OMOSESSUALITA’  E  OMOFOBIA:  UNA  TESTIMONIANZA

“(…) Quando entrai in seminario richiamò la mia attenzione il fatto che c’erano molti compagni che agivano, pensavano e parlavano in una maniera che io giudicavo ‘effeminata’. In quegli anni mi formai nella ferrea convinzione che gli omosessuali non potevano essere sacerdoti, dato che vedevo la virilità e la paternità come aspetti necessariamente collegati ed appartenenti alla psicologia del maschio. Siccome il sacerdote era chiamato ad esser padre, l’omosessualità maschile, intesa come difficoltà ad identificarsi psicologicamente con il maschio, impediva all’omosessuale di poter esercitare efficacemente il ministero.

Questa mia intima convinzione si scontrava quotidianamente con la constatazione empirica che nel seminario c’erano molti ragazzi che mostravano atteggiamenti ‘effeminati’. (…)

Oggi io non sottoscrivo più nessuna ideologia omofoba. Non accetto nessun ‘pogrom’. Ritengo che violare la vita privata della gente sia immorale e sia un delitto da ripudiare. Ho conosciuto un numero equivalente di persone valide o criticabili tanto tra gli omosessuali che tra gli eterosessuali. La qualità umana delle persone non si misura sulla loro inclinazione sessuale. Considero che l’inserimento delle persone omosessuali nella società e nella Chiesa sia un dovere e perciò sia compito urgente superare i condizionamenti culturali perché questo possa avvenire pienamente.

(…) Manca inoltre un atto di sincerità radicale da parte del clero della Chiesa. Il clero deve riconoscere che sostenere un atteggiamento dominante di rifiuto dell’omosessualità è definitivamente incongruente con la presenza di un numero considerevole di omosessuali tra le sue fila. Esiste nel clero un’aperta negazione di questo fatto. La tendenza alla sua ‘minimizzazione’ o al livellamento con altre istituzioni per mezzo della statistica è parte della stessa tendenza a negare la situazione che in esso si è instaurata.

Probabilmente, il suo frequente atteggiamento omofobo è anch’esso una maschera con cui si copre la stessa negazione di questo fatto contundente. Devo riconoscere che ho visto di frequente gesti di disprezzo e di crudeltà verso compagni omosessuali, provenienti da sacerdoti che nel loro intimo sono omosessuali. Molte volte ho pensato: cosa li porta ad agire così? E mi rispondo che forse scaricano sulle spalle dei loro compagni quel peso che in loro stessi percepiscono come insopportabile.

Una falsa comprensione del celibato come repressione della completa condizione sessuata della persona si è unito, fatalmente, nel caso di molti omosessuali, all’autocensura e alla negazione radiale della propria inclinazione omosessuale. Però non è la stessa cosa rinunciare alla pratica della sessualità genitale (questo è l’obiettivo della rinuncia che comporta il celibato sacerdotale, sia che si tratti di omo che di eterosessuali) e rifiutare in se stessi la propria condizione omosessuale. Chi possiede una minima esperienza del comportamento delle persone omosessuali può capire quale violenza significhi per molti di loro cercare di essere eterosessuali e comportarsi come tali, quando in realtà sono e sono sempre stati omosessuali. Per questo, i sacerdoti che vivono negando la propria condizione di omosessuali, che non è esattamente la stessa cosa che controllare i propri desideri sessuali, nel senso di evitare la pratica sessuale genitale, vivono in una continua violenza contro se stessi, il che talvolta può tradursi in violenza verso le persone omosessuali e, probabilmente, in altre forme di condotta patologica. (…)

E’ probabile che le ragioni di questa negazione siano relazionate anche con la questione del perché molti omosessuali prendono la strada del sacerdozio, persino indipendentemente dal fatto che sia stato detto loro, nella maggioranza dei casi, che l’eterosessualità fosse una ‘condizione obiettiva’ per l’entrata in seminario. Forse alcune persone omosessuali che negano a se stesse questa condizione, hanno cercato erroneamente nella vita sacerdotale un ambito ascetico che rafforzi questa autonegazione. Come se il sacerdozio fosse il luogo dove queste persone potessero svestirsi e liberarsi dei panni della sessualità, una sessualità che per loro è opprimente. Naturalmente queste persone, una volta diventate parte del clero, continueranno a negare a se stesse, come nei loro colleghi, la presenza dell’omosessualità e cercheranno persino di turbare e far uscire dalle loro file chi mostra di essere omosessuale, come ho già detto.

Ad ogni modo, sospetto che i fondamenti di questa autonegazione nel clero siano ancora più profondi, però il mia proposito non è quello di tentare di spiegare questo fenomeno, ma di avvisare della sua esistenza. Il solo fatto di riconoscerlo può cominciare a far scrivere una storia diversa”.

(da ‘Spionaggio ed omofobia all’interno della Chiesa di p. Alejandro Blanco - su Adista del 15.10.05)