guerre, i mezzi
atti a sostenerla, privandone tutti gli altri paesi. Tutta la politica
internazionale ruota attorno a questo circolo vizioso: “Se i paesi fossero
divisi da reali conflitti di interessi, si potrebbero trovare compromessi
soddisfacenti. Ma quando gli interessi economici e politici non hanno senso se
non in vista di una guerra, come conciliarli in modo pacifico?”. La nube delle
entità vuote impedisce non solo di scorgere i dati del problema, ma addirittura
di sentire che c’è un problema da risolvere e non una fatalità da subire. Il
linguaggio politico svuotato di ogni contenuto reale di pensiero, usato come
arma per uccidere, per dominare, si è reso autonomo dalle cose concrete al pari
ed in continuità con il linguaggio della scienza e della tecnica. In ogni campo
della nostra civiltà Simone Weil denuncia la perdita del senso di equilibrio, di
misura, di limite, di rapporto tra le cose e persino tra i nomi e le cose, al
punto che “l’impiego di espressioni nella misura in cui supera la nostra
capacità intellettuale”. Perciò il compito che essa ritiene prioritario consiste
nel dare la caccia alle entità, compiendo un’opera di “salubrità intellettuale”
recuperando parole ed espressioni quali nella misura in cui, per quanto, a
condizione che, in rapporto a, che introducano nei ragionamenti e discorsi la
nozione di limite e relazione: “Chiarire le nozioni, discreditare le parole
congenitamente vuote, definire l’uso delle altre attraverso precise analisi, è,
per quanto possa sembrare strano, un lavoro che potrebbe preservare molte vite
umane”. In altri termini ritiene necessario, nonostante le difficoltà, dare
espressione ad un nuovo linguaggio politico che sappia essere all’altezza dei
concreti bisogni fisici e morali degli individui in una società organizzata a
misura dell’uomo.
Queste importanti riflessioni che testimoniano la genesi all’interno del
pensiero weiliano del concetto di forza sono un preludio alla vera e propria
teorizzazione del concetto stesso che impegnò la filosofa sul finire degli anni
'30. A partire dal '38 Simone Weil è più che mai convinta che la forza
rappresenti una costante universale, vale a dire invariabile, della natura umana
e che quindi non ci si possa formare “delle idee chiare sui rapporti umani fin
quando non si sarà posta al centro la nozione di forza così come quella di
rapporto è al centro delle matematiche”. Una necessità spirituale resa ancora
più urgente dalla consapevolezza di vivere un’epoca dominata in ogni ambito, non
solo nella fabbrica, da una tecnica che “colloca sullo stesso versante la forza
e la civilizzazione”, cioè impone su tutto il dominio della forza, forza che non
ha altro fine che se stessa; un’epoca resa ancora più tragica dall’atmosfera di
guerra che incominciava a gravare sull’Europa intera. Pensare la forza,
descriverne la sua natura, analizzarne i suoi effetti, denunciarne la presenza
nella Storia e la pericolosità, diventa una sorta di responsabilità
intellettuale cui la pensatrice non può e non vuole sottrarsi. Questo si traduce
in particolar modo nel riflettere sulla forza nella sua forma più brutale, più
radicale, più immediata, sulla guerra. Non a caso il tema della guerra ritorna
nei saggi weiliani, compresi quelli di politica interna, con maggior frequenza
che in precedenza, tanto che si può dire che non solo il politico, ma anche
l’economico ed il sociale siano interpretati dalla Weil attraverso le lenti
della guerra. La guerra non è per lei la ferita destinata a cicatrizzarsi nella
“regolarità” e nella consuetudine della politica, ma il suo sottofondo
ineliminabile. È per questo che “la realtà della guerra è la realtà più preziosa
da conoscere, perché la guerra è l’irrealtà stessa”: la guerra è un modo di
imporre una diversa lettura delle sensazioni, un agire sulla immaginazione
altrui, è il proprio sogno che si obbliga gli altri a sognare. Così teorizza
Renaud, personaggio di Venise sauvée: “Gli uomini d’azione e d’avventura sono
dei sognatori; preferiscono il sogno alla realtà. Ma con le armi essi
costringono gli altri a sognare i loro sogni. Il vincitore vive il proprio
sogno, il vinto vive il sogno altrui”. Si tratta però di una “irrealtà” che
governa realmente i rapporti tra gli uomini, anche in tempo di pretesa pace,
poiché le armi con il loro seguito anche solo potenziale di sangue “rendono il
sogno più forte della realtà”. Questo stato di cose che è la normalità
dell’universo sociale di cui la guerra è ad un tempo il massimo di concretezza e
di irrealtà, fa perciò intuire la pace autentica, in modo speculare,
innanzitutto come “un’azione metodica sull’immaginazione degli uomini”. Ma
l’immaginazione non basta da sola per la Weil a spiegare il fenomeno della
guerra, bisogna introdurre il concetto di limite. Infatti ogni volta che c’è
violenza l’uomo risulta desiderare l’illimitato e questo suo desiderio viene
contrastato da altri: “Io ho diritto ad impossessarmi di tutto, mentre gli altri
mi ostacolano. Allora devo impugnare le armi per rimuovere l’ostacolo”. La
violenza si radica dunque in un desiderio illimitato che urta il limite
costituito dal desiderio dell’altro: “desiderare la morte di un essere umano è
un desiderio che racchiude quasi sempre (quasi?) l’illimitato”. E con la guerra
le cose ovviamente non mutano perché quand’anche si volesse infliggere al nemico
solo un danno limitato, non si riesce nell’intento: qualunque guerra, che viene
mossa per un fine concreto e, dunque, intende infliggere un danno determinato,
in realtà racchiude in sè l’indeterminato. Non può infatti esistere guerra senza
la presenza potenziale di hýbris (tracotanza), poiché nessun danno è arrecabile
senza bía (forza), e la violenza non ha naturalmente in sé i limiti del krátos
(potere ordinato). Non è qui in questione la “giusta causa” del vincitore o del
vinto: “il male prodotto dalla vittoria come dalla sconfitta non è meno
inevitabile. Sperare di sfuggirvi è proibito”, poiché il male è implicito nel
dover ricorrere all’indeterminata passionalità dell’animo umano, alla sua
dismisura. Così se “l’uso delle armi racchiude l’illimitato” vengono azzerate
tutte le possibili e perduranti forme di giustificazione della guerra, come
insegnava la sua idea essenziale del 1934: “Non è il fine che importa, ma le
conseguenze implicite nel meccanismo dei mezzi messi in atto”.
L’opera in cui Simone Weil ha espresso nella forma più alta l’orrore per la
guerra e insieme le ragioni profonde del rigetto della forza è indubbiamente
L’Iliade ou le poème de la force. Questo saggio, steso tra il '38 ed il '39 (ma
che per lo scoppio della guerra e le esitazioni di Jean Paulhan poté vedere la
luce solo a cavallo tra il '40 ed il '41), non è solo un commento al poema
omerico, seppure straordinario per novità d’interpretazione e bellezza delle
traduzioni; è soprattutto una meditazione lucida sulla natura della forza nella
rappresentazione estrema della guerra. Ancora Troia e la sua guerra, che non è
la guerra degli eroi, che immortalano le loro gesta sotto le mura della città,
ma quella messa in scena e dominata dalla ferrea logica della forza, a cui
nessuno sfugge. L’Iliade di Omero non fa altro che dare la più compiuta e
trasparente espressione all’imperio della forza; è un’opera d’arte perché non fa
velo alla realtà eterna che vi si rappresenta: “Chi aveva sognato che la forza,
grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, ha voluto vedere in questo
poema un documento; chi sa discernere la forza, oggi come un tempo, al centro di
ogni storia umana, vi trova il più bello, il più puro degli specchi”. La guerra
immortalata nell’Iliade non è guardata dal punto di vista della Grecia
vittoriosa, ma da quello di Troia che muore, come dimostra il fatto che la sua
“storia” non è raccontata da uno storico, ma da un tragico. Al centro del poema
c’è la distruzione di una città, della città: la politica in quanto tale resta
strettamente vincolata a questa distruzione originaria, ne porta dentro il
marchio di ferro e di fuoco ed è “illuminata” dalla sua luce sinistra. Il
polemos penetra profondamente dentro le mura della città interrompendone
qualsiasi transito con la pace e la giustizia: la politica, nel suo nocciolo
duro, non è che guerra trasferita dentro la città. E questo anche quando si
tratti, come in Venise sauvée, della più “bella” delle città, come quella
Venezia salvata da un puro atto d’amore, ma tutt’altro che ignara, per bocca del
suo stesso Segretario di Stato, “che mai città fu preservata dalla pietà del
nemico” e che, perciò, anch’essa “ha visibile cura di sterminare i suoi nemici”.
È in questo senso che Troia sta all’inizio della nostra storia politica: perché
è la prima di una serie infinita di città invase e distrutte dalla guerra. E
nella guerra ciò che domina incontrastata è la forza: “Il vero eroe, il vero
argomento, il centro dell’Iliade, è la forza. La forza adoperata dagli uomini,
la forza che piega gli uomini, la forza dinanzi alla quale si ritrae la carne
degli uomini. L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti
con la forza: travolta, accecata dalla forza di cui crede disporre, si curva
sotto l’imperio della forza che subisce”. La forza è muta, non si giustifica,
non dà ragione di sé, il suo esercizio è, per così dire, di per sé evidente; la
forza risponde alla forza, per chi è senz’armi non ha orecchi: come il
Segretario di Stato in Venise sauvée, essa non risponde (“Non rispondete?
Neppure mi rispondete? … Parlatemi, parlatemi … Volgete gli occhi su di me!”). A
Troia non sono gli uomini a usare la forza, ma la forza a usare gli uomini e a
renderli “cose”: la forza “muta l’uomo in pietra”, cancella l’uomo, “lo
trasforma in cadavere”. Non si tratta soltanto di quella orribile carneficina
che accompagna tutto il poema omerico, bensì di quella violenza che non si
esercita principalmente nel bruto fatto di uccidere, ma assai più
nell’asservimento, nel reificare il vivente. La forza è violazione della
personalità di colui che la subisce, consiste in una minaccia di morte
continuamente sospesa sull’individuo; recar offesa alla dignità dell’uomo
significa già attentare alla sua vita: dall’umiliazione allo sterminio,
molteplici sono le forme della forza e molteplici quelle della morte. Chi più di
ogni altro aveva insistito su questa “cosificazione” forzata dell’uomo era stato
Alain, il maestro-filosofo della giovane Weil, in alcuni Propos che non possono
non averla influenzata: “L’Iliade è una grande cosa; nessuna epopea gli è pari …
vi si trova il vero della guerra, che nessun poeta successivo ha contemplato
direttamente. Che il massacro, le ferite, le sofferenze siano messe a nudo, è
già molto; per non parlare di quell’atroce odore; perché si vedono spesso dei
guerrieri che cercano uno spazio per deliberare che non sia sporco e appestato
di cadaveri … Qui si distrugge e si è distrutti…”. Allo stesso modo per la
pensatrice la forza annienta coloro che tocca e li precipita nella sventura (malheur).
La sventura, in effetti, è “la subordinazione dell’animo umano alla forza”, “la
costrizione a piegarsi alla forza”. La sventura dell’uomo consiste in “uno
sradicamento della vita”; non in uno stato d’animo bensì in “una polverizzazione
dell’anima attraverso la brutalità meccanica delle circostanze”. È assimilata
alla sensazione del freddo che raggela l’anima, esattamente come viene
rappresentato l’imperio della forza: la “fredda durezza” della forza, la “fredda
presa della forza”. La potenza reificante della forza non risparmia neppure i
vincitori: non solo chi subisce la forza, ma anche chi l’esercita, la impone, la
infligge ne è ugualmente dominato. Vincitore e vinto sono piegati dalla sua
necessità che li identifica, li riduce a identità morta, ne elimina brutalmente
l’individualità. Alle forze della Natura sono paragonati uomini talmente schiavi
di hýbris e bía da non conoscere, non solo dialogos, ma neanche krátos: “Le
battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una
risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà,
trasformati, caduti al livello della materia inerte … come cieche forze che non
sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime
paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie
feroci … oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia…”.
Coloro che fanno mostra di possedere la forza e che hanno la sensazione di
avanzare in un ambiente privo di resistenza sono gli stessi che sperimentano
subito dopo la medesima condizione di sventura che essi hanno inflitto ad altri,
proprio perché “l’uomo si limita a subire la forza e non la maneggia mai,
qualunque sia la situazione. L’esercizio della forza è un’illusione. Nessuno la
possiede”. Non la possiede né chi sperimenta il “ferro” dalla parte della punta
– essendone per sempre contaminato – né chi lo maneggia dalla parte
dell’impugnatura; né chi sta sotto e subisce, né chi sta sopra e infierisce, dal
momento che “chi uccide, ucciderà … chi uccide sarà ucciso”. Si tratta di una
tragica corrispondenza che accosta le due parti in lotta nella notte più fitta,
nel dolore più insostenibile, nella guerra in tutta la sua potenza mortifera. È
da questo destino estremo che sono avvinti gli eroi dell’Iliade, non dalle pause
della battaglia e dalla vita che ne emerge ma dall’identità di un dolore comune,
dalla comunità del dolore. Non si può certo prescindere dallo scontro che li
divide perché è proprio esso che, da un altro punto di vista li unisce. Se gli
uomini sono divisi dalla forza, essi saranno allo stesso tempo uniti dalla
sofferenza che da essa si genera: “Così la violenza stritola quelli che tocca.
Essa finisce coll’apparire esteriore a colui che la esercita come a colui che la
soffre; nasce allora l’idea di un destino sotto il quale carnefici e vittime
sono del pari innocenti, vincitori e vinti sono fratelli nella stessa miseria”.
Il riferimento va immediatamente al duello assolutamente micidiale, interrotto
solo dal sangue (e non del tutto, visto l’infierire del vincitore sul cadavere
del vinto), tra Achille ed Ettore e tuttavia, più ancora degli altri, uniti da
uno stesso destino di morte. Morte annunciata loro con le stesse parole, quasi a
sintetizzare nella fine speculare dei due protagonisti gli innumerevoli passi
che ritraggono Greci e Troiani uniti nella polvere:
[…] molti quel giorno, dei Teucri e degli Achei
proni nella polvere rimasero stesi accanto (IV, 543-4).
Ma quando arrivarono a incontrarsi in un luogo,
urtarono gli scudi di cuoio, le lance e il furore degli uomini
corazzati di bronzo; e gli scudi di bronzo rigonfi
cozzarono insieme; gran fragore saliva,
si mescolavano gemiti e grida gioiose
d’uccisori e d’uccisi, scorreva sangue la terra (VIII, 60-5).
Se la battaglia “urta” e fa “incontrare” i guerrieri, solo il sangue unisce e
fonde quegli stessi guerrieri subito dopo ridotti a vittime in quella “comunità”
che J. Patocka, filosofo singolarmente affine alla nostra pensatrice, ha
chiamato “del fronte”. L’Iliade è per la Weil tutta in questo moto pendolare tra
momentanea vittoria e immancabile sconfitta implicita nella contraddizione
costitutiva – già affiorata nel 1934 nelle Réflexions sur les causes de la
liberté et de l’oppression sociale – tra una volontà di potenza soggettivamente
infinita e una forza oggettivamente limitata da quella di avversari strenuamente
protesi ad un’espansione senza confini. È in questo continuo, ininterrotto
sconfinamento dalla vittoria alla sconfitta che si consuma il destino funesto di
una guerra combattuta né per una donna né per una città, ma per un qualcosa che
sfugge ad ogni logica e che tuttavia proprio per questo incatena con catene
infrangibili. E per la guerra non c’è poesia; c’è poesia per quanto non è guerra
o la guerra distrugge; c’è poesia per l’amore, l’amicizia, i giochi, ecc. Come
la guerra, anche i guerrieri e la forza che esprimono e li fa preda, non
suscitano “né ammirazione né disprezzo, ma soltanto il rimpianto che uomini
possano essere trasformati a tal punto”. Per questo dolore sulla forza e sulla
guerra, per quello che viene amato in quanto “sfugge all’imperio della forza”,
anche se si tratta di un amore doloroso “per il pericolo di distruzione
continuamente sospeso”, l’Iliade è per la Weil “una cosa miracolosa”. Miracolosa
perché Omero si è reso capace di sottrarsi al dominio della forza nell’atto
stesso di rappresentarla. Si tratta della giustizia – dell’imparzialità,
dell’equità – del poeta nei confronti dei due popoli avversari che unifica nella
stessa dignità. Il sommo merito di Omero è quello di restituire l’onore ai
vinti, di separare vittoria e giustizia, ragione e successo, colpa e sconfitta:
“La straordinaria equità che ispira l’Iliade ha forse esempi a noi sconosciuti,
ma non ha avuto imitatori. A malapena ci si accorge che il poeta è greco e non
troiano”. Solo da questo punto di vista impersonale – che non coincide con
nessuna prospettiva particolare – l’autore del poema può inquadrare la scena a
partire dal cerchio invisibile che unisce coloro che si combattono. La sua
funzione è quella di raffigurare la guerra in tutta la sua nuda violenza e
perciò anche nella sofferenza che da essa si leva; non nel senso di
contrapporle, ma in quello di mostrare che sono la stessa cosa guardata da
visuali diverse. Il poeta si è limitato a costituire il tramite dall’una
all’altra: “In un poema come l’Iliade, c’è trasmutazione della violenza in
sofferenza attraverso il poeta”. Tutto questo è possibile per la filosofa solo
all’interno di una cultura in cui non si dia separazione della morale dalla
politica, in cui ci sia un’educazione a leggere la condizione umana da una
molteplicità di punti di vista. Una delle conquiste più grandi del pensiero
greco è stata quella di appropriarsi della nozione di misura: limitazione e
misura sono i concetti basilari acquisiti da una concezione geometrica sia della
natura che della società umana. L’elemento che determina la rottura
dell’equilibrio nel mondo fisico e morale è per i Greci proprio la forza se si
ammette con Tucidide che “per una necessità della natura, ogni essere, chiunque
egli sia, esercita, per quanto può, tutto il potere di cui dispone” (Storie, V,
105). Il loro “miracolo” sta appunto nello sfuggire ai due atteggiamenti di gran
lunga più consueti, che sono quelli di onorare la forza o, al contrario, e assai
meno diffusamente, di disprezzarla solo perché non la si riconosce al centro
della nostra vita. È esattamente quanto essi non fanno: “Nell’aver riconosciuto
la forza come cosa assolutamente sovrana in tutta la natura, compresa tutta la
parte naturale dell’anima umana con tutti i pensieri e sentimenti che contiene,
e a un tempo come cosa assolutamente disprezzabile, sta la grandezza della
Grecia”. Questo lucido sguardo sul mondo con il suo risultato più bello
rappresentato dall’Iliade è rimasto per la Weil unico in Occidente, almeno fino
alla comparsa dei Vangeli, nei quali è possibile scorgere un analogo afflato di
ispirazione: “Il Vangelo è l’ultima, meravigliosa espressione del genio greco,
come l’Iliade ne è stata la prima; lo spirito della Grecia traspare non solo nel
fatto che si ordina di ricercare, ad esclusione di ogni altro bene, «il regno e
la giustizia del nostro Padre celeste», ma anche nel fatto che la miseria umana
viene presentata da parte di un essere che è insieme divino e umano”. Ma questo
spirito non ha saputo contrastare il culto della forza, è stato sopraffatto da
tutta la successiva Storia europea. Il male dell’Occidente appare in quelle che
sono considerate le realizzazioni del suo ingegno, nella sua storia culturale,
nella constatazione che esso è fondamentalmente incapace di produrre qualcosa di
comparabile, per ispirazione, al poema omerico: “Nell’Occidente cristiano, lo
spirito dell’epopea greca si ritrova solo in minima parte in opere come i drammi
storici di Shakespeare, la Fedra di Racine …il Don Chisciotte, le commedie di
Molière … Ma un poema come l’Iliade non è alla nostra portata; la grazia di
scrivere un simile poema ci è stata tolta perché da troppi secoli abbiamo
scordato di essere giusti. Siamo incapaci di conoscere e descrivere la forza,
perché nel più intimo di noi stessi, senza volerlo ammettere, siamo in ginocchio
davanti ad essa”. Possiamo allora comprendere il perché, a cinquant’anni dalla
nostra guerra di Troia, la Seconda Guerra Mondiale, almeno nel senso che ha
deciso del destino dell’Europa come quella segnò la decadenza degli Achei, debba
ancora sorgere per noi un poeta capace di risvegliarci dal sonno angoscioso in
cui fummo allora precipitati, ipnotizzati da un orrore che è diventato nel tempo
abitudine; un poeta in grado di farci sentire il senso estremo della miseria
umana sotto l’imperio della forza, la miseria comune a tutti, vinti e vincitori,
di ieri e di oggi.
SECONDA PARTE
Alla denuncia della “forza operante nella storia” Simone Weil dedicò tutta la
sua attenzione, ritenendo necessario un processo di revisione critica di tutto
il nostro percorso storico, a partire dal momento in cui esso ha visto
consolidarsi la cultura della forza, imposta con tale determinazione e abilità,
da renderne partecipi e soggetti dominatori e dominati, in una omologazione alla
quale pochi ebbero la capacità di sottrarsi. Questo nella consapevolezza che
solo in questo modo si poteva render più chiara ai contemporanei,
esorcizzandola, quella realizzazione così brutale della forza rappresentata dal
totalitarismo. Pensa che se è vero che le forme assunte nel Novecento dallo
Stato totalitario, stalinista, fascista e soprattutto nazista, sono del tutto
inedite quanto a strumenti e intenzioni, è altrettanto vero che la logica
complessiva è esattamente la stessa di quella che ha prodotto tutte le
distruzioni di massa di cui si è macchiata la nostra “civiltà”. Affermazione
della banalità del mostro, o per dirla diversamente, presentazione della bestia
immonda come animale familiare: in ciò sembra consistere, tra le teorie sul
totalitarismo che compaiono in questo periodo, l’originalità propria della Weil.
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, la sua analisi del nazismo o, per
parlare come lei, dell’hitlerismo, ha infatti per caratteristica principale di
negare a questo regime ogni eccezionalità, di farne l’illustrazione
contemporanea di una strategia di dominazione universale di cui la Storia antica
e moderna offre, a coloro che la sanno leggere, degli esempi altrettanto
clamorosi. Nel saggio Quelques réflexions sur les origines de l’hitlerisme, la
filosofa sottopone quello che la grande maggioranza delle persone viveva come un
incubo, a una riflessione distaccata, al termine della quale l’incubo ha assunto
la dimensione storica di un fenomeno che si iscrive profondamente e
coerentemente nella cultura politica dell’Occidente, da Roma ai giorni nostri.
La situazione che stava spingendo nel baratro il mondo intero è spiegata facendo
ricorso non alla cronaca del presente ma alla testimonianza degli storici
antichi, greci e romani, che vissero un’altra, analoga, emblematica tragedia,
quella prodotta dalla volontà di potenza di Roma, specchio suggestivo nel quale
buona parte della cultura moderna si è riflessa, per imitarla, riprodurla o
semplicemente alimentarsene. La pratica della dominazione universale cara al
nazismo ha il suo antecedente nella Roma antica: “L’analogia tra il sistema
hitleriano e l’antica Roma balza agli occhi con tale forza che si potrebbe
credere che solo Hitler da duemila anni a questa parte ha saputo imitare
correttamente i Romani”. Nella parte dello scritto sottotitolata Hitler et la
politique extérieure de la Rome antique, la Weil sviluppa il tema dell’analogia
fra la politica estera hitleriana e quella dei Romani servendosi di una ricca
antologia di riferimenti storici, tratta da scrittori, soprattutto greci, che
hanno narrato l’età della conquista del Mediterraneo: Polibio, Diodoro,
Plutarco, Appiano. Attraverso la rilettura attenta di alcuni momenti capitali
della storia romana, la caduta di Cartagine (146 a.C.), l’assedio e la conquista
di Numanzia (133 a.C.), la guerra condotta da Cesare in Gallia, essa mette sotto
accusa i procedimenti spietati impiegati dai Romani nella guerra, nella
colonizzazione e nella realizzazione della loro impresa di conquista del mondo:
“La guerra è il prestigio per eccellenza. L’uso delle armi può avere come
oggetto di mettere fine al prestigio (Maratona), o di installare un prestigio
durevole (Impero Romano)”. Per il loro efferato e sistematico uso della forza,
per la loro abilità nel rivestire con le parvenze del “giusto” ciò che
conseguivano solo con la prepotenza, i Romani costituiscono quell’antecedente
che Hitler nella sua ferocia ha imitato e perfezionato. I procedimenti di
terrore e di intimidazione, la mescolanza di rivendicazione e violenza,
caratteristici della politica estera hitleriana, sono tutti riconoscibili e
trovano dei paralleli precisi nella perfidia calcolata e nella fredda crudeltà
della conquista romana. Una crudeltà che non costituisce un tratto spiacevole
del carattere del popolo romano, che non deve neppure essere posta tra gli abusi
inevitabili di una guerra di conquista, ma nella quale bisogna vedere un metodo,
uno strumento incomparabile di dominazione: “Una crudeltà che nessuna
instabilità di umore, nessuna considerazione di prudenza, di rispetto e di pietà
può temperare, alla quale non si può sperare di sfuggire né col coraggio, la
dignità e l’energia, né con la sottomissione, le suppliche e le lacrime, una
simile crudeltà è un incomparabile strumento di dominio”. Per la filosofa i
Romani avevano l’ossessione del prestigio, seguivano una strategia che mirava a
conservare in ogni circostanza il massimo prestigio: “è impossibile altrimenti
passare da una certa quantità di potenza al dominio universale”. E alla politica
di prestigio erano funzionali una serie di strumenti, a cominciare dalla
combinazione tra brutalità e slealtà, ma anche la convinzione di adempiere ad
una missione storica e l’arte di “seguire, nelle azioni esercitate sugli altri
paesi, un ritmo capace ora di cullarli in una apparente sicurezza, ora di
paralizzarli con l’angoscia e lo stupore, senza mai consentire loro stadi
intermedi”. Una strategia, dunque, utilizzata come un mezzo per manipolare gli
spiriti: una forma di propaganda, qualcosa che non è utile se non accompagnato
da una propaganda. La politica romana non ha soltanto cercato di conservare
sempre la forza, ha saputo darsi sempre qualche apparenza di diritto. La forza
non può nulla senza delle idee che servano almeno da pretesto: “La brutalità
muta ha quasi sempre torto se la vittima invoca il suo diritto, e la forza ha
bisogno di ostentare pretesti plausibili; d’altra parte, pretesti inficiati da
contraddizione e menzogna sono nondimeno abbastanza plausibili quando sono
quelli del più forte … bastano per fornire una scusa alle adulazioni dei vili,
al silenzio e alla sottomissione degli sventurati, all’inerzia degli spettatori,
e per consentire al vincitore di dimenticare che commette dei crimini … i Romani
lo sapevano molto bene”. Sono i Romani gli inventori dell’amalgama tra forza e
propaganda che fa penetrare ovunque la forza e rende irresistibile la propaganda
impedendo in larga misura ogni resistenza. A Roma l’abbondanza dei monumenti, le
strade, gli acquedotti, servivano a rendere visibile la sua grandezza e l’arte,
la filosofia e la letteratura erano ridotte a una semplice espressione della
volontà di potenza: Ennio, Virgilio, Orazio, Cicerone, Cesare, Tito Livio,
Tacito hanno scritto con questa riserva politica. Lo stesso diritto romano non
era altro che una autolegittimazione della forza, un rivestimento col quale i
latini ricoprivano la loro potenza affinché potesse raggiungere piena efficacia.
Agli occhi di Simone Weil sarebbe altrettanto fuorviante spiegare la politica
romana con la nozione di diritto come quella hitleriana attraverso il “culto di
Wotan” e il “romanticismo neowagneriano”: in entrambi i casi le idee non sono
che funzionali alla forza e ciò che ammalia è sempre lo spettacolo della forza
stessa. Proprio nella parte successiva del saggio sottotitolata Hitler et le
régime intérieur de l’Empire romain, la pensatrice si sofferma sull’analogia
riscontrabile fra lo “spirito delle due nazioni”. Ancor più che nella parte
precedente, il discorso verte in realtà su Roma e il confronto con la Germania
hitleriana rimane spesso implicito. Discorso che si appoggia solo
secondariamente su narrazioni storiche e procede piuttosto per considerazioni
generali sui caratteri della società romana, connesse per lo più con giudizi
sintetici su scrittori antichi, prevalentemente latini di età imperiale. Ciò che
caratterizza in modo particolarmente negativo il sistema romano è per la Weil il
fatto che la forza dell’Impero si fondava sul potere stesso e non su altro, e
che non la persona dell’imperatore, ma l’idea stessa dell’Impero, era al centro
del potere, e insieme dell’adorazione dei sudditi: “La forza dell’Impero era
costituita dal meccanismo di un’amministrazione molto centralizzata,
perfettamente ben organizzata, da un numeroso esercito permanente per lo più
disciplinato, da un sistema di controllo che si estendeva ovunque … lo Stato,
non il sovrano, era la fonte del potere. Chi era arrivato alla testa dello Stato
otteneva la stessa obbedienza, comunque ci fosse arrivato”. In questo senso il
sistema romano, in quanto basato su un concetto astratto di Stato, davanti al
quale scompariva ogni individualità, è veramente il prototipo del totalitarismo
del ventesimo secolo. Per una sorta di “cortocircuito teologico-politico” il
popolo più profondamente ateo ha divinizzato quello stesso Stato che annientava,
incorporandola nella propria immanenza, ogni alterità trascendente. Per la
filosofa i Romani non hanno avuto altra religione se non quella della loro
nazione in quanto padrona di un Impero e gli dei sono serviti solo a conservare
e accrescere la loro grandezza: come i sudditi, anche gli dei erano dello Stato
nel senso preciso che ne costituivano l’intrinseca fonte di legittimazione.
Emerge così il quadro di un popolo ordinato ma inumano come testimoniano
emblematicamente i giochi gladiatori e il modo di trattare gli schiavi, un
popolo che, dopo aver asservito se stesso allo Stato, ha distrutto la civiltà
delle popolazioni assoggettate. I conquistatori romani non si sono limitati,
infatti, a imporre il proprio dominio ovunque arrivavano; la macchina statale
distruggeva ogni forma di vita culturale e artistica autonoma: “Questo Stato
centralizzato produceva l’effetto che esso produce anche oggigiorno persino
nella sua forma democratica, di drenare la vita del paese verso la capitale e di
lasciare nel rimanente territorio solo un’esistenza morta, amorfa, sterile.
Malgrado la sfrontatezza e il lusso sfrenato dei ricchi, la mendicità servile
alla quale si vedevano costretti la maggioranza di coloro che non lo erano, Roma
esercitava una sorta di attrazione invincibile. Ogni forma di vita locale e
regionale veniva meno in questo immenso territorio; la scomparsa delle lingue
parlate nella maggior parte dei territori conquistati ne costituisce la prova
più convincente”. Non si può negare che la decadenza profonda e duratura a cui
erano soggetti i popoli sottomessi a Roma ha ridotto ben presto la pax romana a
una pace desertica. La distruzione sistematica attuata dalle conquiste romane
non ha solo provocato incalcolabili sofferenze, reso gli uomini degli
sventurati, li ha altresì defraudati della loro saggezza, dei frutti dei loro
ingegni non asserviti all’adorazione della forza. Quello che è rimasto delle
culture e tradizioni religiose che onoravano la virtù, ricercavano la verità e
praticavano la giustizia, il loro nucleo originario, non asservibile alla
propaganda e alla strumentalizzazione politica, in modo particolare la cultura
greca, tutta questa saggezza non è riuscita a farsi accettare. La tradizionale
ammirazione verso Roma si spiega col fatto che essa, avendo abolito le diverse
culture del Mediterraneo e relegata quella greca in secondo piano, ha
inevitabilmente imposto e trasmesso la propria cultura. In Occidente la cultura
romana è stata praticamente quasi l’unica conosciuta per tutto il Medioevo. La
sua influenza avrebbe potuto essere sufficientemente controbilanciata da quella
del cristianesimo, se questa ne fosse stata separata ma “disgraziatamente Roma,
avendo adottato il cristianesimo … ha contratto con esso un’alleanza che lo ha
contaminato. Per ulteriore disgrazia, il luogo d’origine del cristianesimo gli
ha imposto il retaggio di testi in cui si esprimono spesso una crudeltà, un
volontà di dominio, un disprezzo disumano dei nemici vinti o destinati ad
esserlo, un rispetto della forza che si accordano straordinariamente con Roma.
Così … la duplice tradizione ebraica e romana soffoca in larga misura da duemila
anni l’ispirazione divina del cristianesimo”. Lo stesso Umanesimo, nato dal
Rinascimento come reazione allo spirito totalitario della Chiesa, non ha potuto
o saputo sottrarsi a questa contaminazione. Ha creduto di poter affermare il
primato della verità, della bellezza, della libertà e dell’uguaglianza, senza
rifiutare la forza; con ciò stesso ha fatto di quei valori delle entità
astratte, mentre ha lasciato aperta la via alla rinascita del modello romano,
all’idea di Stato centralizzato piuttosto che di comunità, e quindi alla
conflittualità tra interessi contrapposti, allo spirito di conquista, in
definitiva all’estrema difficoltà se non all’impossibilità per l’individuo di
esprimere senza timori la propria dignità di cittadino, rispettoso della legge
scritta e non di un anonimo potere statale. Non è perciò nel semplice fatto di
trovare all’hitlerismo un precedente nella Storia che consiste il senso
dell’analisi weiliana. È essenziale alla dimostrazione che questo precedente sia
proprio la dominazione romana, perché la storia romana appartiene alla nostra
cultura. L’analogia con Roma è l’operatore attraverso il quale impariamo a
riconoscerci in ciò che suscita la nostra indignazione: se niente distingue la
politica di uno Stato totalitario da quella romana, allora è da uno Stato
totalitario che lo Stato occidentale trae la sua nozione del diritto e
dell’autorità dello Stato. Ciò che è importante per la Weil non è né la sola
somiglianza tra Roma e la Germania hitleriana, né l’aggiungere a quest’ultima
l’U.R.S.S. e l’Italia fascista: se il concetto di totalitarismo ha qui per
funzione di negare al regime hitleriano ogni carattere inedito, allora questo
stesso concetto non indica una forma corrotta dello Stato bensì una sua
caratteristica più o meno latente. Facendo del primato assoluto dello Stato, del
potere devoluto allo Stato in quanto tale il pericolo politico maggiore, la
filosofa intende mostrare che il totalitarismo spunta in ogni Stato, anche se
democratico, e quindi rappresenta dopo Roma “un fenomeno inerente … alla
struttura dello Stato moderno”. Poiché l’enunciazione di questa tesi, nella
conclusione dell’articolo, non le dava tutto il rilievo o la solidità
necessarie, Simone Weil scrisse anche una terza parte, sottotitolata Permanance
et changement des caractères nationaux, che collocò come introduzione alle due
precedenti. Lo scopo di questa parte è proprio quello di giustificare il
giudizio dato sullo Stato moderno, nel significato che ha questo termine nella
periodizzazione degli storici. Non contenta del semplice parallelo tra Hitler ed
i Romani, la Weil mostra che tra di loro ci sono dei momenti intermedi: Hitler
non è il primo imitatore dei Romani, ma “il vero, il primo precursore di Hitler
dall’antichità è senza dubbio Richelieu”, poiché è lui che, nei tempi moderni,
“ha inventato lo Stato … macchina autonoma, cieca, produttrice d’ordine e di
potenza”. Lo Stato totalitario che dalla Germania minacciava l’Europa
rappresenta allora la forma suprema raggiunta dallo Stato ideato da Richelieu e
perfezionato quasi senza sosta in seguito. In altri termini lo Stato hitleriano
non è niente altro che la forma suprema raggiunta da un fenomeno politico che
serve di solito a caratterizzare i tempi moderni, benché per la filosofa i
Romani l’avessero già portato al suo punto di perfezione: è lo statalismo
francese, la cui costruzione inizia con Richelieu e prosegue con Luigi XIV e la
Rivoluzione, arrivando fino a Napoleone. L’idea che questa Francia ha diffuso è
l’idea romana di Stato centralizzato, concepito come unica fonte di autorità e
unico oggetto di dedizione, idea che per la Weil assorbe completamente anche la
realtà politica della III Repubblica (che all’epoca era ancora in piedi). La
Francia ha così incarnato il modello politico cui la Germania degli ultimi due
secoli si è attenuta: all’estero, dopo il 1815, la Francia è stata lungamente
temuta favorendo tra i Francesi la credenza in un diritto ereditario all’impero
del mondo e il desiderio della guerra; in Germania, a partire da Federico II di
Prussia (XVIII secolo), che ebbe a modelli Richelieu e Luigi XIV, per giungere
fino a Hitler, vertice di questa evoluzione politica, si è sviluppata
“l’inclinazione a comandare e ad obbedire in maniera assoluta” e “l’inclinazione
a dominare il mondo con il terrore delle armi”. All’interno, sia sotto Luigi XIV
che sotto Hitler, si è visto il medesimo abbassarsi degli spiriti e dei cuori,
un lavaggio del cervello mirante alla perfezione e una crudeltà nelle
persecuzioni avvolta in un ben costruito silenzio. È menzognera, dunque, la
propaganda degli anni '30 che, interessata a vedere il male solo da una parte,
adduce ragioni storiche, o peggio ancora biologiche a sostegno di presunti
caratteri nazionali. Non esiste né una “Francia eterna”, chiamata a difendere e
a diffondere la pace e la libertà, né una “Germania eterna”, destinata per
naturale predisposizione ad imprese bellicose e alla dominazione universale. Di
adorazione della forza, di assoluta dedizione al potere, che sono i tratti
caratteristici del totalitarismo, non c’è d’altronde traccia nella storia
tedesca prima dello sviluppo della Prussia di Federico II e del romanticismo.
Dalle testimonianze accuratamente fornite dalla pensatrice dal De bello Gallico
di Cesare e soprattutto dalla Germania di Tacito, “gli unici testi grazie ai
quali conosciamo i Germani di duemila anni fa”, risulta in effetti l’assoluta
diversità della Germania antica, e considerazioni analoghe si possono fare per
quella medievale. Simone Weil, utilizzando direttamente i due autori, di cui
riporta in traduzione interi brani, polemizza con l’interpretazione che altri ne
danno, sia in Germania, con uno specifico riferimento allo stesso Hitler, che in
Francia. Mostra come, rispetto ai sudditi e ai cittadini romani del loro tempo e
ai Tedeschi del 1939, gli antichi Germani amassero l’indipendenza e non il
dominio universale e come fossero contraddistinti dallo spirito di libertà,
dalla semplicità d’animo e dall’assenza di scaltrezza. Per questo nell’articolo
rimasto incompiuto Réflexions sur la barbarie considera i popoli primitivi
solitamente definiti barbari assai meno succubi della barbarie, in senso morale,
di quella che riteniamo essere la “civiltà”: “Nelle loro distruzioni, i barbari
hanno arrecato solo danni limitati … le loro crudeltà e perfidie, alternate a
gesti di lealtà e di generosità, temperate dall’incostanza e dal capriccio, non
mettono in pericolo niente di vitale nelle genti che sopravvivono alle loro
armi. Solo uno Stato estremamente civile, ma, se così possiamo esprimerci,
bassamente civile, come fu Roma, può indurre in coloro che minaccia e in coloro
che sottomette quella decomposizione morale che … rompe in modo definitivo la
continuità della vita spirituale, mettendo al suo posto una cattiva imitazione
di vincitori mediocri”. In definitiva la Weil con la lettura delle pagine degli
storici antichi della conquista romana fa giustizia dei concetti pseudo-storici,
a partire proprio da quello dell’eternità dei caratteri nazionali, utilizzato
dallo Stato totalitario per asservire le menti dei suoi subordinati. Per lei il
vitale rapporto fra presente e passato deve essere sempre inteso come un fatto
non fisiologico, ma culturale; non è un dato inerte ma una conquista che ogni
generazione e ogni individuo continuamente rinnova. La vera radice dell’hitlerismo,
come a suo tempo dello Stato francese a partire dal Seicento, è Roma, nel senso
che al suo modello originario si sono, consapevolmente o meno, richiamati i
responsabili della costruzione dello Stato totalitario dall’inizio della
modernità ai giorni nostri. La sua requisitoria prende di mira l’atteggiamento
sostanzialmente positivo, ammiratore, con cui abitualmente ci si accosta alla
storia di Roma, e smaschera la responsabilità degli storici, quelli antichi ma
anche quelli contemporanei, narratori della Storia dalla prospettiva dei
vincitori. Essi l’hanno scritta sulla scorta di documenti, ma tramandati dai
vincitori, a sostegno del loro punto di vista, formulato senza essere vagliato
da un congruo e inequivocabile giudizio morale. Simone Weil da parte sua
inaugura una prospettiva sostanzialmente nuova di leggere e interpretare i
documenti del passato: ricerca le tracce, interpreta i silenzi o le reticenze
degli storici, mettendosi dalla parte dei vinti, dei deboli, degli sventurati,
propone di recuperare la loro memoria. Propone semplicemente di uscire da quella
logica della forza, dominatrice incontrastata della Storia dell’Occidente, che
si autocelebra nel documento scritto consegnato ai posteri. Un atteggiamento che
si tradusse nella vita politica di quegli anni, dinanzi al repentino precipitare
degli eventi, nella convinta opposizione alla cultura della forza attraverso un
pacifismo che lambisce la radicalità.
*
Prof. Pier Cesare Bori
Teologia politica e diritti umani
Relazione presentata al convegno Teologie politiche dei monoteismi,
Piacenza 31 ottobre-2 novembre 2002. E’ una stesura provvisoria, incompleta e
non riproducibile
1. La formulazione del titolo accosta in maniera non consueta due realtà
distanti fra di loro.
“Teologia politica” sembra riportarci a un passato lontano, ci parla di antiche
regimi e di rapporti tra sfera religiosa e sfera politica in cui la religione,
comunque si intenda la formula “teologia politica”, ha un ruolo che oggi più non
le appartiene.
Invece l’articolo della Dichiarazione dei diritti umani del 1948 - “Tutti gli
uomini nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di
coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità” -
evoca l’illuminismo, le rivoluzioni moderne, le crisi e le speranze del secolo
appena trascorso.
Ci sembra chiaro che questo testo, con la cultura che vi si riflette,
rappresenta una importante, feconda e imprescindibile novità, rispetto a quanto
di sapienza morale e giuridica le tradizioni abbiano potuto esprimere.
2. Eppure da molte parti ciò viene negato. Si tratta di punti di vista assai
differenti tra di loro e solo alcuni di questi sfociano nel rifiuto della
prospettiva dei diritti umani come prospettiva particolare dell’Occidente, ma il
punto che li accomuna è che essi insistono non solo sulla priorità ma anche sul
primato delle culture tradizionali rispetto all’idea di diritti umani.
a) Simone Weil che, proprio all’inizio de La prima radice, avendo dinanzi il
problema di come «radicare un popolo»: quale cultura, quale etica per la
Francia, quando fosse uscita dalle rovine, anzitutto morali, della seconda
guerra mondiale, sostiene una posizione antitetica alla prospettiva dei diritti.
Occorre piuttosto recuperare l'idea di obbligo verso l'essere umano in quanto
tale, a partire dal bisogni concreti, primo fra questi il cibo.
Quest'obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto, né sulla
giurisprudenza, né sui costumi, né sulla struttura sociale, né su rapporti di
forza, né sull'eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia.
Poiché nessuna situazione di fatto può suscitare un obbligo...Quest'obbligo non
si fonda su nessuna convenzione...Quest'obbligo è eterno. Esso risponde al
destino eterno dell'essere umano...Quest'obbligo è incondizionato. Se esso è
fondato su qualcosa, questo qualcosa non appartiene al nostro mondo. Nel nostro
mondo, non è fondato su nulla...Quest'obbligo non ha fondamento, bensì una
verifica nell'accordo della coscienza universale. Esso è espresso da taluni dei
più antichi testi che ci siano conservati. Viene riconosciuto da tutti e in
tutti i casi particolari dove non è combattuto dagli interessi o dalle passioni.
Il progresso si misura su di esso...Benché quest'obbligo eterno risponda al
destino eterno dell'essere umano, esso non ha per suo diretto oggetto quel
destino...L'obbligo è adempiuto soltanto se il rispetto è effettivamente
espresso, in modo reale e non fittizio; e questo può avvenire soltanto mediante
i bisogni terrestri dell'uomo. La coscienza umana, su questo punto, non ha
mutato mai. Migliaia di anni fa gli egiziani pensavano che un'anima non possa
giustificarsi dopo la morte se non può dire:«Non ho fatto patire la fame a
nessuno» Tutti i cristiani sanno di dover udire, un giorno, Cristo dire loro:
«Ho avuto fame e tu non mi hai dato da mangiare».. Far sì che non soffra la fame
quando si ha la possibilità di aiutarlo è dunque un obbligo eterno verso
l'essere umano. Essendo quest'obbligo il più evidente esso dovrà servire come
esempio per comporre l'elenco dei doveri eterni verso ogni essere umano...
b) Un chiaro esempio di incomprensione della novità e specificità dell’idea di
diritti umani. è nella reazione di Gandhi, a un questionario concernente una
possibile “Dichiarazione dei diritti umani”:
Ho imparato da mia madre illetterata ma molto saggia, che tutti i diritti
dell'uomo degni di essere meritati e conservati sono quelli dati dal dovere
compiuto. Così lo stesso diritto alla vita ci viene soltanto quando adempiamo al
dovere di cittadini del mondo. Secondo questo principio fondamentale è
probabilmente abbastanza facile definire i doveri dell'Uomo e della Donna e
collegare ogni diritto a un dovere corrispondente che conviene compiere in
precedenza. Si potrebbe dimostrare che ogni altro diritto è solo un'usurpazione
per cui non val la pena di lottare”(I diritti dell'uomo 1952).
c) Nella stessa direzione muove chi sostiene che la tradizione – la propria –
contiene elementi sostanzialmente equivalenti ai diritti umani, di cui si
sottilinea la matrice escusivamente occidentale. Raimundo Panikkar (ma se il suo
pensiero è molto complesso), quando ha sostenuto che
nella tradizione indiana la parola dharma è forse il termine più appropriato per
portarci alla scoperta di un eventuale simbolo omeomorfo corrispondente alla
nozione occidentale di “Diritti dell’uomo” (Panikkar 1990, 42).
d) Fred Dallmayr, in un suo recente saggio su “’Valori asiatici’ e diritti umani
globali” si ricollega a una significativa e importante produzione di studiosi
che rivendicano l’originalità e la specificità della concezione di giustizia
confuciana rispetto alla prospettiva occidentale dei diritti umani.
e) Nonostante le evidenti differenze di contesto culturale, l’ideologia delle
dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo (Redisi 2000) converge nel
rivendicare la priorità di una tradizione, quella islamica, quanto a
riconoscimento della naturale dignità umana e dei doveri cui corrispondono
diritti. L’islam ritiene di essere la religione della fitra, della creatura
umana originaria(Bori 1995, 98).
3. In modo molto diverso – talvolta come rivendicazione polemica, talvolta
invece in vista di una convergenza – questi punti di vista finiscono per
indebolire l’originalità dell’acquisizione dell’idea (cui è legata strettamente
una prassi) dei diritti mani, negandone la novità e spesso anche l’universalità.
Michael Ignatieff nel suo libro Human Rights as Politics and Idolatry richiama
tutte le obiezioni che sone venute alla prospettiva dei diritti umani non solo
dall’esterno dell’orizzonte occidentale, ma dall’interno di questo, da parte di
critici che legano l’universalità dei diritti umani, che sarebbero funzionali al
processo di globalizzazione.
Risponde Ignatieff: i diritti umani sono legati alla cultura europa e
specificamente alle tre rivoluzioni, inglese, americana, francese, e la
Dichiarazione è il frutto tardo-illuministico, autocritico di una cultura
occidentale che usciva dai disastri causati dalla idolatria dello stato-nazione.
Ad essa si rinfaccia di essere espressione dell’individualismo occidentale, ma è
proprio questo il nucleo che più regge alla prova dell’universalità.
It remains true, therefore, that the core of the Declaration is the moral
individualism for which it is so reproached by non-Western societies, It is this
individualism for which Western activists have become most apologetic, believing
that it should be tempered by greater emphasis on social duties and
responsibilities to the commu nity. Human rights, it is argued, can recover
universal appeal only if they soften their individualistic bias and put greater
emphasis on the communitarian parts of the declaration... This desire to water
down the individualism of rights discourse is driven by a desire both to make
human rights more palatable to less individualistic cultures in the non-Western
world and also to respond to disquiet among Western communitarians at the
supposedly corrosive impact of individualistic values on Western social cohesion.
But this tack mistakes what rights actually are and misunderstands why they have
proven attractive to millions of people raised in non Western traditions. Rights
are meaningful only if they confer entitlements and immunities on individuals;
they are worth having only if they can be enforced against institutions such as
the family, the state and the church (Ignatieff 2001, p. 66 s.)
4. Mentre concordo sulla posizione di fondo di Ignatieff, che sottintende una
importante distinzione tra origine particolare e valore universale dei diritti
umani, vorrei apportare una precisazione quanto alla genesi della prospettiva
diritti umani, ricollegata - sembra - da questo autore a una reviviscenza
illuministica della tradizione antica del diritti naturale.
E’ questa una posizione diffusa. Gerhadt Oestertlich (contro G. Jellinek e M.
Weber) insiste sul ruolo dello stoicismo:
Lo stoicismo antico, con la sua accentuazione della natura razionale dell’uomo e
con una dottrina dei doveri che già in sé racchiudeva una dottrina dei diritti,
venne risuscitato, alla fine dei XVI secolo, in special modo dal tardo umanesimo
dei Paesi Bassi. Alla riscoperta dell’antico diritto di natura esso fornì un
fondamento essenziale, talvolta unendosi alla dogmatica cristiano-teologica,
talvolta inserendosi del sistema di valori umanistico e neostoico (Oesterlich,
2001, 36, cfr, Gozzi 2001, XXI s.).
Anche Jacques Maritain (che era forse il destinatario delle polemica della Weil,
come fautore della Dichiarazione come documento pragmatico, al di là delle
differenti visioni del mondo) rivendicava, sotto il profilo della origine
storica, il ruolo essenziale del “retaggio greco e cristiano”, anche se, nel
pensiero del filosofo neotomista, la legge naturale è come tale universale
(partecipando della legge eterna, che stabilisce i doveri e diritti umani) ed è
conoscibile da ognuno per “connaturalità” (L’uomo e lo stato 1989, 78).
Questa tesi che mira a ricondurre i diritti umani direttamente a radici più
remote della storia della cultura occidentale mi pare poco credibile, se non si
afferma al tempo stesso una netta cesura, riconoscendo alla cultura dei diritti
umani il carattere di una novità imprescindibile. Debbo qui richiamare qualcosa
che ho già detto e scritto, e che mette in gioco il tema della “teologia
politica” attorno a cui siamo raccolti.
5. Occorre anzitutto richiamare la distinzione tra teocrazia e rappresentazione
– la prima consistente in una “subordinazione sino alla cancellazione della
guida politica a favore di una pura sovranità divina”, la seconda nella
“correlazione tra sovranità divina e sovranità politica in forma di analogia e
quindi la conseguente unione di guida politica e religiosa nella mani di
rappresentanti terreni” (Assmann 2000, p. 59). E occorre ricordare come nella
prospettiva profetica, Dio è detentore del diritto, senza rappresentanza (la
quale è pure presente nella Bibbia, forse sin dal sacerdotale Gen. 1, 27, agli
scritti sapienziali, sino alla “Lettera ai Romani”).
Può a questo punto essere importante richiamare la tesi estrema di Jacob Taubes
(sotto l'influenza di C. Schmitt, che aveva rivendicato la radice teologica dei
concetti della moderna dottrina dello stato). Secondo Taubes, l'origine della
modernità non è nella separazione di religioso e politico, e nella fine della
teocrazia, ma al contrario, in una estrema metamorfosi della teocrazia.
Introducendo il volume Theokratie (1987) scrivono Jacob Taubes e Norbert Bolz.
Teocrazia significa sovranità di Dio immediata, che esclude ogni forma di
sovranità dell'uomo sull'uomo. Le utopie teocratiche rappresentano la più
profonda sfida del processo della modernità.
E ancora
Nel suo frammento teologico-politico Benjamin ha indicato come grande merito di
Ernst Bloch di aver negato significato politico alla teocrazia. Questa
delimitazione di confini tra teocrazia mistica e teocrazia politica si è [però]
dimostrata infelice, è dimostrata falsa dalla storia universale ...[viene fatto
riferimento al contributo di D. Georgi su Paolo, nel volume stesso] Non mistico
contro politico, ma teocrazia dall'alto contro teocrazia dal basso, questa è
l'antitesi decisiva (Taubes 1987, p. 5 s.).
Mi domandavo altrove se in questa "teocrazia dal basso" non si possa
intravvedere la spiegazione del singolare statuto dei diritti umani, in cui
l'urgenza dell'attuare è in conflitto con l'impossibilità di una vera e propria
dimostrazione e fondazione. L'enfatica pretesa, tanto assoluta quanto poco
argomentabile (esattamente quanto l’obbligo verso ogni essere umano della Weil)
che si accompagna all'emergere dei diritti umani, l’uso di una terminologia
sacrale (di cui si lamenta Ignatieff : “What is so sacred in human beings?”
denunciandola come “idolatria” , 2001, p. 82 ss.) si potrebbero allora spiegare
come un riversarsi-rovesciarsi del diritto sovrano di Dio nel diritto sovrano
della soggetto umano.
A proposito della genesi dei diritti umani, sarebbe allora da riprendere la tesi
di Max Weber al termine del capitolo “Lo stato e la ierocrazia” di Economia e
società ( connettendosi ed espandendo la tesi di G. Jellineck). Mi sia
consentita una lunga citazione.
Come disse Mallinckrodt nel Parlamento federale, “la libertà di coscienza del
Cattolico consiste nel poter obbedire al Papa “, e quindi nel poter agire in
modo indipendente secondo la propria coscienza. Ma la “libertà di coscienza”
degli altri non è riconosciuta, quando esse posseggono la potenza, ne dalla
Chiesa cattolica, ne dalla (antica) Chiesa luterana, e neppure completamente
dall'antica Chiesa calvinista o battista; ed esse non possono riconoscerla anche
in virtù del loro dovere di ufficio, che è quello di proteggere da! pericolo la
salvezza delle anime — oppure, presso i Calvinisti, la gloria di Dio. La libertà
di coscienza del Quacchero conseguente sussiste anche al di là della propria, in
quanto nessuno che non sia ne Quacchero ne Battista, può essere costretto ad
agire come se lo fosse; essa consiste quindi, oltre che nella propria, anche
nella libertà di coscienza degli altri. Sul terreno delle sette conseguenti si
sviluppa dunque un “diritto” dei dominati, considerato come imprescrittibile —
ed anzi di ogni singolo dominato — nei confronti del potere, sia esso politico o
ierocratico o patriarcale o di qualsiasi altra specie. Lasciando da parte se
esso sia il più antico — come Jellinek ha convincentemente concluso — la
“libertà di coscienza” in questo senso è ad ogni modo in linea di principio il
primo “diritto dell'uomo”, in quanto è il più penetrante, quello che abbraccia
il complesso dell'agire condizionato eticamente e che garantisce una libertà da1
potere, in particolare dal potere statale : essa rappresenta un concetto ignoto,
in questa forma, all'antichità e al Medioevo, ed anche alla teoria dello stato
di Rousseau, con la sua coercizione religiosa da parte dello stato. A questo si
aggiungono gli altri “diritti dell'uomo” e del cittadino» o “diritti
fondamentali”, e soprattutto il diritto alla libera tutela dei propri interessi
economici — secondo la propria discrezione, entro i limiti di un sistema di
regole giuridiche garantite, formulato m norme astratte e valido in egual modo
per tutti — i cui elementi più importanti sono l'inviolabilità della proprietà
individuale, la libertà contrattuale e la libertà di scelta della professione.
Essi trovano la loro giustificazione ultima nella credenza dell' epoca
dell’illuminismo che l'esercizio della “ragione” da parte del singolo, nel caso
che ad essa sia data via libera, debba dar luogo almeno al mondo relativamente
migliore — in virtù della provvidenza divina, e perché il singolo conosce il suo
interesse meglio di ogni altro : l'illuminazione carismatica della “ragione”
(che trovò la sua espressione caratteristica nell'apoteosi che di essa fece
Robespierre) è dunque l'ultima forma che il carisma ha assunto nel suo
molteplice cammino. . . Come l' “ascesi intra-mondana” — accolta dalle sette con
motivi non assolutamente identici dal punto di vista dogmatico — e il tipo di
disciplina ecclesiastica delle sette promuovevano la mentalità capitalistica e
l' “uomo professionale” che agisce in modo razionale — di cui aveva bisogno il
capitalismo — cosi i diritti dell'uomo e i diritti fondamentali offrivano le
condizioni preliminari per il libero dispiegarsi della tendenza
all'utilizzazione del capitale con beni materiali e con persone (Weber 1995, 326
s.).
6. Questo quadro ci sembra complessivamente plausibile, anche se richiederebbe
importante complementi di analisi. Ad esempio, per quello che conosco di una di
queste “sette”, la Società degli Amici”, il percorso è molto lungo e complesso:
dalle richieste di libertà di culto, con un riconoscimento della libertà altrui
implicito e in fondo strumentale degli anni Cinquanta e Sessanta del Seicento
all’universalismo teologico di Robert Barklay (“la luce che illunina ogni
uomo”), al conseguimento della tolleranza, all’individualismo mistico (al di là
della “setta”) di certe formulazioni di William Penn e John Woolman (Bori 1994),
sino alla ricezione (ormai fuori del movemento quacchero) in termini giuridici
in un contesto illuministico (Voltaire, Le lettere filosofiche),
giusnaturalistico e massonico (Cazzaniga 1999, soprattutto il saggio su ). Ma
occorrebbe qui ricordare altri percorsi, Castellione, sociniani e arminiani,
Roger Williams e Spinoza…Ma ancor prima, occorre ricordare che i diritti umani
poterono affermarsi, prima della loro teorizzazione, ad opera di vittime spesso
oscure di persecuzione, testimoni di una libertà di coscienza che, come tale
“consiste quindi, oltre che nella propria, anche nella libertà di coscienza
degli altri” (come dice Max Weber.).
Rimane comunque per noi vero che la tesi teologico-politica – si ricordi: “non
mistico contro politico, ma teocrazia dall'alto contro teocrazia dal basso” – dà
ragione della straordinaria e altrimenti inspiegabile e infondata assolutezza
della pretesa contenuta nell’affermazione dei diritti umani (assolutezza che
trascende l’insieme di diritti-doveri acquisiti dalla cultura giuridica vigente
e indeducibile dai doveri che vi sono contemplati).
Essa ha anche il merito di rispondere a una obiezione per me decisiva alla
prospettiva giusnaturalistica: essa è stata compatibile con l’assolutismo, ed è
comunque segnata da una profonda ambiguità, segnalata anche da E. Troeltsch nel
1922 (di lui è nota l’insistenza sul ruolo del diritto naturale stoico nella
“dottrina sociale delle chiese e dei gruppi cristiani”, come si intitola il suo
capolavoro).
Da questo sostrato del diritto naturale cristiano è derivato il moderno diritto
naturale profano di Bodin, Hugo Grotius, Hobbes, Pufendorf, Althusius e molti
minori, in parte per costruire [teoricamente] l'assolutismo derivante dalle
condizioni [storiche], in parte per giustificare più tardi la liberazione
borghese dall'assolutismo e formare nuovi ideali di Stato. L'ambiguità del
diritto naturale è continuata giacché, da un lato, l'essenza del dominio e della
sovranità fu [vista] nella comunità, venne insegnata la necessità di una forza
che ordinasse il genere umano soggetto a peccare, ovvero la cessione dei diritti
del popolo all'autorità, e venne integrata la totalità attraverso dottrine
teologiche autoritarie e provvidenzialistiche; dall'altro i movimenti contrari a
questo assolutismo si sono appoggiati agli innati diritti umani che non possono
essere perduti in quanto fondati sul divino ordine cosmico. Naturalmente non
mancano molteplici innovazioni. Il ravvisamento umanistico dell'antichità e la
nuova scienza atomistica della natura forniscono svariati pensieri e mezzi
nuovi. Ma la terminologia e le idee fondamentali rimangono (Troeltsch 1977, p.
377)
E’ tuttavia essenziale la distinzione tra genesi e valore: se la genesi è
particolare, il contenuto poteva (e doveva) essere universalizzato. Se
l’affermazione del primo nucleo dei diritti umani era legato ad una particolare
esperienza storica, all’emergere di minoranze dissidenti e profetiche, la sua
ricezione e promulgazione era resa possibile dalla presenza di risorse
preesistenti nella cultura occidentale.
La cultura giusnaturalistica in senso lato, dalla tradizione antica del diritto
naturale sino alla riviscenza umanistica con De Vitoria e Grozio e oltre, tolte
le ambiguità che la segnavano, non solo poteva contribuire ma anzi poteva
assumersi il compito della universalizzazione dei diritti umani, esplicitando
quanto possibile, quel contenuto etico-razionale che costituisce l’impronta di
un ogni autentico discorso profetico (Bori 1998).
7. Una universalizzazione non compiuta, che per compiersi, nel mondo attuale,
avrà bisogno di altre risorse, di altri sfondi culturali possibili e
potenzialmente atti a questa ricezione.
In una interessante ricerca collettiva dedicata appunto alle “risorse positive
della religione della religione per i diritti umani” (la bozza finale era dovuta
a Harvey Cox e a Arvind Sharma) si segnalavano alcuni testi invocati dalle
diverse tradizioni nella discussione sui diritti umani.
Giudaismo:
“Perché ad immagine di Dio l’uomo è stato creato” (Genesi 1.27)
Giudaismo e cristianesimo:
“Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18; Matteo 22:39)
Islam:
“Non vi sarà alcuna costrizione nella religione” (Sura 2:256)
Induismo:
“La verità è una, e i saggi la chiamano con diversi nomi”(Rg Veda 1.164.46)
Buddhismo:
“Giacché l’odio non cessa mai con l’odio:
l’odio cessa con l’amore, e questa è un’antica regola”(Dhammapada 1.5)
Confucianesimo:
“Allora tutti entro i quattro mai saranno suoi fratelli” (Dialoghi 12.5)
Taoismo
“La pace è il valore più alto” (Tao Te Ching 31)
Irochese:
“Tutti i popoli si ameranno l’un altro e vivranno insieme in pace” (Libro della
vita)
Maori:
“Chi si prenderà cura e carezzerà questa terra?
Sono verità, giustizia e compassione” (Canto tradizionale Maori)
(Positive Resources, p. 70 s.)
L’elencazione è senz’altro generosa, ma conferma anche un tendenza a smarrire
l’originale nucleo dei diritti umani, e a confonderli con la sapienza giuridica
e morale delle antiche civiltà. Se il nucleo originario dei diritti è quello che
si suggeriva, per la loro trasposizione – possibile e necessaria - saranno
sufficienti queste suggestioni?
8. In una ricerca delle “risorse” delle tradizioni per la ricezione dei diritti
umani, non darei una importanza decisiva alla premessa della separazione tra
religione e politica: essenziale all’Occidente (penso ai lavori di Paolo Prodi),
queste premessa non è reperibile in altre tradizioni e neppure indispensabile
(si pensi a Gandhi). Neppure è pensabile di potersi riferire a una idea di
natura che si rifaccia al diritto naturale stoico e al giusnaturalismo. Nemmeno
il modello della tolleranza negli antichi imperi multinazionali (Açoka, impero
persiano, impero romano, lo stesso islâm nei momenti più alti della sua storia)
può essere oggi trasposto.
In quale direzione cercare allora le potenzialità (sottolineo il termine) per la
valorizzazione del soggetto nella sua indipendenza dai poteri intra-mondani e
nella sua libertà di perseguire la sua via, in vista dell’affermazione di questo
come suo diritto?A che cosa fare appello per il rispetto della vita e della
soggettività degli altri, in vista del riconoscimento del loro diritto?
Appunterei l’attenzione, per la prima domanda, verso l’individualismo mistico
(la categoria di E. Troeltsch, sviluppata da L. Dumont in senso comparatistico –
il rinunciante), che definirei come situazione in cui il soggetto trova
significato non nell’essere parte dell’insieme sociale, né nel rappresentare
qualcosa che è altro da sé, ma nell’essere se stesso nel mondo, percorrendo in
modo unico la sua via verso la Realtà (qualunque ne sia il nome), accanto ad
altri che percorrono nel loro modo, unico, la propria via (Lotman 1973; Bori,
2000).
Penso al al-Hallaj:
Ho molto pensato alle religioni, per capirle, e ho scoperto che sono i molti
rami di un'unica Fonte.
Non pretendere dunque dall'uomo che ne professi una, ché così s'allontanerebbe
dalla Fonte sicura.
E' invece la Fonte, eccelsa e di significati pregna. che deve venire a cercarlo,
e l'uomo capirà.
Tu che biasimi il mio amore per Lui,come sei duro! Se sapessi Chi intendo, così
non faresti.
I pellegrini vanno alla Mecca, ed io da Chi abita in me, vittime offrono quelli,
io offro il mio sangue e la vita.
C'è chi gira attorno al suo tempio senza farlo col corpo, perché gira attorno a
Dio stesso, che dal rito lo scioglie (Diiwân 62s., vers. A. Ventura).
E, quanto all’indipendenza dal potere mondano, penso al potenziale eversivo
contenuto nella riflessione “straniante” (Ginzburg 1998, p. 19 s.)
dell’imperatore Marco Aurelio, quando parla della porpora :“Il laticlavio sono
peli di pecora intrisi del sangue di una conchiglia” (e dell’atto sessuale come
“sfregamento di viscere e secrezione di muco accompagnata da spasmo”),
commentando:
Così bisogna fare per tutta la vita e, quando le cose ci si presentano troppo
persuasive, bisogna denudarle e osservare a fondo la loro pochezza(VI, 13).
Ricordo sotto questo profilo anche il racconto dell’incontro di Bodhidarma (che
portò il buddhismo in Cina) con l’imperatore Wu, che si era convertito al
buddhismo:
Quando Bodhidharma incontrò per la prima volta l’imperatore Wu, l’imperatore
chiese: “Ho costruito templi e ho ordinato monaci. Che merito è questo?”
Bodhidharma disse: “Non c’è merito”. Gettò immediatamente acqua sporca
sull’imperatore.
Se riuscite a penetrare in questa affermazione: “Non c’è merito”, potete
incontrare Bodhidharma personalmente (Raccolta della roccia blu, 1978, p. 27).
E infine vorrei menzionale un santo musulmano, Abd ar-Rahman ibn Amr al-Auzâ’i
(m. nel 157/774).
Gli ripugnava dar la caccia ai sorci quando erano piccoli, per pietà di loro e
delle loro madri. Il califfo abbaside al-Masûr andò a visitarlo e gli disse:
“Ammoniscimi”. Rispose al-Auzâ’i: “Non c’è un solo suddito tuo che non lamenti
qualche afflizione in cui tu l’hai messo o qualche ingiustizia commessa da te”.
Il santo esercita la hisba, la censura, nei confronti del sovrano, ma ha pietà
dei piccoli topi.
E venendo alla seconda domanda (a che cosa fare appello per il rispetto della
vita e della soggettività degli altri, in vista del riconoscimento del loro
diritto? ), forse la seconda essenziale risorsa per una cultura dei diritti
umani è proprio nella com-passione (si pensi al “rispetto per la vita iin A.
Schweitzer). Noto con piacere che il tema compare in Ignatieff e soprattutto nel
commento al suo testo di Thomas W. Laqueur (Ignatieff p. 132 ss.: la capacità di
condividere la sofferenza distante, cfr. Ginzburg, Uccidere un mandarino
cinese,1998, p.194 ss.). In un lavoro degli anni passati ho sostenuto che “l’
universalità dei diritti dell'uomo non suppone una concezione definita e
costante della natura umana, ma piuttosto una idea di natura come attitudine
tendenzialmente universale a partecipare al bisogno e alla sofferenza dell'altro
(nelle diverse tradizioni : "umanità", "misericordia", nella Dichiarazione dei
diritti umani: "ragione e di coscienza", Bori 1995. P. 89 ss.). Citavo i lavori
della commissione preparatoria della Dichiarazione e il contributo del
confucianesimo (probalmente dietro a “coscienza” c’è la reciprocità confuciana),
ricordavo John Woolman e l’idea della misericordia nella Bibbia, ma soprattutto
era centrale la “pitié” di Rousseau, “Nous ne souffrons qu'autant que nous
jugeons qu'il souffre; ce n'est pas dans nous, c'est dans lui que nous souffrons”
(Rousseau, p. 92). A Rousseau mi aveva avviato Claude Lèvi-Strauss, Razza e
storia, che vorrei citare per concludere, lieto anche di ritrovarvi un
riferimento, che oggi apprezzo ancora di più, alle religioni dell’Estremo
Oriente(“forse questo insegnamento era già contenuto nelle religioni
dell’Estremo Oriente”):
Lungi dall’ offrirsi al’ uomo come un nostalgico rifugio 1’ identificazione a
tutte le forme della vita, a cominciare dalle più umili, propone dunque agli
umanità d'oggi per bocca di Rousseau il principio di ogni saggezza e d'ogni
azione collettiva” (Lévi-Strauss 1967, p.94, cfr. 1983, p. 339).
Pier Cesare Bori
1 novembre 2002
J. Assmann, Herrschaft und Heil. Politische Theologie in Altägypten, Israel und
Europa, Carl Hanser Verlag, München Wien 2000;
P.C. Bori, Per un consenso etico tra culture, 2a edizione riveduta e aumentata,
Genova, Marietti, 1995;
-Monoteismo ed ermeneutica: quattro tesi, in Anima e paura. Studi in onore di
Michele Ranchetti, Quodlibet, Macerata 1998,69-78.
-«La luce che illumina ogni uomo» (Gv 1,9)in George Fox e Robert Barclay, in
“Annali di storia dell'esegesi", 11/1(1994), 119-144;
-Pluralità delle vie. Alle origini del Discorso sulla dignità umana di Pico
della Mirandola. Testo latino, versione italiana, apparato testuale a cura di S.
Marchignoli, Feltrinelli, Milano 2000;
-Teologia tripartita , in Il dio morale. Teologie politiche tra antico e
contemporaneo, a cura di P. Bettiolo e G. Filoramo, Morcelliana, Brescia 2002,
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cura di G. Galeazzi, Paravia, Torino 1989;
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Teokratie W. Fink Verlag-V. F. Schöning, München-Paderborn-Wien-Zürich 1987;
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a cura di Fulvio Tessitore, Guida, Napoli 1977;
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S.Weil, La prima radice, trad. it., Milano, SE, 1990.
*
Prof. Pier Cesare Bori
Teologia politica e diritti umani
Relazione presentata al convegno Teologie politiche dei monoteismi,
Piacenza 31 ottobre-2 novembre 2002. E’ una stesura provvisoria, incompleta e
non riproducibile
1. La formulazione del titolo accosta in maniera non consueta due realtà
distanti fra di loro.
“Teologia politica” sembra riportarci a un passato lontano, ci parla di antiche
regimi e di rapporti tra sfera religiosa e sfera politica in cui la religione,
comunque si intenda la formula “teologia politica”, ha un ruolo che oggi più non
le appartiene.
Invece l’articolo della Dichiarazione dei diritti umani del 1948 - “Tutti gli
uomini nascono liberi e eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di
coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità” -
evoca l’illuminismo, le rivoluzioni moderne, le crisi e le speranze del secolo
appena trascorso.
Ci sembra chiaro che questo testo, con la cultura che vi si riflette,
rappresenta una importante, feconda e imprescindibile novità, rispetto a quanto
di sapienza morale e giuridica le tradizioni abbiano potuto esprimere.
2. Eppure da molte parti ciò viene negato. Si tratta di punti di vista assai
differenti tra di loro e solo alcuni di questi sfociano nel rifiuto della
prospettiva dei diritti umani come prospettiva particolare dell’Occidente, ma il
punto che li accomuna è che essi insistono non solo sulla priorità ma anche sul
primato delle culture tradizionali rispetto all’idea di diritti umani.
a) Simone Weil che, proprio all’inizio de La prima radice, avendo dinanzi il
problema di come «radicare un popolo»: quale cultura, quale etica per la
Francia, quando fosse uscita dalle rovine, anzitutto morali, della seconda
guerra mondiale, sostiene una posizione antitetica alla prospettiva dei diritti.
Occorre piuttosto recuperare l'idea di obbligo verso l'essere umano in quanto
tale, a partire dal bisogni concreti, primo fra questi il cibo.
Quest'obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto, né sulla
giurisprudenza, né sui costumi, né sulla struttura sociale, né su rapporti di
forza, né sull'eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia.
Poiché nessuna situazione di fatto può suscitare un obbligo...Quest'obbligo non
si fonda su nessuna convenzione...Quest'obbligo è eterno. Esso risponde al
destino eterno dell'essere umano...Quest'obbligo è incondizionato. Se esso è
fondato su qualcosa, questo qualcosa non appartiene al nostro mondo. Nel nostro
mondo, non è fondato su nulla...Quest'obbligo non ha fondamento, bensì una
verifica nell'accordo della coscienza universale. Esso è espresso da taluni dei
più antichi testi che ci siano conservati. Viene riconosciuto da tutti e in
tutti i casi particolari dove non è combattuto dagli interessi o dalle passioni.
Il progresso si misura su di esso...Benché quest'obbligo eterno risponda al
destino eterno dell'essere umano, esso non ha per suo diretto oggetto quel
destino...L'obbligo è adempiuto soltanto se il rispetto è effettivamente
espresso, in modo reale e non fittizio; e questo può avvenire soltanto mediante
i bisogni terrestri dell'uomo. La coscienza umana, su questo punto, non ha
mutato mai. Migliaia di anni fa gli egiziani pensavano che un'anima non possa
giustificarsi dopo la morte se non può dire:«Non ho fatto patire la fame a
nessuno» Tutti i cristiani sanno di dover udire, un giorno, Cristo dire loro:
«Ho avuto fame e tu non mi hai dato da mangiare».. Far sì che non soffra la fame
quando si ha la possibilità di aiutarlo è dunque un obbligo eterno verso
l'essere umano. Essendo quest'obbligo il più evidente esso dovrà servire come
esempio per comporre l'elenco dei doveri eterni verso ogni essere umano...
b) Un chiaro esempio di incomprensione della novità e specificità dell’idea di
diritti umani. è nella reazione di Gandhi, a un questionario concernente una
possibile “Dichiarazione dei diritti umani”:
Ho imparato da mia madre illetterata ma molto saggia, che tutti i diritti
dell'uomo degni di essere meritati e conservati sono quelli dati dal dovere
compiuto. Così lo stesso diritto alla vita ci viene soltanto quando adempiamo al
dovere di cittadini del mondo. Secondo questo principio fondamentale è
probabilmente abbastanza facile definire i doveri dell'Uomo e della Donna e
collegare ogni diritto a un dovere corrispondente che conviene compiere in
precedenza. Si potrebbe dimostrare che ogni altro diritto è solo un'usurpazione
per cui non val la pena di lottare”(I diritti dell'uomo 1952).
c) Nella stessa direzione muove chi sostiene che la tradizione – la propria –
contiene elementi sostanzialmente equivalenti ai diritti umani, di cui si
sottilinea la matrice escusivamente occidentale. Raimundo Panikkar (ma se il suo
pensiero è molto complesso), quando ha sostenuto che
nella tradizione indiana la parola dharma è forse il termine più appropriato per
portarci alla scoperta di un eventuale simbolo omeomorfo corrispondente alla
nozione occidentale di “Diritti dell’uomo” (Panikkar 1990, 42).
d) Fred Dallmayr, in un suo recente saggio su “’Valori asiatici’ e diritti umani
globali” si ricollega a una significativa e importante produzione di studiosi
che rivendicano l’originalità e la specificità della concezione di giustizia
confuciana rispetto alla prospettiva occidentale dei diritti umani.
e) Nonostante le evidenti differenze di contesto culturale, l’ideologia delle
dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo (Redisi 2000) converge nel
rivendicare la priorità di una tradizione, quella islamica, quanto a
riconoscimento della naturale dignità umana e dei doveri cui corrispondono
diritti. L’islam ritiene di essere la religione della fitra, della creatura
umana originaria(Bori 1995, 98).
3. In modo molto diverso – talvolta come rivendicazione polemica, talvolta
invece in vista di una convergenza – questi punti di vista finiscono per
indebolire l’originalità dell’acquisizione dell’idea (cui è legata strettamente
una prassi) dei diritti mani, negandone la novità e spesso anche l’universalità.
Michael Ignatieff nel suo libro Human Rights as Politics and Idolatry richiama
tutte le obiezioni che sone venute alla prospettiva dei diritti umani non solo
dall’esterno dell’orizzonte occidentale, ma dall’interno di questo, da parte di
critici che legano l’universalità dei diritti umani, che sarebbero funzionali al
processo di globalizzazione.
Risponde Ignatieff: i diritti umani sono legati alla cultura europa e
specificamente alle tre rivoluzioni, inglese, americana, francese, e la
Dichiarazione è il frutto tardo-illuministico, autocritico di una cultura
occidentale che usciva dai disastri causati dalla idolatria dello stato-nazione.
Ad essa si rinfaccia di essere espressione dell’individualismo occidentale, ma è
proprio questo il nucleo che più regge alla prova dell’universalità.
It remains true, therefore, that the core of the Declaration is the moral
individualism for which it is so reproached by non-Western societies, It is this
individualism for which Western activists have become most apologetic, believing
that it should be tempered by greater emphasis on social duties and
responsibilities to the commu nity. Human rights, it is argued, can recover
universal appeal only if they soften their individualistic bias and put greater
emphasis on the communitarian parts of the declaration... This desire to water
down the individualism of rights discourse is driven by a desire both to make
human rights more palatable to less individualistic cultures in the non-Western
world and also to respond to disquiet among Western communitarians at the
supposedly corrosive impact of individualistic values on Western social
cohesion.
But this tack mistakes what rights actually are and misunderstands why they have
proven attractive to millions of people raised in non Western traditions. Rights
are meaningful only if they confer entitlements and immunities on individuals;
they are worth having only if they can be enforced against institutions such as
the family, the state and the church (Ignatieff 2001, p. 66 s.)
4. Mentre concordo sulla posizione di fondo di Ignatieff, che sottintende una
importante distinzione tra origine particolare e valore universale dei diritti
umani, vorrei apportare una precisazione quanto alla genesi della prospettiva
diritti umani, ricollegata - sembra - da questo autore a una reviviscenza
illuministica della tradizione antica del diritti naturale.
E’ questa una posizione diffusa. Gerhadt Oestertlich (contro G. Jellinek e M.
Weber) insiste sul ruolo dello stoicismo:
Lo stoicismo antico, con la sua accentuazione della natura razionale dell’uomo e
con una dottrina dei doveri che già in sé racchiudeva una dottrina dei diritti,
venne risuscitato, alla fine dei XVI secolo, in special modo dal tardo umanesimo
dei Paesi Bassi. Alla riscoperta dell’antico diritto di natura esso fornì un
fondamento essenziale, talvolta unendosi alla dogmatica cristiano-teologica,
talvolta inserendosi del sistema di valori umanistico e neostoico (Oesterlich,
2001, 36, cfr, Gozzi 2001, XXI s.).
Anche Jacques Maritain (che era forse il destinatario delle polemica della Weil,
come fautore della Dichiarazione come documento pragmatico, al di là delle
differenti visioni del mondo) rivendicava, sotto il profilo della origine
storica, il ruolo essenziale del “retaggio greco e cristiano”, anche se, nel
pensiero del filosofo neotomista, la legge naturale è come tale universale
(partecipando della legge eterna, che stabilisce i doveri e diritti umani) ed è
conoscibile da ognuno per “connaturalità” (L’uomo e lo stato 1989, 78).
Questa tesi che mira a ricondurre i diritti umani direttamente a radici più
remote della storia della cultura occidentale mi pare poco credibile, se non si
afferma al tempo stesso una netta cesura, riconoscendo alla cultura dei diritti
umani il carattere di una novità imprescindibile. Debbo qui richiamare qualcosa
che ho già detto e scritto, e che mette in gioco il tema della “teologia
politica” attorno a cui siamo raccolti.
5. Occorre anzitutto richiamare la distinzione tra teocrazia e rappresentazione
– la prima consistente in una “subordinazione sino alla cancellazione della
guida politica a favore di una pura sovranità divina”, la seconda nella
“correlazione tra sovranità divina e sovranità politica in forma di analogia e
quindi la conseguente unione di guida politica e religiosa nella mani di
rappresentanti terreni” (Assmann 2000, p. 59). E occorre ricordare come nella
prospettiva profetica, Dio è detentore del diritto, senza rappresentanza (la
quale è pure presente nella Bibbia, forse sin dal sacerdotale Gen. 1, 27, agli
scritti sapienziali, sino alla “Lettera ai Romani”).
Può a questo punto essere importante richiamare la tesi estrema di Jacob Taubes
(sotto l'influenza di C. Schmitt, che aveva rivendicato la radice teologica dei
concetti della moderna dottrina dello stato). Secondo Taubes, l'origine della
modernità non è nella separazione di religioso e politico, e nella fine della
teocrazia, ma al contrario, in una estrema metamorfosi della teocrazia.
Introducendo il volume Theokratie (1987) scrivono Jacob Taubes e Norbert Bolz.
Teocrazia significa sovranità di Dio immediata, che esclude ogni forma di
sovranità dell'uomo sull'uomo. Le utopie teocratiche rappresentano la più
profonda sfida del processo della modernità.
E ancora
Nel suo frammento teologico-politico Benjamin ha indicato come grande merito di
Ernst Bloch di aver negato significato politico alla teocrazia. Questa
delimitazione di confini tra teocrazia mistica e teocrazia politica si è [però]
dimostrata infelice, è dimostrata falsa dalla storia universale ...[viene fatto
riferimento al contributo di D. Georgi su Paolo, nel volume stesso] Non mistico
contro politico, ma teocrazia dall'alto contro teocrazia dal basso, questa è
l'antitesi decisiva (Taubes 1987, p. 5 s.).
Mi domandavo altrove se in questa "teocrazia dal basso" non si possa
intravvedere la spiegazione del singolare statuto dei diritti umani, in cui
l'urgenza dell'attuare è in conflitto con l'impossibilità di una vera e propria
dimostrazione e fondazione. L'enfatica pretesa, tanto assoluta quanto poco
argomentabile (esattamente quanto l’obbligo verso ogni essere umano della Weil)
che si accompagna all'emergere dei diritti umani, l’uso di una terminologia
sacrale (di cui si lamenta Ignatieff : “What is so sacred in human beings?”
denunciandola come “idolatria” , 2001, p. 82 ss.) si potrebbero allora spiegare
come un riversarsi-rovesciarsi del diritto sovrano di Dio nel diritto sovrano
della soggetto umano.
A proposito della genesi dei diritti umani, sarebbe allora da riprendere la tesi
di Max Weber al termine del capitolo “Lo stato e la ierocrazia” di Economia e
società ( connettendosi ed espandendo la tesi di G. Jellineck). Mi sia
consentita una lunga citazione.
Come disse Mallinckrodt nel Parlamento federale, “la libertà di coscienza del
Cattolico consiste nel poter obbedire al Papa “, e quindi nel poter agire in
modo indipendente secondo la propria coscienza. Ma la “libertà di coscienza”
degli altri non è riconosciuta, quando esse posseggono la potenza, ne dalla
Chiesa cattolica, ne dalla (antica) Chiesa luterana, e neppure completamente
dall'antica Chiesa calvinista o battista; ed esse non possono riconoscerla anche
in virtù del loro dovere di ufficio, che è quello di proteggere da! pericolo la
salvezza delle anime — oppure, presso i Calvinisti, la gloria di Dio. La libertà
di coscienza del Quacchero conseguente sussiste anche al di là della propria, in
quanto nessuno che non sia ne Quacchero ne Battista, può essere costretto ad
agire come se lo fosse; essa consiste quindi, oltre che nella propria, anche
nella libertà di coscienza degli altri. Sul terreno delle sette conseguenti si
sviluppa dunque un “diritto” dei dominati, considerato come imprescrittibile —
ed anzi di ogni singolo dominato — nei confronti del potere, sia esso politico o
ierocratico o patriarcale o di qualsiasi altra specie. Lasciando da parte se
esso sia il più antico — come Jellinek ha convincentemente concluso — la
“libertà di coscienza” in questo senso è ad ogni modo in linea di principio il
primo “diritto dell'uomo”, in quanto è il più penetrante, quello che abbraccia
il complesso dell'agire condizionato eticamente e che garantisce una libertà da1
potere, in particolare dal potere statale : essa rappresenta un concetto ignoto,
in questa forma, all'antichità e al Medioevo, ed anche alla teoria dello stato
di Rousseau, con la sua coercizione religiosa da parte dello stato. A questo si
aggiungono gli altri “diritti dell'uomo” e del cittadino» o “diritti
fondamentali”, e soprattutto il diritto alla libera tutela dei propri interessi
economici — secondo la propria discrezione, entro i limiti di un sistema di
regole giuridiche garantite, formulato m norme astratte e valido in egual modo
per tutti — i cui elementi più importanti sono l'inviolabilità della proprietà
individuale, la libertà contrattuale e la libertà di scelta della professione.
Essi trovano la loro giustificazione ultima nella credenza dell' epoca
dell’illuminismo che l'esercizio della “ragione” da parte del singolo, nel caso
che ad essa sia data via libera, debba dar luogo almeno al mondo relativamente
migliore — in virtù della provvidenza divina, e perché il singolo conosce il suo
interesse meglio di ogni altro : l'illuminazione carismatica della “ragione”
(che trovò la sua espressione caratteristica nell'apoteosi che di essa fece
Robespierre) è dunque l'ultima forma che il carisma ha assunto nel suo
molteplice cammino. . . Come l' “ascesi intra-mondana” — accolta dalle sette con
motivi non assolutamente identici dal punto di vista dogmatico — e il tipo di
disciplina ecclesiastica delle sette promuovevano la mentalità capitalistica e
l' “uomo professionale” che agisce in modo razionale — di cui aveva bisogno il
capitalismo — cosi i diritti dell'uomo e i diritti fondamentali offrivano le
condizioni preliminari per il libero dispiegarsi della tendenza
all'utilizzazione del capitale con beni materiali e con persone (Weber 1995, 326
s.).
6. Questo quadro ci sembra complessivamente plausibile, anche se richiederebbe
importante complementi di analisi. Ad esempio, per quello che conosco di una di
queste “sette”, la Società degli Amici”, il percorso è molto lungo e complesso:
dalle richieste di libertà di culto, con un riconoscimento della libertà altrui
implicito e in fondo strumentale degli anni Cinquanta e Sessanta del Seicento
all’universalismo teologico di Robert Barklay (“la luce che illunina ogni
uomo”), al conseguimento della tolleranza, all’individualismo mistico (al di là
della “setta”) di certe formulazioni di William Penn e John Woolman (Bori 1994),
sino alla ricezione (ormai fuori del movemento quacchero) in termini giuridici
in un contesto illuministico (Voltaire, Le lettere filosofiche),
giusnaturalistico e massonico (Cazzaniga 1999, soprattutto il saggio su ). Ma
occorrebbe qui ricordare altri percorsi, Castellione, sociniani e arminiani,
Roger Williams e Spinoza…Ma ancor prima, occorre ricordare che i diritti umani
poterono affermarsi, prima della loro teorizzazione, ad opera di vittime spesso
oscure di persecuzione, testimoni di una libertà di coscienza che, come tale
“consiste quindi, oltre che nella propria, anche nella libertà di coscienza
degli altri” (come dice Max Weber.).
Rimane comunque per noi vero che la tesi teologico-politica – si ricordi: “non
mistico contro politico, ma teocrazia dall'alto contro teocrazia dal basso” – dà
ragione della straordinaria e altrimenti inspiegabile e infondata assolutezza
della pretesa contenuta nell’affermazione dei diritti umani (assolutezza che
trascende l’insieme di diritti-doveri acquisiti dalla cultura giuridica vigente
e indeducibile dai doveri che vi sono contemplati).
Essa ha anche il merito di rispondere a una obiezione per me decisiva alla
prospettiva giusnaturalistica: essa è stata compatibile con l’assolutismo, ed è
comunque segnata da una profonda ambiguità, segnalata anche da E. Troeltsch nel
1922 (di lui è nota l’insistenza sul ruolo del diritto naturale stoico nella
“dottrina sociale delle chiese e dei gruppi cristiani”, come si intitola il suo
capolavoro).
Da questo sostrato del diritto naturale cristiano è derivato il moderno diritto
naturale profano di Bodin, Hugo Grotius, Hobbes, Pufendorf, Althusius e molti
minori, in parte per costruire [teoricamente] l'assolutismo derivante dalle
condizioni [storiche], in parte per giustificare più tardi la liberazione
borghese dall'assolutismo e formare nuovi ideali di Stato. L'ambiguità del
diritto naturale è continuata giacché, da un lato, l'essenza del dominio e della
sovranità fu [vista] nella comunità, venne insegnata la necessità di una forza
che ordinasse il genere umano soggetto a peccare, ovvero la cessione dei diritti
del popolo all'autorità, e venne integrata la totalità attraverso dottrine
teologiche autoritarie e provvidenzialistiche; dall'altro i movimenti contrari a
questo assolutismo si sono appoggiati agli innati diritti umani che non possono
essere perduti in quanto fondati sul divino ordine cosmico. Naturalmente non
mancano molteplici innovazioni. Il ravvisamento umanistico dell'antichità e la
nuova scienza atomistica della natura forniscono svariati pensieri e mezzi
nuovi. Ma la terminologia e le idee fondamentali rimangono (Troeltsch 1977, p.
377)
E’ tuttavia essenziale la distinzione tra genesi e valore: se la genesi è
particolare, il contenuto poteva (e doveva) essere universalizzato. Se
l’affermazione del primo nucleo dei diritti umani era legato ad una particolare
esperienza storica, all’emergere di minoranze dissidenti e profetiche, la sua
ricezione e promulgazione era resa possibile dalla presenza di risorse
preesistenti nella cultura occidentale.
La cultura giusnaturalistica in senso lato, dalla tradizione antica del diritto
naturale sino alla riviscenza umanistica con De Vitoria e Grozio e oltre, tolte
le ambiguità che la segnavano, non solo poteva contribuire ma anzi poteva
assumersi il compito della universalizzazione dei diritti umani, esplicitando
quanto possibile, quel contenuto etico-razionale che costituisce l’impronta di
un ogni autentico discorso profetico (Bori 1998).
7. Una universalizzazione non compiuta, che per compiersi, nel mondo attuale,
avrà bisogno di altre risorse, di altri sfondi culturali possibili e
potenzialmente atti a questa ricezione.
In una interessante ricerca collettiva dedicata appunto alle “risorse positive
della religione della religione per i diritti umani” (la bozza finale era dovuta
a Harvey Cox e a Arvind Sharma) si segnalavano alcuni testi invocati dalle
diverse tradizioni nella discussione sui diritti umani.
Giudaismo:
“Perché ad immagine di Dio l’uomo è stato creato” (Genesi 1.27)
Giudaismo e cristianesimo:
“Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18; Matteo 22:39)
Islam:
“Non vi sarà alcuna costrizione nella religione” (Sura 2:256)
Induismo:
“La verità è una, e i saggi la chiamano con diversi nomi”(Rg Veda 1.164.46)
Buddhismo:
“Giacché l’odio non cessa mai con l’odio:
l’odio cessa con l’amore, e questa è un’antica regola”(Dhammapada 1.5)
Confucianesimo:
“Allora tutti entro i quattro mai saranno suoi fratelli” (Dialoghi 12.5)
Taoismo
“La pace è il valore più alto” (Tao Te Ching 31)
Irochese:
“Tutti i popoli si ameranno l’un altro e vivranno insieme in pace” (Libro della
vita)
Maori:
“Chi si prenderà cura e carezzerà questa terra?
Sono verità, giustizia e compassione” (Canto tradizionale Maori)
(Positive Resources, p. 70 s.)
L’elencazione è senz’altro generosa, ma conferma anche un tendenza a smarrire
l’originale nucleo dei diritti umani, e a confonderli con la sapienza giuridica
e morale delle antiche civiltà. Se il nucleo originario dei diritti è quello che
si suggeriva, per la loro trasposizione – possibile e necessaria - saranno
sufficienti queste suggestioni?
8. In una ricerca delle “risorse” delle tradizioni per la ricezione dei diritti
umani, non darei una importanza decisiva alla premessa della separazione tra
religione e politica: essenziale all’Occidente (penso ai lavori di Paolo Prodi),
queste premessa non è reperibile in altre tradizioni e neppure indispensabile
(si pensi a Gandhi). Neppure è pensabile di potersi riferire a una idea di
natura che si rifaccia al diritto naturale stoico e al giusnaturalismo. Nemmeno
il modello della tolleranza negli antichi imperi multinazionali (Açoka, impero
persiano, impero romano, lo stesso islâm nei momenti più alti della sua storia)
può essere oggi trasposto.
In quale direzione cercare allora le potenzialità (sottolineo il termine) per la
valorizzazione del soggetto nella sua indipendenza dai poteri intra-mondani e
nella sua libertà di perseguire la sua via, in vista dell’affermazione di questo
come suo diritto?A che cosa fare appello per il rispetto della vita e della
soggettività degli altri, in vista del riconoscimento del loro diritto?
Appunterei l’attenzione, per la prima domanda, verso l’individualismo mistico
(la categoria di E. Troeltsch, sviluppata da L. Dumont in senso comparatistico –
il rinunciante), che definirei come situazione in cui il soggetto trova
significato non nell’essere parte dell’insieme sociale, né nel rappresentare
qualcosa che è altro da sé, ma nell’essere se stesso nel mondo, percorrendo in
modo unico la sua via verso la Realtà (qualunque ne sia il nome), accanto ad
altri che percorrono nel loro modo, unico, la propria via (Lotman 1973; Bori,
2000).
Penso al al-Hallaj:
Ho molto pensato alle religioni, per capirle, e ho scoperto che sono i molti
rami di un'unica Fonte.
Non pretendere dunque dall'uomo che ne professi una, ché così s'allontanerebbe
dalla Fonte sicura.
E' invece la Fonte, eccelsa e di significati pregna. che deve venire a cercarlo,
e l'uomo capirà.
Tu che biasimi il mio amore per Lui,come sei duro! Se sapessi Chi intendo, così
non faresti.
I pellegrini vanno alla Mecca, ed io da Chi abita in me, vittime offrono quelli,
io offro il mio sangue e la vita.
C'è chi gira attorno al suo tempio senza farlo col corpo, perché gira attorno a
Dio stesso, che dal rito lo scioglie (Diiwân 62s., vers. A. Ventura).
E, quanto all’indipendenza dal potere mondano, penso al potenziale eversivo
contenuto nella riflessione “straniante” (Ginzburg 1998, p. 19 s.)
dell’imperatore Marco Aurelio, quando parla della porpora :“Il laticlavio sono
peli di pecora intrisi del sangue di una conchiglia” (e dell’atto sessuale come
“sfregamento di viscere e secrezione di muco accompagnata da spasmo”),
commentando:
Così bisogna fare per tutta la vita e, quando le cose ci si presentano troppo
persuasive, bisogna denudarle e osservare a fondo la loro pochezza(VI, 13).
Ricordo sotto questo profilo anche il racconto dell’incontro di Bodhidarma (che
portò il buddhismo in Cina) con l’imperatore Wu, che si era convertito al
buddhismo:
Quando Bodhidharma incontrò per la prima volta l’imperatore Wu, l’imperatore
chiese: “Ho costruito templi e ho ordinato monaci. Che merito è questo?”
Bodhidharma disse: “Non c’è merito”. Gettò immediatamente acqua sporca
sull’imperatore.
Se riuscite a penetrare in questa affermazione: “Non c’è merito”, potete
incontrare Bodhidharma personalmente (Raccolta della roccia blu, 1978, p. 27).
E infine vorrei menzionale un santo musulmano, Abd ar-Rahman ibn Amr al-Auzâ’i
(m. nel 157/774).
Gli ripugnava dar la caccia ai sorci quando erano piccoli, per pietà di loro e
delle loro madri. Il califfo abbaside al-Masûr andò a visitarlo e gli disse:
“Ammoniscimi”. Rispose al-Auzâ’i: “Non c’è un solo suddito tuo che non lamenti
qualche afflizione in cui tu l’hai messo o qualche ingiustizia commessa da te”.
Il santo esercita la hisba, la censura, nei confronti del sovrano, ma ha pietà
dei piccoli topi.
E venendo alla seconda domanda (a che cosa fare appello per il rispetto della
vita e della soggettività degli altri, in vista del riconoscimento del loro
diritto? ), forse la seconda essenziale risorsa per una cultura dei diritti
umani è proprio nella com-passione (si pensi al “rispetto per la vita iin A.
Schweitzer). Noto con piacere che il tema compare in Ignatieff e soprattutto nel
commento al suo testo di Thomas W. Laqueur (Ignatieff p. 132 ss.: la capacità di
condividere la sofferenza distante, cfr. Ginzburg, Uccidere un mandarino
cinese,1998, p.194 ss.). In un lavoro degli anni passati ho sostenuto che “l’
universalità dei diritti dell'uomo non suppone una concezione definita e
costante della natura umana, ma piuttosto una idea di natura come attitudine
tendenzialmente universale a partecipare al bisogno e alla sofferenza dell'altro
(nelle diverse tradizioni : "umanità", "misericordia", nella Dichiarazione dei
diritti umani: "ragione e di coscienza", Bori 1995. P. 89 ss.). Citavo i lavori
della commissione preparatoria della Dichiarazione e il contributo del
confucianesimo (probalmente dietro a “coscienza” c’è la reciprocità confuciana),
ricordavo John Woolman e l’idea della misericordia nella Bibbia, ma soprattutto
era centrale la “pitié” di Rousseau, “Nous ne souffrons qu'autant que nous
jugeons qu'il souffre; ce n'est pas dans nous, c'est dans lui que nous
souffrons” (Rousseau, p. 92). A Rousseau mi aveva avviato Claude Lèvi-Strauss,
Razza e storia, che vorrei citare per concludere, lieto anche di ritrovarvi un
riferimento, che oggi apprezzo ancora di più, alle religioni dell’Estremo
Oriente(“forse questo insegnamento era già contenuto nelle religioni
dell’Estremo Oriente”):
Lungi dall’ offrirsi al’ uomo come un nostalgico rifugio 1’ identificazione a
tutte le forme della vita, a cominciare dalle più umili, propone dunque agli
umanità d'oggi per bocca di Rousseau il principio di ogni saggezza e d'ogni
azione collettiva” (Lévi-Strauss 1967, p.94, cfr. 1983, p. 339).
Pier Cesare Bori
1 novembre 2002
J. Assmann, Herrschaft und Heil. Politische Theologie in Altägypten, Israel und
Europa, Carl Hanser Verlag, München Wien 2000;
P.C. Bori, Per un consenso etico tra culture, 2a edizione riveduta e aumentata,
Genova, Marietti, 1995;
-Monoteismo ed ermeneutica: quattro tesi, in Anima e paura. Studi in onore di
Michele Ranchetti, Quodlibet, Macerata 1998,69-78.
-«La luce che illumina ogni uomo» (Gv 1,9)in George Fox e Robert Barclay, in
“Annali di storia dell'esegesi", 11/1(1994), 119-144;
-Pluralità delle vie. Alle origini del Discorso sulla dignità umana di Pico
della Mirandola. Testo latino, versione italiana, apparato testuale a cura di S.
Marchignoli, Feltrinelli, Milano 2000;
-Teologia tripartita , in Il dio morale. Teologie politiche tra antico e
contemporaneo, a cura di P. Bettiolo e G. Filoramo, Morcelliana, Brescia 2002,
445-454;
-Profezia, Sapienza, Legge: problemi di una teologia comparata di prossima
pubblicazione;
G. M. Cazzaniga, LA religione dei moderni, ETS,Pisa 1999;
F. Dallmayr, ‘Asian values’ and Global Human Rights, in “Philoshy East and West”
vol. 52 (2002), pp. 173- 189;
I diritti dell'uomo, testi raccolti dall'UNESCO, pref. di J. Maritain,
Comunità,Milano 1952;
"L'uomo e lo stato" di Maritain e il problema della democrazia nel Novecento, a
cura di G. Galeazzi, Paravia, Torino 1989;
L. Dumont, Homo hierarchicus: Il sistema delle caste e le sue implicazioni,
tr.it. Adelphi, Milano 1991;
- Saggi sull’indivualismo, tr.it. Adelphi, Milano 1993;
D. Georgi, Gott auf den Kopf stellen: Überlegungen zu Tendenz und Kontext des
Theokratiegedankens in paulinischer Praxis und Theologie, in Taubes 1987,
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al-Ghazâli, Il ravvivamento delle scienze religiose, versione italiana negli
Scritti scelti a cura di L. Veccia Valieri e R. Rubinacci, UTET, Torino 1970;
C. Ginzburg, Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanaz, Feltrinelli,
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M. Ignatieff, Human Rights as Politics and Idolatry, Princeton U.P:, 2001;
J. Lotman, Il problema del segno e del sistema segnico nella tipologia dell
cultura russa prima del XX secolo, in Ricerche Semiotiche, a cura di C. Strada
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Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, tr. it. Einaudi,
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-Lo sguardo da lontano. Antropologia, cultura, scienza a raffronto, Einaudi,
Torino 1984;
G. Oestreich, Storia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, a cura di
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J. Taubes, a cura di, Religionstheorie und Politische Theologie, vol. 3:
Teokratie W. Fink Verlag-V. F. Schöning, München-Paderborn-Wien-Zürich 1987;
E. Troeltsch, Diritto naturale e umanità nella politica mondiale (1922)
traduzione italiana in La democrazia improvvisata. La Germania dal 1918 al 1922,
a cura di Fulvio Tessitore, Guida, Napoli 1977;
M. Weber, Economia e società, IV, traduzione italiana Comunità, 1995,
S.Weil, La prima radice, trad. it., Milano, SE, 1990.
*
La chiusura e l'apertura del cuore di Corrado Pensa
1. Quando diciamo: "Mi ha aperto la mente", ci riferiamo a qualcosa di
vantaggioso ma di limitato – limitato alla comprensione intellettuale. Quando
invece parliamo di apertura del cuore parliamo di una cosa più radicale, più
coinvolgente, più totale. E forse non è un caso che nel linguaggio spirituale di
tante tradizioni il cuore sia il centro. Dice Ajahn Mahaboowa: "Il Dharma è una
meraviglia che sboccia nel cuore". E in altre tradizioni Dio si incontra nel
cuore.
Noi usiamo a tanti livelli questo linguaggio. Per esempio, diciamo:
"All’improvviso, ho visto Tizio e mi si è aperto il cuore". Oppure: "A causa di
quell’avvenimento mi si è aperto il cuore". Fa riflettere, perché l’implicazione
sembra essere che il cuore tende più a essere chiuso che aperto. C’è dunque un
grato trasalire quando usiamo questa espressione, un sollievo. Sollievo da che
cosa? Da uno stato di chiusura, appunto.
Chiusura, costrizione, angustia, blocco, qualcosa ristagna, qualcosa non
fluisce, qualcosa ci fa soffrire.
Nell’apertura, anche se siamo nella sofferenza, c’è invece qualcosa che ci
ravviva, qualcosa che ci nutre. Al contrario, nella chiusura, anche se siamo in
una situazione di non particolare sofferenza, c’è qualcosa che ci spegne, c’è
qualcosa che ci toglie vita. Non c’è qualcosa che dà più vita, che dà vita alla
vita, come nell’apertura del cuore.
La chiusura più forte naturalmente è la chiusura che non sappiamo di avere.
Possiamo essere chiusi, possiamo essere in uno stato di chiusura del cuore, di
blocco, di spegnimento, di paralisi e non sapere che siamo in questa situazione,
o scambiarla per unsituazione e risponderci o rispondere sinceramente a qualcuno
che ci chiede come stiamo: "Bene" e pensare che siamo in uno stato non
particolarmente scintillante, ma tutto sommato sereno, tutto sommato
equilibrato, con forse una punta di equanimità: a tal punto possiamo
fraintendere questo nostro blocco.
La chiusura che non sa di essere tale è difficile da lavorare. E infatti uno dei
primi e più importanti doni della pratica è proprio quello di renderci più
consapevoli di questi stati di chiusura e, naturalmente, anche degli stati di
apertura. Perché il sapere di essere chiusi è il primo passo per poter lavorare
sulla chiusura. Per esempio, per incontrare la riluttanza, la riluttanza a
praticare.
La riluttanza a fare cose che ci fanno bene e l’attaccamento, invece, a questa
camera chiusa, l’attaccamento a rimanere in questa camera chiusa. Forse è un
attaccamento antico, un attaccamento che fa sì che ci sentiamo più noi stessi se
rimaniamo chiusi nella stanza. Se è tale, esso richiederà un lavoro particolare,
un lavoro sempre più appassionato.
La paura di perdere, se ci apriamo. La paura di perdere l’intelligenza, se
smettiamo di condannare. Un forte giudizio o un grappolo di giudizi è spesso a
fondamento di uno stato di chiusura. Una forte condanna per inadeguatezza nei
nostri propri confronti è spesso il fondamento di uno stato di chiusura. Come
pure sensi di colpa, paura, rabbia: portano a chiuderci, portano a stati di
sofferenza.
La chiusura della depressione, la chiusura della tristezza, la chiusura del
risentimento, la chiusura dell’invidia. Si può parlare di essere afferrati
dall’invidia, dall’inadeguatezza, dalla colpa e, al tempo stesso, essere aperti?
È una contraddizione di termini.
2. Ma vogliamo questa chiusura? Di nuovo – la grande contraddizione – una parte
di noi è attaccatissima agli specifici stati di chiusura tipici della nostra
personalità condizionata, e un’altra parte, quella che ci fa praticare e
aspirare alla liberazione, quella parte non vuole essere chiusa.
Ma occorre un lavoro paziente, un lavoro lungo per conoscere la chiusura, per
entrare dentro la chiusura, per sentirne il dolore, per entrare in comunicazione
con l’aspirazione ad andare oltre la chiusura. I risultati piccoli, graduali,
spesso danno più garanzie di risultati improvvisi e clamorosi. Può darsi che
un’apertura straordinaria che ci ha rimescolato in senso positivo, che ci ha
riempiti di sereno, di un sollievo come mai l’avevamo sentito, sia poi seguita,
nei giorni successivi o nei mesi successivi, da chiusura, da qualcosa che non ci
aspettavamo. Il valore più grande di una apertura forte è che essa ci darà
comunque motivazione, soprattutto se non ci inganniamo prendendola come
definitiva. Motivazione per continuare poi il lavoretto di pazienza, il lungo,
sempre più affezionato, sempre più appassionato lavoro di apertura.
Pensiamo a piccole aperture del cuore: possiamo immaginare una scala via via più
alta, fino a un’apertura del cuore così totale, così radicale e così
irreversibile che non è altro che la liberazione. E cos’è che chiude il cuore?
Inevitabilmente l’attaccamento, l’avversione, la confusione, con tutte le loro
varianti. E dunque la liberazione si configura come totale e irreversibile
apertura del cuore, perché la liberazione è il superamento definitivo di
attaccamento, avversione e confusione.
Ricordiamo l’insegnamento cardine delle quattro verità sulla sofferenza: la
chiusura è sofferenza, questa sofferenza è causata dalle nostre rabbie e dalle
nostre paure ed esiste la possibilità di superare questa sofferenza e le sue
cause, applicandosi a un percorso interiore. E certamente in tale percorso un
posto particolare ha la meditazione, la consapevolezza e dunque la capacità di
cominciare ad avere una relazione diversa con la chiusura.
Essere in relazione con la chiusura è molto diverso da una cieca e totale
identificazione con la chiusura. Diciamo che se siamo completamente sprovveduti
dal punto di vista del lavoro interiore, noi cadiamo nella chiusura ogni volta
che la chiusura decide di farsi avanti, cioè l’identificazione è completa, noi
cadiamo nella botola senza colpo ferire. Ma se siamo praticanti cominciamo a
vedere la chiusura, a risvegliarci alla chiusura, a sentire la separatività e la
sofferenza che porta la chiusura.
3. Continuando a praticare, continuando ad ascoltare gli insegnamenti, cosa
succede a un certo punto? Che vediamo che c’è un’altra possibilità, quella di
guardare in maniera compassionevole alla nostra chiusura. Il risveglio della
compassione per le nostre chiusure: questo è un grande passo avanti.
Se sapere di essere chiusi, di avere delle chiusure, è il primo passo
fondamentale per poterci lavorare; se sentire, percepire con chiarezza la
sofferenza della cecità che si accompagna alla chiusura è il secondo passo, un
terzo passo vitalissimo è quello di cominciare a rapportarci alle nostre
chiusure con un atteggiamento compassionevole.
Può darsi che sia un attimo, che questo attimo di compassione, di amicizia, sia
subito ricoperto dalla sostanza stessa di quella chiusura che non tollera la
compassione. Ma quell’attimo di compassione è il seme di un’intenzione salutare.
Un atteggiamento compassionevole che tende a diventare più frequente è il
contrario di chiusura. Se continuiamo ad alimentarlo, la chiusura comincerà a
sciogliersi.
Ma dobbiamo essere non solo pazienti, non solo perseveranti, non solo
tranquillamente fedeli alla pratica, dobbiamo non aver paura. C’è una famosa
mudra, posizione delle mani del Buddha, che è la posizione della non paura, non
paura di fare questo lavoro, perché può suscitare paura.
Perché si sente che si incrinano i fondamenti della identità egoica, di quella
che noi riteniamo fondamentale e che mettiamo al centro della nostra vita. Avere
il coraggio, il coraggio di prendersi in mano, il coraggio di custodirsi, il
coraggio di prendersi cura. C’è spesso autocompatimento nella chiusura, sotto
l’autocompatimento magari c’è una rabbia sorda verso di noi, verso gli altri e
tanta paura.
È un volere che tutto resti così, pur essendo così pesante, così amaro.
A volte le persone lasciano perdere un cammino interiore, proprio perché sentono
che c’è qualche cosa che vuole entrare in queste chiusure, in questa
inclinazione a chiudersi. Ma senza le nostre tipiche chiusure temiamo di
diventare qualcosa di indistinto.
Non si tratta di rifiutare e condannare la chiusura, né si tratta di avallare e
giustificare la chiusura: questi modi, piuttosto frequenti, di trattare con la
chiusura non ci fanno uscire fuori dal circuito della sofferenza, non ci fanno
cambiare la relazione con la sofferenza della chiusura.
Quello che ci fa cambiare la relazione con la chiusura è la consapevolezza. La
consapevolezza che non ha paura della durata della chiusura, che non ha paura
del peso della chiusura, perché la consapevolezza è attenzione non giudicante e
quindi la portiamo nella maniera più innocente possibile a questa stretta che
sentiamo, a questo rifiuto verso noi stessi, verso quella persona, verso quella
cosa. Non andiamo con un carico di opinioni a guardare questa chiusura, con un
carico di etichette e di giudizi, perché anche questa è un’espressione di
chiusura. Vegliamo il più possibile senza sapere niente: la consapevolezza.
E da questo non rifiutare, non avallare può nascere qualche cosa di bello: la
compassione, appunto. Non c’è compassione senza comprensione, non c’è
comprensione senza consapevolezza. Consapevolezza comprensione compassione è un
tutt’uno. Consapevolezza comprensione compassione uguale apertura. Dal lavoro
sulla chiusura, dal lavoro paziente, progressivamente più coraggioso sulla
chiusura, nasce l’apertura più affidabile, perché siamo passati pazientemente,
coraggiosamente, consapevolmente, compassionevolmente attraverso la strettoia,
attraverso la chiusura.
4. La pratica è pratica di apertura del cuore. La pratica è studio il più
possibile accurato della chiusura del cuore. Per accedere al cuore nuovo di cui
si parla nella tradizione giudaico-cristiana, occorre diventare esperti del
cuore duro, del cuore di pietra di cui si parla nella medesima tradizione.
A volte il termine essere chiusi, chiudersi è assolutamente appropriato, ma può
diventare scontato, ci può tenere sulla superficie della cosa, farci pensare
"come si chiude così si apre". Ma il termine nodo, nodo del cuore, forse è più
preciso, perché il nodo, il nodo stretto richiede un certo lavoro per essere
sciolto. La liberazione significa sciogliersi, sciogliersi da questa tendenza
alla chiusura, sciogliersi dall’attaccamento alla chiusura. Certo ci sono cose
che fanno male, ma – ci insegna il Dharma – esiste la possibilità di sentire il
colpo, di sentire il male e di non annodarsi, di non chiudersi.
Dunque, cominciamo ad aspirare a essere aperti e a rimanere aperti.
Quest’apertura suscita in noi apprezzamento, cioè ulteriore apertura,
soprattutto se è una cosa relativamente nuova delle nostre vite. Rimaniamo
aperti, non diciamo no, diciamo sì. Il sì aiuta, il no blocca. Anche se siamo
chiusi per qualche sbaglio obiettivo che abbiamo fatto, questa chiusura, questo
no, ci rende tutto più difficile. E il fatto di stare in spirito di apertura,
invece di accettare, facilita anche in ultima analisi l’azione giusta.
Stare con le cose, continuare a stare, è una lezione cruciale della pratica ed è
una disposizione che induce l’apertura del cuore, proprio perché sviluppa il
balsamo della pazienza. Non voler stare con le cose, starci a fatica, starci per
forza, starci e volersene andare o andarsene in continuazione sono tutti segni
di chiusura. E parlo anche e soprattutto di stare in situazioni difficili.
Stare significa essere presenti, essere consapevoli. All’inizio ci sembra una
via impervia, una via senza speranza, ci sembra che stiamo facendo in realtà un
lavoro di rassegnazione, incomprensibile, ma ci deve essere la voce piccola o
piccolissima dell’intuizione fiduciosa che ci dice di continuare e continuare: a
stare nella pratica, a stare nel Dharma, a stare in quella situazione con la
pratica, con il Dharma, con la consapevolezza che si accende e si spegne, con la
nostra capacità di accettazione e di lasciar andare che a volte ci soccorrono,
altre volte ci lasciano, ma noi continuiamo.
La piccola voce dell’intuizione, la piccola luce della fiducia ci guidano, anche
se non sono sempre così chiare. E c’è qualcosa che a un certo punto è come se
cominciasse a screpolarsi, a squagliarsi, a dischiudersi. È diverso
dall’improvviso sfolgorare di una gioia che ci apre il cuore perché abbiamo
incontrato questo, perché è successo quest’altro.
È qualche cosa di molto più lento e graduale, ma che quando comincia a succedere
è meno effimero, è un’impronta più profonda. Perché noi di fatto in questo stare
comunque, in questo stare stare stare comunque, non abbiamo fatto altro che
nutrire fedelmente, devotamente, un’intenzione.
L’intenzione di non lasciare la pratica, l’intenzione di non lasciare noi
stessi, come così spesso facciamo, l’intenzione di non rimanere freddi nei
nostri confronti, ma, al contrario, di stare, cioè di starci vicini. E questa
intenzione coltivata, nutrita, a un certo punto comincia a dare i suoi frutti.
Forse in un momento imprevisto, forse appunto quando noi non ce l’aspettiamo,
forse quando proprio non ce l’aspettiamo più, ma abbiamo continuato a stare,
siamo rimasti seduti davanti alla porta chiusa, tranquillamente, consapevolmente
e la porta si è aperta. Quella porta che, come dice Simone Weil, sembra aprirsi
solo dall’interno.
5. L’apertura del cuore è dentro di noi, la chiusura del cuore è dentro di noi,
il lavoro è dentro, gli effetti sono dentro, le intenzioni si coltivano dentro.
Sicché col tempo nasce un senso di sereno disincanto nei confronti
dell’attaccamento al cuore chiuso, di fronte alla coltivazione dell’intenzione
di rimanere chiusi, fatta in mille modi, con mille giustificazioni, consce o
inconsce, ma così nutrita nel tempo. In virtù della pratica, vedendo più e più
volte questa casa fredda, questa casa abituale fredda che ci vogliamo tenere a
tutti i costi, ci nasce dentro una salutare stanchezza riguardo al coltivare
cose che vanno contro di noi e contro i nostri simili.
Anche perché forse abbiamo cominciato a percepire che gli altri sono veramente
nostri simili e questo non va molto d’accordo con la chiusura del cuore,
chiusura che vede soprattutto sofferenza, separazione, contrasto, minaccia.
Quando questa musica comincia a cambiare, quando cominciamo a sentire
l’interconnessione, allora la strana mania, la strana fissazione di chiuderci
comincia a non piacerci più, non la capiamo più, non ci crediamo più e non ci
sembra vero di trovare occasioni, anche piccole, per aprirci. E non abbiamo
paura di cercarle, non abbiamo paura di soffermarci su di esse.
Se siamo chiusi, le piccole cose non le vediamo, le consideriamo dall’alto, ma
non sarà così se abbiamo capito qualcosa di fondamentale. Piccolo, grande, tutto
è vita, tutto può richiamarci alla possibilità di aprirci: sia una cosa
piacevole, sia una cosa spiacevole possono essere vettori di apertura del cuore.
La cosa piacevole suscitandoci un lieto, quasi fanciullesco apprezzamento. E la
cosa spiacevole accendendo in noi sollecitudine e compassione. Entrambe possono
essere vettori dell’apertura del cuore. Ci sono situazioni che sembrerebbero non
essere né piacevoli né spiacevoli: stati di noia, stati di aridità.
Ma abbiamo la pratica per aprirci dentro l’aridità. Stare nell’aridità senza
impazienza che se ne vada, senza contare i minuti, riposarci nell’aridità,
riposarci nella noia, distenderci ben svegli nel letto della noia, questo è un
grande dono che la pratica ci può fare. Allora tutto è combustibile per
l’apertura del cuore.
Questa è la grande lezione della pratica, la grande lezione del Dharma: l’enorme
speranza e fiducia che nasce dall’accorgercene, cosicché non ci sentiamo più
sempre in bilico, alla mercé della fortuna, alla mercé del caso, alla mercé di
quello che ci capita. Ci può capitare tutto, secondo la legge dell’impermanenza,
ma noi possiamo rispondere a tutto in modo giusto e tale risposta non è la
reattività bensì, appunto, la capacità di apertura.
*
PIER CESARE BORI
Universalismo come pluralità delle vie*
Nel secolo XVI, all'inizio appunto dell'epoca moderna in Europa, la pretesa
universalistica del cattolicesimo di costituire l'unica via spirituale fu
contraddetta, con forza e novità inaudite, dalle divisioni interne del
cristianità, e dal contatto di questa con altre e diverse culture. A questa
contraddizione furono prospettate soluzioni assai diverse.
Tra le due proposte estreme e opposte - da un lato la riproposizione più o meno
aggressiva dell'ortodossia, attraverso le missioni, interne ed esterne alla
cristianità, e dall'altro il relativismo culturale - furono date risposte che
consideravano la tradizione cristiana criticamente, senza respingerla ma
cercando di introdurvi una consapevolezza e un riconoscimento della pluralità
delle vie spirituali. Queste risposte, nella loro diversità, hanno in comune un
tratto di "universalismo pluralistico"che va distinto da quell'universalismo che
si potrebbe dire "monistico" in quanto propone una sola via come universalmente
valida (per questo si è parlato di "due tipi di universalismo").1 Il mio tema
sarà precisamente di questo "universalismo come pluralità delle vie" nella
cultura europea moderna. Ne tratterò anzitutto in termini analitici, evocando
alcune fonti e richiamando alcuni recenti importanti suggerimenti nella
direzione, appunto, di un "universalismo pluralistico". Illustrerò poi la mia
personale proposta di un modello di "via spirituale". In conclusione farò
qualche riferimento al modello di Pico della Mirandola, all'inizio della moderna
ricerca, in Occidente, di un universalismo filosofico pluralistico.
I
1. Comincerò richiamando qualche momento importante nella storia
dell'universalismo "pluralistico".
Ciò che segue è una specie di inventario, non esauriente e molto personale,
riflettendo un insieme di "autorità" cui ho dedicato durante l'ultimo decennio
molti lavori, cui mi sia permesso di rinviare.2
In primo luogo, l'umanesimo religioso del XV e dell'inizio del XVI secolo,
quando, volgendosi indietro al neoplatonismo (Nicola Cusano), e sulla base delle
fonti greche, arabe ed ebraiche, recentemente riscoperte, Marsilio Ficino e (più
completamente) Pico della Mirandola si diressero verso una "docta religio" e
una" pia philosophia"che contenevano l'idea di una pluralità di vie religiose.
In secondo luogo, il cristianesimo radicale e mistico tra il XVII e il XVIII
secolo. Penso specialmente al movimento quacchero, iniziato intorno al 1650. Le
origini quacchere risalgono al puritanesimo, ma le idee del "qualcosa di Dio in
ogni uomo", della "luce interiore", del "culto in spirito e verità", contenevano
un universalismo potenziale che trovò espressione, ad esempio, nelle parole di
William Penn: "Le anime umili, miti, compassionevoli, giuste, pie e devote
appartengono dappertutto a una sola religione; e quando la morte avrà levato
loro la livrea essi si riconosceranno, benché il diverso abbigliamento che essi
indossavano quaggiù li rendesse stranieri" (Some Fruits of Solitude, 1693, n.
519. (ma lo sguardo si potrebbe allargare a quel complesso di autori che stanno
tra Riforma "spirituale" e il "cristianesimo senza chiesa".3
Terzo, non va dimenticata la presenza, almeno a partire dalla metà del XVII
secolo, di movimenti esoterici come la massoneria, che si presentano come
portatori dell'unica grande tradizione universale, soggiacente alla varietà
delle culture, ma riconoscibile solo dagli iniziati. René Guénon (con la sua
variopinta posterità) va collocato su questo sfondo. Di questa prospettiva
possono non piacere molte cose: ma neanche l'ironia, come quella di Umberto Eco
ne Il pendolo di Foucault (di cui vedi specialmente il § 75) a proposito della
"semiosi ermetica", dà conto a sufficienza di una posizione che, comunque,
teorizza precisamente la pluralità delle vie spirituali e la loro unità
metafisica (si veda per esempio,di Guénon, Scritti sull'esoterismo islamico).
Quarto, il liberalismo teologico, soprattutto nella sua tendenza
storico-ermeneutica, che ebbe in F. Schleiermacher e A. von Humboldt i suoi più
eminenti rappresentanti, non a caso nell'ambiente dell'Accademia prussiana
fondata da Leibniz nel 1700 (La Storia dell'Accademia di Prussia di Harnack è
affascinante, vedi il mio Dietrich Bonhoeffer e la ´Geschichte der Preussischen
Akademie',1966). Penso specialmente al conflitto che divise Hegel e von Humboldt
a proposito dello status dei classici filosofici indiani. Hegel e il suo
"universalismo particolaristico" prevalsero da quel momento in poi nella cultura
europea. L'Assolutezza del cristianesimo di Troeltsch (1902) può anche essere
letto in questa prospettiva.
Quinto, il trascendentalismo americano. Nel Divinity School Address, il discorso
di Emerson alla Divinity School di Harvard (1838) - il suo addio alla teologia!
- la rivelazione ebraico-cristiana è solo un esempio di una più ampia e continua
rivelazione, che ha precedenti in Oriente: "Questo pensiero dimorò sempre nel
più profondo delle menti degli uomini nel devoto e contemplativo Oriente; non
solo in Palestina, dove esso ha raggiunto la sua più pura espressione, ma in
Egitto, in Persia, in India, in Cina. L'Europa è sempre debitrice al genio
orientale del suo divino impulso". In modo simile il suo discepolo Thoreau, nel
capitolo "Lettura" in Walden (1854), parla della "saggezza dell'umanità di cui
conserviamo memoria, i classici antichi e le Bibbie', "le sacre Scritture, o
Bibbie dell'umanità" Nessun singolo testo è sacro: tutti i popoli e tutte le
tradizioni ne hanno, e tutti sono ammessi in una specie di canone.
Sesto, il cristianesimo ampliato e radicale di Tolstoj Questo cristianesimo era
fondato sull'idea di razumenie, come comprensione universale, o saggezza. Le
verità fondamentali, necessarie alla vita dell'umanità, non possono differire
radicalmente da un paese (o cultura, o epoca) all'altro. Questa saggezza, in un
mondo secolarizzato e multi-culturale, deve essere cercata soltanto in una
varietà di fonti, che noi dobbiamo leggere con la certezza del loro fondamentale
convergere.
Settimo, l'ultimo libro di Freud, Mosé e il monoteismo, in cui vediamo un
interessante tentativo di ricollegare il giudaismo all'antica civiltà egizia
attraverso il suo antico capo, Mosè l'Egiziano, maestro di una universale
"verità e giustizia' (cfr. il mio "E' una storia vera? 1997, da riprendere dopo
Assmann, Moses the Egyptian, 1997);
Ottavo luogo, Simone Weil. Nei suoi Quaderni scrive: "Ogni religione è l'unica
vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle
così tanta attenzione, come se non vi fosse nient'altro; allo stesso modo ogni
paesaggio, ogni quadro, ogni poesia, ecc. è l'unico bello. La sintesi delle
religioni implica una qualità di attenzione inferiore" (Quaderni III, 153.).
Nono, Albert Schweitzer e la sua teoria della cultura. Schweitzer veniva da una
potente, e storicamente decisiva, interpretazione delle origini cristiane e
aveva scoperto in Africa l'idea chiave, per l'etica, del "rispetto per la vita';
finalmente arrivò alla sua filosofia della cultura, nella quale il contributo
occidentale e quello orientale (monismo mistico e dualismo etico) venivano
combinati, senza negare la specificità del contributo cristiano all'etica
(specialmente nel suo saggio sul misticismo di Paolo ( di lui si veda la recente
riedizione di I grandi pensatori dell'India, con il saggio di S. Marchignoli);
Decimo, la ricerca di un fondamento comune, etico e giuridico, che ha avuto la
sua espressione nella Dichiarazione dei diritti umani. Collocherei in questo
contesto anche la ricerca di una "etica mondiale', promossa in anni recenti da
H. Küng (la "Dichiarazione per un ethos mondiale", espressa dal "Parlamento
delle religioni" a Chicago nel settembre del 1993).4
3. Come inciso, aggiungerò qualche suggerimento raccolto dalla ricerca più
recente.
a) C. Ginzburg, di fonte alle costanti morfologiche con cui tratta lo storico,
ammette non solo casi di omologia che possono essere spiegati per le loro
origini in una genesi comune, ma anche l'esistenza di analogie le quali, dove
questa origine comune non può essere ritrovata, sono spiegabili - è il suo
suggerimento - con un simbolismo corporeo di fondo; tornando così al tema
della"natura umana"(Ginzburg, Storia notturna, 1989, XXXVII).5
b) Con qualche esitazione, per una certa mancanza di conoscenze specifiche,
ricorderei qualche suggerimento proveniente dalla psicolinguistica; la quale
sembra permettere che si parli di "istinto linguistico"(S. Pinker) e
di"universali umani"(D. E. Brown), con la conseguenza di dissolvere il dogma
dell'unità inscindibile tra pensiero e linguaggio.6
c) Da un punto di vista completamente diverso, richiamerei la ricerca di
Toshihiko Izutsu nella direzione di una base filosofica comune tra sufismo,
taoismo e buddhismo zen, con risultati che mi sembrano veramente notevoli. Ci
troviamo ora al di là dei confini europei, ma sullo sfondo sentiamo l'influsso
di Henry Corbin, con il suo invito a un"dialogo meta-storico" e a
una"philosophia perennis"(per la quale si vedano anche A. K. Coomaraswamy e A.
Huxley). Molto più lontano, sentiamo la presenza di Heidegger e Jung (Eranos).
Ma i risultati di Izutsu mi sembrano eccezionali per la conoscenza delle fonti e
la consapevolezza metodologica (si guardi ad esempio la sua esposizione della
categoria dell'esistenza nelle questioni di metodo del suo Sufism and Taoism,
1984, 469-73).
d) Sono sono da dimenticare i contributi provenienti dal più prudente e
accademico della filosofia religiosa comparatistica; penso specialmente agli
studiosi che collaborano a "Philosophy East and West".7
e) L'ultimo incontro che ricordo è quello con Tomonobu Imamichi, rappresentante
di una visione umanistica nella quale differenti intuizioni s'incontrano
creativamente: taoismo, buddhismo zen, orientamenti filosofici propriamente
giapponesi, e forse Heidegger, e la tradizione filosofica cristiana.
3. Chiudendo l'inciso, vorrei tornare alle fonti che ho richiamato sopra (n.1),
con alcune osservazioni generali.
a) La possibilità di un contatto con, o di una interferenza tra tendenze simili
va pure considerata. Per esempio, il ruolo della massoneria nelle varie tendenze
universalistiche deve essere ulteriormente esaminato.
b) Stiamo parlando della ricerca universalistica nell'Europa moderna, ma essa
non sarebbe stata possibile senza premesse antiche. Soprattutto il neoplatonismo
(ma anche lo stoicismo, nella misura in cui questo interessa l'etica) ebbe una
funzione particolare, nell' emergere di un universalismo pluralistico. Pico
della Mirandola non esisterebbe senza Proclo e l'ultima resistenza religiosa del
mondo ellenistico e romano all'universalismo "monistico"del cristianesimo.
c) Confrontare le varie posizioni universalistiche con i contesti politici
corrispondenti, e stabilire una stretta connessione tra questi due livelli in
termini di "teologia politica', rappresenta un compito interessante ma
problematico. Questa connessione, probabilmente, non può nemmeno essere
stabilita per l'universalismo del primo tipo (´particolaristico'), e rimane
difficile pensare in termini, ad esempio, di "imperialismo"per gli esempi che ho
dato sopra. Tuttavia rimane vero che né il buddhista Açoka, né Ibn 'Arabi, né
Proclo - per fare degli esempi - sarebbero pensabili senza un ambiente politico
unificato e pluralistico (e lo stesso si può dire per gli autori moderni,
francesi, inglesi o russi che ho evocato).
d) Abbiamo parlato di un'opposizione tra due specie di universalismo, piuttosto
che tra particolarismo e universalismo. La differenza sta infatti in due diverse
modalità di universalizzazione del particolare (la propria cultura): nel
sollevare il particolare a livello di assoluto, oppure invece nel considerare il
particolare come parte di un tutto, o come qualcosa di analogo ad altre
corrispondenti unità che appartengono alla totalità. Diverse posizioni che ho
richiamato sopra possono effettivamente ricevere una migliore definizione se le
intendiamo come "particolarismi critici", perché esse partono dalla
consapevolezza che la presenza della cultura altrui scuote la certezza riguardo
al carattere assoluto della propria. Un efficace documento di questo tipo è, per
esempio, la Lettera a un religioso di Simone Weil.
La stessa proposta di modello universalistico pluralistico che mi accingo ora a
presentare nasce precisamente dalla pratica con fonti antiche non europee.
all'interno dell'orizzonte particolare ellenistico-cristiano, per me
ineludibile.8
4. Prima, sia consentito tuttavia di ricordare il primo passo per me costituito
da Per un consenso etico tra culture (1991, 19942). Il libro muoveva dalla
premessa"che particolarità e universalità non sono in contrasto" e che quindi
"la lettura secolare e critica delle proprie fonti, unita alla crescente
consapevolezza di altre culture, dovrebbe suggerire che una tendenziale,
inespressa, mai pienamente esprimibile universalità tra culture si dà" (p. 9).
Il problema centrale del libro era quindi costituito, come dice il titolo
stesso, dalla possibilità di costruire un convergenza su alcune proposizioni
etiche senza venir meno alla lealtà alla tradizione biblica. La soluzione
prospettata si articolava in alcune tesi, accentrate sull'idea di sapienza come
categoria al tempo stesso intrabiblica e interculturale.
La prima concerneva il rapporto particolarità-universalità e affermava la
possibilità di procedere all'interno dell'orizzonte biblico in una direzione
universalistica, senza contravvenire alla lealtà alla propria tradizione. La
seconda tesi proponeva un'idea di saggezza che è tratta dalla Bibbia, ma trova
corrispondenze ovunque, in varie tradizioni: "La tradizione classica (specie
l'insegnamento socratico), la tradizione biblica, tradizioni orientali e autori
moderni, tutti distinguono tra una conoscenza divisa e astratta, e una saggezza
che tenta di afferrare il rapporto tra parte e tutto, tra pensare e agire, e
ritiene che la seconda è la sola forma di sapienza degna di essere perseguita" .
La terza tesi suggeriva, in una prospettiva psicoanalitica, che"la relazione tra
la madre e il bambino rappresenta il modello che illumina la situazione
sapienziale". Si prestava inoltre un'attenzione speciale alla cosiddetta regola
d'oro, "fa agli altri ciò che tu vorresti fosse fatto a te"(Matteo 7, 12), come
criterio della giustizia, sintesi della saggezza biblica e nucleo permanente di
sapienza inter-culturale.
II
5. Quel primo contributo accentuava dunque soprattutto il momento attivo, etico,
a partire da una lettura della Bibbia orientata verso la sapienza pratica, come
base del consenso etico (La sapienza in Israele di G. von Rad era una lettura
assai importante). Un ulteriore passo ha portato alla elaborazione di un modello
di "via spirituale": un modello interculturale atto ad includere il punto di
vista biblico-profetico, ma ad espandersi ulteriormente.
Un aiuto decisivo a varcare appunto e a ricomprendere l'orizzonte biblico è
venuto dalla consuetudine (soprattutto didattica, mediante il volume, Per un
percorso etico tra culture, con S. Marchignoli, 1996) con la Bhagavadgîtå, testo
chiave della prospettiva induista.9 Questo tradizione, com'è ben noto, teorizza
la distinzione fra tre discipline, contemplazione (jñanayoga), azione
(karmayoga) e devozione (bhaktiyoga). Se intendiamo la terza disciplina,
bhaktiyoga o devozione, più che come una terza via, come un possibile, ma non
necessario complemento delle altre due, otteniamo due discipline in due
possibili forme: con o senza bhakti, con o senza culto personale o fede in un
Dio personale. Se ne ottiene uno schema quadripartito,
fig.1
1.con bhakti 2. senza bhakti
A. jñanayoga A 1 A 2
B. karmayoga B 1 B 2
Lo schema può essere generalizzato nel seguente modello,
fig.2
1. con rappresentazioni religiose 2. senza rappresentazioni religiose
A. contemplazione A 1 A 2
B. azione B 1 B 2
che non solo può utilmente essere usato per descrivere anche tradizioni diverse
da quella indiana, ma - è la nostra proposta - può essere servire ad spiegare
ciò che qui si intende per "via spirituale". Alcune spiegazioni sono necessarie.
Primo, a proposito di questi stessi due termini, "via spirituale". "Spirituale"
è più ampio di "religioso", ed è stato usato per includere anche quegli
orientamenti etici e contemplativi che non implicano una fede in una divinità
personale, o altre rappresentazioni religiose, e che nondimeno si presentano
come una"via", un percorso che, nella varietà delle tradizioni e della
esperienze personali, costituisce comunque una risposta concreta alla comanda
circa il compito spettante ad ogni umano.
Secondo. "Rappresentazione religiosa"10 si riferisce a tutto quello che può
"stare per" la divinità, intesa come potenza distinta essenzialmente dal mondo,
ma non separata da questo quanto a realtà ultima.11 Tra queste rappresentazioni
è di massimo rilievo la configurazione della divinità come persona, destinataria
di preghiera, di culto, di bhakti. La coppia "con/senza rappresentazione
religiosa" dovrebbe essere confrontata e integrata con altre possibilità, da
discutere attentamente: mythos/logos (E. Cassirer); carismatico/razionale (M.
Weber); particolaristico/ universalistico (o, meglio, i due tipi di
universalismo già ricordati). Inoltre: metafora/metonimia oppure paradigma/
sintagma (in riferimento alla semiotica, specialmente a Ju. Lotman);12 o anche,
nel linguaggio di Ibn 'Arabi, khayl /'aql (immaginazione/ragione), in Averroè
shari'a / hikma (legge/saggezza).13
Terzo, la distinzione fra le due discipline, contemplazione e azione può essere
bene descritta (come per esempio da A. Schweitzer, ma con una terminologia ben a
lui precedente) come la distinzione tra l'atteggiamento "monistico" (volto a
contemplare -teologicamente o filosoficamente - la realtà come necessaria, senza
divaricazione tra essere e dover essere), e il secondo come"dualistico"
(l'atteggiamento di chi, assumendo la divaricazione tra essere e dover essere -
il male! - si assume anche il compito di superarla nella prassi,sia essa
motivata religiosamente, sia essa un'etica laica).
Quarto, occorre insistere sulla circolarità tra azione e contemplazione (agisco
perché conosco, ma non posso conoscere senza cambiare me stesso: cfr.Per un
consenso etico, V)14 e sulla contiguità tra modalità conoscitiva rappresentativa
e modalità concettuale, come due linguaggi necessari e reversibili.
Quinto, dal punto di vista descrittivo la differenza fra le "vie"storicamente
date starebbe nell'accentuazione, piuttosto che nella presenza o assenza,
dell'uno o dell'altro aspetto. Così l'induismo e il buddhismo (quest'ultimo, con
suo punto di origine, fig. 2, in A2) coprirebbero attualmente le quattro
possibilità; il confucianesimo insieme col taoismo sarebbero collocati
rispettivamente nei settori B2 e A2. I monoteismi biblico e coranico (e prima
ancora forse il mazdeismo15) nascerebbero come disciplina dell'azione con
rappresentazioni religiose sebbene contengano elementi atti ad espandersi in
altri settori (ad es. il sufismo spazia tra A1 e A2; la sapienza biblica,
nell'ipotesi illustrata da Per un consenso etico, spazia tra B1 e B2). L'utilità
di questo schema si mostrerebbe precisamente in una migliore comprensione delle
possibilità e dei limiti del profetismo(cfr.Bori, Monoteismo ed ermeneutica,
1998).
Sesto. Il percorso, la "via" appunto, di là della circolarità delle forme e
delle discipline (attraversando e lasciandosi alle spalle il "quadrato" della
fig. 2: ci si può figurare una freccia) avrebbe come meta ultima la scoperta
conclusiva dell'identità esistenziale, ovvero della"unità della realtà"(wahdat
al-wujûd, Ibn 'Arabi, che corregge la pericolosa formula di al-Hallaj,
ana-l-haqq "io sono la Realtà),16 wu-ming (senza-nome, negli scritti taoisti),
samadhi induistica o çûnyatå (vacuità) buddhistica. Si può anche ricordare,
nell'ambito della tradizione cristiana, J. Boehme, o George Fox ("arrivare a
conoscere l'unità nascosta nell'Essere eterno"Journal, p.28).17 Questo scopo
tuttavia non sarebbe di là dal mondo (sarebbe tale solo nelle rappresentazioni,
ormai lasciate alle spalle) e consterebbe invece in un modo essenzialmente
diverso di essere al mondo (Izutsu).
Settimo, in risposta ad alcune obiezioni. Questo modello non è contenutistico,
ma trascendentale basandosi soltanto su necessarie alternative antropologiche
(azione/contemplazione, con o senza rappresentazioni), senza pretesa di
spiegarne il fondamento (monismo e dualismo, necessità e libertà sono entrambi
postulati, come anche diverse modalità della loro rappresentazione). Per questo
motivo una possibile obiezione di sincretismo deve essere respinta: le vie
spirituali possono essere confrontate in quanto struttura, e non in quanto
contenuto. Inoltre questo modello, proprio perché teorizza la pluralità delle
vie, non suppone alcuna "dottrina dell'età dell'uomo", alcuna teologia della
storia, o filosofia della storia: l'ebraismo non è compiuto-superato dal
cristianesimo (Paolo, Agostino, Hegel), né questo dall'islâm. Non suppone
neanche come vitalmente necessaria - come per esempio in A. Schweitzer - una
integrazione tra pensiero "orientale" e pensiero "occidentale", pur
avvantaggiandosi dal punto conoscitivo dalla comparazione tra strutture
analoghe.
Ottavo. Qualora, concordando sulla sua correttezza descrittiva, di conseguenza
si accordasse a questo modello anche una certa normatività (consistente più in
una postulazione di compiutezza strutturale di un dato percorso, che in una
indicazione di contenuti universali), esso richiederebbe e valorizzerebbe
l'interazione nella stessa persona delle diverse dimensioni: la disciplina etica
e la concentrazione meditativa, la sensibilità verso il linguaggio simbolico
tradizionale e attenzione razionale della realtà. Lo spazio di
contemplazione-azione senza rappresentazioni religiose sarebbe aperto alla
comunicazione inter-culturale,18 mentre l'altro spazio faciliterebbe la fedeltà
alla tradizione di appartenenza: sia questa la fedeltà ad una vera pratica
religiosa sia essa la capacità di apprezzare laicamente il linguaggio religioso:
giacché il modello, a partire dall'idea di bhakti - fig. 1 - consente di
intendere la religione come una variante possibile, utile, e tuttavia libera,
all'interno di una via spirituale, questa sì necessaria.
Con il riconoscimento della pluralità di vie, in cui ogni via significherebbe e
contiene in qualche modo ogni altra via, si potrebbe realizzare così in un certo
modo l'assioma di S. Weil: "ogni religione è l'unica vera".19
6. Sono consapevole dei limiti di ogni rappresentazione schematica di questa
realtà così ricca, multiforme e mobile, e dei rischi della mia proposta.
Desidero concludere ricordando quanto stimolante fosse leggere l' Orazione sulla
dignità dell'uomo di Pico della Mirandola, e scoprire che egli diceva cose molto
simili a queste se in un modo molto più luminoso e toccante. Secondo Pico, la
dignità dell'uomo - opus indiscretae imaginis, creatura senz'immagine, e per
questo immagine di Dio - consiste nella sua vocazione ad attraversare e
trascendere ogni immagine, percorrendo una "via"in tre stadi: la trasformazione
etica (azione), la ricerca intellettuale (contemplazione), e la perfezione
finale nell'identificazione con la Realtà ultima. Secondo Pico, questo paradigma
è universale, perché può essere trovato in ogni tradizione a lui nota:
cristiana, ebraica, ellenistica, egizia-ermetica, caldaica...20
Probabilmente questa indicazione, che ci giunge dagli esordi della moderna
ricerca europea dell'universalismo, è più nuova e utile delle molte altre che
abbiamo esaminato nella prima parte dell'esposizione - dai mistici del Seicento
alla "Dichiarazione per un ethos mondiale". La maggior parte di quelle voci
insisteva infatti su una comune - importante, tuttora imprescindible- base
etico-sapienziale, coerentemente con l'originario punto di vista ebraico e
cristiano. Ma l'indicazione di Pico, consentirebbe di fare un passo innanzi -
non contro, ma oltre il "consenso etico tra culture": si tratterebbe di
riconoscere il parallelismo non contenutistico ma strutturale dei percorsi
umani, al di là dei loro nomi, e il loro convergere finale. La valorizzazione di
questo suggerimento, nella consapevolezza delle distanze storiche e culturali da
cui ci viene,21 esige ulteriore ricerca.
NOTE
* Traduzione e rielaborazione di un testo presentato in inglese al convegno
"Cultura, religione e il problema dell'universalismo", a Tokio, presso
l'Università Meiji Gakuin, il 6-8 dicembre 1997. Ringrazio gli organzzatori, in
particolare il prof. You Shibata, per averne consentito la pubblicazione in
anticipo sugli atti del convegno. Le note sono successive, e sono intervenuto
anche profondamente in alcuni punti del testo, senza modificarne tuttavia le
dimensioni e mantenendone la tonalità e la struttura.
1 Cfr. Walzer, Two Kinds of Universalism (1990), e, dello scrivente Una
rilettura dei "Tre dialoghi" e del " Racconto dell'Anticristo" di Vl.Solov'ëv:
il conflitto tra due uni-versalismi, (1990). Lo scritto di M. Walzer oppone
l'universalismo onnicomprensivo della legge, all'universalismo "reiterativo" (a
partire da Amos 9, 7: "Non ho portato,Israele fuori dell'Egitto, e i Filistei da
Kir?"). Nel mio lavoro oppongo due tipi di sapienza, quello "cristocentrico" di
Solov'ev e quello di L. Tolstoj, che è "senza centro", cioè ritova una sapienza
comune fondamentale nelle tradizioni dei popoli. Nonostante le convergenze i due
scritti sono indipendenti (dubito tuttavia che dai testi di tradizione
profetica, addotti da Walzer, si possano essere letti come propone questo
autore, cioè in una direzione pluralistica, mentre credo che maggiori spazi
siano aperti dal punto di vista sapienziale, come si accennerà più avanti).
2 Indico in bibliografia un complesso di saggi che sono oggi reperibili anche,
in forma ridotta (senza note), in http://www. spbo.unibo.it/pais/bori/
3 Evocando due classici: Rufus M. Jones, Spiritual Reformers e L. Kolakowski,
Chrétiens sans Église.
4 Pubblicata a suo tempo in Il regno documenti 7, 1994, 251-256.
5 Importanti suggerimenti vengono anche dal recente Occhiacci di legno (1998),
soprattutto dal saggio Stile. Inclusione ed esclusione. Secondo l'autore si deve
ad Agostino di avere usato la distinzione di origine retorica (Cicerone) tra
bellezza in sé e adeguatezza storica del discorso al fine di comprendere la
complessa verità della Bibbia, in cui ogni parte è "adatta a suo tempo".
Rifacendosi a questa tradizione Baldesar Castiglione avrebbe potuto far dire a
un sua personaggio: "Quasi sempre per diverse vie si po tendere alla summità di
ogni eccellenzia" (138 s.;). Aggiungerei che l'espressione di Castiglione suona
come una tardiva risposta alla famosa contestazione che Simmaco, nel 382,
rivolgeva ai cristiani: "Con una sola via non si può attingere un così grande
segreto" (su questa espressione, cfr. Gnilka, Die vielen Wege und die Eine, 1990
(in termini di forte ortodossia cattolica, cfr. anche Pesce, Cum diuinitas
patiatur diuersas religiones esse).
6 Interessanti riflessioni suscita anche Anna Wierzbicka, con il suo
Cross-Cultural Pragmatics, che insiste sull'universalità degli stili
comunicativi.
7 A titolo di esempio segnalo il recente contributo di D. Lawrence, çiva's
Self-Recognition and the Problem of Interpretation, che culmina in un confronto
tra Abhinavagupta e le tesi del teologo B. Lonergan, nel suoInsight.
8 Cfr. come il notevole Nakamura, A Comparative History of Ideas (1975) assuma
come asse centrale di una sintesi universalistica la storia del pensiero
indiano.
9 Come buona introduzione al problema centrale di questo testo, si può leggere
Franci, La crisi morale di Arjuna, 1986.
10 "Rappresentazione" è presa qui in senso ampio, in modo da includere anche
l'ebraismo e l'Islam, benché esse siano, per se, religioni aniconiche (cioè che
proibiscono le immagini). E' il contenuto (non mondano) che distingue
rappresentazione religiosa e rappresentazione estetica, nonostante i molti punti
di contatto tra le due esperienze (ho naturalmente ben ben presente la
quadripartizione crociana, cfr. per esempio Croce Sulla teoria della distinzione
delle quattro categorie spirituali).
11 Ovvero quanto ad "esistenza". Su questi termini della filosofia classica - la
distinzione reale tra essenza ed esistenza, il nesso simmetrico potenza-atto, la
mia riflessione poggia su E. Gilson L'être et l'essence.
12 Nello spazio verticale A1 e B1 ( usando la terminologia di Lotman (Il
problema del segno e del sistema segnico) sarebbe caratterizzato da una
organizzazionne paradigmatica del significato (dove una parte sta per il tutto:
il particolare viene universalizzato), mentre nell'altra colonna A2-B2
l'organizzazzione del significato è sintagmatica (una parte sta nel tutto).
13 Mentre Ibn 'Arabi sembra privilegiare il ruolo decisivo dell'"immaginanazione
creatrice" (dunque lo spazio rappresentativo), la posizione di Averroè (ne Il
trattato decisivo ) mi sembra particolarmente interessante, in quanto contiene
il riconoscimento che esistono due linguaggi in cui si dice la stessa cosa:
quello religioso (più propriamente profetico) e quello della
filosofico-razionale, e che questi linguaggi reversibili sonodiversi, e cioè
originari, irriducibili, in modo che non sia lecito e possibile né risolvere
completamente un linguaggio nell'altro né subordinare un linguaggio all'altro
(cfr. Bori, "Frare Anselm Turmeda", 1997).
14 Un impressionante quadro emerge da L'uomo come potenza di J. Evola, dove si
intravvedono le conseguenze del rifiuto della circolarità, in nome di un puro
"agire per conoscere" (35).
15 Penso per questo a Gnoli, il maggior problema cui il duslismo zorostriano e
poi manicheo hanna cercato la risposta è quello della "onnipresenza del male"
(In Del bene e del male,p.135).
16 Cfr. Mokdad Mensia, La voie di Hallaj et la voie d'Ibn' Arabi.
17 Nella tradizione ellenistico-cristiana, la meta potrebbere essere detta
"mistica". Questo termine è però suscettibile di molte interpretazioni, sia
nella direzione religiosa, che in quella filosofica (vedi per esempio la
trattazione di W. James, Le varie forme dell'esperienza religiosa, XVI e XVII),
e richiederebbe perciò una chiarificazione.
18 Senza la preclusione esoterica posta da Guénon e dai suoi affini, dove il
punto di vista non religioso, chiamato da Guénon "metafisico", sarebbe,
paradossalmente, universale e tuttavia esoterico, e cioè non comunicabile al di
fuori della cerchia degli iniziati nelle diverse tradizioni.
19 Ciò che, di principio, non richiederebbe la tutela di una "forza" imperiale
(quanto alla Weil più ripugnava). Inquietante, ma istruttiva e tenere presente
in una discussione più ampia è invece la valorizzazione politica della
prospettiva pluralistica guénoniana da parte di Evola, soprattutto nel saggio
del 1931 Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico.
20 Lo schema triadico sarebbe da confrontare con il modello qui proposto. Per
questo schema , che nasce dalla confluenza, già in Filone di Alessandria, di
platonismo e di stoicismo, Pico, oltre che dallo pseudo-Dionigi, dipende da
Origene (Commento al cantico dei cantici, Prologo ) che sostiene la ascendenza
salomonica dello schema (Salomone è autoreProverbi, Ecclesiaste, Cantico:
disciplina morale, naturale, contemplativa). Da Salomone, secondo Origene,
sarebbe passato in Grecia. Pico, interessato a mostrarne l'universalità,
significativamente omette la priorità salomonica, e distacca il secondo stadio
dal pessimismo dell'Ecclesiaste, insistendo in modo totalmente inedito sulla
dignità religiosa della vocazione intellettuale. Questa lettura di Pico, che
differisce dalla maggior parte della tradizione interpretativa (segnata tuttora
dalla prospettiva di G. Gentile, cfr. per esempio il suo Giordano Bruno, 27-30:
l'uomo come libertà e potenza pura) sorregge il progetto di commento collettivo
ipertestuale (in corso di completamento) al Discorso di Pico (v. bibliografia).
reperibile in http://www. brown. edu/Departments/ Italian_ Studies/pico/
21 A proposito della distanza, segnalo almeno due problemi, entrambi in sostanza
legati alla matrice platonica. Il primo concerne l'appartenza dello schema
pichiano all'universo dello (pseudo)-Dionigi (cfr. Rocques, L'univers
dyonisien), il che proietterebbe il pensiero di Pico all'indietro, nel cosmo
ordinato del medioevo, piuttosto che nell'indidualismo moderno. Il secondo
riguarda l'ermeneutica delle fonti, soprattuto nelle 900 tesi, a causa del
difetto di senso storico e dell'affiorare di approccio "simbolico" (che Cassirer
- Pico sella Mirandola, 1942 - spiega così: "i Molti non sono più effetto
dell'Uno", ma ne sono "espressioni, immagini, simboli"): il suo universalismo
rischia sia il sincretismo sia la confusione tra prospettiva religiosa e
dimensione filosofica (rispetto a questo esisteva già la chiarificazione
averroistica che il concordismo pichiano trascura).