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Non sono più una teologa

 

Per prima cosa desidero ringraziarvi  per avermi coinvolta come collaboratrice in questa rivista telematica, anche se il mio pensiero teologico non è più così tanto governabile e non è più soggetto alla necessità di un procedimento di mediazione. Ringrazio Ausilia perché ha fatto una sua scelta di “libertà”, dando uno spazio ad una voce non ortodossa nell'ambito di una discussione e di una riflessione tematica, nella quale non c'è volontà di scontro o di distinzione dalla linea ortodossa rappresentata dalle chiese occidentali.

            Si pone, da parte mia, la necessità di chiarire bene chi sono in relazione a chi sono stata, non tanto per una necessità di biografia di presentazione, quanto perché ad ogni atto di “libertà” deve corrispondere necessariamente un atto di “lealtà”.

            Il titolo dato a questo intervento già esprime la mia presa di distanza da una logica, quella teologica, della quale mi sono nutrita e sono vissuta e nella quale non mi riconosco più per una serie di motivi, primo fra i quali la mia personale ed eccessiva pretesa che ad un pensiero deve corrispondere conseguentemente anche una certa prassi. Se il pensiero non è seguito da una prassi, allora si sta facendo astrazione, e la teologia non è astrazione. Ma se la teologia non è astrazione o speculazione fine a se stessa, poiché essa diversamente dalla filosofia ha un oggetto definito, è altrettanto vero che ogni teologo/a se non è figlio/a di un qualcuno è sicuramente servo/a di qualcosa, verso la quale mette a disposizione la propria conoscenza più o meno in buona fede. La fede nella teologia ha una dimensione piuttosto particolare, ovvero non è questione dirimente. Chi fa teologia la può fare anche a prescindere dalla fede, poiché può essere mosso/a solo dal suo senso di servizio verso il proprio padrone o signore. La fede è qualcosa che riguarda il soggetto, lo può determinare o meno, ma nella teologia, se c'è fede, essa è qualcosa di estremamente soggettivo che si pone in dialogo con qualcosa che ha di fronte, anche nel caso in cui serva questo qualcosa.

            Diceva Gioacchino da Fiore che vi sono diversi stadi di relazione con dio, quello del servo, quello del figlio e quello dell'amico. Il servo ed il figlio sono nella stessa dimensione di servizio, l'uno verso il proprio padrone, l'altro verso il proprio genitore. Non necessariamente l'uno o l'altro sono a conoscenza di quanto e di quale sia la volontà del genitore. L'amico no! L'amico è a conoscenza del pensiero e della volontà del proprio amico, con questo ci discute, ci ragiona ed è in una dimensione di grande dialettica. Gesù stesso dice ai suoi discepoli che li chiama amici, proprio perché sono a conoscenza della volontà del padre.

            Ecco, io non sono più una teologa! Non la sono più perché non sono più serva di nessuno, ma presuntuosamente sono partecipe della volontà del mio creatore. Cosa implica questo? Sostanzialmente implica che non ho più necessità di mediare il mio pensiero, di renderlo più o meno conforme o digeribile a chi lo legge o l'ascolta. In altre parole il mio pensiero non serve a nessuno e non è di alcuna utilità per chiunque lo legga. Il mio pensiero rappresenta semplicemente un pensiero che, nella sostanza delle cose, lascia le cose esattamente come le trova, poiché esso non è al servizio di alcuno, ma piuttosto può solo essere servito da qualcuno. L'eventualità che qualcuno serva un pensiero, specialmente se questo è il mio pensiero, è piuttosto utopica. Dico utopica e non irreale. L'utopia è qualcosa che ancora non ha luogo, ma nessuno può dire che non lo abbia domani. In una conferenza al liceo classico di Catania dicevo, appunto, che l'utopia è un progetto, ed in quanto tale può anche trovare realizzazione. Quindi che il mio pensiero possa essere servito domani, è utopia e non fantasia.

            Non sono più teologa perché sono stata liberata dalla gabbia del dover essere, del dover dire, del dover spiegare. Si, liberata dal “dovere”, ma ovviamente come ogni persona liberata, non sono una persona libera. Sono appunto liberata, quindi ancora soggetta agli influssi di quello che ha rappresentato per tutta la mia esistenza la mia terra di schiavitù, quella che è stata la mia casa d'Egitto.

            Oggi come oggi non posso più essere una teologa proprio perché mi trovo nella dimensione e nella situazione di essere "amica" di dio, quindi non più serva, non più figlia! Amica! Cosa implica? Implica che ciò che vengo a dire e pensare e vivere non è più il prodotto di un vincolo, di un tener conto, di un dichiarare sulla base di qualcosa che sia riscontrabile. Il tempo della verifica è finito, come quello della certificazione del proprio pensare. Ciò che non finisce mai è il rigore logico, la dimensione del pensiero che esplora e conosce il territorio nel quale agisce, ma senza più vincoli di sorta.

            Collocata nella dimensione libera come solo la piena responsabilità rende possibile, come solo la consapevolezza di essere liberata e non “libera” permette; liberata perché non devo più dare conto di me; liberata perché non ho più vincoli se non quelli che nella propria libera responsabilità si vuole avere; liberata perché, per quanto ancora non libera, ho memoria della prigione e della schiavitù nella quale ho vissuto!

            Questo mi rende oggi non più una teologa! La competenza, la conoscenza, lo studio ci sono e sono ora svincolati e fondamentalmente di parte. Si, assolutamente di parte, dove la parte la scelgo io. Sono di parte! Non mi interessa più alcun tipo di mediazione. Soprattutto non mi interessano più  le verità, di qualsiasi tipo e dimensione che si pongano come assoluti, non ho più interesse a conoscere verità che definiscono menzogne e falsità, così finalmente non ho più verità da sostenere o da combattere!
 

            Un grazie.

 

Darianna Saccomani

           

 

Ed ecco un altro articolo-diario, che fa pensare ad una teologia calata nella realtà esistenziale….

 

 

Questioni di “genere e teologia”

 

a cura di Darianna Saccomani

 

Ci sono momenti in cui la realtà nella quale vivi ed esprimi, secondo parametri più o meno consolidati, la tua esistenza, diventa oppressiva e cade quella tensione necessaria a dare senso alla tua esistenza.

La relazione di fede diventa il luogo del "sospiro" e del "lamento", come prodotto di questa oppressione che ti attanaglia e dalla quale non trovi via d'uscita, modo o maniera di poter dare un nuovo impulso alla tua esistenza.

Non perché manchino le prospettive o, in un qualche modo, gli oggetti di lotta e di rivendicazione, piuttosto perché ad un certo punto ti trovi posta nella dimensione di un isolamento nel quale ritieni di trovare meglio una dimensione di "quete", di "stasi", sufficiente a darti la forza di affrontare il giorno che si presenta.

Così, la consuetudine della preghiera, diventa solo espressione di un grido che chiede motivazioni, che chiede il senso, che si interroga ed interroga il proprio dio in relazione alla vita e se vi possa essere un modo diverso di poterla vivere.

In questi momenti diventa chiara in tutta la sua pesantezza l'esternazione dell'apostolo Paolo quando dice: ho gridato tre volte al Signore perché mi levasse questo stecco dalla carne, ed egli mi ha risposto: La mia grazia ti basti!

Si, tragicamente bello e tragicamente oppressivo! Riconoscere la grazia di dio è già un punto importante, è un prendere atto della relazione che dio ha con te, ma tu ti trovi posta in una dimensione diversa nella quale non riesci a trovare gioia perché non trovi comunione con alcuno!

Non la trovi certamente perché verso di te non ci sono grandi porte aperte, ma anche perché tu stessa non hai più quella forza necessaria per entrare in comunione con altri, perché la dimensione del dialogo diventa così espressione di problematizzazione tanto che impedisce la possibilità di dialogo.

Non perché gli altri non vogliano dialogare con te, quanto piuttosto perché tu non sei più in grado di esprimere e tessere le fila di un sistema comunicativo, non reggi più lo schema e la portata della dimensione dialettica, nella quale, c'è anche necessariamente la incomprensione di quanto viene detto!

Così, l'assenza di forza e soprattutto di senso, ci porta ad un chiudersi in se stesse/i, facendo mancare l'urgenza di affermazioni e l'urgenza di porsi.

Rimani di fronte al tuo dio, nel grido che non ha evoluzione in analisi, che rimane sospeso nell'attesa di una risposta, nel silenzio di se stesse/i, oppressi da questa esistenza che si cerca di vivere senza comprendere.

 


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