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Il movimento femminista
di Iole Guercio
N° 1
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La nascita di un grande movimento presuppone almeno tre basi fondamentali: un capo carismatico, o un’élite intellettuale a cui fare riferimento, una revisione dei termini e una revisione storica. Ciò non vale solo per il femminismo, ma per la maggior parte delle grandi ideologie e anche religioni. Cercherò di percorrere con voi alcuni passaggi storici per giungere ad una valutazione adeguata nell’oggi, e, perché no?, anche nelle situazioni esistenziali di cui si occupa questo sito.
Il secondo sesso In realtà furono molti i teorici del femminismo, e sicuramente Simone de Beauvoir fu un’esponente di spicco anche se non la fondatrice di un movimento di cui già c’era sentore e bisogno. Il merito di Simone è certamente quello di aver raggiunto una vastissima fetta di pubblico e di donne, anche grazie alla rivista di estrema sinistra fondata da Sartre e da lei ‘Les Temps Modernes’, attorno cui girava quindi quell’élite intellettuale cui accennavo prima. Nel 1949 esce Le deuxième sexe (Il secondo sesso) di Simone de Beauvoir. In questo libro la filosofa esplora la condizione femminile come si è venuta a fissare nel corso dei secoli. Compie, in fin dei conti, una revisione generale a partire dalle sue prospettive personali, da un malessere che certamente non era solo suo ma di moltissime donne del suo tempo. Espone la necessità del superamento di una visione gerarchica dei rapporti umani che vede l’alterità femminile come inferiore, in cui il maschile è ‘norma’ ed il femminile ‘altro’, che identifica la differenza, come ‘secondo sesso’. È lei che apre la strada a quella che sarà detta la prospettiva del gender; infatti vi si esplica il concetto secondo cui ‘donne non si nasce, si diventa’, riflettendo sull’influenza della società nella costruzione del maschile e del femminile e non valorizzando una differenza se non come, appunto, costruzione. Simone de Beauvoir (chi non le volesse concedere di essere stata una grande filosofa le concederà sicuramente che è stata una grande scrittrice fin dall’infanzia) ha avuto certamente moltissimi meriti, ma ha proiettato sul campo storico delle dinamiche non propriamente critiche che hanno aperto la strada ad una revisione totale di una storia che era stata scritta quasi esclusivamente da uomini, a partire dalla creazione, o dal principio dell’evoluzione, a seconda di cosa si creda.
Come cancellare pagine di storia Regola numero uno della ricerca storica: quando un campo percettivo è scarsamente strutturato il soggetto percepiente proietta sul campo il contenuto delle sue dinamiche interiori. Tradotto in termini elementari, la storia che ci arriva è falsata perché la ricerca prevede settant’anni di distanza almeno (tale è il tempo per aprire gli archivi giuridici) e in questo lasso di tempo cambia la mentalità di chi studia il documento rispetto a chi lo ha redatto. Se questo vale per la storia moderna, comprenderemo bene le difficoltà che ci sono per quella medievale e antica. Tristemente occorre accettare che per quanto si cerchi di indagare su un fenomeno storico non si giungerà mai a una verità assoluta ma ad una buona (nel migliore dei casi) interpretazione. In più non è che in Italia ci si possa vantare di una ricerca storica non di parte: misteriosamente dai libri di storia spariscono cose… come le foibe, lo sterminio dei Testimoni di Geova nei campi di concentramento nazisti, degli omosessuali e dello stesso popolo polacco, per non parlare dei religiosi, le industrie e l’economia del sud prima dell’unità d’Italia… e altro, pagine bianche quasi dimenticate e ricondotte alla luce da pochi coraggiosi, a volte estremisti che però hanno dalla loro l’esasperazione di non vuol perdere la propria memoria. La virtù come al solito sarà certo più tendente verso il centro, ma nella mia esposizione sulla storia del femminismo mi propongo anche qualche stoccata contro i luoghi comuni che tanto hanno nuociuto ad un movimento importante non solo nella struttura della società, ma soprattutto nella rivendicazione di alcuni diritti fondamentali come il riconoscimento del proprio lavoro e delle proprie capacità (del resto tratterò mano a mano).
Una guerra a colpi di vocabolario Come nascono le parole? Da dove vengono fuori concetti di uso comune di cui i nostri genitori ignoravano completamente l’esistenza? Qualcuno potrebbe sostenere che c’era molta più ignoranza in Italia, la verità è che i termini già presenti nella nostra lingua possono, in determinati casi assumere un altro significato, a cui da principio non si dava alcun peso e a cui poi ci si trova legati. Allora, il capitolo 4 del documento finale della conferenza internazionale su Popolazione e Sviluppo del 1994 si intitola “Eguaglianza di genere, equità ed empowerment[1]” e chiede per le donne ‘la pari partecipazione ed equa rappresentazione a tutti i livelli del processo politico e della vita pubblica’ e ‘l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della vita, compresa la vita familiare e comunitaria’ (punto 4.25). Il termine genere, nel 1994 significava sesso, maschile o femminile [Qualcuno si ricorderà l’analisi grammaticale: nome comune di cosa, genere femminile (o maschile, ovviamente a seconda dei casi), numero singolare (o plurale, sempre a seconda dei casi)]. Traslando il significato, genere divenne, da sinonimo di sesso, a ruolo costituito dai condizionamenti sociali, dove non basta la sessualità a definire i ruoli maschile e femminile, questa prospettiva si interessa principalmente allo studio dei comportamenti e della formazione dei ruoli maschili e femminili, ritenendo che dalla socializzazione dipenda la differenza di ruolo attribuita ai due sessi. L’anno successivo, al raduno preparatorio prima della Conferenza di Pechino, si chiese di stabilire quale fosse il significato della parola ‘genere’; ma questo suscitò l’ira funesta di Bella Azbug, lider del WEDO[2], che paventò il fatto di portare indietro il linguaggio e di riportare al concetto di ‘biologia come destino’, per ridurre le donne alle loro caratteristiche fisiche e sessuali (interessante in questo senso D. O’Leary, Maschi o femmine?, Rubettino, Soveria Mannelli 2006). Ma la semplice firma in un’ulteriore sessione preparatoria della Conferenza, che sottoscriva che il termine genere non aveva nessuna differenziazione rispetto al passato indica, di fatto, che qualcosa non quadrava, altrimenti non ci sarebbero certo volute delle firme per specificare l’ovvio.
Nel prossimo ‘incontro’ tratterò della revisione storica ad opera del femminismo e dell’ottica di genere.
[1] Il sentire di avere potere. [2] Women's Environment and Development Organization, gruppo umanitario pienamente riconosciuto dalle Nazioni Unite.
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