Crisi della modernità
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Non intendo certo cimentarmi con un tema così sproporzionato alle mie possibilità. Ma vorrei, comunque, molto più modestamente, proporvi una riflessione che forse c’entra, in qualche modo: riguarda il famoso “principio di realtà”, a cui anche mia moglie ogni tanto mi richiama, quando i sogni sembrano trascinarmi altrove, nell’“impossibile”. Dunque, c’è la realtà “vera” (c’è?), quella per cui ogni essere è ciò che è, e c’è la realtà “artificiale”, frutto di “questo” modo di stare al mondo, di legiferare e di amministrare. Parliamo pure di “politica”: c’è la “politica seconda”, quella delle istituzioni e del potere, frutto della cultura patriarcale e del capitalismo globalizzante, di qualunque pensiero unico e di qualunque monoteismo dogmatico, del dominio e dell’impero..., e c’è la “politica prima”, quella dell’attenzione e della cura e del rispetto delle relazioni, di tutte le relazioni, e che da queste fa derivare le norme della convivialità tra tutte le differenze e tutte le creature. “Questo” modo di stare al mondo, di legiferare e governare, imposto come l’unico possibile, genera una realtà artificiale, perché modifica quella vera a piacimento dei dominanti. Un solo esempio: le donne, da millenni, non sono considerate, nella cultura patriarcale, persone umane alla pari con gli uomini, ma “sesso debole”, “gentil sesso”, fattrici e riproduttrici, angeli del focolare e riposo del guerriero, madri, madonne e puttane... e schiave, letteralmente, a disposizione di ogni forma del piacere maschile. In una parola: mai soggetti liberi, ma oggetti del pensiero e del desiderio e dello sguardo proprietario maschile. Quanti uomini si sentono autorizzati, da “questa” cultura dominante, a maltrattarle, molestarle, perseguitarle, picchiarle, sfruttarle, stuprarle, ucciderle...! Facciamo un altro esempio: chi governa in “questo” modo (e lo predica come l’unico possibile) è sia di destra che di sinistra e proclama, esige, predica... libertà (totale, assoluta, a tutti i costi), ma non intende assolutamente permettere che altre e altri vivano liberamente secondo il proprio desiderio (omosessuali e transessuali, divorziati/e e separati/e e conviventi, nomadi ed extracomunitari, ragazze nigeriane e donne sterili con forte desiderio di maternità...). Vogliono libertà solo per sé. Con lo stesso sguardo si pongono di fronte alla natura, alle risorse ambientali, ai beni comuni... Questo intendo per “artificiale”: la realtà che viene artefatta, modificata, piegata al volere dei dominanti, autorizzato e giustificato da “questo” pensiero unico omologante. Potrebbe, invece, essercene un altro o altri e, allora, certi “sogni” potrebbero avere maggiori chances. Sì, è così. Ci conviene, quindi, non smettere di sognare, di desiderare di vivere in un mondo in cui la realtà “vera” venga rispettata senza manipolazioni, alla luce dei principi di parzialità, reciprocità e convivialità. In cui ogni forma di speculazione sia reato e peccato. Condividere sogni e desideri con altri uomini e altre donne e, insieme, cercare di realizzarli. A partire da sé, da questo desiderio di autenticità e di autorealizzazione, è possibile “mediare” con “questa” politica e ri-trasformare la realtà da artificiale in vera. Credo che l’unica realtà vera sia la natura, il creato (di cui anche noi esseri umani siamo parte) e i limiti nostri e di tutto ciò che esiste, le nostre rispettive e reciproche parzialità. Principio di realtà, allora, significa, per me, “avere consapevolezza di questi limiti”, non “impedirci di sognare e desiderare”.
Beppe Pavan
Un abbraccio Darianna La voglia di conoscere la propria storia è qualcosa che diventa importante nel momento in cui si vuole circoscrivere la propria identità. La storia ci appartiene, è quella che ci costituisce come soggetti consapevoli e capaci di agire ed interagire con il nostro tempo. Ogni volta che un gruppo di persone inizia un percorso di crescita, non può prescindere dal fare un preciso e sostanziale richiamo alla propria storia, a ciò che costituisce il presupposto del loro pensare e del loro agire. Definirsi, oggi, cristiani assume "sapori" molto diversi, proprio in relazione a quanta consapevolezza c'è della propria storia, dello sviluppo del proprio pensiero, di quello che possiamo definire come le proprie radici. Essere cristiani oggi può essere l'espressione di una omologazione general nell'ambito del mondo occidentale, ma anche la sfida culturale e di vita nei confronti di una società che ha perso di vista la propria identità storica o, al contrario, che si vuole riappropriare della propria identità storica negando il pensiero cristiano come elemento spurio. Sta di fatto che oggi c'è un chiaro insorgere di "ritorni" alle forme "religiose" o di "fede" proprie delle popolazioni precedenti alla inculturazione cristiana. Il mondo Celtico, il ripensare teologicamente ed eticamente alla "Dea Madre" come ritorno alla natura nella sua dimensione divina e datrice di vita, il ritorno a filosofie spirituali proprie di mondi a noi lontani, come anche l'espressione più radicata del ritorno ad una visione secolare, che ha come fonte gli "dei aviti", privata di ogni mondo e vita ulteriore, ci ricolloca pienamente nel mondo dei primi secoli del cristianesimo. Essere cristiani oggi può essere, quindi, il riprendere la dimensione di sfida e di predicazione capace di portare un messaggio pieno di liberazione al mondo ed alla società, oppure semplicemente una etichetta che ci consente di stare in una dimensione omogenizzata della propria esistenza. Stare nella maggioranza! Sono una cristiana! Lo sono a partire da cosa? Qual è il fondamentale che mi definisce come tale? Non si pensi che la fede possa essere quel fondamentale. Dichiararsi cristiana/o non implica una dimensione di fede, ma piuttosto un modo ed un pensiero che riflette sulla propria fede, la conoscere e la indirizza a partire da presupposti specifici, culturali, rituali, di pensiero. Dire che si è cristiani è quindi richiamare la propria fede a questi elementi, da questi partire, con questi sostanziarla. Non è la fede che sostanzia questi elementi storici e culturali, ma è la cultura e la storia che sostanzia la nostra fede di persone cristiane, facendoci affermare alcune cose, invece che altre. Ma per fare questo, e per farlo con cognizione di causa, diventa necessario investigare la nostra storia cristiana, comprenderla, e riconoscerci in questa. Non è un procedimento etico, ma storico. In questa investigazione non ci porremo come storici, ma solo come persone che desiderano comprendere al meglio delle proprie possibilità la loro storia, la loro identità e dignità di persone che si riconoscono. Il cristianesimo si struttura in una quantità infinita di organizzazioni ecclesiali, e questo fin dall'inizio. Potremmo dire con diversi studiosi della storia del cristianesimo, che all'inizio vi era la diversità, poi c'è stato il tentativo di uniformità. Ma l'uniformità non è espressione né dimensione della realtà storica del cristianesimo. Il cristianesimo imprime un pensiero che si sviluppa in un processo evolutivo che trova i suoi presupposti nella lettura nuova e diversa della Scrittura, e che produce la varigata molteplicità del Nuovo Testamento. Ma il cristianesimo nasce prima del Nuovo Testamento, in un periodo in cui la elaborazione è altissima e nel quale si vengono a definire i presupposti teologici ed organizzativi delle varie chiese, e che saranno matrici per tutta la storia della chiesa nel suo complesso. Diciamo che con la formazione del Nuovo Testamento, il cristianesimo traccia in modo definitivo il proprio sistema, dal quale non si staccherà per quanto lo ridefinisca e lo ridiscuta, per quanto né fornisca nuovi sviluppi di tipo ecclesiastico. Ma la fonte rimane quella e quella la matrice di ogni sviluppo. Appare chiaro che tale matrice, ovvero il Nuovo Testamento, nei fatti è il tentativo di armonizzazione del pensiero ebraico, riletto alla luce della messianicità, con il pensiero greco e nel tentativo di assumere una qualche legittimità nei confronti del mondo Romano.
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