Riprendiamo il dialogo con felicia
Ausilia
carissima,
dopo aver visto l’intervista televisiva del 2 c.m. mi permetto di esprimerti le mie impressioni, sperando di cuore che tu non me ne voglia se, come mio solito, oso essere un po’ “dura”.
E’ stata una trasmissione ingiusta ed iniqua ed un po’ “infelice” per la presenza del personaggio meno opportuno e obiettivo nel trattare il tema in questione, cioè Baget Bozzo, perché sarebbe stato doveroso dare più spazio a chi voleva controbattere le asserzioni che esternava questo discusso personaggio, noncurante delle realtà concrete che senz’altro anche lui conosce.
Non mi aspettavo certo che la trasmissione fosse esaustiva di una problematica tanto ampia e profonda come quella che ci riguarda, ce ne vuole! E sarebbe stato pretendere troppo come inizio di “apertura al pubblico”!
Ma sinceramente davanti al televisore avrei voluto entrarvi dentro per gridare a Baget Bozzo tutta l’ipocrisia della Chiesa Cattolica che è stata messa poco in evidenza dai partecipanti alla trasmissione.
Perché, tu sai bene, io sono sempre di questo avviso:
- finché la gerarchia della Chiesa Cattolica non avrà il coraggio di confessare pubblicamente il male e la sofferenza che semina fra innocenti il continuare a perpetrare tanto cocciutamente quanto inutilmente l’obbligo del celibato,
- finché il popolo dei cattolici insieme al clero non avrà l’onestà di ammettere pubblicamente quanto sia preziosa , costruttiva ed insostituibile la vicinanza di una donna per l’uomo-prete, stante la consapevolezza di questo nella realtà sia pur segreta di molti sacerdoti,
- finché ci sarà anche un solo prete a cui sarà permesso – perché di fatto attualmente è “permesso” a molti nell’omertà e nell’ipocrisia - di tenere vigliaccamente “il piede in due scarpe” senza prendere le sue responsabilità nemmeno di fronte ad un figlio,
- finché tutto quanto esposto, ed anche altro, sarà permesso, l’esistenza di migliaia di poveri preti continuerà ad essere trascinata ufficialmente sì nel celibato, ma umanamente, moralmente e spiritualmente al livello più basso e più meschino, impedendo loro quell’arricchimento che solo una serena vita di coppia e di famiglia può offrire. E solo una serena vita di coppia e di famiglia può plasmare gli individui a meglio comprendere la quotidianità per aiutare chi è in difficoltà, chi chiede aiuto, chi è solo, per praticare cioè il verso cristianesimo.
Ma come fanno a non capire questo? Ma sono sicuri che il sacramento dell’ordine non venga di fatto cancellato in quegli individui (preti & co.) che vivono strisciando nell’ambiguità facendo soffrire le persone che dicono di amare? Ed avendo il coraggio di mostrare una facciata ambigua?
Ecco, questo secondo me andava gridato forte a Baget Bozzo e a tutti quelli che ascoltavano la trasmissione.
Per questi motivi ritengo che sarebbe più utile e costruttivo confrontarsi in dibattiti pubblici dove si possa controbattere con forza ( e con sufficiente tempo ) alle affermazioni ormai obsolete di certa gerarchia ecclesiastica ormai altrettanto obsoleta.
Non volermene, ti prego, per questo mio ennesimo sfogo. Mi spiace solo di non poterti affiancare operativamente nel tuo paziente lavoro per liberare la donna vittima di quelli che sono comunque soprusi. Altro che talebani musulmani! Purtroppo qualche “talebano cattolico” l’ho conosciuto anch’io che ha avuto la spudoratezza di tentare di annientarmi come donna e come madre, anzi, peggio, cercando di comprare il mio orgoglio col prezzo dell’omertà. E purtroppo in parte ci sono riusciti perché ancora adesso a distanza di decenni non ho il coraggio di espormi pubblicamente ed a volte, come già ebbi occasione di dirti, ho ancora paura. Ma questa sembra sia ancor oggi pratica comune per sopravvivere come donna del prete, ufficiosa o clandestina che sia.
E fu così che a 60 anni mi ritrovo a dover ancora lavorare se voglio permettere a mio figlio di frequentare l’università – paradossalmente l’Università Cattolica – con quel che costa!…..mentre il “padre” noncurante e brutalmente da sempre menefreghista, continua a fare il “prete” in bella mostra, a testa alta, con la purezza effimera del giglio (lontana reminiscenza di un oscurantista seminario), lesinando anche solo una telefonata e guardandosi bene sia dal partecipare moralmente all’educazione di suo figlio, che tanto meno contribuendo al costo degli studi.
Ma quando anche lui come genitore avrà il sacrosanto dovere di fare la sua parte? ma chi ci difende e ci aiuta a riscattare anche i diritti dei nostri figli ad avere la presenza del padre?
Ma è possibile che nessuna altra donna si trovi nelle mie condizioni e non senta esplodere la necessità di gridare pubblicamente questa grave ingiustizia perpetrata proprio da chi dagli altari osa proclamare l’amore ed ha la pretesa di inneggiare alla vita e alla famiglia unita? Fatevi avanti, dunque, insieme potremo aiutare chi sicuramente anche in futuro potrà avere i nostri problemi magari con minori opportunità di noi e quindi con maggiori sofferenze.
Felicia Nubile
Una risposta
La tua lettera è viva e non merita sottolineature perché di fronte ad una testimonianza tanto pregnante c’è solo da riflettere.
Quel che io voglio aggiungere riguarda il tuo appello finale (vedi ultimo periodo).
Sai benissimo che donne nelle tue condizioni ce ne sono, e vorrebbero anche loro “gridare”. Non pensare assolutamente che noi mettiamo la museruola a qualcuna; anzi sono questi i casi che più ci occupano e preoccupano. Ma anche loro sono zittite (spesso dal proprio partner) o scelgono di tacere in maniera pubblica. A noi non resta che mantenere una corrispondenza privata. Sappiamo che tu vorresti entrare in rapporto con loro. Se ne hanno voglia, perché non lo fanno? Noi daremmo l’indirizzo richiesto ben volentieri. Ma si vede che la legge del silenzio regna sovrana. E finché le cose saranno così, non aspettiamoci cambiamenti ecclesiali.
Con ciò non voglio associarmi a coloro che credono all’efficacia di dimostrazioni e manifestazioni di piazza. Per un semplice motivo: abbiamo da fare, non con un potere laico, e nemmeno con un potere religioso rivestito di forme laicali, bensì con una chiesa che si proclama animata dallo Spirito di Dio: le cadute concrete non intaccano la ricchezza di ordine spirituale su cui si regge. Basta pensare che anche noi, provati in tanti modi in essa, siamo cresciuti con l’alimento spirituale e continuiamo ad attingere alla Fonte inesauribile della Grazia di cui lei è depositaria. E c’è subito da aggiungere che, se questi termini suonano ostici alle nostre orecchie, cioè se non riconosciamo questa realtà, è inutile chiedere e/o pretendere qualcosa sotto forma di rivendicazione: cadono i termini della contestazione; non apparteniamo a questa Chiesa. Allora chi vuole scendere in piazza, lo faccia come ex, dissociato ormai da ogni rapporto organico con essa. Le ragioni del contendere, in questo caso, sono proprie di chi ha subito dei torti e reclama i suoi diritti, in nome del suo essere cittadino di una nazione che dovrebbe tutelare tutti; naturalmente pretendendo che la chiesa non sfugga alle… punizioni legali.
Rileggo, cara Felicia, le tue parole: “sarebbe più utile e costruttivo confrontarsi in dibattiti pubblici dove si possa controbattere con forza ( e con sufficiente tempo ) alle affermazioni ormai obsolete di certa gerarchia ecclesiastica ormai altrettanto obsoleta…”. A che pro? Sotto quale veste possiamo ergerci a giudici di una “gerarchia obsoleta”? Se lo facciamo in quanto vittime, la prima cosa da fare sarebbe, coerentemente, dissociarsi da un’appartenenza di tipo filiale. Se invece noi ci consideriamo vittime di un sistema che pretendiamo correggere, vuol dire che ci riteniamo ancora figli; certamente figli buoni di cattiva madre…; ma pur sempre figli.
Cerca di rispondere a queste puntualizzazioni, ti prego.
Dopo di che continueremo a dialogare. E abbiamo molto da dire.