Io donna negata!
Un tratto biografico, se vogliamo, per quanto esso può divenire espressione di una più ampia negazione dell'esserci di una persona, esserci nella sua pienezza, capacità di presenza, di amare, di partecipare pienamente, di dare sfogo alla gioia come al dolore. Si, perché quando una persona è negata, è come subisse la sua morte quotidianamente, tanto che spesso la morte stessa diventa una dimensione di liberazione sicuramente meno dolorosa, meno preoccupante, risolutiva. Morire ogni momento ed ogni giorno è cosa ben più pensante che morire una sola volta.
La negazione di sé è un suicidio quotidiano, la negazione sociale è un omicidio quotidiano, la negazione istituzionale è una condanna a morte che si attua ogni volta che si ha a che fare con l'istituzione, la negazione ecclesiastica è il tentativo di abortire retroattivamente qualcosa di indesiderato e di fuori dalle regole.
Già, lo stesso atto di negazione assume caratteristiche diverse a secondo di compie questo atto, ma è chiaro a tutte le persone che vivono ed hanno vissuto la negazione, che non si può parlare solo di uno di questi aspetti. Nella carta e nello scrivere diventa “facile” separare ed analizzarle singolarmente, ma questo atto di tentare di separare ogni elemento di negazione, diventa un ulteriore negazione, poiché la persona negata vive quotidianamente l'insieme di queste negazioni, in una miscela devastante che ti interroga seriamente su te stessa e su dio.
Parlo da credente, ovviamente, per quanto eterodossa, comunque credente che per anni ha lottato nell'ortodossia per aprire, per creare varchi capaci di rompere questa dimensione negante così ampia e complessa, che si nasconde dietro al velo della pretesa “normalità”, che vanta la diversità finché essa è retorica ed ideologica, ma che si spaventa a morte di fronte alla fisicità di una differenza che pretende la propria presenza, la propria fisicità. Si, perché donna è fisicità, è terra, è accoglienza, è una visione del mondo che parte dal dover conoscere sé, per quanto non spiegabile, ma nel quale c'è la pretesa della presenza nell'ascolto, nel parlare, nel curare, nell'amare, nel combattere.
Di fronte alla negazione rotonda, ti chiedi di te, ti chiedi di dio. Te lo chiedi perché diversamente non puoi, perché non è sopportabile né pensabile il perché di questa negazione. Ti chiedi se sei sbagliata, se dio ha sbagliato, se questa negazione è solo espressione radicata di una perenne ingiustizia che si perpetua per una legittimazione di potere.
Io donna negata ho dovuto chiedermi di fronte a dio il perché! Il silenzio di dio e la visione dell'arcobaleno mi hanno posta di fronte all'affermazione paolina del “la mia grazia tu basti”, affermazione che compresi sempre come un richiamo benevolo e premiante alla rassegnazione, come se lo “stecco nella carne” non ci fosse e con quello non ci si dovesse fare i conti tutti i giorni.
No! Non c'è nulla che richiami alla rassegnazione, al contrario c'è il richiamo alla lotta quotidiana determinata da quello “stecco nella carne”, dove la vittoria non è condizione né obbiettivo, poiché in quanto credente la sua grazia mi basta, ma la lotta è condizione di vita stessa del servizio nel quale, proprio come donna negata, sono chiamata. Per la mia liberazione? Si, sicuramente si, nella consapevolezza che io sarò sempre è comunque una persona liberata, ma nella prospettiva che vi siano persone libere e consapevoli della schiavitù della negazione.
Io donna negata che leggo la negazione di donne che non possono permettersi di amare, di vivere nella gioia e nel dolore di una relazione piena. Io donna negata sono negata come loro, ma per me è evidente, per loro meno. Per me è evidente perché la mia fisicità mi mette di fronte alla negazione, per loro no, perché il ruolo sociale le inganna.
Io donna negata dico a te donna negata che, nella lotta in cui la sua grazia ci basta, siamo sconfitte, ma in questo vincenti. Nella nostra sconfitta aperta di una lotta aperta e nell'ostracismo di cui siamo oggetto nel nostro apertamente lottare, vinciamo e modifichiamo alla gloria di dio e per noi.