Un’interessante lettura sulla genetica
La tamaro sulle
posizioni della chiesa
Non
è mia abitudine intervenire nei dibattiti pubblici
e tanto meno nelle dispute politiche, perché non mi riconosco nei panni
dell’opinionista. Avrei avuto la tentazione di astenermi anche adesso, ma tutto
quello che ho letto in queste settimane, soprattutto la lunga testimonianza di Oriana Fallaci su queste pagine, mi ha fatto molto
riflettere e così mi è venuto il desiderio di condividere qualche pensiero.
Premetto che, sulla questione della legge, concordo pienamente con Giuliano
Amato che sosteneva la necessità di modificarla in campo parlamentare, evitando
di sottoporla a referendum. Vista la complessità della materia era naturale
pensare che questa famigerata legge 40 costituisse
solo il primo passo, ancora perfettibile, per tentare di mettere ordine in un
settore definito da tutti come Far West. Non ritengo infatti
che questioni così profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa
dell’uomo, siano adatte alla forte infiammabilità propagandistica di una parte
politica o dell’altra, di una campagna referendaria. Quando
non si pensa per pensieri già pensati, si è facili prede dell’inquietudine e
del dubbio.
Il
referendum, per la sua stessa essenza, bandisce ogni
dubbio, e invita a un manicheismo che nulla ha a che
fare con i quesiti che questa legge cerca di ordinare. Reputo poi puro
terrorismo demagogico lo spauracchio della inevitabile
crociata antiabortista che ne seguirà. Pur essendo assolutamente contraria, per motivi di fede,
alla pratica dell’aborto, ritengo che una società civile debba garantire alla
donna la possibilità di farlo nel migliore dei modi. Passare da infusi di
prezzemolo e da tavoli di mammane a un ospedale è un
irrinunciabile segno di civiltà. Lo spettro di un prossimo referendum che vedo
già occhieggiare è invece quello sull’eutanasia, che naturalmente verrà proposta sotto una nuova maschera scientista
umanitaria: «Volete morire tra atroci sofferenze, malattie umilianti senza
sapere quando, oppure spegnervi serenamente nel vostro letto, con i vostri cari accanto, nel momento in cui non sarete più in
grado di affrontare con dignità la vita?». Chi non
resisterebbe davanti a un invito così allettante? Per
una lunga consuetudine con il mondo animale e vegetale, so che l’unica cosa che
sta ferocemente a cuore alla natura è la riproduzione. Proprio per questo mi ha
stupito il fatto che nessuno si sia chiesto perché ci
sia tanta difficoltà ad avere bambini. E questa, a mio
avviso, è una domanda fondamentale.
La
sterilità generatrice è il dato di fatto del nostro tempo e
non è che l’ultimo anello di una catena che ha origine molto
più a monte. L'ansia, lo stress, la competizione, l’abbondanza di
pesticidi e di prodotti tossici hanno snaturato i cicli biologici della nostra
vita. La ricca, supertecnologica, superlibertaria società occidentale è
arrivata al capolinea. È una società fatta di esseri
disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti e hanno in mente un solo
concetto: il diritto alla felicità. Dove felicità significa, soprattutto, pieno
assolvimento dei desideri, dei sogni, delle istanze di
quella cosa piccola e spesso confusa che si chiama ego. E questa felicità è
sempre qualcosa che deve ancora venire e che verrà, sempre e comunque,
da qualcosa di esterno. Come aveva profetizzato, con straordinario anticipo, il
pensatore russo Solov’ëv, la nostra è una società che
si basa sulla atomizzazione. Vale a dire che ogni
gruppo politico, ogni realtà culturale, ogni scelta di
vita afferma la sua verità come totalizzante. Scomparsa l’idea che esista una verità comune a tutti gli uomini, non restano che
le verità particolari, che si dilatano, si allargano, si allungano per tentare
di trasformarsi in universali, perché il desiderio di assolutizzazione
è innato nell’essere umano. Tanto ha necessità di assolutizzare le cose, altrettanto l’animo umano ha bisogno
di trovare sempre un capro espiatorio, un nemico al di fuori di sé, qualcuno su
cui scaricare la propria insicurezza, la propria paura della diversità,
l’incertezza del proprio orizzonte.
Bisogna
aver purificato la propria mente e il proprio cuore
per sapere che il nemico è sempre dentro di noi e che il giudizio non è una
forma di comprensione e di superiorità, ma di prigionia. In questi anni, mi è
capitato di accogliere a casa mia molte persone. Persone con
grave sindrome di Down, persone che venivano da Paesi lontani, e da vite
difficili, persone con gravi malattie, con gravissimi handicap fisici o
psichici, bambini che stavano morendo. Mai per un istante mi è passato
per la mente, e neppure nella loro, che sarebbe stato
meglio se non fossero venute al mondo. E, parlando nei termini della tanto
agognata felicità dei sani, devo dire che ho trovato molta più allegria, più
energia, più voglia di vivere in queste persone piuttosto che in tanti miei
conoscenti che si trascinano di cena in cena, ingolfati in conversazioni zeppe di anatemi e di pregiudizi, che magari inseguono un po’ di
serenità con decenni di psicanalisi. Quello che questa società ha fatto
dimenticare a tutti è che la ricchezza della vita
umana si manifesta nelle relazioni—nella gratuità delle relazioni — e nella
capacità di fare progetti, di superare ostacoli.
La nostra mente, col suo vortice continuo di
parole, col suo saper costruire concetti sempre più
complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la più semplice: ogni
essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare.
Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato
l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza
dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione
condannabile. Ma quando questo desiderio diventa
un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur di compiersi, allora si
trasforma in qualcosa che è la negazione della vita stessa. Ed
è anche il compimento naturale di una società che, con martellamento ossessivo,
propone—come unica realtà accettabile e fondante—quella del possesso. Possiedo,
dunque sono. Anche i figli entrano in questa logica.
Si pensa che avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un
diritto insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere
relegata in secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della
sterilità. Ci si sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il
proprio sogno.
Una società impostata sulla comunione e non sul
possesso, invece, anziché proporre un referendum
sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un accorciamento dei tempi
dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli di una gravidanza.
In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino, senza l’umiliazione
di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli
controlli. Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla. La nostra è una
società che, dietro ai grandi discorsi sulla libertà e la realizzazione,
sta trasformando l’essere umano in una cosa. Dal momento che siamo cose
costruibili in laboratorio, sopprimibili quando sono
avariate, cose da cui prendere i pezzi di ricambio — pensiamo all’abominevole
mercimonio di organi che avviene a spese del più debole nei Paesi poveri— e non
esseri comunque e sempre pieni di dignità, nei quali intravedere le sembianze
del fratello, il totalitarismo più aberrante si è già realizzato. Ho
accompagnato per otto anni la persona più cara che avevo nell’oscurità dell’Alzheimer e dunque mai mi sognerei di dire che bisogna
fermare la ricerca. È giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua
intelligenza e il suo sapere per alleviare le
sofferenze dei suoi simili. La ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che
si può e si deve compiere entro parametri inviolabili di eticità,
senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad esempio, le staminali
adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa frenesia
intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa essere
sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.
Il
martellamento colpevolizzante di questi giorni,
che vorrebbe farci sentire tutti mostri desiderosi di vedere i nostri cari
morire di Alzheimer, Parkinson o di malattie cardiovascolari, è moralmente
ricattatorio oltre che falso. Perché nasconde, dietro
l’onnipotenza della scienza, una delle realtà imprescindibili dell’uomo, quello
della malattia e della morte come dati fondanti della nostra vita. La
malattia, la morte, il dolore chiedono che ci si
interroghi, chiedono di essere capiti e chiedono anche che si esercitino quelle
attitudini, un tempo tipicamente umane, della compassione e della tenerezza,
dell’ascolto e dell’accoglienza, della condivisione. Certo che riusciremo, con
i progressi della ricerca, a sconfiggere l’Alzheimer,
il Parkinson e a ridurre in modo straordinario la
mortalità per cancro, ma è anche altrettanto certo che altre malattie, ancora
sconosciute, prenderanno il loro posto, perché lo stato esistenziale
dell’essere umano è quello della fragilità e della caducità.
L’ultima
riflessione riguarda la tanto drammatizzata potenza manipolatrice della Chiesa.
Premetto che non sono cresciuta all’ombra di un campanile, che vengo da una famiglia agnostica e anticlericale, ho avuto un
bisnonno che ha fatto causa al Vaticano, naturalmente perdendola e trascinando
la famiglia in un gorgo di rovina finanziaria. E pur avendo fede, mantengo
dentro di me quella punta di anticlericalismo che
rende sano ogni credente. Sono molto critica su alcune posizioni della Chiesa,
in particolare quella troppo timida sulla bioetica. «Chissà, se davvero il gene
della medusa inserito nella patata può salvare qualche persona dalla fame,
perché no?». Come se le multinazionali delle ricerche fossero delle pie donne della San Vincenzo, come se modificare il Dna, mescolare
animali e piante secondo i parametri della nostra modesta utilità non fosse un
atto altamente sacrilego e preludio di un’apocalisse peraltro già in atto.
Follia! Toccare il Dna è come toccare il nucleo dell’atomo, è preparare
catastrofi di portata inimmaginabile per quei figli e quei nipoti che tanto
caparbiamente abbiamo desiderato. Trovo
che
Ma
proprio perché conosco bene
La
via della fede, infatti, è una straordinaria via di liberazione e
di sapienza. In questo mondo appiattito sulla banalità mediatica e sulla negazione della persona, il cristianesimo
è un cammino verso la totalità dell’essere, verso la sua vera libertà che
consiste nel fare emergere
la parte divina presente in ognuno di noi. Chi segue il cammino
della fede non rincorre la felicità saltellando qui e
là come un cacciatore di farfalle, ma vive la gioia interiore in ogni momento
della sua vita, anche nei più drammatici, perché la dimensione del regno non è
quella di un ipotetico al di là, per cui si raccolgono i punti collezionando
buone azioni, ma la costruzione di ogni istante, di ogni rapporto nella luce
profonda dell’amore. La sapienza ci dice che sono sempre due i modi di fare le
cose: uno in armonia con le leggi del creato, e uno
contro. Si può edificare una casa sulla roccia, o costruirla sulla sabbia.
Esteriormente possono essere uguali, ma alle prime piogge la seconda crollerà,
provocando distruzione e morte, mentre la prima resterà in piedi, proteggendo i
suoi abitanti. Questo vale per tutte le cose. In qualsiasi
rapporto, in qualsiasi attività che noi intraprendiamo abbiamo, alla fine,
sempre e soltanto due strade davanti a noi. Si può vivere per il
possesso o si può vivere per la comunione. Si può vivere per il potere o si può
vivere per l’amore. Si può vivere con il nostro orizzonte ristretto, convinti
che sia l’assoluto o si può accettare con umiltà di avere una visione limitata,
e che, in questa visione, la vita appaia ora, come
apparirà sempre, uno straordinario mistero che, proprio in quanto tale,
richiede l’assoluto rispetto. È questo il bivio davanti a cui si trova il
nostro mondo. Continuare nella follia faustiana del
tutto è possibile e lecito, o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e
salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della
scelta.