Una storia che si commenta da sola

 

L'avventura di un povero prete

 

Vi racconto un fatto esteso nel tempo perché prima della resa incondizionata, ho lottato come un piccolo Davide, però senza scagliare nessun sasso, con il grande Golia dell'alleanza tra burocrazia della Segreteria di Stato vaticana e dello Stato italiano.

Un caro amico sacerdote, professore di dogmatica nel Seminario regionale di Kananga, Repubblica Democratica del Congo, m'aveva chiesto di poterlo ospitare in una parrocchia della Diocesi di Treviso nel periodo estivo delle vacanze. Con grande gioia mi ero preparato ad accoglierlo. Già precedentemente altri amici erano stati miei ospiti e mi avevano insegnato che l'ospitalità va fatta rispettando tutti i sospetti e le regole burocratiche del Vaticano e dello Stato. Così quattro mesi fa ho iniziato la pratica. Si tratta di scrivere una lettera debitamente autenticata con il visto della Cancelleria diocesana, in cui si dichiara che il sacerdote verrà da me, per un determinato periodo e io garantisco per le spese di viaggio e di soggiorno.

Per ospitare un semplice cittadino è sufficiente questo iter, ma per un sacerdote le cose si complicano indefinitamente. Né il mio essere cittadino italiano, né la mia amicizia e il mio impegno sono sufficienti. È necessario che intervenga il mio Vescovo, la Segreteria di Stato e la Nunziatura apostolica perché l'ambasciata italiana rilasci il visto temporaneo. Gli anni scorsi questo iter burocratico era, per così dire, più leggero. Ora è sempre più complicato. Naturalmente per ottenere il visto, bisogna andare di persona in Segreteria di Stato. Così ho iniziato la pratica con regolare domanda scritta, con regolare timbro della Parrocchia dove risiedo, con l'autenticazione della mia firma da parte del Cancelliere vescovile. Un comune amico si è presentato alla Segreteria di Stato che non ha preso in considerazione la domanda perché mancava una esplicita richiesta dell'Ordinario diocesano. Allora ho ricominciato il cammino, prima con Treviso, pensavo poi di aver completato le richieste con il timbro della Parrocchia, il timbro della Cancelleria vescovile, la domanda scritta e firmata dall'Ordinario e il timbro vescovile. Ma ancora una volta la richiesta è stata respinta perché mancava il numero del passaporto del mio amico e la richiesta andava fatta secondo un formulario che mi è stato inviato. Ho allora ripreso tutto il procedimento e, sempre attraverso il comune amico, sono riuscito a far arrivare tutto il malloppo alla Segreteria di Stato. Il minutante in carica ha respinto tutto con questa nota: "per richieste ufficiali, da mandare al consolato, si richiede l'uf-ficialità, ossia la carta intestata ufficiale della Parrocchia".

 A questo punto mi sono arreso con il proposito di non voler mai più aver contatto con la Segreteria di Stato. Ho in mano la serie di timbri: della Parrocchia, della Cancelleria, dell'Ordinario diocesano, ma il mio parroco non ha carta intestata perché a noi sembrava che il timbro fosse sufficiente. Io che sono prete pensionato non ho diritto di avere carta intestata. Così sono rimasto con delle domande che vorrei arrivassero al nostro caro Papa Benedetto: perché come cittadino italiano ho bisogno di tutto il peso della burocrazia vaticana per chiedere allo Stato italiano nelle forme da lui stabilite, la possibilità di ospitare un amico? Perché è necessaria la garanzia della curia diocesana, e non è neppure sufficiente? Perché per presentare domanda all'Ambasciata italiana è necessaria l'autorizzazione dello Stato vaticano? In quanto prete italiano ritengo di avere tutti i normali diritti di ogni cittadino italiano e d'altra parte perché il Vaticano su noi italiani, deve far pesare tutta la sua burocrazia?

A voi mi rivolgo con la speranza che possiate far arrivare la voce di un povero prete al nostro caro Papa.

 
Cordiali saluti San Floriano, 5 luglio 2005, don Olivo Bolzon San Floriano di Castelfranco Veneto

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