La teologa Lidia Maggi si fa nostra collaboratrice. Col suo studio femminista della Bibbia ha consegnato articoli di alto livello alla rivista "Rocca". Ora è felice di offrirli alle lettrici e lettori di questo sito. Più che ringraziarla le diciamo il nostro BENVENUTA!

 

Zippora, un battito d’ali nella vita di un uomo di Dio.

 

Quante donne intersecano la storia di Mosè per proteggere la sua vita: la madre, Miriam la sorella, la figlia del faraone ed infine Zippora, la moglie.

Zippora ha inciso nel suo nome il destino della sua vicenda affettiva. Come un uccellino può posarsi di tanto in tanto nella vita del grande eroe senza potervi mai dimorare. Il colore delle sue piume sbiadisce di fronte a quello intenso del "falco di Dio". Lei è per Mosè una presenza discreta e leggera, un battito d'ali capace di offrire un caldo nido dove un fuggiasco si può rifugiare. Mosè nella terra di Madian, accanto a Zippora sembra ritrovare la serenità e fortifica le sue ali d’aquila per volare alto nella missione.

La chiamata tuttavia non sembra essere la ragione ultima della futura cacciata di Zippora. All’inizio lei è al suo fianco per andare a liberare il popolo schiavo in Egitto.

Dio lo ha convocato, dunque Mosè si congeda dal suocero per partire con Zippora e i suoi figli. Ma qualcosa accade. La narrazione viene bruscamente interrotta da uno degli episodi più enigmatici della Scrittura, pochi versi densissimi, misteriosi ed inquietanti:

Ed avvenne che nel cammino, durante la sosta notturna, il Signore lo raggiunse e cercò di farlo morire. Zippora prese una foglia di selce e tagliò il prepuzio di suo figlio, toccò i suoi piedi e disse: "mio sposo di sangue sei per me". E Dio si ritirò da lui. (esodo 4,24-26).

Mosè sperimenta Dio come presenza oppressiva, come il nemico, l’antagonista, colui che vuole la sua vita. La lotta è furiosa. Dio poco prima lo ha chiamato per salvare la vita del suo popolo ed ora lo vuole morto, attenta alla sua vita. E’ sfuggito alla strage degli innocenti, come sfuggire ore alla morte se lo stesso Dio è contro di lui? Chi libererà il liberatore dagli artigli di Dio? Mosè, a differenza di Giacobbe che per primo lottò con Dio, non è solo. Ha accanto a sé due ali disposte a proteggerlo, sotto le quali può rifugiarsi, quelle della sua fedele compagna.

E’ lei che diventa improvvisamente protagonista della lotta. Non esita a sfidare Dio pur di salvare Mosè, Zippora intuisce il prezzo da pagare come riscatto: circoncide allora suo figlio e con quel frammento di prepuzio tocca i genitali di Mosè pronunciando parole solenni che suonano quasi come un monito contro quel Dio inquietante: "mio sposo di sangue sei per me", le uniche parole che le sentiamo pronunciare direttamente lungo tutta la vita. Una formula liturgica che sembra ristabilire le appartenenze: "giù gli artigli da quest’uomo perché è mio". L’esito del gesto placa l’ira divina. La vita di Mosè è salva. Zippora, figlia di un sacerdote, si rivela a sua volta sacerdotessa compiendo un rituale che salva. E Dio molla la presa lasciando andare la sua preda. Poi Zippora diventa un ombra, una traccia, una piuma… fino a scomparire. E’ lei che paga il prezzo più alto per la chiamata dell’eroe. Mosè contrappone la sua vocazione al matrimonio. Lo "sposo di sangue" non esita a rimandare indietro dal suocero la sua compagna. Quel vincolo per lei così sacro, non sembra affatto sacro per Mosè.

Colei che ha sfidato Dio, che ha lottato fianco a fianco con Mosè, poteva davvero non essere all’altezza di affrontare l’epopea dell’esodo? Perché questo divorzio? Mosè era davvero convinto di compiere più efficacemente la sua missione senza una donna di tale statura al suo fianco? Le domande non trovano risposta nella narrazione. Più avanti, nel deserto, Jetro raggiungerà Mosè con Zippora ed i figli. Mosè accoglierà con affetto il suocero, baciandolo e coinvolgendolo nel progetto divino. Ascolterà i consigli del sacerdote di Madian che renderanno più efficace la sua leadership. Zippora è invisibile. Su di lei scende per sempre il silenzio.

Più tardi sarà sostituita da una donna di Kush. Qualcuno ha cercato di armonizzare lo scandalo di quest’abbandono suggerendo che le due donne siano la stessa persona, entrambe straniere. Lo scontro però tra Miriam e Mosè sembra suggerire invece che là nel deserto, qualcuna si sia scandalizzata per questa sostituzione e sia stata disposta a sfidare l’autorità di Mosè chiedendogli conto di quel nuovo matrimonio.

Tante donne entrano nella vita di uomini di Dio come fragili uccelli, battiti d’ali. Basta una scrollata di spalle per mandarle via, oppure vengono rinchiuse in gabbie segrete, condannate alla clandestinità. La vocazione si contrappone alla chiamata. Il celibato sembra essere la circoncisione necessaria per poter "servire Dio".

Mosè ha rimandato indietro sua moglie. Questo mi indigna.

Più ancora però mi indigno di fronte a tutti coloro che oggi sostengono acriticamente il celibato come condizione generale per poter vivere la chiamata al ministero sacerdotale.

Lidia Maggi