Al di là del femminismo
Serie a cura di Vittoria Haziel
Introduzione
|
Care amiche e, perché no? amici,
sono « nuova » per voi, ma forse non proprio per chi mi ha già conosciuto sulle pagine dei miei libri. Scrivo per un senso di missione, oltre che per professione. Ora in punta dei piedi entro nello spazio che voi frequentate e non so se sarò gradita e se me la sentirò di prendere un impegno così costante e di responsabilità. Sarà il futuro a parlare. Prendiamolo come... periodo di prova, anche perché la mia è una penna « scomoda » e l’inchiostro potrebbe rimanere indigesto a qualcuno... Penso sia chiaro. In fondo, anche i rappresentanti o comunque i venditori distribuiscono capioncini dei loro prodotti. Prendiamola così ed entriamo subito in tema con il concetto che ormai mi si è attaccato come un’etichetta (nonostante non le ami) : il femminilismo. E quindi vi devo dire ciò che ho espresso anche nel mio libro « e dio negò la donna » (Sperling & Kupfer). Io propongo che venga codificata e assorbita un’innovazione lessicale. In fondo, tutto comincia con le parole che usiamo, così come i temi che ci davano in classe iniziavano dal titolo. E mi spiego. Al posto di femminismo e maschilismo, termini con una storia che li data, il mio invito è quello di usare due parole nuove: femminilismo (più adatta da comporre con maschilismo) e maschismo (più adatta da riunire a femminismo). Come notate non ho usato il verbo “contrapporre” ma “comporre” e “riunire”. E per questo progetto di riunificazione di un’unità spaccata (si potrebbe ricordare l’esempio della mela di Platone) ho creato una categoria tutta mia di virtuali “compagni di viaggio”, di cui vi parlerò più avanti, ma sempre in questa chiacchierata di prova. Il presupposto di base è che credo nella riunione dell’unità infranta, dimenticata, e oggi poco o mal praticata: quella del femminile e del maschile innanzitutto, e di tutti gli altri opposti a ruota. Non credo negli antagonismi tra i due poli dell’unità, anche se tutti noi sappiamo quanto il separatismo sia stato un fenomeno quasi fisiologico, una necessità per ribellarsi a un passato troppo lungo e arrogante di negazione. Ma è storia antica: quella di oggi ha altri passi e altri registri. Molte antropologhe ritengono che proprio la collaborazione e non l’aggressività sia stata essenziale per l’evoluzione umana. Vogliamo forse fermarla? Il femminilismo – nuovo conio, nuova formazione – dovrà aprirsi ai ponti tra i due sessi. Se il maschilismo divide, il femminilismo unisce. Se il femminismo si occupava dei diritti delle donne, oggi c’è anche il maschismo che lo fa, anche se ancora poco e male. Ma intanto è spuntato sul fondale della scena e imparerà la sua parte, perché è il copione a imporglielo. Scusate le metafore che spesso prendo dal mondo del teatro, ma d’altra parte, non è tutta la nostra vita una rappresentazione? E non dovremmo forse fare come quelle compagnie inglesi in cui le parti girano tra gli attori? Non sarebbe bene fare ogni tanto qualche psicodramma, per vedere una certa realtà anche con gli occhi dell’altro. Lo so, non è facile, ma può aiutare a cambiare molte cose: è quello che stanno cominciando a fare gruppi di maschi che si fanno portavoce, appunto, dei diritti delle donne, perché intelligentemente si rendono conto che è anche un loro problema. Il fatto, sapete qual è? Che abbiamo un po’ tutti il vizio di incasellare, dividere per gruppi opposti: femminile o maschile, ateismo o fede, destra o sinistra, e così via. Forse per comodità? A me invece interessa unire ciò che solo apparentemente è diviso e contrapposto. Inseguo la complementarità e sogno che venga consumato il matrimonio degli opposti. Sogno o progetto? La differenza non è minima, capite bene. Nel mio libro ho citato Virginia Wolf, scrittrice inglese vissuta tra Otto e Novecento, la quale sottolineava l’ossessione di dividere e faceva notare che riguarda anche le due parti della mente: femminile e maschile. Bisognerebbe invece usare insieme queste caratteristiche e non considerarle alla stregua di due parti fratturate, diceva. “Si deve essere una ‘donna-maschile’ e un ‘uomo-femminile’”. Anche lei sognava il ricongiungimento in una funzione armoniosa, perché trovava “perfettamente naturale che i due sessi cooperino tra loro”. E ancora sosteneva che “la mente grande è androgina. Nella fusione la mente può far uso di tutte le sue facoltà”. Il nocciolo della questione, a restare all’interno della mente e della psiche, è che i maschi si accaniscono a non vivere il loro lato femminile, considerato inferiore e pieno di debolezze (in realtà è perché lo temono). Eppure il pensiero razionale (maschile) ha bisogno del potere di suggestione (femminile), e così la testa ha necessità del supporto dei sentimenti, e così via. Insomma, sono opposti che si completano. Parti di un tutto. Ed ecco che entrano in scena i “compagni di viaggio” di cui vi parlavo: sono li ho chiamati pontefici (mi riferisco all’origine della parola, riferita a “costruttori di ponti”). La variante che un pontefice può attuare è semplice. Mettere la e al posto della o tra i due opposti di qualsiasi natura. Il che vuol dire appunto cucire e non tagliare. Può sembrare facile da realizzare, ma nei fatti non lo è per niente. Vi dirò: ci sono piccoli esercizi che possono sembrare banali e stupidi. Ma l’esperienza dimostra che sradicare abitudini consolidate è difficilissimo. Ve ne dico una. Quando ho iniziato a scrivere il mio libro mi sono imposta un piccolo cambiamento: scrivere sempre il femminile prima del maschile. Cioè “lei e lui”, “moglie e marito”, “donna e uomo”, “femminile e maschile”, “madre e padre” e così via, mentre di solito si usa il contrario. Non è per un riscatto lessicale, cioè non per dare superiorità al soggetto che viene prima, ma per sperimentare quanto sia facile o difficile cambiare un’abitudine. In fondo è un gioco. Può essere banale, ma le rivoluzioni iniziano spesso dalle parole e nelle parole si manifestano al mondo. Dividere, dunque: era ed è ancora l’imperativo categorico di chi vuole esercitare un potere. Perché le divisioni indeboliscono: la legge è elementare e antica. Le spaccature generano gli odi, gli odi le guerre, le guerre le vendette, e tutto produce mostri. Certi popoli nascono e muoiono spaccati di generazione in generazione, certi individui vengono segnati a vita da una violenza che li ha divisi da se stessi. Devo dire, e ripetere ciò che ho scritto, che nel divorare pagine e pagine di storia lontana e vicina ho avuto compassione anche per il maschio, sempre chiamato e assoldato per uccidere, dominare, devastare. Sempre nutrito con il cibo del comando, della supremazia, sempre schiavo di un ruolo di potere e di forza bruta, anche lui guidato da un software di patriarcato trasmesso nei cromosomi, codificato nei libri, tuonato dall’alto da un dio al servizio di altri maschi manipolatori della storia. Ho avuto pietà per le moltitudini di maschi che al servizio di pochi hanno buttato le loro giovani vite tra le bombe, lontani dagli affetti femminili che altro non hanno potuto se non sottostare e versare lacrime, nell’ impotenza più totale. Non avete pietà anche voi? Non pensate che stia alle donne aiutare il maschio a rinascere da questa storia squilibrata e infame dandogli un grembo pulito dal quale uscire come un uomo nuovo? E non pensate che anche noi donne oggi che abbiamo preso lo scettro in mano dovremmo farci un profondo esame di coscienza? Perché spesso questo scettro lo prendiamo con la mano sbagliata o facendo passi sbagliati o usando le labbra e tutte noi stesse per dire cose sbagliate. Oggi è il tempo delle donne. Bene. In questa fase di “presentazioni” abbiamo gettato le fondamenta di un discorso molto più profondo e specifico: la responsabilità delle religioni nella negazione del femminile. Nel dividere anziché unire. Nel discriminare anziché accogliere. Vero e proprio razzismo: anche in questo caso siamo chiamati a usare la parola giusta. E siccome a noi piacciono le cose giuste, dobbiamo parlarne e tirare fuori tutti i rospi che abbiamo. Solo così i rospi si trasformano in principi. E’ una favola al contrario, ma d’altra parte io sono allieva di un grande Maestro che si chiamava Leonardo da Vinci: scriveva da destra a sinistra, dall’ultima pagina alla prima, e andava controcorrente, sulla scia di un pensiero eretico, libero. Chi è su questa scia, continui a leggermi. Chi si sente costretta/o da incrostazioni ataviche e non ha la forza o il coraggio di sciogliere i nodi, è meglio per lei o lui che salti la mia rubrichetta. Chi invece è onnivoro e vuole saperne di più, soprattutto di ciò che mi ispira la mia “leonardità”, al di là delle donne, può seguire il mio “Pellegrinaggio (d)a Vinci” sul giornale in cui esprimo la mia… opinione virtuale, come si dice: www.ladigetto.it Ponteficemente vostra. Vittoria Haziel |