Condivisibile o non, è certamente originale
l’impostazione teologica di don Mazzi. A noi basterebbe soltanto, senza
incomodare la teologia, credere nella relazione più che nell’isolamento e
nell’omologazione. Ed amare un Dio che ci ama, e stringerci tra noi nelle
nostre diversità. Altro che aspirare a vederci riprodotti in un altro essere
omologo a noi!
Della stessa sostanza del Padre
Scienza e fede. Perché i cattolici dovrebbero
tacere sulla clonazione
don ENZO
MAZZI
Il senso di
smarrimento e di angoscia che ci prende di fronte alla sola idea della
clonazione scaturisce, io credo,da regioni molto profonde della nostra
coscienza. E' forse il riscatto di archetipi originari che si sono creati e
radicati nel profondo della specie umana durante la sua storia evolutiva e che
però negli ultimi tre millenni sono stati oscurati dalla forza aggressiva della
mente la quale crea e impone l'archetipo della genesi attraverso il pensiero.
L'assuefazione della cultura occidentale all'idea che l'ordine cosmico è dominato
dal pensiero il quale evolve per clonazione, da lÒgoj
a lÒgoj, è talmente
affermata che si dà per scontata in ogni aspetto della vita. E' scontata anche
l'anomalia della generazione biologica umana sottoposta alla legge della
condivisione fra diversi, maschio e femmina. L'eccezione - ci diciamo in forma
di sottinteso - conferma la regola. Ci svegliamo solo, come da un sogno, di
fronte a eventi traumatici quale appunto la clonazione biologica umana, la
possibilità cioè di generare un figlio identico al generante per pura
trasmissione del patrimonio genetico da uno a uno, senza dualità, senza
condivisioni né contraddizioni. E ci sentiamo persi. Ma perché tanti affanni,
angosce, anatemi, se l'ordine cosmico è in sé regolato dalla clonazione?
Non voglio essere frainteso. Non è mia intenzione entrare
direttamente nel dibattito sulla eticità della clonazione. Vorrei solo mettere
qualche interrogativo sulla coerenza con cui politici, scienziati e teologi
dissertano sul tema. La mia convinzione è che una profonda ipocrisia avvolga la
nostra cultura.
Il primo atto col quale il soggetto moderno inizia la sua
guerra contro la potenza estranea e sfuggente del «sacro», delle relazioni
affettive e delle passioni che ci legano al mondo esterno, è l'assunzione
cartesiana dell' «io mentale» come padrone e signore della conoscenza e come
dominatore della natura e delle emozioni: «penso dunque sono». E' così che la
modernità si sviluppa e cresce come espropriazione e castrazione di una parte
dell'essere umano e della storia. La modernità annulla l'onnipotenza
dell'autorità ma annulla insieme anche il potere del soggetto umano. Anzi si
potrebbe dire che annulla in realtà solo questo. Perché abbatte il re ma al suo
posto intronizza l'autorità dell'astrazione mentale, altrettanto se non più
onnipotente. Da lì nasce e progressivamente si afferma il dominio assoluto del
numero, del danaro, della tecnologia senz'anima, della legge astratta priva di
diritto.
Tutto questo non nasce dal nulla. E' ben noto che fin
dalle origini della civiltà occidentale si è imposto il dominio del pensiero
attraverso la logica che per convenzione chiamiamo aristotelica, basata sul
principio di identità e di non contraddizione. «Il punto di vista aristotelico
portava al dogma e alla scienza, alla Chiesa cattolica e alla scoperta
dell'energia atomica», come scrive Eric Fromm.
É la vecchia storia della conoscenza e della
verità come assoluti. E l'assoluto non è condivisibile ma solo trasmissibile
per gratuita emanazione di sé: in pratica, per una sorta di clonazione. Un
assoluto condiviso fra diversi non è più «ab-solutus»,
sciolto dai condizionamenti delle relazioni. L'assoluto non sopporta la
relatività della condivisione. E ciò vale sia per i dogmatismi di una certo
tipo di scienza, tutt'ora purtroppo dominante nel senso comune,
nell'insegnamento e nella divulgazione, sia per i dogmi religiosi.
Prendiamo il Dio della teologia cristiana, l'Assoluto per
eccellenza. Egli genera il Figlio Unigenito per purissima divina clonazione.
Che significa altrimenti la formulazione del secondo Concilio ecumenico,
riunito a Costantinopoli nel 381, che in linea col Credo di Nicea confessava «
il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, Luce da
Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del
Padre (ÐmooÚsioj tù Patr…)»?
Sembrerebbero espressioni da museo.
Non è così. La teologia ufficiale le ripropone
costantemente, ad esempio nel catechismo della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo
II vi fa spesso riferimento. Paolo VI nella sua «confessione di fede» fugava
ogni dubbio sulla possibilità che l'attuazione del Concilio Vaticano II potesse
discostarsi da quelle formulazioni: «Noi crediamo in Nostro Signore Gesù
Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i
secoli, e al Padre consustanziale, e per mezzo di Lui tutto è stato fatto».
Al di là del carattere decisamente anacronistico delle
espressioni e dei concetti, ciò che risalta è la radicale autosufficienza del
Dio cristiano e cattolico. Egli genera il Figlio, sua Parola, senza nessuna
condivisione. Il Figlio Unigenito è perfettamente uguale a lui, ÐmooÚsioj tù Patr…, della stessa
sostanza del Padre, ci ricorda con insistenza Paolo VI. Ditemi se questa non è
definibile proprio come clonazione. E come la mettiamo con l'altra verità di
fede che considera la paternità di Dio fonte e modello della paternità umana?
Il catechismo della Chiesa cattolica è esplicito: «Conviene perciò ricordare
che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna,
egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, pur essendone
l'origine e il modello: nessuno è padre quanto Dio».
I cattolici, dai massimi vertici ecclesiastici all'ultimo
dei teologi, dovrebbero umilmente tacere di fronte al problema della
clonazione. Sono in contraddizione sia che ne ammettano la liceità sia che la
neghino. Da un lato, la clonazione contrasterebbe il piano di Dio che creò
l'essere umano maschio e femmina, ma d'altra parte come negare che la clonazione
stessa avvicinerebbe l'uomo alla somiglianza con la paternità di Dio che nella
sua eterna solitudine genera il Figlio perfettamente uguale a sé?
Questo per dire quanta poca credibilità c'è nelle reazioni
di fronte ad emergenze etiche come quella di cui stiamo parlando. E quanta
disastrosa impotenza si avverte dietro la esibizione di onnipotenza sia di chi
si affida alla repressione per fermare la ricerca sia di chi mitizza e
assolutizza le conquiste della scienza come sicuro progresso. La ricerca in campo
genetico, come in ogni altro ambito di ricerca e forse più che in ogni altro,
necessita di una regolamentazione saggia, senza anatemi e senza mitizzazioni.
Ma le regole non bastano anche perché la scienza è sempre più avanti degli
ordinamenti. Occorre forse un impegno più grande in campo culturale per
recuperare il senso, la gioiosità e la fecondità del limite e per superare la
cultura contrappositiva, ereditata da una modernità dimezzata, per far avanzare
la cultura della convergenza e complementarietà fra i poli dell’esistenza
umana: uno/molti, individualità/socialità, mente/corpo, razionalità/sentimenti.
É urgente avvicinare alla vita reale il sogno del mistico
medioevale «che Dio mi liberi da Dio»,
cioè che il Dio plurale interno a tutte le relazioni, lo stesso Dio impotente
che muore su ogni supplizio, su ogni rogo, su ogni maledizione subita, ci
liberi dal Dio onnipotente, solitudine assoluta, uno in tre persone emanate dal
Padre per clonazione. Ritengo parimenti urgente liberarsi dal dominio di una
mente che impazzisce sotto il peso distruttivo della propria insostenibile
onnipotenza. Oltre le regole, è mia convinzione che sia necessario un grande
impegno per far avanzare la cultura della
condivisione e del primato delle relazioni in ogni campo dell’esistenza.