Teologia di genere
di Anna Saccomani
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La questione del “genere” all'interno del discorso teologico, prende corpo nel mio pensiero in diretta relazione con la mia transizione, con la mia accettazione di me. La dimensione di 32 anni di costante negazione di me, nel tentativo di adeguarmi ed uniformarmi ad essere un uomo invece di poter essere me stessa, mi aveva impedito di prendere seriamente in visione il senso della rivendicazione delle mie colleghe in relazione all'impronta decisamente maschile del pensiero teologico tradizionale. La teologia femminista e, tanto più la teologia di genere, suscitavano in me una sorta di irritazione, di non accettazione di alcuni elementi che ritenevo fossero degli eccessi, delle rivendicazioni di scarsa significanza dal punto di vista dell'analisi teologica. In effetti, ad esempio, la questione del “linguaggio” mi appariva eccessiva, secondaria, all'argomentazione che si stava affrontando. Cosa poteva significare dire “uomo e donna” invece che “uomo” in una argomentazione cristologica? Cosa poteva aggiungere? Quello che è significativo è il senso e la comprensione dell'elemento salvifico, più che la dimensione dell'inclusione. Usare il termine “uomo” invece che “umanità” cosa poteva cambiare? Il mio sforzo di negazione di me ed il mio cercare di uniformarmi, non confrontarmi con il mio essere donna, mi impediva di cogliere il senso profondo di un discorso inclusivo, di cogliere che questo non era solo l'espressione generalizzata di un uso più appropriato del linguaggio, ma implicava accogliere e prendere in piena considerazione la dimensione umana di un sentire, un vedere, un percepire la fede e la dimensione salvifica dell'opera di dio, in modo profondamente diverso. L'inclusione non è solo il “mettere insieme”, ma soprattutto è “accoglienza” e quello che né consegue come l'ascolto, la cura, l'attenzione al debole, la comprensione dell'amore nella sua piena diversità. La dimensione viscerale, carnale, fisica, emotiva e contemporaneamente intellettuale dell'amore, del sentire, del relazionarsi a dio, prendeva corpo e prende corpo nel momento in cui, invece di dire “uomo” si inizia a dire “uomo e donna” o “umanità”. Nel mio travaglio di analisi e di comprensione teologica anche della mia situazione umana, di donna nata in un corpo maschile, che di fronte a dio doveva interrogarsi e chiedersi il “perché” di questo, il perché del rifiuto degli altri, il perché di questa scelta di dio di darmi un corpo non conforme, mi ha posto di fronte l'ampiezza della carenza del pensiero teologico tradizionale, l'assenza totale di una comprensione più ampia della riflessione sull'opera di dio nella storia. Anche l'eccesso di alcune posizioni prodotte dalle teologie femministe o dalle teologie di genere, si venivano ad aprire in una nuova luce, non più come una minaccia, ma come la rivendicazione esasperata di chi non ha mai trovato ascolto, di chi è sempre stata negata, di chi è stata sistematicamente esclusa ed alla quale è sempre stato dato un ruolo di subalternità. Non che l'eccesso e l'esasperazione di queste posizioni diventino in sé accettabili, ma quanto meno trovano una motivazione, una comprensione in ciò che ha determinato queste posizioni. Trovarsi a vivere, su se stesse, la scissione di genere fra corpo e mente è una esperienza unica che non può trovare paralleli, analogie, sistemi nei quali si possano trovare elementi comuni. Ogni generalizzazione, ogni tentativo di dare uno sguardo d'insieme per poter produrre una griglia generale sulla base della quale poter sviluppare un “sapere” od un sistema di analisi generale, rappresenta, sempre e comunque, la negazione di qualcosa, l'esclusione che si perpetua di un elemento che non ha mai il carattere della marginalità. La prima cosa che si comprende è che non vi sono dimensioni assolute, sintesi capaci di poter dare un quadro, ma che ogni persona è storia particolare e non assimilabile all'altra, che il “genere” è un universale stereotipato da chi né ha voluto sviluppare e coltivare una certa impostazione culturale. Esiste un “femminile” ed un “maschile”? La domanda è aperta, per quanto soggettivamente parlando io possa dire che non esiste un maschile ed un femminile, ma esistono donne ed uomini, che, in quanto tali, affrontano e si confrontano con il mondo nel quale vivono con soggettività diverse, con emozioni, sensazioni e sentimenti completamente diversi. Potremmo dire che esiste una caratteristica, un elemento che può accomunare le donne con le donne e gli uomini con gli uomini? Potrei solo dire che ciò che accomuna è solo l'essere persone nella loro specifica soggettività, nel loro specifico modo di essere e di sentire. Persone sono ciascuna donna, persone sono ciascun uomo, e tutte insieme fanno parte di quella umanità creata da dio, dove ciò che predomina e ciò che caratterizza l'atto creativo di dio è proprio la diversità. Nasci, e per un certo periodo di tempo, ti identifichi in un certo genere, mentre senti diverso da te l'altro genere, lo trovi rumoroso, sporco, e con giochi che non capisci bene. Che significa eccitarsi tanto per aver tirato una pietra su delle figurine? E poi, queste figurine? Oppure lo scalmanarsi dietro ad un pallone? Eppure arriva il momento in cui qualcuno ti dice con chiarezza, e senza possibilità di replica, che tu appartieni proprio a quel genere e che sarebbe logico, se non utile, che tu giocassi con le pietre da tirare sulle figurine, e che tu ti scalmanassi dietro ad un pallore, che tu evitassi di stare troppo a lavarti e quant'altro. In altre parole, arriva il momento che qualcuno ti dice che tu non appartieni al genere femminile, ma a quello maschile e che ti devi adeguare. Perché? Perché il tuo fisico corrisponde a quello di genere maschile e poco importa che tu invece ti senta parte di quell'altro genere. La società ti identifica sulla base del genere che è segnato sul tuo fisico e tu, ti piaccia o no, devi corrispondere a quella identità. Allora cosa è il “genere”? Può la persona scomparire di fronte ad una codificazione definita e stabilita socialmente di quale genere tu possa essere? Essere donna, essere uomo, dipende da una codificazione o da un “essere” persona così come il dio che l'ha pensata la ha anche creata? Appare chiaro che la persona viene catalogata in un genere perché questo la definisce socialmente in un ruolo, in uno specifico ambito con delle specifiche attribuzioni e compiti sociali, finalizzati ad una struttura di potere, ad un sistema economico, ad un controllo sociale e politico. Tutto questo è chiaramente suffragato ed alimentato da una cultura che, appunto, rafforza e consolida i ruoli e i necessari schemi sociali.
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