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Una presentazione della vita del prete davvero illuminante
La relazione con gli altri Profeti credibili della tenerezza di Dio di FELICE SCALIA
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Siamo d'accordo col sì incondizionato a Dio e al prossimo nella libertà
sul lasciare che Dio diventi il Dio della vita e del cuore di chi risponde all'AMORE con l'amore
Nulla da togliere in questa immagine di prete capace di amare e di amare senza soffocare la parte affettiva e sessuale
Vorremmo soltanto aggiungere che, se la capacità di relazione umana non possessiva, è propria di una persona umana matura, quale può essere anche chi vive nel matrimonio
E certamente il prete dovrà amare da prete... Il che non può rappresentare un di più nell'amore a Dio e al prossimo. Il Tutto nell'amore di Dio e del prossimo è sempre relativo alle condizioni spaziotemporali dell'essere umano. Infinito è solo il potenziale (di amore) da coltivare. E ciò non è precluso in nessuno stato di vita.
La profezia è annuncio di ULTERIORITA', POSSIBILE A TUTTI.
Il celibato è povertà scelta e, come ogni povertà si traduce in vera ricchezza. Ma chi negherebbe il valore di altri tipi di povertà, tali da tradursi in autentica ricchezza? |
Andando a fondo nella riflessione sulla relazione, scopriamo che gli altri non sono "cose" da possedere o da escludere se non ci servono. Non è facile passare da un amore di "desiderio" a un amore oblativo. Solo mettendo in gioco la sua libertà, il prete può diventare un uomo per gli altri ed essere profezia per un mondo che annulla ogni fraternità. Abbiamo già accennato al tipo di relazione che
oggi è comune nella nostra cultura: siamo nella civiltà dell’homo
oeconomicus che guarda gli altri come mezzi da utilizzare secondo i
suoi bisogni. Gli altri sono "cose" da desiderare e divorare
all’occorrenza. Così l’uomo ben integrato nel sistema è quell’individuo
che agisce razionalmente, senza influssi sentimentali, per ottenere un suo
scopo economico (soddisfazione dei bisogni di qualsiasi tipo o
massimizzazione dei profitti), utilizzando i mezzi che ha e cercando di
sfruttarli al massimo. Gli assoluti di
sostituzione Già il considerare gli altri
"cosa", "mezzi" per i miei bisogni è negazione della relazione. Senza che
ce ne accorgiamo molti fra noi diventano preti "economici", anche se
rifuggono dall’accumulazione di denaro, e vivono sempre tra cose
sante. Se il rapporto del prete con
l’Altro, con Dio, non è di vera e profonda relazione di amore, anche lui,
ministro ordinato, si costruirà un "assoluto di sostituzione": fare
carriera, attirare l’attenzione dei superiori, essere stimato
nell’ambiente-bene della sua diocesi, essere considerato "santo"... Senza
dubbio vorrà bene alla gente, amministrerà sacramenti, ma il tarlo agisce
in silenzio. Alla prima occasione, quando quell’assoluto non si realizza,
è il crollo. Livore, astio, recriminazione, prendono il posto di quella
bonaria affettuosità che prima lo caratterizzava come "padre di
tutti". La relazione inizia quando si
avverte quel fondamento che fra due umani resta anche quando tutto è
diverso, quando perfino le unghie di uno affondano nella guancia
dell’altro, quando le idee sono opposte e gli interessi contrastanti.
Resta – dice Bellet – qualcosa di semplice e fragile, eppure di
un’incredibile forza e di difficilissima acquisizione; resta il fondamento
e il culmine di ogni umanità: un "fra noi" che riconosce nei diversi
qualcosa che lega indissolubilmente. Qualunque cosa succeda, resta che
apparteniamo l’uno all’altro, che siamo uomini, che mai potrò dire "io
sono", e che la mia più profonda verità è "io siamo". La diversità mi
arricchisce perché ciascuno è una parola detta per comporre il grande
libro della vita. La mia individualità, il mio volto, è una delle tante
voci che compongono la sinfonia di questa umanità. Da sola non avrebbe
senso. È quanto dicevamo prima: la relazione precede l’individuo perché lo
costituisce tale. Un "sì"
incondizionato Ma perché si viva di relazione,
perché un prete sia uomo in relazione, deve intervenire un elemento
decisivo: la sua libertà. Nessuno vive da umano se non lo vuole
liberamente. Nessuno diviene ciò che è se non vuole diventarlo. Il "no" a
questa profonda lealtà al proprio essere è la più radicale delle
immoralità. Intanto non è facile questo "sì" all’altro, quest’accoglienza,
questo dono di sé, questo percepire che solo in una relazione dove l’altro
è fine, non mezzo, la vita ha senso. Non è assolutamente facile passare da
un amore captativo, di "desiderio" (alla lettera "concupiscente"), a uno
oblativo. Da un volere gli altri per sé a essere "uomo-per-gli-altri".
Bisogna che il cuore sia guarito da tutti i narcisismi, che domini le sue
paure, superi i meccanismi di difesa che lo spengono. Lo abbiamo ricordato: in fondo Gesù
voleva operare questa guarigione, per ricondurre l’uomo là dove si può
vivere l’amore e la libertà di amare. In ogni caso non c’è vita umana
degna di questo nome se non si dice questo "sì" libero, aperto, all’altro.
Un "sì" incondizionato, unilaterale, gratuito. Tutte le scelte che ci
rendono umani hanno queste caratteristiche, perché attengono all’amore, e
l’amore fonda la persona. Non è un optional. Chi ama soltanto se gli altri
corrispondono, in fondo non ama. Vuole divorare la bellezza, non
custodirla nell’altro. Chi ama, gioisce certo della reciprocità, ma non
può mai accettare che questa sia una risposta obbligata. Chi mi ama, o
viene nel canto gioioso di un suo dono unilaterale o è meglio che non
venga. Nessuno infatti può
amare per obbligo, per dovere, per legge. È ben povera la fedeltà all’amato che si
nutre della fedeltà dell’amato, la bontà che ha radici nella bontà
dell’amato e cessa se questi offre il lato peggiore del suo cuore, i fiori
maligni di un’angoscia mortale. In questo caso sarebbe venuto il momento
di amare di più e invece si chiude il flusso della benefica linfa di
vita. Un presbitero (tale nei fatti se
non nei titoli ufficiali), Luther King, scriveva: «Ai nostri più feroci
avversari diciamo: alla vostra capacità di infliggere sofferenza opporremo
la nostra capacità di sopportare la sofferenza. Alla vostra forza fisica
risponderemo con la forza dei cuori. Fate quello che volete: noi
continueremo ad amarvi. Ucciderete i nostri figli, ma noi continueremo ad
amarvi». Grazie a Dio, la vita quotidiana di un prete non è nei fatti così
tragica, ma non dimentichiamo mai che l’amore verso i nemici è
l’espressione più chiara dell’amore incondizionato. Cioè dell’amore
tout court. Lo sapeva bene quell’idealista
incallito di Gesù di Nazareth che legava sempre l’amore al perdono (da
dare e da ricevere) e al fratello/nemico. Lévinas rileggeva Levitico 19,18
«Ama il prossimo tuo come te stesso» con «Ama il prossimo tuo, e te
stesso». Perché l’altro è risorsa sempre, complementarità, visione altra
delle cose, perfino quando si presenta come ostacolo e fonte di
dolore. Oltre la logica
solo umana Probabilmente tutto questo ci è
noto. Chi sa quante volte lo abbiamo detto ai fedeli. Chi sa quante volte
lo ha detto a noi il confessore, o il vescovo. Purtroppo sappiamo tutti
che prediche ed esortazioni in questo campo non servono a molto. Giorno
dopo giorno ci troviamo allo stesso punto, chiusi in una logica
egocentrica che noi ci rifiutiamo di giudicare "infantile" e nevrotica. La
riteniamo anzi l’unica possibile. Quindi insuperabile. Non c’è che da metterci in cammino
confrontandoci con altre logiche, per esempio con quella di Cristo, così
lontana dalle nostre presenti saggezze. Non c’è che da iniziare un cammino
di svuotamento («Se mi vuoi seguire, smetti di pensare a te stesso», dice
il Signore) delle nostre idee, delle immagini che ci siamo fatte di noi e
della vita, e lasciare lentamente che Dio diventi il
Dio della nostra vita e del nostro cuore. Malinconicamente bisogna ammettere
che se l’uomo è "relazione-con-gli altri", lo è in un mondo segnato dal
peccato, dove appunto, per dirla con Sartre, questi "altri" possono
costituire il suo "inferno", cioè il suo annullamento. Impossibile non
tenere conto di questo fatto. Con gli altri i conflitti sorgono. Dagli
"altri" ci piovono mille divieti a esprimerci, mille inviti a scomparire.
Quale bambino, quale creatura umana, quale donna non ha mai sentito il
perentorio «Chiudi quella bocca!» o «Finiscila di parlare», ricavandone la
certezza che il suo parere non conta? Neppure le sue urla. Così si giunge
addirittura a concludere di essere persone sbagliate in un mondo
sbagliato. Ed è la fine di ogni sguardo positivo sulla vita, la fine di
una "fiducia fondamentale" che, secondo E. Erickson, ci è indispensabile
per poter avere il coraggio di vivere. Anche nella Chiesa si possono
generare tali meccanismi. Non mancano preti che allargano a dismisura,
contro ogni persona fastidiosa, quel comando paolino, pesante quanto un
macigno: «Taceant mulieres in ecclesiis» (1Cor 14,34). Nei casi più
gravi, il dover stare zitti di fronte all’ingiustizia, subire da "muti" le
violenze più gratuite, può sconquassare tanto il cuore di una creatura
umana da indurla a rinnegare, a odiare il proprio "padre", a sentirsi
estranea a una vita che censura e punisce chi parla, cioè chi osa essere
uomo. Diciamo subito che intessere sane relazioni con gli altri, accettare
di essere "relazione", significa partire dalla coscienza di avere qualcosa
da dire, di avere il diritto a sentimenti propri e a proclamare quello che
magari tanti non vorrebbero mai sentirsi dire. Lo sapevano bene i profeti,
guastafeste di professione, martiri del loro coraggio, ma anche
costruttori di autentiche relazioni umane. Nati per amare Siamo coscienti che se abbiamo
toccato la radice della possibilità stessa di vivere come "relazione con
gli altri", tuttavia non abbiamo affrontato uno dei punti caldi della vita
intima del prete: la sua affettività. Per dirla
in termini semplici ci si domanda se il prete è un ruolo o una
persona. Il ruolo è nell’ordine dell’utilità, la persona in quello
della relazione. Il ruolo presta servizi, permette a un individuo di fare
qualcosa per gli altri. La persona si coinvolge nella vita dell’altro, è
relazione di amore che condiziona e compromette, plasma l’esistenza
stessa. Il "prete-ruolo" amministra un battesimo; il "prete-relazione"
gioisce con la famiglia, accoglie quel bambino, ne segue la salute e il
cammino. Allora cos’è un prete? Il
voto/promessa del celibato, un’educazione seminaristica incentrata sul
culto e un larvato, ma profondo, individualismo, possono far propendere
per l’ipotesi del ruolo. Così il prete non potrebbe veramente amare la sua
gente. Meglio, molto più rassicurante, tenere a freno i propri sentimenti,
mettere il bavaglio alle emozioni, allenarsi alla solitudine, diventare
"muto". Una vita affettiva farebbe scivolare ben presto verso
un’enfatizzazione della vita personale, fino a far dimenticare che si era
scelto il regno di Dio come ambito e fine esclusivo della propria vita. Da
ciò probabili innamoramenti e abbandoni o, peggio, l’accettazione passiva
di una mentalità più sensibile alle qualità estetiche e gratificanti di
quanti ci avvicinano che ai bisogni della loro anima. Pur comprendendo questo pericolo
(comunque non l’unico per la fedeltà sacerdotale: dove mettiamo le
controtestimonianze ecclesiali, le durezze della gerarchia, le difficoltà
di fede?), non ci possiamo rassegnare a questo annullamento della persona.
Siamo relazione. Cioè siamo figli, fratelli, ci chiamiamo "padri". Siamo
mente e cuore. Siamo "relazioni sessuate" e il
genere non è affatto un accidens. Siamo progressiva uscita
dal narcisismo verso la meraviglia per la bellezza dell’altro: dall’essere
amati, andiamo verso l’amore; dall’essere oggetto di cura verso l’aver
cura per ogni creatura incontrata. Possiamo rinunziare a generare figli,
ma mai a essere padri che si prendono cura della giovane vita e vogliono
che questa "sia". Possiamo rinunziare a progettare una vita, anche
cristianamente piena, assieme a una donna, ma non possiamo essere
misogini, non possiamo trascurare quegli aspetti "altri" della vita che
miracolosamente ci giungono dal "genio femminile". Dio non ci vuole
dimezzati o infelici, neppure aridi di cuore, rinsecchiti nel nostro
ruolo, scontrosi e distanti. Come potremmo testimoniare la tenerezza di
Dio?
Essere
relazione pienamente umana con gli altri è dunque un aspetto di quel sì
alla vita tipico dell’età adulta. Esprime l’accettazione dell’umano
nella sua integralità. Nessuno può rinunziarci senza trovarsi, alla lunga,
di fronte alla pazzia o al "suicidio", in forme più o meno vistose. Certamente il prete amerà teneramente, ma da prete.
Si coinvolgerà nella vita della gente, sarà partecipe delle loro "gioie e
speranze" (proprio come vuole la Gaudium et spes), ma in coerenza
con la sua vocazione, col significato che, fidando in Dio, ha voluto dare
alla vita. Più profondamente, il prete amerà secondo quel suo essere
relazione con l’Altro, con Dio, che insieme fonda la possibilità di
un’umanità fra gli umani, e la presenza di autentici preti credenti nella
comunità cristiana. Il celibato, amore
creativo Ciò che allora vorremmo "affidare"
al prete-relazione può sembrare estraneo ai discorsi fatti fino ad ora.
Il celibato – di questo si tratta – che ha da
spartire con il Vangelo e con il Vaticano II? Forse che essenziale
all’annuncio è la rinunzia a un amore umano? E, per assumere la
pastoralità del Vaticano II, è proprio necessario vivere senza affetti?
Sappiano bene che il celibato, agli occhi di tanti, serve alla
Chiesa-istituzione per avere forza pastorale a basso prezzo, ma noi non lo
abbiamo mai visto così. Celibato senza dono totalizzante a Cristo e al
Regno è pura presunzione manichea, violenza alla coscienza. Ciò che è
primario è quel rapporto di intimità personale con Dio che fa il prete
"uno" col suo Signore, in ogni aspetto della vita, in ogni piega della sua
esistenza. Solo così è testimonianza evangelica. Sappiamo bene che questa
chiamata esige una risposta quotidiana e una capacità di cammino
controcorrente. E sappiamo anche bene quali difficoltà ci siano da
superare, dato il clima di frivolo erotismo che respiriamo. Se ci è difficile scegliere una
volta per tutte di essere preti, ci è ancora più arduo tenere fede a
questo voto-promessa fino a oggi indissolubilmente legato al sacerdozio
ministeriale di rito romano. E tuttavia l’emergenza pedofilia, tipica del
nostro tempo, esige in noi tutti atteggiamenti molto più profondi di
quelli evocati da una mera osservanza dell’impegno assunto. Se oggi non
vogliamo cedere alla mentalità che tutto è regolato dall’economia e che la
stessa vita sessuale vi soggiace (sarebbe un bisogno che ha un prezzo più
o meno ragionevole), dobbiamo tutti riscoprire, anche nella relazione con
gli altri, il comando arcaico "non desiderare", "non cogliere", "non
divorare". E tutto ciò per vivere tra persone umane di relazione. Noi non
siamo oggetti da possedere, ma soggetti di dono. Mai comandamento è stato più disatteso.
Forse tutto l’Occidente chiama civiltà la voglia di desiderare, di
possedere. Per il drogato – espressione estremizzata dell’uomo dei consumi
– la vita non è che un irrefrenabile compulsivo desiderio. Eppure il "non
prendere" è l’essenza stessa di quell’amore autentico che vorremmo offrire
a ogni essere umano. Al suo opposto, nel "prendere" si annida stupro,
pedofilia, possesso di un corpo inerme, anche di bambino. Si annida la
stessa propensione alla guerra. Un giorno religiosi e preti fedeli
erano "segno delle cose ultime". Oggi sono chiamati a divenire testimoni
tangibili che solo il "non prendere" allontana da tutto ciò che infetta
l’amore, anche da quella voglia nevrotica che vuole procurare il bene
all’altro (a un figlio, perché «io so qual è il tuo bene!») a tutti i
costi, fino a distruggerlo. Dal "non divorare" può nascere una tranquilla
attenzione all’altro che è capacità di ascolto, compassione e
comprensione. Chi non ha "bisogno" degli altri, chi ha posto il suo "tu"
in un Amore assoluto, non ha neppure bisogno di "divorare", ed è in grado
di riconoscere che gli altri, come dono meraviglioso della vita, "ci
sono". Come essere preti se, con
spontaneità e ovvietà, non si è giunti alla convinzione che il popolo di
Dio, ogni singola creatura umana, c’è prima della convenienza e
dell’utilità? "C’è", per una tenerezza radicale, perfino prima di una
docilità alle nostre cure pastorali. Per una esultanza primordiale senza
la quale si è soldati, o commercianti, o venditori di carne umana, ma non
schiettamente umani, tanto meno preti. Questo "riconoscere" qualcuno come
un assoluto uguale in dignità e diritti, in un "fra noi" amoroso e
indistruttibile, può sembrare un piccolo, fragile gesto umano. In realtà è
di una potenza infinita, proprio come l’amore. È un gesto così coraggioso
da sembrare "l’inaudito" da osare nella fede. Perché "l’udito", l’homo
editus – direbbe Bloch –, il banale comune atteggiamento congruo a
questo mondo, corre su altre piste: ti conosco perché mi servi, perché ti
fai "cosa" da divorare. Approdare a questo occhio limpido è
forse il senso della vita, anche di una creatura adulta che in una vita
affettiva scommette tutta sé stessa, ma è un approdo raro per tutti. Tanti
adulti di oggi, nonostante l’apparente disinibizione emotiva/sessuale,
sono poco più che ragazzotti con uno sviluppo insoddisfacente. I preti
giovani perché dovrebbero fare eccezione? Da questa pasta vengono. È
allora un’offesa ricordare a tutti i confratelli che siamo anche noi
fragili, sensibili ad affettuose simpatie che ci lusingano e onorano
soprattutto nei momenti in cui la vocazione ci sembra "troppo", e con
tutto noi stessi desidereremmo una vita "normale"? Anche su questa strada
si può andare molto lontano, fino all’abbandono del ministero o, peggio,
fino all’ipocrisia di una vita malamente ammantata di onorabilità e
fedeltà. Non ci stiamo caricando il celibato
sacerdotale come legge, neppure come fedeltà etica ai nostri impegni. Noi
ci contentiamo di... molto di più. Vorremmo giungere a quella capacità di
relazione vis-à-vis con Dio che ci doni il gusto della relazione
paritaria con ogni creatura umana amata per sé stessa, solo perché c’è,
senza smanie di divoramenti e possessi. Vorremmo fare nostra l’ardua
impresa di testimoniare che l’Amore c’è, è creativo, fecondo, custode
della vita in qualsiasi situazione esistenziale l’uomo si trovi. Il
celibato allora non sarà solo al sicuro, ma diventerà in qualche modo
testimonianza della dimensione di ogni amore tra umani: mai divorante, ma
gioioso discorrere fra gioia del libero donare e gioia del libero
accogliere. Ci accorgeremo che la nostra vita non è radicata a un "no", ma
a un "sì". Flebile forse, disarmato, tenue come una folata di vento
leggero, ma sempre un "sì". Il prete in
relazione è profezia In questo clima la Chiesa di Dio
non avrà più bisogno di finte paci, di unanimismi servili, di culto della
personalità. La Chiesa è un popolo di Dio in cammino dove ciascuno vive di
bellezza e debolezza, dove le prospettive per "vedere Dio" sono tante
quanti i mille pezzi di uno specchio frantumato che riflettono a modo loro
lo stesso sole. La ricerca è d’obbligo perché nessuno ha la verità o il
bene in tasca. Anche l’opposizione dialettica, il conflitto, è d’obbligo e
noi non abbiamo nessun bisogno di demonizzarlo. Decodificando conflitti e
linguaggio relativo, cercando di vedere con saggezza cosa veramente è in
gioco, mettendoci in ascolto dello Spirito di verità, impareremo l’arte di
guardare in faccia (e così risolvere) i conflitti. E ne usciremo più
ricchi. Avremo certo evidenziato le
differenze (c’è chi ha occhi per una realtà, chi per un’altra), ma con ciò
avremo pure evidenziato le ricchezze. Perché nessuno è o deve essere
fotocopia di un altro. La relazione vive di diversità, le cerca e le
accoglie. Avremo forse messo in luce che la tranquillità di prima era una
pace putrefatta, fondata sull’accettazione di prepotenze ingiuste o nella
pigra avvilente voglia del vivere e lasciar vivere in pace. Così un passo
avanti, verso una pace vera, permette un nostro più pieno ingresso
nell’autenticità dello stare insieme. Né è meno importante il fatto che un
conflitto superato, proprio perché ci siamo resi coscienti di colpe come
bisognosi di perdono, ricrea il mondo comune, riporta vita in un ambiente.
Come se, spazzate via un po’ di nubi, il sole ritornasse a scaldarci. Un prete "uomo di relazione con gli
altri" finisce così per essere vera profezia verso un mondo che annullando
ogni fraternità, basandosi sull’implacabile legge della selezione
naturale, elabora in forme sempre più raffinate un potere di esclusione
dei molti a favore di pochi. Un mondo che designa come "esuberi" più di un
miliardo di persone, che giudica "canaglie" da sopprimere qualche altro
miliardo di creature umane, non rassegnate all’esclusione. Così sottile e
implacabile questo potere, così ineluttabile, che quanto oggi resta sul
pianeta del vecchio movimento operaio (della "sinistra" per intenderci) è
preoccupato non dai 7 milioni di italiani in povertà, non dai due terzi
dell’umanità ridotti a condizioni subumane, ma dalle angosce dei moderati
ricchi. Il prete, col suo
stesso esistere, dice che una vita "altra" è possibile, che una relazione
includente non è un miraggio. Se
una "relazione particolare" l’ha questo ministro ordinato, essa è per gli
esclusi, proprio perché beniamini di Dio. Un prete così, profezia lo è pure
per il potere ecclesiastico che rischia di essere escludente e
antievangelico, almeno nella misura in cui questo non è servizio umile al
fratello, fino a "lavargli i piedi", ma solo imposizione di una disciplina
e di decisioni indiscutibili su questioni per sé opinabili. Felice Scalia |