Estratto
da Micromega n.6 del 2005 – pagg.163/190
Un dialogo tra
quattro ‘preti di frontiera’, in radicale alternativa alla Chiesa costantiniana
del cardinal Ruini:
Don VINICIO ALBANESI/ don PIERLUIGI DI PIAZZA/ padre
NINO FASULLO/ don ANDREA GALLO
Stimato dott. Augias,
di fronte alla vergogna di
leggi-foraggio, che poi diventano, lo sappiamo, leggi-bavaglio (l’immissione in
ruolo dei professori di religione e l’esenzione Ici per gli immobili di
proprietà della Chiesa) noi fedeli e semplici sacerdoti non possiamo tacere. Se
non lo facciamo noi grideranno le pietre! Davanti a certe cose mi tornano alla
mente le stupende parole della Lumen
Gentium: “
Parole piene di Vangelo, frutto di amore per il mondo, lo stesso per il quale il Nazareno ha dato la vita, parole che sembrano echi lontani di una Chiesa che non c’è più. Mi chiedo con angoscia: che cosa hanno a che fare quei nostri vescovi, adulatori dell’altrui parola, con l’assise meravigliosa che nel Concilio Vaticano II ammaliò il mondo intero, profetica risonanza, quella sì, della di Lui Parola?
Fa male, ferisce a sangue e toglie speranza il silenzio venale di una gerarchia capace solo di gridare all’untore. Che non viene neppure sfiorata dal dubbio dell’immoralità devastante che l’attraversa mentre fa incetta di regalie e privilegi, mentre i semplici fedeli e i cittadini sono chiamate a rinunce e sacrifici.
Meno ci scandalizza, anche se
dentro morde lo sdegno, la blandizie di un governo aduso a carezzare il clero e
bastonare il popolo. Non più quindi, “Libera Chiesa in Libero Stato” ma
“Piccolo Stato in infida Chiesa”.
Don Vinicio Albanesi: Una Chiesa che non c’è più: è questo il problema centrale che emerge nitidamente dalla lettera di don Aldo Antonelli. La domanda di questa nostra riflessione, in fin dei conti, è se esista o meno un messaggio evangelico. Non se esso esista oggettivamente, bensì se e in che modo noi tutti, in quanto popolo cristiano, siamo in grado di testimoniarne l’esistenza. Il cuore della debolezza della presenza cristiana nel mondo deriva da questa sorta di incapacità di vivere, prima ancora che di comunicare, il messaggio.
All’interno della Chiesa non mancano certamente i documenti. Penso ad esempio ai preparativi del IV Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Verona nell’ottobre 2006. Tuttavia si tratta spesso di elaborazioni che esprimono poco. Da un lato si assiste a un ritorno di un senso religioso decisamente vago, dall’altro c’è un cristianesimo di cui troppi si appropriano in modo assolutamente incongruo. Penso a molti nostri politici, che sono pubblicamente bigami e poi si dichiarano cattolici. E sono anche, per la verità, molto ascoltati.
Il messaggio cristiano si
dissolve spesso in un puro verbalismo, connesso a una specie di estetismo. Sembra che narrando
semplicemente
Ma questo non è più vero.
E’ evidente che, di fronte a questo vuoto, il livello della proposta evangelica si abbassa alla sopravvivenza della Chiesa come istituzione e dei suoi dettagli materiali. Penso all’esonero dell’Ici per gli edifici ecclesiastici, che somiglia in realtà alle piccole regalie di cui può godere al limite un fanciullo.
Il problema vero è che il cristiano, oggi, o non è coerente, o non sperimenta un adeguato approfondimento di quello che significa il cristianesimo. Il che si traduce spesso in un’esperienza edulcorata e priva di una vera proposta.
La nostra Chiesa, da questo punto di vista, si dimostra incapace. Siamo di fronte a una crisi seria. Da che cosa prende origine? Di sicuro ha infiniti sintomi: le parrocchie si svuotano, le vocazioni mancano, i comportamenti dei singoli oscillano, i confini dei criteri di condotta sono spostati all’indefinito.
Confessando ad esempio i ragazzi che giungono alla cresima, ci si rende conto del fatto che non sanno rintracciare delle regole, che non sanno riconoscere dove si impone loro un determinato comportamento o magari in che cosa consista la vera trasgressione. Ciò dipende in gran parte dai genitori, che a loro volta oscillano tra comportamenti anche molto difformi tra loro. E questo non solo perché non hanno un’etica, ma perché addirittura non possiedono i criteri stessi di un’etica.
Di fronte a questo vuoto,
L’elemento su cui riflettere, dunque,
non è soltanto questa crisi profonda, ma anche gli atteggiamenti e le
risposte della Chiesa istituzionale, che lasciano perplessi.
Don Pierluigi Di Piazza: La lettera di don Aldo Antonelli ha suscitato in me analoghe reazioni. Essa contiene innanzitutto una grande esigenza di profezia, che si esprime al tempo stesso in forma di nostalgia. Penso al riferimento alla Lumen gentium e ad una Chiesa che pare non esserci più, ossia alla Chiesa del Concilio Vaticano II. Una Chiesa che vedeva presenti i vescovi di tutto il mondo, che apriva se stessa al mondo e se ne lasciava interrogare. Laddove, proprio in questi giorni, il Sinodo mondiale dei vescovi registra una situazione di sostanziale chiusura rispetto alle voci che vi introducono elementi seri di riflessione. Voci che vengono messe a tacere da una linea ufficiale che ci fa ascoltare soprattutto dei no. No a una discussione del celibato obbligatorio per i preti, no alla comunione ai divorziati che si sono risposati o che convivono, no alla possibilità della comunione fra cristiani cattolici e cristiani ortodossi. Una serie impressionante di risposte negative; non ho una posizione relativistica, tutt’altro, ma proprio di grande considerazione per la storia delle persone, per la loro ricerca di senso, di fiducia, di accoglienza.
Personalmente, anche a partire dall’esperienza del Centro Calducci, inquadro la questione da diverso tempo, e oggi sempre di più, nel senso di una distinzione fra fede e religione. Un conto è infatti la fede, altro la religione. La fede può essere intesa come quella dimensione del coinvolgimento profetico che riguarda tutto il nostro essere e tutta la nostra vita, e quindi che riguarda la nostra sensibilità e le nostre opzioni di fondo, il rapporto con noi stessi, con Dio e con gli altri, con il denaro, con il potere, con le armi e le guerre; con tutto ciò che costituisce la realtà del mondo come tale e quindi in alternativa il servizio, la non violenza attiva e la pace, l’accoglienza e la solidarietà… Inteso in questo senso, il coinvolgimento della fede è quello che ci porta a vivere alla sequela umile e convinta, ricercata giorno per giorno, di quello straordinario Gesù di Nazareth. Questa è la fede.
La religione, invece, è quello
che si configura come dogma, verità, rito, simbolo, istituzione. E allora può
darsi che una religione massiccia e severa possa anche uccidere la fede. Il
rapporto fra fede e religione è sempre molto delicato e dialettico. Anche noi
preti, che siamo convocati a questo dialogo, ci interroghiamo se siamo in qualche
modo preti di fede o preti di religione.
Quando si assiste agli interventi
di autorità d cui parlava anche don Vinicio, mi sembra che emerga in modo più
evidente
Personalmente ho vissuto nella contraddizione l’esperienza positiva di 30 anni come insegnante di religione. Quando ci fu il concordato dichiarai pubblicamente al collegio docenti la mia difficoltà; ho poi cercato di svolgere il mio compito in modo non confessionale, affrontando con i giovani le questioni di fondo della vita e della storia in modo ampio e pluralista, nella ricerca del dialogo, certo con attenzione alla dimensione religiosa.
Per quanto riguarda la vicenda dell’esenzione degli immobili ecclesiastici dall’Ici, come diceva già don Vinicio appare come una banale regalia, un privilegio. Come Centro Balducci, che si occupa soprattutto dell’accoglienza delle persone immigrate, profughe e rifugiate, abbiamo utilizzato una risorsa che ci è venuta dalla fondazione Migrantes della Conferenza episcopale Italiana, attingendo all’8 per mille. Anche qui, tuttavia, sarebbe auspicabile che vi fossero modalità autenticamente paritarie o egualitarie per i finanziamenti. Sarebbe bello che i cittadini potessero segnalare in modo non discriminatorio le loro scelte. Il che sarebbe possibile soltanto conoscendo in modo più preciso l’utilizzo che viene fatto dei finanziamenti. Affinché l’intenzione dei cittadini si indirizzi concretamente e in modo verificabile a progetti di solidarietà. Però debbono essere chiari e trasparenti tanto l’intendimento quanto la verifica di come il denaro viene impiegato. Non l’8 per mille alle confessioni religiose, ma ai concreti progetti di solidarietà, che siano fatti da una confessione, da più confessioni, o eventualmente anche da organizzazioni non religiose.
Padre Nino Fasullo: Ho
letto la lettera di don Aldo Antonelli con viva soddisfazione, ritrovandovi
valutazioni e sentimenti che coltivo da tempo. Qualcosa si muove, mi sono
detto, qualcosa cova sotto la cenere, possiamo sperare. Oggi nella Chiesa c’è
un grande disagio. Al suo interno c’è poca libertà di pensiero e di parola,
manca il dibattito. Non pochi sacerdoti manifestano, in privato, sofferenza per
il modo con cui
E’ raro vedere sulla bocca di vescovi che governano importanti chiese italiane, parole miti, attinte alla Sacra Scrittura, discorsi spirituali costruttivi. Sembrano un puro ricordo pastori della statura di Michele Pellegrino a Torino, di Giacomo Lercaro a Bologna, di Giovanni Battista Montini o di Carlo Maria Martini a Milano, per non parlare di Angelo Giuseppe Roncalli a Venezia. Quella attuale, nella Chiesa, appare una linea di chiusura, di arroccamento, di rigorismo etico aggressivo esasperato ed esasperante. Un rigorismo, tutto sommato, in giustificato, perché poco attento alle sofferenze degli uomini quando, ad esempio, si trovano dentro un matrimonio sbagliato o fallito, anche colpevolmente. Si preferisce insistere, un po’ ossessivamente, sulle questioni della bioetica e della legge naturale. Si cerca denaro, si investe sugli spot pubblicitari, si cura perfino l’abbigliamento clericale (inclusi gli assurdi polsini d’oro scintillanti nelle benedizioni). Invece si parla poco di sacra Scrittura, di preghiera, di Concilio, di santità, come faceva un vescovo dei tempi andati, Alfonso de Liguori…
La lettera di don Aldo appare un grido coraggioso in favore di una chiesa che nelle città deve splendere di luce evangelica, libera e accogliente, mentre deve manifestare ostilità solo verso la violenza, la guerra, la criminalità organizzata, i potenti di ogni risma, dei quali dovrebbe smascherare senza riguardi le trame di iniquità (tutte contrarie alla legge del Signore), e non tacere coprendo le malefatte.
Il disagio che oggi serpeggia nella Chiesa è causato dal fatto di non vedere comportamenti ispirati alla mitezza del Vangelo: “Venite a me, voi tutti che faticate oppressi da osservanze gravose: Io vi libererò da quel peso. Accettate il mio insegnamento… perché non mi impongo con la violenza e nel mio cuore sono vicino agli umili” (Matteo 11, 28).
C’è bisogno di maggiore libertà nella Chiesa. Bisogno di parlare e scrivere liberamente, al riparo dalle censure talvolta poco rispettose della dignità umana. Da una Chiesa in cui la libertà è molto controllata difficilmente passa il Vangelo. Più facilmente passa la linea di chi vi esercita il potere. Infine, anche Dio ne soffrirebbe, perché neppure la sua libertà vi troverebbe spazio. Potrebbe accadere anche che, volendo esprimersi liberamente, per farsi ascoltare Dio dovrebbe uscire e parlare e compiere gesti tramite uomini e donne che “non sono dei nostri”.
La linea dell’ascolto è la linea
del Concilio. Ma non si può dire che oggi
Questo del Concilio è il capitolo forse più drammatico della Chiesa italiana. Occorre tornare al Concilio, altrimenti si fugge dalla Chiesa. Occorre tornate, ad esempio, al discorso che Giovanni XXIII fece l’11 ottobre del 1962. Il discorso in cui il papa dissentì dai profeti di sventura che non amano il mondo, come invece lo ama Dio. Cattivi profeti, quelli di sventura, che non sanno usare la medicina della misericordia, della pietà e della compassione.
Quella del Concilio è una Chiesa che, piuttosto che condannare o scagliare (per prima) pietre, insegna ad ascoltare, dialogare, perdonare, accompagnare i poveri e i bisognosi. Insomma, quella del Concilio è una Chiesa aperta che accoglie tutti con il carico dei loro problemi, delle loro ansie, contraddizioni e peccati. Nessuno può rinunciar alla Chiesa del Concilio. Chi la rimuove, rischia di privare la gente del Vangelo, della libertà e della speranza. Penso, però, che, nonostante tutto, nella Chiesa non si voglia arrivare a tanto. Né intendo giudicare le intenzioni. E’ necessario, però, chiarire equivoci e superare tentazioni.
Penso che la lettera di don
Antonello rappresenti una boccata d’ossigeno proprio in riferimento al bisogno
di una Chiesa che riprenda a camminare serenamente sulle vie interrotte del
Concilio, non dando ascolto ai profeti di sventura che starnazzano qua e là. Se
segue il Concilio,
Può sembrare strano. Ma c’è chi, nella Chiesa, vuole che si torni a dare l’ostia consacrata nella bocca e non più nella mano della gente. Ci si può chiedere che cosa costoro abbiano capito, non dico del Concilio, ma della fede cristiana. Perché non c’è dubbio: se l’ostia non si può dare nella mano, meno ancora si può dare nella bocca. O si vogliono privare i cristiani (tutti battezzati) dell’eucaristia? La verità è che coloro che vogliono tornare al vecchio sistema amano emanare elenchi di proibizioni pensando che in questo modo si risolvono questioni che dipendono da cause antiche e complesse. In realtà, c’è sfiducia in Dio e nei cristiani, i quali vengono trattati da sudditi e da minorenni. Piuttosto che parlare di embrioni, di referendum e di leggi, non sarebbe meglio discutere di fede, di sacramenti, di preghiera e di giustizia, nonché di storia della Chiesa?
Dopo il Concilio
Si ebbe una fioritura di
iniziative che rinnovarono modi di pensare e di giudicare
Don Andrea Gallo:
Innanzitutto vorrei ringraziare sia il quotidiano
Bisogna dire e accettare la
realtà. Personalmente sono presbitero da oltre 46 anni e conosco i valori
evangelici. Ma conosco anche la struttura della Chiesa, che rispetto, dovendo
accettare com’è giusto la disciplina canonica. Occorre dire, fin da subito, che
la nostra santa madre Chiesa, nonostante siano trascorsi quarant’anni dal
Concilio, è una monarchia assoluta medioevale. Non c’è niente da fare.
A volte, nella Chiesa, ci sarebbe bisogno di grandi silenzi. E invece il cardinal Sodano, presente come segretario di stato all’Onu, alla domanda su cosa pensava dell’Iraq, delle truppe di occupazione, del macello quotidiano, ha tranquillamente rilasciato un’intervista in cui dice che è nostro dovere rimanere in Iraq. Il tutto, paradossalmente, proprio in una sede come quella delle Nazioni Unite.
Il cristianesimo e l’Evangelo corrono il rischio di essere ridotti ad un mero progetto politico. E mentre si denunciano come esaurite e improponibili le antiche forme della Chiesa costantiniana, in realtà si continua a presumere, in nome e per conto della fede, di avere la possibilità di controllare la storia, di interpretare infallibilmente e provvidenzialmente i suoi segni e di risolvere alla fine qualsiasi problema. Quanti “perdoni” ha chiesto Wojtyla alla storia.
Il punto centrale e fondamentale
da affermare è solo questo:
Come può la parola di Dio ispirare l’azione politica del credente? Occorre fare molta attenzione, perché i cristiani, per come la vedo io, hanno esattamente gli stessi strumenti di analisi degli altri, non strumenti speciali. Vogliamo avere il coraggio di dire a tutti che la fede non fornisce alcuna certezza politica? E che questa deve nascere in modo chiaro e trasparente da una partecipazione democratica e dal pluralismo? E ancora ci si strappa le vesti, gridando allo scandalo, per la sperimentazione della pillola RU486 da parte della regione Piemonte. Come si può far finta di niente nella dolorosa situazione a colpi di principi?
Il pluralismo non soltanto è legittimo, bensì è autenticamente necessario. Il mio attacco, ovviamente, non è soggettivo. Sono tanti, i testimoni autentici nella nostra come in tante altre Chiese e in tante altre religioni. L’attacco è rivolto piuttosto alle strutture gerarchiche, chiuse e non evangeliche.
La realtà è che manca la norma normante del cristiano nella Chiesa. E qual è questa norma? Il vangelo. Se è così, bisogna ribadire che tutto il resto, compreso il ministero episcopale della parola e dell’unità, non riguarda affatto la compaginazione della società, ma soltanto la comunione ecclesiale e dunque non può indirizzarsi ovunque. Se questo è vero, c’è spazio per tutti. E qui penso sempre a padre Ernesto Balducci.
Visto che tutto questo manca, non
stupisce che siano in molti a rilevare come
Un’etica che spesso non è seguita neppure dai fedeli. Un’etica che l’ha portata a ridurre il messaggio cristiano a morale sociale.
Quello che mi fa male, da piccolo partigiano, e che qui la fede scompare e la politica ne viene danneggiata. Lo accennava già don Vinicio Albanesi. Anche a Genova abbiamo solo il 7-10 per cento dei praticanti del precetto festivo. Ma accade anche, e lo ripeto soprattutto da cittadino, se non da laico, che tutto questo danneggi la politica. Altro che chierichetti e atei devoti. E’ qui che nascono i compromessi. La politica è secolare, ma la fede, che è e resta una virtù, non lo è.
Perciò ringrazio di nuovo Augias e
Occorre riflettere sul compito – e questa è una missione vera – di chi nella Chiesa ha il ministero della Comunione, di chi amministra la carità nella Chiesa di Roma. Tutte le sere ricordo i miei tanti papi, i papi che ho già avuto: papa ratti, papa Pacelli, papa Roncalli, papa Montini, papa Lucani e papa Wojtyla. Dov’è il servizio di Pietro? Io ci credo e lo amo, ma dov’è? E poi rivolgo anche un pensiero ad ogni vescovo che amministra una diocesi, ad ogni presbitero, ad ogni donna e ad ogni uomo che abbia in qualsiasi posto e in qualsiasi modo il ministero ecclesiale della Parola e della direzione di una comunità cristiana.
L’esempio i vescovi ce l’hanno. Per sette anni è stata bloccata la causa di beatificazione – adesso dicono che sia ripresa – del vescovo salvadoregno Romero, questo fulgido esempio di martirio. Un pastore quasi del tutto dimenticato, che si è totalmente identificato col suo popolo oppresso.
La mia gioia, da piccolo prete di
strada, è di stare a fianco dei poveri, dei giovani, degli operai, dei soggetti
mal riusciti oppure ghettizzati. Nelle rivendicazioni ambientali dei Verdi, in
quelle dell’autonomia, nel cuore antico della gente, nella ragione comune e nel
buon senso.
Una parola autenticamente profetica avrà naturalmente una precisa ricaduta nella polis, ma se dimentica la propria qualità – ecco di nuovo l’insegnamento di Enzo Bianchi, priore di Bose – di eco della parola di Dio, ossia se pretende di travalicare immediatamente nella sfera politica, nella mera etica umana, nel dominio dell’economia e della tecnica, allora introdurrà semplicemente germi di contrapposizione, come del resto sta avvenendo nella comunità ecclesiale, se non nella stessa comunità cristiana in senso ampio.
E il vescovo, in tutto questo, dov’è? Se la croce è l’abolizione dell’inimicizia, il vero vescovo è l’operatore di pace: mite, misericordioso, in dialogo con tutti, assetato di giustizia. Il vescovo è per sua stessa natura colui che non può creare nemici. Questa è la mia piccolissima testimonianza.
MicroMega: La religione cattolica, nel senso della Chiesa gerarchica, sembra trionfante, mai tanto ascoltata dagli establishment, dai media, da chi fa opinione. Voi considerate questo potere un limite e addirittura un rischio per il messaggio evangelico. Contrasto non nuovo, quello tra gerarchia e Chiesa “di base”, che solo il Concilio Vaticano II aveva saputo affrontare.
Quello che sembra oggi mancare, però, è proprio la voce
di questa Chiesa “di base”. Oggi l’immagine della Chiesa è un’immagine
compatta, molto allineata sulla Chiesa gerarchica, la quale al suo interno
sembra infinitamente più compatta che mai.
Questa mancanza di visibilità
corrisponde a una effettiva restaurazione, a una normalizzazione compiuta, per
cui le comunità e i fermenti che voi rappresentate costituiscono eccezioni ed
episodi marginali nella Chiesa, oppure questo fermento c’è, come c’era venti o
trenta anni fa, e semplicemente
Albanesi: Vi è una
solitudine di tutti e in particolar modo dei cristiani, giacché la
secolarizzazione investe la cultura e la società nel suo complesso. Vi è un
oggettivo stato di difficoltà: le chiese si sono svuotate, i ragazzi hanno
altri riferimenti, è sempre più arduo proclamare il Vangelo. Probabilmente non
siamo riusciti a capire da dove veniva il pericolo. Il pericolo veniva da
destra, nel senso che il consumismo, il radical chic, la superficialità,
l’edonismo, l’efficientismo e via dicendo formavano una ruggine leggera, ma
feroce e inarrestabile.
La seconda difficoltà riguarda la struttura monolitica della Chiesa, che in realtà è una debolezza e non una forza. Questa monoliticità si situa infatti più in basso della fede, per attestarsi tatticamente sulla prudenza di un sapersi regolare, di un moderatismo anziano, di una specie di buon senso a buon mercato. Proprio per questo, nel momento in cui all’esterno della Chiesa ci si appropria della definizione di un’appartenenza cattolica e si riceve persino la benedizione della gerarchia, chi è minimamente consapevole non può non mettersi in guardia. Perché? Perché il cristianesimo è e deve restare scomodo. Il cristianesimo ha un messaggio duro e difficile da seguire. Nel momento in cui si viene benedetti, in qualche modo c’è un trucco del quale si dovrebbe diffidare, piuttosto che esserne lusingati. Per tacere, del resto, del riscontro pratico di tutto ciò: famiglie che si sfasciano, comportamenti sociali e politici che vanno alla deriva, il mondo stesso che viene dimenticato.
Lo dico pubblicamente: nessuno, nella Chiesa italiana, parla più del mondo. Non del mondo italiano o del nostro piccolo mondo regionale, bensì del mondo in tutta la sua ampiezza. E se la religiosità cristiana dimentica questa sua universalità è finita, nel senso che si trasforma, come diceva don Perluigi Di Piazza, in una specie di religiosità, in una setta. E il cristianesimo ha resistito nei secoli esattamente perché setta non era.
Contro tutto questo esiste ancora una qualche forza nella base, che tuttavia non vedo né studiata né presa in considerazione e anzi quasi abbandonata a se stessa. Penso a quanta gente muore nelle missioni, al martirio che continua e non fa più scandalo, a chi muore ovunque in nome di Cristo, oppure alla vera e propria resistenza di tanti preti ormai soli e anziani, che vivono abbandonati in certe parrocchie senza essere significativi per gli altri. Penso a molte fedi semplici, che resistono agli attacchi dell’edonismo. E però, sul versante opposto, penso alla popolarità di certe devozioni che vanno al di là della modernità.
La visione esteriore e purtroppo attuale di una Chiesa oltremodo presente nella realtà politica e dogmaticamente monolitica è una visione distorta e per molti massmediatica, che rischia di non reggere più l’impatto con la realtà.
Di Piazza: Personalmente vivo con grande dolore e tribolazione i cedimenti alla lusinga del potere: mi impaurisce appunto una Chiesa del potere, anche se è una realtà che non ci schiaccia, o almeno così speriamo, dal momento che continuiamo un cammino non solo tra di noi, ma con le tante amiche e tanti amici che rappresentano ed esprimono anche la voce di tante persone e di tante comunità, qui in Italia e in tanti luoghi del pianeta con cui siamo in relazione…
Fra qualche giorno saranno trent’anni che sono prete. Di recente, in un’intervista a un giornale locale, riflettevo sulla questione del potere e su come esso, dal punto di vista dell’istituzione religiosa e non della fede, si concentri sui tre aspetti che del resto ritornano anche nel dibattito politico recente e nel Sinodo che abbiamo ricordato. I tre aspetti in cui si concretizza il potere religioso sono la sacralità (come potere di separatezza dal mondo e dalla laicità), la sessualità e l’economia.
Il messaggio del vangelo, su questo, è chiaro: non esiste una sacralità come separatezza. Gesù non era un rabbino diplomato e non era un sacerdote: era un laico, ha fatto il falegname per trent’anni. Attraverso i suoi gesti e le sue parole ha comunicato questo amore incondizionato, che come tale poteva venire solo da Dio, che lui nella storia ha presentato nella sua persona.
Storicamente, stiamo ricostruendo quello stesso apparato che ha ucciso Gesù di Nazareth e che era fondato sulla sacralità come separatezza dal mondo, dalla vita delle persone. Invece il testo biblico nella sua interezza e il Vangelo con forza particolare parlano di santità, che è ben diverso. Non luoghi, persone e gesti separati o abiti speciali – l’intero immaginario che invece ci è di fronte – bensì una santità nel senso di una profondità al massimo possibile dell’umanizzazione delle persone e della storia, nella continua relazione tra storia e trascendenza, trascendenza e incarnazione nell’umanità storica.
Allo stesso tempo occorrerebbe
poter dialogare nella Chiesa sulla sessualità in tutti i suo aspetti: ma fino a
quando anche la questione della donna non sarà affrontata nella sua profondità
e nella sua ampiezza ciò non sarà possibile; questo potrà avvenire solo se le
donne saranno protagoniste con la loro differenza di genere. Lo stesso vale per
la questione economica di cui prima abbiamo accennato in relazione
all’esenzione al pagamento dell’Ici:
Quando c’è un intreccio di tutti e tre gli aspetti in modo negativo, dentro un’istituzione forte come quella attuale, si ha l’impressione di una sorta di schiacciamento.
Altro è la fede.
Don Andrea ricordava prima padre Ernesto Balducci; ne cito un passaggio molto profondo, già risalente quindi a diversi anni fa: tutte le religioni sono a un bivio, tutte. La prima scelta è quella di continuare semplicemente ad accogliere le persone impaurite dalla complessità del mondo, dallo spaesamento, dall’incertezza personale e comunitaria, consolandole però esclusivamente dentro le nicchie della sacralità e rassicurando semplicemente l’identità personale. Certamente l’aspetto della consolazione della fede è importante e significativo, ma non ha senso, nell’itinerario di una fede profetica, una consolazione che non sia al tempo stesso comunicazione di un coinvolgimento profondo nei confronti dell’altro, soprattutto dell’altro che fa fatica, che è colpito, che è emarginato o che comunque è in difficoltà ed è vittima, ma che può diventare, in un processo comunitario, protagonista della sua storia di liberazione.
Le religioni tutte, anche se noi parliamo in particolare del Vangelo e dell’alternativa irriducibile tra fede e religione, debbono spostare il loro baricentro dentro la storia nei luoghi in cui vivono i drammi e le speranze dell’umanità.
Rispetto alla questione della visibilità o meno di una possibile Chiesa di base e dei suoi fermenti evangelici faccio un esempio: in Friuli riuniamo da nove anni un gruppo di preti e di laici che con un coinvolgimento significativo percorrono ogni Quaresima una Via Crucis da Pordenone alla base di Aviano, che è un simbolo, in Italia e in Europa, della prepotenza armata. Da Aviano sono partiti i cacciabombardieri per l’ex Jugoslavia; ad Aviano ci sono una cinquantina di bombe atomiche, nessuno l’ha mai smentito. Ebbene, quando camminiamo verso la base per quei dodici chilometri – meditando e pregando – ci accorgiamo che non ci sono, ad esempio, tanti giovani cattolici che frequentano le cattedrali e altre realtà dei movimenti ecclesiali. Dico questo con tutto il rispetto, ponendo però un problema: di fronte ad una proposta come la nostra, le persone che si aggregano di preferenza dentro l’istituzione non ci sono, non partecipano. Perché mai? Perché si dice che la nostra Via Crucis è politicizzata, che noi stessi politicizziamo la fede, come se tra l’altro in tutto quello che si sta verificando in questi giorni non ci sia una politicizzazione e una resa al potere, stavolta però della fede che, quando non è peggio, si trasforma in acquiescenza della situazione esistente.
Come diceva don Vinicio, ci troviamo in una situazione per certi versi inedita, che non possiamo non guardare in faccia. La religione oggi diffusa è quella che serve alle persone soltanto in determinati momenti della vita, magari quelli più tradizionali. Ma altro è la fede che coinvolge – sia nelle nostre comunità locali che nelle comunità – dentro la storia di un mondo sempre più interdipendente e drammaticamente segnato dalle grandi questioni dell’impoverimento, della fame, della guerra, delle oppressioni, delle discriminazioni, dell’aggressione all’ambiente. Che fede sarebbe mai, del resto, se non ci coinvolgesse dentro alla storia del mondo?
Sebbene il mio personale osservatorio sia limitato, a me pare che ci siano esperienze significative nella base, anche se forse non sono più vivaci come un tempo, poi non si fanno sentire, manca loro una visibilità. Alle volte, e mi permetto una riflessione su me stesso e sulla nostra comunità di fede intrecciata con il Centro di accoglienza, quando si è cercato di parlare all’interno della Chiesa, per esempio delle specifiche questioni che riguardano i preti, non in quanto tali ma in quanto inseriti in una comunità, si è incontrato spesso un muro di gomma nell’istituzione. Manca cioè il dialogo, come prima veniva giustamente osservato. Ciascuno si ritira in se stesso, anche dal punto di vista umano e psicologico. E compie il suo percorso in proprio, con il pericolo che alle volte si isoli anche rispetto a chi fa lo stesso percorso. Ognuno cerca di compiere il suo senza la possibilità di dialogo nel senso più veritiero della parola all’interno della Chiesa, che non è certo quello dell’ascolto occasionale e tanto meno solo di un colloquio a termine, più o meno attento a una situazione che poi magari viene giudicata di mera rivendicazione. Non è questo il punto. Si tratta di far emergere il soffio che proviene dall’ascolto della vita, dall’ascolto della storia. Senza l’ascolto e la possibilità di un dialogo aperto e veritiero non c’è futuro. Nella Chiesa manca un dialogo autentico, in cui si possano nominare le “cose” della vita così come esse sono. Così ognuno procede per conto proprio.
Un altro aspetto essenziale è quello che riguarda i mezzi di informazione. Anche quando c’è qualche esperienza positiva e significativa, come la lettera di don Aldo Antonelli da cui siamo partiti, si ha l’impressione di vivere in una società che consuma tutto. Non solo da un giorno all’altro, ma quasi da un istante all’altro. Si volta subito pagina. E allora sia le situazioni più belle e positive che quelle più dolorose e difficili letteralmente si consumano, senza che diventino occasione di riflessione, di interlocuzione …
Infine, ho l’impressione che sia debole e che manchi una rete. Forse questo nostro dialogo è un segno e un punto d’avvio, ma ci vorrebbero più possibilità di comunicazione per far emergere anche in Italia il volto di questa chiesa che vive alla base, ma non emerge come dovrebbe.
Anche la domanda della visibilità del cristiano posta dalle gerarchie appare in un certo modo paradossale. Talvolta capita anche a noi, nelle comunità in cui siamo inseriti, di non accorgersi della presenza e delle potenzialità delle persone, di quello che esse mettono già in atto. E questo accade per disattenzione, per supponenza, per pregiudizio, salvo poi dire che non ci sono persone disponibili. Così avviene a livello della Chiesa romana, ma anche delle chiese diocesane. Il concetto stesso di comunione è inteso talvolta in modo nominalista. Se un’esperienza non parte dalla diocesi o dal centralismo della Chiesa istituzionale, va subito incontro al sospetto. Eppure in tutta Italia vi sono comunità, come quelle rappresentate dagli amici con cui ho il piacere di interloquire qui, che sono il segno di esperienze straordinarie. Esperienze che procedono da anni, inserite pienamente dentro la storia, in rapporto con le storie delle persone. E i Vangeli non sono forse i racconti delle storie degli incontri di Gesù di Nazareth con le persone?
Fasullo: Il fatto che questo confronto sia stato organizzato da MicroMega anziché da una rivista o da un giornale cattolico, dimostra, almeno fino a un certo punto, che all’interno della Chiesa ciò non è facile che accada. Prevale l’esclusione e il controllo. Come del resto in tv: solo alcuni vi compaiono, arrogandosi la rappresentanza della Chiesa e della categoria di cattolico.
L’impressione di trovarsi di fronte a una chiesa trionfante è diffusa. Ma bisogna distinguere: religione e fede non coincidono perfettamente. Io so che le parole “vincere” e “trionfare” ripugnano alla fede, le sono estranee. Dio non vince mai, e non solo perché non lotta. L’hanno anche insegnato i teologi più seri: una cosa è religione, altra cosa è fede cristiana. Spesso, anzi, le due si rapportano in modo inverso: più religione, meno fede, e viceversa.
Nel
La presenza della fede, ovvero
dei cristiani nella vita pubblica e istituzionale, ha sempre costituito un
problema nella Chiesa. La storia conosce compromessi, raramente limpidi e
convincenti. Tutti conoscono il fenomeno del costantinismo, ovvero dei rapporti
di mutuo sostegno, di scambio politico e culturale tra potere politico e potere
religioso. E’ una tentazione perpetua stigmatizzata dal Vangelo. Anche oggi la
tentazione è attiva, nonostante il Vangelo, nonostante il Concilio. La chiamano
neo-costantinismo e può sfociare nel clericalismo: uno degli ostacoli più
insidiosi per la fede. Ma come la fede va tenuta distinta dalla religione (Gesù
fu ucciso per sentenza religiosa e clericale) così
Se
Agli inizi degli anni Settanta,
dietro la spinta del Concilio, uno dei discorsi dominanti nella Chiesa
riguardava i rapporti tra fede e politica, fede e storia. Ci si svegliava,
allora, dal sonno di un ambiguo spiritualismo utile solo a tenere i cristiani
lontani dai problemi difficili che soffocavano le città. A Palermo e in
Sicilia, il problema più grosso era costituito (lo è ancora) dalla mafia. Era
arduo, perché comportava emarginazione, sostenere che
Credo che la lezione più
importante da apprendere da quella esperienza sia piuttosto chiara:
Gallo: Il problema, per me, è sempre quello del Servizio di Pietro. Anni fa, mi trovavo nell’ascolto appassionato del grande maestro monaco Arturo Paoli. Gli domandai cosa pensava della Chiesa, Candidamente, come fa ancora adesso che è quasi centenario, mi rispose: “Caro Andrea, è sede vacante”. In effetti è questo il punto centrale. Personalmente, allora rimasi meravigliato. Amo la mia Chiesa. I valori evangelici me li hanno trasmessi i miei vecchi genitori, una famiglia povera di lavoratori: la mamma, la nonna, il papà. Allora domandai ad Arturo Paolo: “Ma allora chi governa?” . “Governa l’Opus Dei”.
Ora è chiaro che i fermenti continuano ad esserci anche in Italia, per non parlare di quel che accade in tutto il mondo. Il vangelo è un seme. Gesù continua a fare seguaci. Ma in Italia, per esempio, il cardinal Ruini ha compreso perfettamente la situazione. Sono anni che riportano avanti azioni per così dire di insabbiamento. Un’operazione che non era mai riuscita fino in fondo come adesso. E che è stata condotta valorizzando, illustrando e premiando quelle comunità particolari per la dignità, la coerenza e la testimonianza al magistero. Tutta una serie di esperienze ben precise, da Comunione e liberazione alla Comunità di sant’Egidio, dai Legionari di Cristo all’Azione cattolica compresa.
Ho trovato inoltre così assurda quella specie di propaganda, davvero bassa e volgare, contro il referendum sulla procreazione assistita. Nessuno o quasi ha avuto il coraggio di dirlo, e me ne meraviglio. In Italia ci sono centinaia di vescovi: possibile che Ruini, alla Cei, esponga le sue indicazioni e nessun vescovo si muova? Allora sono prigionieri. Persino le Acli hanno dato la loro adesione. L’unica ad aver mostrato qualche perplessità è stata l’Agesci, richiamando il sacrosanto primato della coscienza. E in questa gabbia i giovani e le famiglie finiscono per essere contenti. Aderiscono a Cl, i fidanzatini vanno al meeting, gli universitari a Sant’Egidio, e dappertutto si rafforza questa gabbia. Mai l’Azione cattolica aveva rinunciato alla sua dignitosa autonomia nella fedele e storica collaborazione con i vescovi.
Tuttavia i fermenti continuano ad
esserci. La meditazione si approfondisce e si può essere fieri dell’operato
delle comunità di base, che non sono scomparse. Tra di esse mi piace sempre
ricordare, come punto di riferimento, l’isolotto del caro amico e fratello Enzo
Mazzi. Di certo la stampa non se ne occupa un granché, anche perché le comunità
di base sono fuori da questo ecclesiocentrismo imperante in cui si dimentica
che
E allora ritorniamo al punto centrale del Concilio. Personalmente mi onoravo dell’amicizia del cardinal Lercaro, uno dei moderatori conciliari, che era genovese. All’epoca, Lercaro era arcivescovo di Bologna e quando rientrò all’arcivescovado dopo il Concilio, lo aprì a tutti i ragazzi con un concreto gesto bellissimo e altamente simbolico. Il messaggio meraviglioso è tutto qui, nella natura di un Dio che spogliò se stesso prendendo la natura di uomo e finanche di servo (Fil 2,7): da ricco che era si fece povero. Quello che oggi non c’è più è esattamente la grande Chiesa dei poveri, con i poveri.
Ma l’obiettivo della Chiesa
devono essere proprio i poveri. E ci sono molte persone, con tante storie
diverse, che lavorano a questo obiettivo comune. Naturalmente non si mettono la
divisa del cristiano o la veste bianca del battesimo. Però perseguono
l’obiettivo di smascherare l’idolatria, che significa illuminare sentieri
pubblici. Questo è quello che sentono e cercano: un’indicazione di senso e di
speranza, accompagnata come qualcuno ha detto dallo smascheramento delle
disumanità, ovunque esse si celino. Pochi giorni fa ero a Vicenza con i ragazzi
– di cui poi ne hanno denunciato quarantacinque – per dimostrare contro il
progetto di ampliare
Occorre vigilanza, il che significa saper coltivare un’istanza critica contro i rischi di una Chiesa che assurge a potere politico. Oggi questa vigilanza non c’è più, perché domina esattamente la tentazione del potere.
Questa Chiesa, che ha addirittura la sindrome dell’accerchiamento, è una Chiesa che non è osteggiata e anzi è ascoltata e omaggiata dal potere.
Ricordiamoci del Giubileo con le passeggiate dei politici o della santificazione di san Escrivà. Ricordiamoci soprattutto di papa Wojtyla che visita il parlamento italiano, riceve applausi scroscianti, chiede un piccolo gesto di clemenza per quella discarica umana e sociale che sono le carceri italiane e cosa gli si risponde? No. Possibile che i vertici della Chiesa non si rendano conto e non abbiano minimamente protestato?
E allora la domanda è: come è
possibile transitare dal governo dell’esistente alla profezia? La polis è
il luogo comune di tutti, è cioè uno spazio di valori comuni. In essa ci sono
tanti cristiani, ma anche tanti non cristiani. E’ tutto qui il nocciolo della
questione? O bisogna maturare finalmente un campo autonomo della vita pubblica,
nel senso di un luogo in cui tutti insieme costruiamo qualcosa. E’ qui che non
si vuol capire come stanno le cose. Leggete
Credenti e non credenti costruiscono un umanesimo, non un umanesimo cristiano, ma comunque un umanesimo nella comune passione per l’uomo. Uomini si nasce, cristiani lo si diventa per scelta. E allora vorrei tirare in ballo colui che rimane ancora un orientamento per tutti noi preti, il nostro grande don Lorenzo Milani, che su questo punto sapeva prendere le dovute distanze dall’istituzione, per stimolare, per amare la nostra Chiesa.
Noi siamo qui. Ricordiamoci che i fermenti ci sono e siamo sempre pronti ad attendere, ad invocare, a sperare nel Regno e nella venuta gloriosa del Signore (1 Cor), a nutrire compassione, a impegnarci attivamente come cristiani per la pace, per la giustizia verso i più poveri, i senza dignità, gli oppressi.
Che cos’è centrale per il cristiano? E’ la parola della croce (1 Cor 1,18), è l’annuncio del Regno: che tutto sia purificato. E allora ecco che la paglia brucerà, ma l’uomo resterà sempre questa pietra preziosa.
Esiste sempre un rischio, per il
cristiano come per
Sono sempre pronto a correggermi. Ma allo stesso tempo voglio continuare a combattere il peccato strutturale dell’intromissione nella cosa pubblica, delle indebite ingerenze, delle volontà teocratiche, del tentativo di restaurazione della cristianità di Costantino. I cristiani non devono temere Diocleziano, devono temere Costantino.
MicroMega: Avete parlato di tentazioni costantiniane, e di riduzione del cristianesimo a una morale sociale.
Voi vivete situazioni di
frontiera, con persone che spesso sono tossicodipendenti, prostitute, malati di
aids, e tutti i giorni dovete affrontare le scelte morali che
Quanto al problema della
sofferenza terminale e del suicidio assistito, si vuole che in Italia neppure
lo si affronti, mentre un organismo molto conservatore, come
Vista dall’osservatorio delle vostre comunità, che possibilità c’è di comunicare un messaggio cristiano di testimonianza profetica, un messaggio “dalla parte degli ultimi”, insieme al messaggio, più che mai ribadito dalla Chiesa-istituzione, della condanna non solo morale ma, se i parlamenti si piegano, anche penale dei comportamenti richiamati? E non abbiamo neppure accennato al problema dell’omosessualità…
Albanesi: Per chi vive in prima persona i problemi degli uomini non esiste alcuna dicotomia. Il Dio cristiano è un Dio misericordioso, un Dio accogliente, un Dio che va verso la vita, un Dio che vuole allontanare la morte delle sue creature. Nel momento in cui vengo a contatto con storie drammatiche, la prima spinta dev’essere sempre quella dell’accoglienza, della misericordia, dell’aiuto al superamento delle difficoltà.
Tutto questo non può mai inficiare i comportamenti e i giudizi morali del cristiano, per il semplice motivo che non sono o a dover giudicare ciò che sta avvenendo. Nel momento in cui una ragazza straniera che no né in grado di mantenere un figlio viene da me e mi dice che ha abortito, il mio dovere è prima di tutto quello di accoglierla. Che cosa poi lei abbia compiuto davvero con il suo gesto, io non posso dirlo fino in fondo, perché mi è stato proibito di giudicare. Espressioni evangeliche come “non giudicate” o “non condannate” (Luca 6,37) si connettono all’idea che il grano e la zizzania saranno separati soltanto alla mietitura (Matteo 13, 30), il che significa alla fine dei tempi, quando peraltro i ladri e le prostitute ci precederanno nel regno dei Cieli (Matteo 21, 32). Tutto questo dice una sola cosa: che abbiamo il dovere di accogliere e di accompagnare tutti in vista della salvezza. Questo è il primo e forse l’unico dovere che abbiamo.
E’ evidente che insieme a questo noi cerchiamo anche di prospettare la verità e quindi di suggerire l’adesione a un messaggio di speranza. Ma è soltanto un messaggio quello che noi diamo. Non spetta a noi verificare i tempi, i modi, i luoghi e la coscienza di ciascuno nei confronti di questo stesso messaggio.
Personalmente non vivo alcuna contraddizione. Di fronte a chi soffre mi ricordo esclusivamente dell’ideale che il Signore ci ha dato. Se qualcuno è in stato di difficoltà, lo aiuto a ricercare Dio e lì mi fermo. Non spetta a me dare una valutazione definitiva, non posso farlo. L’onorevole Buttiglione diceva pubblicamente, non molto tempo addietro, che gli omosessuali erano in stato di peccato. Il catechismo in realtà non dice che sono in peccato, semplicemente perché nessuno può dirlo e perché d fronte alla coscienza, che è il limite oltre il quale non posso mai andare, devo solo accogliere le istanze e i bisogni che mi vengono presentati.
Ormai abbiamo capito che, lungo il corso della storia, l’ideale del cristianesimo va sempre contestualizzato e approfondito, che occorre comunque rifletterci sopra una volta di più. Posso seguire, ascoltare, indicare, ma non posso cristallizzare la storia legandola a qualcosa che non tiene conto di quella dimensione centrale che è la dimensione del bisogno, del dolore e dell’aiuto.
Di Piazza: Ancora una volta mi sento in sintonia con don Vinicio. Si tratta di un modo di vedere le cose che è già in se stesso una profezia sulle persone, sulle relazioni e sul modo. A questo riguardo, ricordo sempre la posizione del segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer e il suo auspicio e impegno perché la società si liberi dall’aborto; che nessuna persona cioè si debba trovare nella necessità di porsi tale dilemma. Questa è ovviamente la prospettiva ideale di tutti; credo che tutti in linea di principio siano contrari all’aborto; nel concreto delle situazioni umane, come diceva don Vinicio, deve esserci un’accoglienza, un accompagnamento, un incoraggiamento delle persone, e un sostegno a riprendere e rinnovare le ragioni della vita, esprimendole nella relazione con gli altri.
In una società pluralista dal punto di vista delle ispirazioni e dei percorsi, tutti sono chiamati a contribuire affinché le leggi siano il più possibile umanizzate, con attenzione particolare, ma non a parole quanto nei fatti, alla prevenzione.
Ma questo vale per tutto ciò che riguarda la convivenza di un popolo civile. A maggior ragione dunque, in quelle situazioni così delicate e difficili, di fronte alle qual ci coglie un profondo tremore, visto che si tratta delle vicende umane più nascoste, delle storie più intime delle persone, come appunto l’aborto.
La medesima cosa dobbiamo dire per l’omosessualità e per l’esperienza fondamentale all’accoglienza, da parte della Chiesa, di persone che vivono le loro relazioni e al contempo si lasciano guidare, in determinate situazioni, proprio dalla parola del Vangelo. Occorre vivere e affrontare queste situazioni in modo integralmente umano.
Lo stesso vale, ancora, per quanto riguarda le coppie di fatto. Anche in questo caso sussiste certamente il diritto, da parte della Chiesa, di richiamare il senso della famiglia. Ma per chi crede e si orienta a questo, sperimentandolo fino in fondo, vivere l’esperienza della famiglia (che può essere un segno anche per gli altri) non significa mai condannare altre persone che vivono situazioni diverse per ribadire il valore assoluto della famiglia. Deve accadere piuttosto il contrario. Si vive l’esperienza della famiglia nel pluralismo delle situazioni e solo a queste condizioni si può davvero essere un segno anche per gli altri. Altrimenti terremmo un comportamento paradossale: negare gli altri per affermare noi stessi … e sarebbe un corto circuito assolutamente infruttuoso a livello umano.
Il Vangelo, con il suo richiamo a
una grande idealità umana, ci insegna una umanizzazione integrale della vita e
dei rapporti sociali, in cui le persone, possibilmente, non entrino in
situazioni di sofferenza, di difficoltà o addirittura di tragedia. Nello stesso
tempo, e questo Gesù di Nazareth lo esprime in modo esemplare e straordinario,
deve emergere in noi una capacità di prestare attenzione, di prendersi cura, di
rincuorare. Quante volte nel Vangelo ricorre la frase: “Va’ in pace”. Ecco
Fasullo: Chi è credente fa esperienza quotidiana della misericordia di Dio. Non può, quindi, dire sempre e solo dei no, dei divieti. Altrimenti la sua fede rischia di essere finta, una presunzione. Un’etica ispirata al Vangelo è comprensiva, aiuta, carica, apre, dà la possibilità concreta di liberarsi da ciò che può costituire un peso, un ostacolo a una piena responsabilità circa le proprie azioni. Senza speranza non c’è etica. C’è solo la dittatura di alcuni su altri.
Pertanto,
C’è un grande teologo morale nella Chiesa, Alfonso de Liguori, il quale attesta di non aver mai congedato dal confessionale una persona senza averla prima perdonata. Questo, si badi, non significa che de Liguori abbia sempre trovato infallibilmente una via d’uscita (giudiziale) per tutti. Significa, più semplicemente, che, talvolta, si asteneva, che rinunciava anche a pronunciare sentenze sicure e irreformabili sui comportamenti umani: non si attardava nel giudicare. Perdonare e assolvere, pertanto, non vuol dire sempre e soltanto giudicare, significa piuttosto liberare, spingere, dare fiducia, consegnare gli uomini e le donne (se ci si crede) alla benignità, alla grazia, all’amore di Dio, che sono, appunto di Dio e non degli uomini. O c’è qualcuno che possa misurare l’altezza, la profondità, l’ampiezza della grazia che Dio incondizionatamente dà agli uomini?
Sul terreno dell’etica, forse, si può sbagliare in due modi. O con l’eccesso di tolleranza – come dire: tutto è lecito, tutto è indifferente, non esiste il male, non esiste il peccato. Oppure col rigore, o peggio, con l’eccesso di rigore. Un cristiano che conosce Gesù Cristo non può mai sbagliare con l’eccesso di rigore. Può sbagliare (ammesso che sbagli) solo con l’eccesso di tolleranza e di benignità, con l’eccesso di apertura e di accoglienza. Mai chiudendo le porte, mai facendo disperare la gente. Questa, io credo, è la grande lezione alfonsiana consegnata non solo alla Chiesa.
Gallo: Proprio ieri sera
ho ricevuto una lezione ad un dibattito interetnico e interculturale. E’
intervenuta una ragazza, mi sembra che fosse peruviana. Ha letto semplicemente
l’art.2 e l’art.3 dei principi fondamentali della Costituzione italiana: i
diritti inviolabili dell’uomo e l’uguaglianza di tutte le donne e di tutti gli
uomini. Mi ricordo che i vescovi, in un momento di illuminazione – ecco il
vento dello spirito – il 23 ottobre 1981, hanno composto un documento del
consiglio permanente della Cei dal titolo
Ora, richiamandomi a quello che ho detto prima, dovremmo dire a tutti i vescovi, che riconosciamo come successori degli apostoli, che occorre rispettare anche tutti coloro che non vanno in chiesa. Noi stessi siamo pietre vive e costruiamo questa nostra Chiesa, tuttavia non riusciamo a comprendere il perché di questa prepotenza gerarchica, così tanto mondana e così poco fraterna.
Se
Non possiamo in questa nostra
conversazione dimenticare le sorelle e i fratelli migranti, che sono espulsi e
trattati come non-persone. In una realtà di maxi emarginazione, della fame nel
mondo e delle guerre, non è umiliante assistere nella nostra Chiesa ad un
iperortodossismo che si tramuta in caccia alle streghe? Ancora di recente,
monsignor Levada, prefetto per
Mi verrebbe da ricordare cinque o sei maestri della teologia di liberazione, tra cui il nostro Giulio Girardi. Potrei ricordare le cattedre decapitate e le gerarchie così tanto preoccupate e così poco sensibili alla comunione, al pluralismo religioso, al pluralismo teologico. Ostili a tutto ciò che è estraneo alle loro esigenze nella pratica e nella realtà di altri mondi, hanno creato in molti cattolici- ed è qui la grande tristezza – un complesso di paure ecclesiastiche. Penso all’ultima vicenda del quorum referendario e dell’astensione imposta dall’alto, alla sottomissione infantile, al conformismo sterilizzante. Altro che riscoperta di valori.
Quando nella Chiesa non si respira, è perché agli uni e agli altri – e mi ci metto anch’io – manca il vento dello spirito. L’umanità più sofferente viene sottoposta di giorno in giorno ad una grande oppressione dal mercato, dalla tecnologia e dalla deterrenza totale. E genera l’urgente esigenza di chiedere alla Chiesa e a tutti – a ciascuno di noi: laici, vescovi, preti, papi – un incessante ritorno alla missione di Gesù. “Sono tra voi come colui che serve”.
Domenica 16 ottobre il testo evangelico recita proprio il “Date a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio” (Marco 12,7). E siccome rifanno commentare un minuto e mezzo il Vangelo alla televisione, alla fine ho ricordato che Gesù ha detto: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Matteo 20,28).
La domanda del Concilio fu in fondo: Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa al mondo? Che cosa dici al mondo di Cristo, figlio di Dio morto e risorto, con il tuo modo di essere e di presentarti? Come potresti annunciare meglio, in qualunque parte della terra e in tutte le circostanze storiche, il Dio padre e madre, così come la madre di nostro Signore Gesù Cristo e il suo progetto d’amore?
Il pericolo più grave, per
l’affermazione del Vangelo, non è costituito da quelli che lo combattono, ma da
quelli che lo naturalizzano. Il pericolo più grave non è la persecuzione, ma la
mondanizzazione. Duecento capi di Stato ai funerali di papa Wojtyla. Io non ci
sono andato per non trovarmi con degli assassini. E non voglio fare nomi.
Vorrei citare piuttosto l’imperatore Teodosio che nel IV secolo viene cacciato
via dal vescovo di Milano Ambrogio, dopo la notizia della strage di
Tessalonica. Chi è stato Gesù? Che cosa voleva davvero? Ha ancora senso
ispirarsi al suo messaggio? E semmai, quale senso può ancora avere, a duemila
anni dalla sua nascita, in un mondo così radicalmente diverso dal suo? Noi
abbiamo gioito col Concilio Vaticano II, che ha cercato di dare risposta a
queste domande, indicando anche una traccia da seguire. Dov’è finito il suo messaggio?
Dov’è finita la liberazione dei poveri? Entrambi sono stati rimossi dai nostri
compromessi personali e collettivi. Sono d’accordo con quel grande vescovo
brasiliano (monsignor Pedro Casaldaliga – Mato Grosso), che aveva scritto sulla
facciata della sua cattedrale: “Il mondo si divide fra oppressori e
oppressi. Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?”.
MicroMega: Avete detto
tutti che la stagione del Concilio invece che proseguire è stata bloccata, ma
qualcuno ha detto addirittura che
Albanesi: La storia di papa Wojtyla ci conferma quello che ciascuno di noi sa bene, ossia che solo il Signore è perfetto. Il papa aveva una grande visione e quindi anche un grande coraggio, nel senso che veniva da una storia personale ed episcopale molto drammatica e, una volta asceso al pontificato, ha espresso questa apertura al mondo, direi quasi all’universo, con fede profonda. E qui sta la sua santità.
Dall’altra parte non bisogna
dimenticare che proprio per la sua esperienza di una Chiesa perseguitata, ha
concepito
Questa esperienza, trasposta in Occidente, ha creato una sorta di duplicità. Da un lato, il papa si è occupato dei grandi scenari, dell’impatto del messaggio, del cristianesimo vissuto con convinzione, con forza e anche con capacità organizzativa. Dall’altro ha scontato il limite di una Chiesa concepita in termini pre-conciliari. Una Chiesa in cui i fedeli cristiani hanno sperimentato poche aperture, ad esempio da un punto di vista dottrinale.
Di Piazza: Mi trovo di nuovo in profonda sintonia. Anch’io, su papa Wojtyla, distinguerei per amor di sincerità due aspetti. Un grande leader, un grande comunicatore, un papa che su alcune questioni di fondo ha parlato in modo forte e a volte unico: penso al tema della pace, alla guerra in Iraq, ai diritti umani, anche alla richiesta di perdono per l’oppressione esercitata nei secoli dai cristiani, alle immagini così emblematiche delle visite ad Auschwitz, ai luoghi emblematici della schiavitù dei neri, nelle sinagoghe, nelle moschee, e infine al dialogo con le religioni. Pace, giustizia, dialogo, attenzione all’equilibrio dell’ecosistema hanno caratterizzato in profondità il suo pontificato.
Ma nello stesso tempo, come già diceva don Vinicio, provenendo da una situazione in cui il cattolicesimo costituiva una forte identità per molti aspetti una difesa fondata sul continuo rafforzamento di tale identità sacralizzata, il papa ha portato con sé quell’esperienza peculiare. In fondo lo stesso coraggio che ha espresso su temi così forti come quelli a cui ho accennato, è equivalso, all’interno della Chiesa, alla conferma definitiva di questa identità forte, e per questo chiusa.
Il questo senso, le grandi questioni già accennate sono rimaste per così dire in sospeso, dal discorso dell’identità attuale del prete all’obbligo del celibato, dal discorso sulla donna all’analisi della sessualità, dal discorso dottrinale a quello sul dialogo democratico all’interno della Chiesa. Così come il papa si è aperto con voce profetica sulle grandi questioni del mondo, all’interno della Chiesa c’è stato un irrisolto connubio tra chiusura e sacralità.
In fondo, il papa acclamato da milioni di giovani, il papa che ha sperimentato una così grande partecipazione agli eventi della storia – che lui stesso molto spesso ha suscitato - ci ha anche consegnato un papato drammatico e, paradossalmente, isolato … Le sue parole, spesso, non sono state ascoltate dagli stessi giovani che lo applaudivano che quasi contemporaneamente smentivano il suo insegnamento. Soprattutto, non è stato ascoltato dai grandi della terra, né in vita né in morte. Se dopo aver preso parte al funerale del papa, essi fossero ripartiti - Bush in primis – con propositi diversi, ad esempio rispetto alla guerra, certamente quella partecipazione sarebbe stata significativa. Ma poi, vedendo come sono andate le cose, mi pare che essa si sia rivelata puramente strumentale.
Fasullo: A me piace ricordare Giovanni Paolo II, anzitutto, come il papa della pace: il papa che seppe dire “mai” alla guerra, a cominciare da quella americana contro l’Iraq. E’ stato questo, forse, il motivo che ha spinto i giovani a raccogliersi sotto la sua finestra per l’ultimo saluto. Lo venero, poi, come il papa del perdono: il papa che ha insegnato alla Chiesa a chiedere perdono per i propri peccati. Infine, lo ricordo come il papa che si unì in preghiera ai rappresentanti delle religioni non cristiane; quindi, come il papa dell’incontro con le religioni.
Insieme a questi ricordi, però,
mi sembra equo non dimenticare, con il rispetto che gli si deve, altre cose che
appaiono poco apprezzabili e problematiche. Anzitutto, fece di tutto per
ridurre
Giovanni Paolo II ha dato poco spazio al Concilio. A differenza di Paolo VI, non ha dedicato mai, nei mercoledì, una catechesi agli insegnamenti del Concilio. Sebbene, sia all’inizio che alla fine del suo pontificato (nel testamento), abbia dedicato espressioni lusinghiere al Concilio, nella pratica non l’ha seguito. Non può essere ricordato come papa del Concilio.
Infine, non va dimenticato che tra le prime cose fatte da papa Wojtyla c’è stato l’imbavagliamento dei teologi, a cominciare dai teologi latinoamericani della liberazione. Li ha processati, condannati e privati delle cattedre uno per uno, a cominciare da quelli più noti e autorevoli. Come a dire: nella Chiesa tacciano tutti, parlo solo io. Anche per questo, oggi, sembra difficile pensare a un nuovo Concilio: con quali teologi si farebbe? Non ce ne sono più. Non scrivono, non parlano, forse vivono nelle catacombe. Il Concilio Vaticano II si servì, soprattutto, dei teologi francesi e tedeschi. Il prossimo Concilio di quali si potrebbe giovare?
Possiamo solo sperare che col
nuovo pontefice ci sia nella Chiesa un po’ di libertà e di serenità in più,
cioè più possibilità di studio e di ricerca, di informazione di parola. Perché
Gallo: Sono certo che non
tocchi a me giudicare il pontificato di papa Wojtyla, che certamente ebbe
grandi luci soprattutto nel 2003, con
Oggi le comunità di base sono
completamente dimenticate e dileggiate. Ma sono “vive”. Ho già citato la
comunità dell’Isolotto e vorrei aggiungere la comunità San Paolo a Roma. Le
comunità di base sono un fuoco ardente che si vorrebbe soffocare. Ma la
coscienza di molti credenti continua a domandarsi cosa sia diventata
C’è da rallegrarsi, in questa realtà pluralista, che ci sia ancora qualche libertà democratica, che si riesca ancora ad organizzare qualche convegno. Il mondo laico, tra cui la stessa rivista MicroMega, può aiutare molto – e talvolta lo fa come in questa occasione - nel ridare spazio a chi lo ha perduto. Non vedo molte altre possibilità. Il quotidiano cattolico L’Avvenire, a tutte le nuove istanze, non concede una riga.
E certe volte mi vien da pensare che siamo sordi noi per primi. Tutti gli anni, infatti, le comunità di base fanno un convegno. Perché non partecipiamo tutti? Ripartiamo dai primi responsabili, dall’Isolotto, San Paolo, Oregina qui a Genova, un piccolissimo gruppo.
Le comunità di base hanno intuito dal Concilio che il diritto degli oppressi è diventare soggetti della loro liberazione. E quando questo gli viene negato, nella misura in cui si contesta il loro diritto di conquistare la libertà attraverso la lotta, che cosa rimane loro? E come si coniuga questa oppressione strutturale e mondiale con il grande discorso della nonviolenza?
Una preoccupazione riguarda anche gli ultimi documenti dei vertici ecclesiastici. Ricordiamoci sempre dell’invito di quel grande pedagogo che fu Paulo Freire: non ci si libera da soli, nei nostri piccoli spazi, nel silenzio. Io amo molto la preghiera, ma ciascuno di noi non libera l’altro, al contrario di quanto sostengono alcuni intellettuali, se non ci si libera tutti insieme. Per i credenti, rispondendo alla vocazione cristiana.
Vorrei menzionare infine lo sgomento di moltissimi giovani dinnanzi al rifiuto incondizionato del marxismo da parte della Chiesa. Il che mi sembra una mediocre perdita di tempo e in quest’ottica un logico sviluppo del rifiuto della secolarizzazione, virtualmente contenuto nel Sillabo di Pio IX, del quale, a quarant’anni dalla fine del Concilio Vaticano II, viene riaffermata in qualche modo l’attualità. Questo, caro don Antonelli, ci dà la misura di come stiamo procedendo confusamente.
In una parola, l’autonomia della ragione e della sfera profana, proclamata soltanto a livello formale, viene costantemente negata e svilita nella sua sostanza. Per i cristiani la parola di Gesù è unica: “In questa terra che lotta, sia te luce, sale, levito, chicco di grano che marcisce e dà frutto”.
In questi giorni, nella grande bacheca che abbiamo in comunità, ho trovato scritto: “Il male grida forte”. Però, dopo qualche giorno – e questa è la mia conclusione – ho trovato una frase splendida: “La speranza grida ancora più forte”.
(A cura di Adriano
Ardovino)
Le comunità, associazioni, singoli preti e singoli credenti, che si riconoscono in queste riflessioni e vogliono stabilire una rete di contatti possono inviare una e-mail con i loro dati (ed eventuali commenti e proposte) a:
con Micromega e
Premessa
Gli interventi dei quattro preti in dialogo con Micromega offrono motivi di riflessione. I temi, già agitati nel fervido periodo del Concilio Vaticano II, sono ora adoperati per lamentare l’affievolirsi progressivo di tante attese, data una sorta di ritorno al pre-Concilio.
I quattro rispondono ad interrogativi posti da laici che, osservando dall’esterno, notano l’assenza e il silenzio dell’opposizione alla chiesa istituzionale. Quanto essi affermano può ritenersi una via di uscita alla crisi attuale della Chiesa?
C’è da dire che si tratta di voci isolate, come lo sono state quelle di un P. Balducci, di un don Milani, di altri anche tra i viventi, animati di impegno a vivere in profondità il Vangelo, resistenti alla mondanità che fa scendere a compromessi. Ma da qui ad incidere nella Chiesa in vista di una sua rifondazione strutturale – e sarebbe questa la risposta più adeguata ai punti dolenti messi in evidenza nel dibattito a cui facciamo riferimento - c’è un abisso di distanza. La santità individuale lascia indisturbate le basi di un potere che assorbe in sé anche istanze profetiche e al momento opportuno se ne “adorna”, traendone motivo per rafforzarsi. Le loro critiche sono sacrosante, cariche di profetismo, ma sono avvolte da un senso di impotenza, tanto che nella pars costruens degli interventi la simpatia e le convergenze vanno nella direzione dei gruppi di base.
I gruppi di base
Dopo l’ondata di esuberante vitalità che
ha visto le comunità di base protagoniste nel periodo conciliare, non c’è stata
la loro scomparsa. Sono rimaste piccole ma significative zone di dissenso, in cui si studia
Sappiamo che
A contrastare la vitalità dirompente di queste pur sparute comunità fanno da contrappeso tanti nuovi gruppi di laici ubbidienti, dietro i quali c’è quasi sempre, a far da motore, un focolaio di consacrati come nel caso dell’Opus Dei, spesso mimetizzati tra i comuni fedeli, organicamente legati alla gerarchia. Per loro suonerebbero ancora attuali le parole “Al tuo cenno, alla tua voce un esercito all’altar”, cantate con entusiasmo nel fertile terreno di un partito che trasferiva il suo impegno nella politica post-bellica.
Oggi come ieri permane vigorosa più che mai la roccaforte ecclesiale costituita dalle formazioni storiche tradizionali delle e dei consacrati, largamente diffuse, non prive di capacità di rinnovamento o di rafforzamento nell’ordine antico, a seconda delle opportunità del momento; per non parlare dell’alta funzione umana esercitata da molti/e, con generosità ed eroismo, nei luoghi di missione (le inadeguatezze sono di gran lunga inferiori ai reali meriti).
La storia finora ha dato ragione alla bimillenaria chiesa cattolica per diversi motivi: i nuovi soggetti della contestazione rivelano la fragilità intrinseca a ragguppamenti tenuti insieme da un programma ideale, che ignora la complessità come quella gestita magistralmente dalla chiesa.
Una prima conclusione a questi cenni
porta ad ammettere - amaramente - che le critiche non scalfiscono
Quale possibile dialogo
I nostri discorsi sono destinati a cadere
nel vuoto se non riusciamo ad individuare elementi di un possibile, non
irrealistico, dialogo nella chiesa. E’ vero, questo si prospetta pieno di insidie perché dovrebbe mettere a
con-fronto chi crede sinceramente di essere nel vero e chi ha la sicurezza di
esserlo perché la storia gli ha dato sempre ragione. Le due parti, oltre che
prendere le mosse da posizioni divaricate, negano l’una all’altra i principi su cui si reggono.
Chi ha un passato da lanciare nel futuro
La più grande difficoltà di dialogo la provano le persone già “liquidate” con una qualche condanna e conseguente penalità. Chi è rimasto nei ranghi, pur con tutta la buona volontà, difficilmente si associa a chi non lo è più; almeno non del tutto. Non sarebbe sciupio di identità, ma motivo di stimolo reciproco l’accostamento, la prossimità: tra preti celibi e preti sposati, suore in convento e donne che ne sono uscite, donne dedite al bene della chiesa e donne invisibili sul piano sociale ed ecclesiale: in sintesi persone che rispondono al cliché della normalità cattolica e persone che hanno un passato da lanciare in avanti. A chi e a che cosa giova disperdere energie morali e spirituali per la paura di mescolanze giudicate pericolose?
Ebbene. Ai laici-esterni che ci chiedono se noi “ci siamo” vorremmo rispondere con un bel sì assieme a tutta la chiesa-dal-basso e assieme a quella parte di chiesa praticante, matura per staccarsi da tutele materne, pronta al dialogo inter-ecclesiale. Sarebbe come ritrovare e far ritrovare alla chiesa la via maestra, che si collega direttamente con quella evangelica.
L’utopia è la leva della storia che ci invita a fare piccoli passi, senza inutili soste. Al contrario dell’ideologia della de-finizione, della necessità storica, del tempo immobilizzato, della speranza inghiottita nella voragine degli assoluti.