Sessualità a servizio dell’amore?

 

Vorrei inserirmi nel dibattito "castità" che da qualche tempo appare

 E' chiaro che la chiesa cattolica nei suoi documenti magisteriali, ha sempre prospettato la castità come l'unica strada da percorrere e… anche per essere accettati come omosessuali.

Il problema è allora: quale castità proporre ai gay? La domanda non è così sciocca. Ai miei tempi la castità era descritta come "astinenza sessuale" cioè il non fare "sesso". La mia mamma e il mio papà dunque non sono stati casti quando hanno fatto me e mio fratello.

Lo scorso anno ho posto al mio vescovo - era a cena in casa mia con altri 15 sacerdoti - questa domanda: eccellenza che cosa è la castità? E pressappoco mi ha dato la risposta sopra riportata: non fare....

Perché, allora non guardare alla castità in termini positivi, cioè la "sessualità a servizio dell'amore"? E' più importante che i due corpi non si tocchino oppure che io non strumentalizzi l'altro per un mio piacere?

Se la sessualità, meglio l'esercizio della sessualità è un linguaggio – non l'unico - dell'amore, c. La sessualità non fine a se stessa ma come momento importante per esprimere al mio partner il mio amore e lui il suo verso di me.

Essere casti allora non significa "non fare" ma essere liberi nel potere amare l'altro. Si tratta di vedere e verificare le motivazioni per cui i due esercitano la loro sessualità.

Si dirà che questo va contro l'ordine naturale. Ma di quale natura stiamo parlando? La natura dell'etero è orientata verso la persona dell'altro sesso, mentre la natura propria del gay è orientata verso la persona del proprio sesso.

E' naturale quello che risponde alla mia natura. Mi riconoscono la mia omosessualità però non posso agire secondo la mia natura che è questa. Eppure mi hanno sempre insegnato che "operari sequitur esse" cioè che le mie azioni sono conformi al mio essere come l'effetto alla sua causa. E se io sono stato creato così a chi attribuire la colpa? qualora si possa parlare di colpa. E' Dio che mi ha voluto così, non si tratta certo di un errore di percorso perché Dio non crea persone sbagliate.

Papa Giovanni Paolo II in un discorso ai rappresentanti della Sacra Rota nel gennaio del 1999 definiva i "rapporti omosessuali come un incontro corporale fine a se stesso perché infecondo".

Già ci siamo. Si guarda all'incontro corporale come mezzo per mettere al mondo dei figli. Non sembra una visione parziale e distorta? Se l'unione omosessuale è infeconda ma lo è anche il matrimonio di persone
avanti in età o addirittura giovani ma sterili. Però qui va bene, nessuna contestazione.

Sempre nello stesso discorso il papa continuava "che non esiste complementarietà in coppia di omosessuali". Si potrebbe rispondere sì, non c'è una complementarietà totale, biologica, ma una complementarietà c'è sempre fra due persone che sono insieme, per svariati motivi. In ogni relazione interpersonale c'è sempre una complementarietà
Per concludere: secondo me è l'amore la base di qualsiasi approccio con le persone, fra uomo e donna fra uomo e uomo e donna e donna. E' sempre l'amore la molla che giustifica anche l'approccio sessuale. Ciao a tutti.

 Don Goffredo

(Da lista: amare col cuore di Dio)

 

Un nostro parere

 

Questa lettera della lista “amare col cuore di Dio” ha affermazioni così pregne di verità da meritare un grazie per chi l’ha scritta.

Vorrei fare, però, qualche osservazione, con la disposizione ad accettare eventuali repliche (non mi pare affatto un abuso esprimere un parere da un sito diverso da quello che in cui è stato lanciato l’argomento).

 Nella frase: “… allora tutte le volte che due persone si incontrano - non importa se uomo e donna oppure due uomini o due donne – possono esprimere il loro amore anche attraverso la sessualità”, si delinea, attraverso il verbo “possono”, un tipo di morale ispirata a criteri diversi da quelli propri della Chiesa cattolica, la quale ha il merito storico di  far derivare dalla coscienza l’aspetto formale più che i contenuti dell’agire umano morale (come ha ben evidenziato in tempi piuttosto recenti Kant).

La chiesa, però, pur ammettendo il primato della coscienza, la vuole illuminata dalla verità rivelata, sia attraverso La Sacra Scrittura sia attraverso la cosiddetta legge di natura (nella quale sarebbe iscritta una perenne forma di rivelazione divina). Dunque la sovranità della coscienza personale non dovrebbe varcare i limiti della rivelazione, espressa nelle due forme.

Mi chiedo: quando l’omosessuale, come ogni altra persona trasgressiva (rispetto alla legge),  vuole legittimato un comportamento contrario alle regole ecclesiali, è consapevole di pretendere dalla Chiesa, che si proclama “maestra della fede”, un cambiamento circa principi ritenuti di origine divina? E poi, perché mai tanto pressante confronto con la legge, puntualmente inatteso, dovrebbe essere motivo di cocente sofferenza per il credente cattolico?

Egli,  ascoltando la voce della propria coscienza, si pone sulla linea della profezia, che è preannuncio di un futuro nuovo; sa infatti che è possibile ergersi, come diceva una grande mistica medievale, Margherita Porete, non contro la legge, ma sopra la legge.

Certamente la questione è delicatissima. Tanto che la Gerarchia può pastoralmente indulgere a livello di contatti personali, ma non può avvallare un comportamento pubblicamente trasgressivo. Sarebbe segno di superficialità pensare che la Chiesa possa rivedere facilmente tutto l’impianto su cui ha impostato comandamenti, precetti, norme varie.

Intanto voglio fermarmi su un fatto che non mi trova concorde con lo scrivente. Rifacendomi alla frase citata, vorrei sapere se, per chi scrive, sia indifferente che un rapporto tra persone si esprima, o non, attraverso la sessualità. Quasi che l’amore non avesse alcun limite nelle sue espressioni.

Io direi che l’uso della sessualità qualifica il rapporto amoroso in una direzione precisa, decisamente diversa da altre (direzioni). E non mi riferisco al desiderio della prole o ad altro da valutare secondo metodi tradizionali. Piuttosto mi pare bello non mettere nello stesso calderone tutto. L’uso della sessualità è qualcosa di sublime, tanto quanto l’astenersene (è questo il mio cavallo di battaglia!!!). Ma non mi pare che un approccio sessuale vada sempre giustificato dall’amore. Di quale amore parliamo? La gamma di questo nobile sentimento è vasta e variegata, data la sua potenzialità infinita (perché divina). L’approccio sessuale va inserito in questa gamma, ma, movendosi in un ambito limitato, potrebbe collidere con altri (ambiti) in maniera non armonica. Due vie (ma ce ne sono anche altre) sembrano differenziarsi circa l’approccio sessuale: a) quella del celibe per scelta, in cui il rapporto con gli altri è libero dai vincoli dettati dalla condivisione esistenziale piena con un preciso partner; b) quella che, pur nella disponibilità piena verso tutti, passa attraverso la condivisione col partner. Penso che alla prima non si addica l’esperienza dell’uso della sessualità.

Nonostante la lunghezza della risposta, credo che gli argomenti siano solo accennati, a volta appena sfiorati. Ci sarebbe molto da dire. Soprattutto su una risposta da dare all’interrogativo di fondo: e allora che fare?

Non fabbrico programmi di sorta. Ma sogno la costruzione della chiesa dal basso: una chiesa per certi aspetti ancora catacombale, ma viva….. Potremo parlarne.

Ausilia