Un documento di inestimabile valore

Una breve nota nostra alla fine

 

 

“Non stancarti mai di lottare per la verità”

 

di Nadir Giuseppe Perin

 

Il pensiero che forma il titolo di queste riflessioni sul tema del “celibato sacerdotale”, è una raccomandazione che l’arcivescovo  di Milano, il Card. Tettamanzi, rivolse ad uno dei suoi sacerdoti.

Questo sacerdote, che si definisce un “prete vecchio, ma non sprovveduto”, scrivendo su  “Vita Pastorale”, espresse in modo chiaro e sereno, il suo punto di vista sul “celibato sacerdotale”, tenendo presenti le parole di Gesù sull’argomento, centrando il problema, con l’affermare che il pomo della discordia, sul quale si continua a discutere da secoli, non è tanto il celibato in se stesso, verso il quale tutti hanno il massimo rispetto e considerazione, trattandosi di un dono insigne che lo Spirito Santo fa ad alcuni, ma non a tutti, quanto piuttosto la legge (can.277) che lo impone e che per questo non si giustifica. Quanto alle ragioni, vecchie e nuove, che coloro che hanno autorità nella Chiesa portano a sostegno della legge canonica, si possono considerare delle buone argomentazioni per proporre e consigliare il celibato per coloro che vogliono seguire la vocazione sacerdotale, ma non per imporre di vivere nella castità perfetta per tutta la vita, perché il celibato per il Regno è un consiglio evangelico che dovrebbe rimanere tale e non diventare un obbligo.

 

Inoltre, continua l’anziano sacerdote, si deve aggiungere che, coloro che nella Chiesa hanno la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale, non sempre usano un linguaggio chiaro, dando alle parole lo stesso significato.

 

Infatti, mentre da una parte affermano che, il formare una famiglia ed accedere alla vita religiosa o sacerdotale, rientra nei diritti dell’uomo; e che è lo Spirito Santo che chiama a tali “stati di vita”, e che pertanto si devono considerare dei carismi (dei doni) dello Spirito, dall’altra, impediscono, mediante una legge, l’accesso al ministero sacerdotale a coloro che sono sposati, quasi che Dio, nel distribuire i suoi doni, fosse obbligato a donarne uno con l’esclusione dell’altro.

 

Proibiscono ai sacerdoti di sposarsi e qualora lo facessero, li obbligano a rinunciare all’esercizio del loro ministero sacerdotale, vengono estromessi dalla condizione di “chierico”, privati di tutto e spinti a vivere da emarginati all’interno della comunità ecclesiale, dal momento che non possono esercitare nemmeno quei ministeri che i laici a ciò preparati possono  esercitare, qualora fossero chiamati  a farlo, come, ad esempio: il ministero diaconale uxorato; essere ministro straordinario dell’Eucaristia; insegnare religione nelle scuole o teologia nei seminari, nell’Università ecc.

 

In realtà, è quanto avviene nella Chiesa Cattolica Occidentale, dove il cristiano può rispondere solo ad una delle due vocazioni: o sceglie la vita matrimoniale oppure la vocazione sacerdotale. Le due vocazioni non possono essere vissute, contemporaneamente, dalla stessa persona. Ma, non perché il matrimonio, nel progetto di Dio, sia incompatibile con il sacerdozio, ma solo perché, chi nella Chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale, ha ritenuto opportuno fare questa scelta ed imporla a tutti quelli che, nella Chiesa Cattolica Occidentale, volessero diventare sacerdoti.

 

Il Papa lo afferma, senza mezzi termini, quando dichiara che “spetta all’autorità della Chiesa stabilire, secondo i tempi ed i luoghi, quali debbano essere in concreto, gli uomini e quali i requisiti, perché essi possano essere ritenuti adatti al servizio religioso e pastorale della Chiesa ( cfr. Paolo VI, Encicliche e Discorsi, Ed. Paoline, Roma 1968, Vol. XVI, p. 264). La vocazione sacerdotale, rivolta al culto divino ed al servizio religioso e pastorale del popolo di Dio, benché divina nella sua ispirazione e benché distinta dal carisma che induce alla scelta del celibato come stato di vita consacrata, non diventa definitiva ed operante senza il collaudo e l’accettazione di chi, nella Chiesa, ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale”.

 

Da queste affermazioni è molto chiaro chi siano le persone che comandano nella Chiesa e chi, invece, deve soltanto obbedire.

 

Tuttavia, quando si tratta di portare le ragioni  per giustificare la decisione d’imporre la  castità perfetta ai sacerdoti, allora è tutta la Chiesa che viene coinvolta, dal momento che lo stesso Papa afferma che il vincolo tra sacerdozio e celibato è “frutto di una intuizione spirituale della Chiesa”, mediante il carisma di percezione che le è proprio e che le proviene dal fatto di essere la sposa di Cristo ed il tempio vivo dello Spirito Santo. La “Chiesa” ritiene che questo legame tra le due vocazioni sia sommamente conveniente e confacente con la vita sacerdotale, anche se non necessario di per se stesso e che tale legame non sia riconducibile agli schemi della pura ragione, né basato su motivazioni derivanti dalla purezza rituale o da una concezione pessimistica del matrimonio e della sessualità, come lo fu, invece, per il passato.

 

Ma se la Chiesa intesa come la comunità di tutti i battezzati, cioè dei Christifideles ( = discepoli di Cristo), diventati per il battesimo Corpo Mistico di Cristo, tempio vivo dello Spirito Santo, non è mai stata interpellata, in maniera allargata, su questo argomento, anzi è stato quasi proibito ai Padri del Concilio Vaticano II  di discutere pubblicamente ed apertamente su tale argomento, come si fa a dire che si tratta di una “intuizione spirituale” propria della Chiesa ?

 

Tutti la dovremmo pensare allo stesso modo ed accettare tale verità come un dato rivelato perché a tale conclusione la Chiesa (=la comunità dei battezzati)  è giunta attraverso il “carisma di percezione” che le è proprio e che le proviene dal fatto di essere la sposa di Cristo ed il Tempio vivo dello Spirito Santo”.

 

Di fronte a questo uso ambivalente del termine “Chiesa”, il comune fedele non sempre riesce a comprenderne il senso ed il significato.  Se indichi cioè la “comunità di tutti coloro che sono stati battezzati  e credono in Cristo e sui quali Egli ha mandato il suo Spirito”, oppure se con il termine Chiesa si debba intendere solo “coloro che, nella Chiesa, hanno il potere, cioè il Papa, i vescovi, i sacerdoti”, praticamente “i chierici”, dal momento che tutti gli altri “cristiani laici”, (cioè, tutti quei battezzati che non hanno ricevuto il sacramento dell’ordine sacro) quasi sempre vengono ignorati o costretti a rimanere in silenzio. Nella realtà della vita ecclesiale quotidiana, a livello parrocchiale chi decide su tutto e tutti è il parroco; a livello diocesano è il vescovo; a livello più allargato è il Papa. I semplici fedeli non hanno mai avuto la possibilità di esprimere pareri, proposte, suggerimenti a proposito di “questioni” che, non fanno parte del depositum fidei (= insieme delle verità rivelate), ma riguardano solamente i vari aspetti organizzativi della chiesa, considerata sotto l’aspetto istituzionale. O se hanno avuto questa possibilità, il loro parere non ha mai avuto alcun peso sulla decisione da prendere.

 

In realtà tutti sanno che sul celibato, in quanto modalità di vita imposta ai sacerdoti dal Papa, nelle forme e nei modi che il diritto gli consente, nell’esercizio della sua autorità, esiste una diversità di pareri, di opinioni, tra gli stessi vescovi, i sacerdoti ed anche i laici; ma, la diversità di opinioni non sempre possono essere espresse, con libertà, in modo chiaro, palese ed alla luce del sole; quando qualcuno osa “volare sul nido del cuculo” e parla su argomenti “alquanto delicati” ( come il celibato sacerdotale) e si esprime  con modalità che sono considerate contro corrente, rischia l’ostracismo…

 

 

 

Dal momento, però, che il rapporto tra celibato e sacerdozio, non è un dato rivelato, né si tratta di un dogma di fede, né di una modalità di vita, espressamente voluta da Dio, ma che è solo il risultato di una decisione da parte di chi nella Chiesa detiene il potere, anche se legittimati a farlo, dovrebbe essere pacifico, ormai per tutti che il parlarne è lecito ad ogni cristiano, come è lecito avere diversità di idee e di opinioni, in materia, e come sia altrettanto giusto che ci sia la possibilità di discuterne liberamente, senza essere costretti al silenzio forzato, per paura di ritorsioni da parte di chi detiene l’autorità. Infatti, solo parlandone, dialogando apertamente, nel reciproco rispetto, il popolo cristiano potrà “crescere nella conoscenza” dei problemi organizzativi riguardanti i vari ministeri e trovare responsabilmente delle soluzioni, accettando, senza scandalizzarsi, anche la possibilità che, un domani, il ministero sacerdotale possa essere esercitato da uomini sposati o che i sacerdoti possano liberamente sposarsi ed essere contemporaneamente dei bravi e santi papà di famiglia e nello stesso tempo dei santi e bravi sacerdoti.

 

Quante volte nello studio della teologia della Chiesa, abbiamo sentito affermare che una delle caratteristiche della Chiesa è quella di essere “Koinonia”, cioè comunione, un modo di essere e di vivere insieme, nel quale si riscontra la diversità nell’unità e l’unità nella diversità.

 

Dio, infatti, attraverso lo Spirito Santo, concede a tutti i fedeli battezzati, in vista del bene comune, dei doni diversi e complementari, da utilizzare come servizio alla comunità e al mondo (1Cor 12,7; 2Cor 9,13), affinché nessuno, in rapporto alla salvezza, si consideri autosufficiente. I discepoli del Signore sono chiamati ad essere una cosa sola, ma nella ricchezza delle loro diversità, cioè a vivere in piena unità, ma rispettosi delle diversità sia delle persone che dei gruppi che formano la comunità. Quest’ampia diversità delle forme di vita e della testimonianza cristiana nasce anche dalla diversità dei contesti storici e culturali, nei quali il popolo di Dio si è trovato e viene a trovarsi lungo il cammino della sua storia.

 

La Chiesa, infatti, è chiamata ad incarnare il Vangelo in modo autentico in ogni luogo e a proclamare la fede usando la lingua, le immagini e i simboli appropriati al tempo specifico e al contesto dei suoi ascoltatori. Per questo, nella Chiesa, l’autentica diversità nella vita di comunione non deve mai essere soffocata; né l’autentica unità deve essere abbandonata a favore di una diversità illegittima.

 

Quest’aspetto della Chiesa universale deve trasparire anche in ciascuna Chiesa locale che deve essere il luogo in cui vengono garantite simultaneamente la salvaguardia dell’unità, attraverso la fede comune in Cristo, espressa nella proclamazione della Parola, nella celebrazione dei Sacramenti e il prosperare di una legittima diversità, in una vita di servizio e di testimonianza.

 

Esistono, tuttavia, dei limiti, all’interno dei quali la diversità costituisce un arricchimento e oltre i quali essa è distruttiva del dono dell’unità. Allo stesso modo, l’unità quando viene identificata con “l’uniformità” diventa distruttiva dell’autentica diversità. Il ministero pastorale, infatti, che è uno dei tanti carismi donati alla chiesa, diventa un servizio dell’unità e un sostegno della diversità, perché deve aiutare coloro che hanno doni diversi a sentirsi reciprocamente responsabili l’uno verso l’altro all’interno della comunione[1]. 

 

Un’altra definizione della Chiesa è quella di essere “il popolo di Dio”. Tale categoria fa della Chiesa, sotto l’aspetto storico un “soggetto in divenire”, la cui caratteristica fondamentale è quella di vivere  la memoria e insieme l’attesa di Gesù Cristo, apprendendo mediante la fede ciò che gli altri popoli non sanno, né potranno mai sapere sul significato dell’esistenza e della storia degli uomini. Tale missione provoca un’azione specifica, che è insieme critica, stimolatrice e realizzatrice del comportamento degli uomini, nel cuore dei quali, ognuno gioca la propria salvezza.

 

Ma, se la memoria e l’attesa esprimono da un lato “identità”, dall’altro, invece, esprimono "incompiutezza" e "relatività".

 

L’identità  è data dal fatto che il riferimento del popolo di Dio a Gesù Cristo, mediante lo Spirito, non fa di tale popolo una "realtà altra”, cioè indipendente e diversa, ma semplicemente una realtà che viene riempita dalla “memoria” e dall’attesa" che la uniscono a Gesù Cristo da cui dipende totalmente e lo preserva, in qualsiasi circostanza, dalla dispersione e dall’anonimato.  La chiesa, infatti, come comunità dei battezzati , non ha un progetto proprio da far valere, da imporre o da proporre al mondo, ma può solo proclamare e comunicare la "memoria nell’attesa di Gesù Cristo" nel quale consiste la sua vita, senza mai indulgere a forme d’arroganza o a senso di superiorità. Ciò che essa propone non è ciò che le appartiene in proprio, quanto piuttosto ciò che ha ricevuto da Dio.

 

La relatività e l’incompiutezza è data, invece, dal fatto che il nuovo popolo di Dio rimane sempre in cammino ed in una situazione che qui sulla terra non sarà mai compiuta, sia che si tratti dei suoi membri presi singolarmente o dell’insieme che essi costituiscono. Infatti, la costituzione della chiesa  ha una sua evoluzione dinamica, nella quale il cristiano può scoprire il disegno salvifico del Padre e l’azione redentrice del Figlio che vengono comunicati all’uomo mediante lo Spirito Santo (LG, 2-5). Mentre la Chiesa è pellegrina su questa terra, le sorgenti che la vivificano e la rinnovano in continuità, sono "lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la sua vita è nascosta con Cristo in Dio, fino a quando comparirà, con il suo sposo, rivestita di gloria (Col 3, 1-4; LG, 6).

 

Tuttavia, la chiesa non deve essere intesa come un semplice conglomerato d’individui legati direttamente a Cristo, ma come “corpo di Cristo”, “popolo di Dio” organizzato, “comunità messianica” strutturata e animata dallo Spirito Santo (At 2,17); “il contesto di vita”, nel quale Dio realizza la salvezza dell’uomo. La Chiesa, infatti, rappresenta la grande famiglia di coloro che mediante il battesimo sono diventati “figli adottivi” di Dio. In questa comunità, Cristo, il Figlio unigenito del Padre e nostro fratello maggiore, cammina davanti a noi, come fa il pastore con il suo gregge e ci guida mediante lo Spirito Santo, lungo la strada della vita, verso l’eternità.

 

Ma nella storia della Chiesa, le immagini che si hanno avuto di essa, sono state diverse.

Dopo il Concilio Vaticano I [1869-1870]l’immagine di chiesa che si è imposta, è stata un’immagine “piramidale” che ha ispirato tutta la struttura del Diritto canonico, codificato nel 1918. Al vertice della piramide c’era il Papa, intermediario principale fra il Signore che regna sulla chiesa e la chiesa stessa, considerata una società giuridica perfetta, cioè indipendente e sufficiente a sé stessa nel suo campo. La caratteristica principale del papa era rappresentata dal suo potere universale di giurisdizione. Egli delegava una parte della sua autorità ai vescovi, i quali, come successori degli Apostoli, lo rappresentavano e lo completavano, ognuno nella propria diocesi. Il vescovo, a sua volta, delegava parte della sua autorità ai parroci da esercitare nelle loro parrocchie, ad altri sacerdoti e ai laici che avessero ricevuto una “missione canonica”. La base della piramide era costituita dai laici.

 

Tale immagine, in cui “gerarchia” e “chiesa” erano diventati sinonimi, influenzò profondamente l’orientamento giuridico del diritto canonico; favorì una concezione curiale della vita della chiesa; orientando, in un certo modo, le strutture ecclesiali concrete; il comportamento di molti vescovi e l’atteggiamento dei fedeli verso i sacerdoti.

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962 –1965), invece, spezzò questa immagine cercando, in tutti i modi, di elaborarne una nuova che aiutasse a comprendere come la chiesa fosse essenzialmente “popolo di Dio”, la comunità dei battezzati e dei confermati; la comunità di grazia nella fede e nella speranza, cioè “comunione” (Koinonia).

 

La concezione della chiesa come “popolo di Dio”, pellegrinante sulla terra (LG, 9; EV 1/310) esprime un aspetto molto importante, in quanto prima di ogni distinzione e differenziazione fra ministri ordinati e laici, afferma, nel nome di Gesù, l’uguaglianza e la pari dignità di tutti i battezzati (maschi e femmine), i quali formano insieme (e solo insieme) il popolo di Dio. Il Papa stesso, secondo questa prospettiva, figura come il più umile sacerdote e diacono, ed è, anzitutto, un fedele che insieme agli altri fedeli forma il popolo di Dio, riunito dal Padre a immagine del Figlio per la grazia dello Spirito. In questa visione di chiesa, l’accento non cade più sul suo carattere giuridico, ma sul carattere di comunità di grazia, nella fede, che esige una visibilità  anche  nella sua esistenza  legata al tempo.

 

La concezione della chiesa come “comunione”, sottolinea invece il suo aspetto di icona, cioè d’immagine e sacramento di Dio Trinità e partecipa alla comunione che esiste fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (LG,4; EV 1,287). Dal momento che Dio può essere pensato solo come comunione e comunicazione, la comunione e il dialogo diventano “elementi essenziali” per la vita della chiesa. Di conseguenza, se tutti i battezzati formano il soggetto comunitario della chiesa, allora occorre che tutti i cristiani partecipino a tutti gli aspetti della vita della chiesa e ai suoi processi decisionali e che il loro diritto alla parola e la loro partecipazione alle decisioni siano giuridicamente assicurati.

 

Queste prospettive relazionali dettate dalla “comunione” e dalla “comunicazione” non indicano soltanto un modo nuovo di esercitare il ministero nella chiesa e una nuova cooperazione che dovrebbe esistere tra i ministri ordinati ed i laici, ma spingono, anche, a ravvivare la stessa struttura ecclesiale come una “comunione di battezzati” che conferisce ad ogni credente la stessa dignità e la stessa importanza. Infatti, “fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo di Cristo” (CIC, can 208). 

 

La dignità e l’uguaglianza di tutti i battezzati è un dato originario e basilare che viene prima di qualsiasi altra distinzione in servizi e ministeri. Nella chiesa, infatti, non esistono persone non chiamate, ma tutti sono responsabili della missione della chiesa, proprio in forza del sacerdozio comune ad ogni battezzato (LG, 32; EV 1/366). Questo significa che l’ordinazione degli uni (sacerdoti) non può comportare la sotto ordinazione di tutti gli altri (laici).

 

Infatti, colui che ha ricevuto il sacramento dell’Ordine (= ministro ordinato) non è più cristiano di qualsiasi altro fedele. Il suo elemento specifico consiste nel rendere al popolo di Dio, il servizio per il quale è stato preposto, cioè “preservare e tramandare l’origine santa dell’evento Cristo”. Inoltre, il ministero ordinato, inteso come servizio al popolo di Dio, deve risultare chiaramente dal modo in cui viene esercitato, seguendo la parola dell’apostolo Paolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede: siamo invece i collaboratori della vostra gioia”(2 Cor 1,24).

 

Quello che i battezzati, oggi, desiderano non è tanto l’abolizione dell’apparato burocratico istituzionale della chiesa, quanto piuttosto che essa diventi sempre più “comunione” (Koinonia), “servizio” (diaconia) “partecipazione”; una chiesa di “fratelli e sorelle” per testimoniare la viva realtà di Dio che è comunione, dialogo in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, dal momento che è formata da ministri ordinati e da semplici fedeli, che, insieme e solo insieme formano il “popolo di Dio”.

 

Tuttavia, l’affermare che tutti i fedeli sono uguali in dignità, non comporta la soppressione del ministero ordinato; come l’affermare che anche il semplice fedele deve avere il diritto di parola e alla con-decisione, non significa che la verità debba stare dalla parte della maggioranza. Lo stesso esercizio dell’autorità, specialmente di quella religiosa, di per sé così diversa da ogni altra, dovrebbe subire un profondo cambiamento, specialmente nel suo esercizio, senza con questo significare di volere la negazione dell’autorità stessa.

 

Ma esiste anche un’altra prospettiva di chiesa che Giovanni XXIII ha solo avviato, trovando però teologi e fedeli, ancor meno preparati a riceverla che non la precedente, creando non poche incertezze, esitazioni e divergenze d’opinioni.

 

Fino a quel momento, la chiesa era stata considerata come una comunità chiusa, non nel senso di ghetto, ma nel senso che la sua relazione con il mondo andava in senso centripeto. Un’immagine diffusa, infatti, era quella che rappresentava la chiesa come una nave in mezzo ad un oceano agitato. Mentre le altre navi non avevano né bussola, né un capitano esperto, solo la chiesa era sicura di arrivare in porto. L’unica soluzione per i naviganti che volevano salvarsi era quella di abbandonare i loro relitti e di aggrapparsi alla sola nave che possedeva la sicurezza della salvezza.

 

Con Giovanni XXIII s’impose una concezione più aperta e dinamica della chiesa. Il centro della storia umana non era più costituito dalla chiesa, ma da Cristo. La chiesa veniva così a perdere il monopolio della salvezza e Dio era libero di guidare l’umanità verso la sua realizzazione nel Cristo. In questa prospettiva la chiesa è chiamata a servire tutti gli uomini e non solo i fedeli. Il suo servizio, divenuto ministero di salvezza, si dispiega nell’arco della storia dell’uomo, all’interno della quale essa, come l’umile serva e sposa di Cristo, porta la salvezza, trasformando la storia dell’uomo, in storia di salvezza.

 

In questa prospettiva, l’immagine della chiesa diventa:

un’immagine aperta, perché nella sincera accettazione della sua missione terrestre s’interessa del bene di tutti gli uomini e accetta un dialogo con tutti coloro che ricercano la stessa felicità, anche se al di fuori della chiesa stessa;

un’immagine dinamica perché la sua missione si sviluppa con il ritmo della storia e quindi deve adattarsi alle condizioni di un mondo in piena evoluzione;

un’immagine escatologica perché accetta francamente la sua responsabilità umana in questo mondo di uomini, vive intensamente nella speranza e nella certezza che è Cristo a dirigere questa storia verso il suo completamento nello Spirito.

 

L’unico legame che lega i battezzati l’uno all’altro all’interno della chiesa e nel loro rapporto con il mondo intero è quello dell’amore e del servizio (diakonia) reciproco. Infatti il Figlio di Dio venne su questa terra “non per essere servito”, ma “per servire”. “…Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce” ( Fil 2,6-8).

 

Venti secoli ci separano ormai dalla venuta del Figlio di Dio sulla terra e dalla nascita della chiesa e del cristianesimo. Il ministero, nei suoi molteplici aspetti di diakonia (servizio) – come c’insegna la Sacra Scrittura - viene da Dio e si colloca all’interno della comunità, non sopra la comunità. E’ una chiamata che Egli fa all’uomo, perché ognuno, spinto dall’amore, assuma nei confronti dell’altro l’atteggiamento del “servo”. Ma, noi sappiamo come gli avvenimenti della storia  abbiano segnato positivamente o negativamente la nostra attuale comprensione della chiesa e dei ministeri che sono sorti nelle varie comunità cristiane, anche se, lungo il corso dei secoli, la Chiesa ha  sempre cercato di vivere nello stile di vita proposto dal Maestro e nella fedeltà alla sua chiamata evangelica.

 

Tuttavia, se è vero che la chiesa deve essere fedele a Gesù Cristo, è anche vero che questa sua fedeltà non può essere concepita come una semplice ripetizione della sua formulazione iniziale o delle sue istituzioni del passato. Infatti, lo Spirito Santo che agisce nel mondo e nella chiesa d’oggi come ha agito in quella d’ieri, può indirizzare la chiesa verso un aggiornamento, un rinnovamento delle formule e delle istituzioni del passato, per essere, veramente, “la luce delle nazioni”.

 

Oggi, grazie alla ricerca storica e teologica conosciamo più di quanto non si conoscesse in passato sull’attuale configurazione istituzionale della chiesa. Sappiamo, per esempio, come in moltissimi suoi aspetti, la Chiesa istituzionale non sia l’espressione diretta della volontà di Cristo, quanto piuttosto la conseguenza di decisioni prese da uomini, anche se a ciò legittimati e di strutture che hanno preso piede lungo la sua storia millenaria e sono state poi codificate.

 

Questo significa che l’immagine di chiesa fin qui tramandata, fatti salvi i suoi tratti essenziali voluti da Cristo, dovrebbe essere ripensata in alcuni suoi aspetti, riguardanti le varie colorazioni assunte lungo il corso della storia ed, eventualmente, anche modificata, per potersi incarnare nelle diverse culture dei popoli ai quali si rivolge e non essere, invece, l’imposizione di una cultura diversa.

 

Questo processo di maturazione richiede preghiera, pazienza, collaborazione fiduciosa, studio e riflessione, suppone la possibilità di sperimentazione che implica a sua volta, anche la possibilità d’errore. E’ un rischio che fa parte dell’esistenza umana. “ Come le stelle senza la notte ci sariano ignote, così nulla sarebbe il ver senza l’errore”[3]

 

Penso che l’immagine simbolica” della strada” ci possa indicare quale atteggiamento avere nei confronti dell’uomo in difficoltà,  proprio perché la strada, con tutto quello che essa significa, è un contesto provocatorio. Dalla strada, infatti, provengono le richieste di giustizia e di condivisione di tutti coloro che si sentono soli ed abbandonati.

 

La strada, quasi sempre, ci offre delle situazioni nuove o inattese che ci colgono impreparati e di fronte alle quali è necessario rivestirci dell’umiltà dell’ascolto, aprirci al confronto con le varie situazioni, nella ricerca, sempre nuova, di soluzioni alternative. Questo tipo d’ascolto, molte volte, scardina alcune certezze alle quali siamo tradizionalmente aggrappati e ci spiazza, mentre il confronto veritiero e sereno ci mette in crisi, perché ci obbliga a ripensare e rivedere alcune nostre categorie ritenute, forse, fino a quel momento, eccessivamente certe e sicure.

 

Quando ci avventuriamo per questi sentieri, gli usuali riferimenti morali saltano. Ridefinirli ci spaventa perché ci portano ad abbandonare alcune sicurezze; ci obbligano a sfiorare elementi e giudizi morali che, fino ad oggi, erano stati dati come definitivi; ma, soprattutto perché temiamo, toccando  punti di riferimento di questo tipo, di non riuscire ad evitare un’arbitrarietà di cui abbiamo giustificato sospetto e timore. Tuttavia, ascoltare le provocazioni che provengono dalla strada non vuol dire uscire da un quadro morale o dall’etica, in quanto tale, e tanto meno diventare succubi di dinamiche immorali o, peggio ancora, a-morali. Significa, invece, accettare che alcuni nuovi problemi c’interpellino e c’interroghino, correndo, anche, il rischio di scoprire che la risposta che davamo all’uomo di "ieri", non sia più adeguata per l’uomo di "oggi".

 

Non bisogna mai dimenticare che il lavoro apostolico e sacerdotale è ordinato a che tutti e non soltanto alcuni, “diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore… affinché nutriti dei sacramenti pasquali vivano in perfetta unione ed esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede”.

 

Questo si realizza tramite il ministero sacerdotale, indipendentemente dalla situazione personale dell’uomo- sacerdote (celibe o sposato), ed in una comunità concreta che è la parrocchia.

 

Nata come forma della comunità cristiana in grado di comunicare e far conoscere la fede nella storia e di realizzare il carattere comunitario della Chiesa, la parrocchia ha cercato di dare forma al Vangelo, nel cuore dell’esistenza umana. Essa è la figura più conosciuta della Chiesa per il suo carattere di vicinanza a tutti, di apertura verso tutti, di accoglienza per tutti.

 

Nel passato le parrocchie hanno indicato la “vita buona”, secondo il Vangelo di Gesù ed hanno sorretto il senso di appartenenza alla Chiesa […]. Oggi, però, questa figura di parrocchia si trova minacciata da due possibili derive: da una parte, c’è la spinta a fare della parrocchia una “comunità autoreferenziale”, in cui ci si accontenta di  trovarsi insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti; dall’altra, la percezione della parrocchia, come “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti, che dà per scontata la fede in quanti li chiedono.

 

Anche se la parrocchia ha saputo affrontare, in tempi non recenti, i cambiamenti, mantenendo intatta l’istanza centrale di comunicare la fede al popolo, ciò tuttavia, non è sufficiente ad assicurare che, anche nel futuro, essa sarà in grado di essere concretamente missionaria. Perché ciò accada si dovrebbero affrontare alcuni punti essenziali, il primo dei quali riguarda il carattere della parrocchia come “figura di Chiesa radicata in un luogo”. Questo ci pone l’interrogativo : “Come intercettare, a partire dalla parrocchia, i nuovi luoghi dell’esperienza umana, così diffusi e dispersi?”.

 

Altrettanto ci interroga la connotazione della parrocchia come “figura di Chiesa vicino alla vita della gente”. Anche in questo caso si pongono delle domande: “Come accogliere ed accompagnare le persone, tessendo trame di solidarietà in nome di un Vangelo di verità e di carità, in un contesto di complessità sociale crescente?”.

 

Ed ancora, la parrocchia come figura di “Chiesa semplice ed umile”, porta di accesso al Vangelo per tutti, ci pone la domanda : “ In una società pluralista, come far sì che la sua debolezza aggregativa, non determini una fragilità della proposta?”.

 

Ed infine, la parrocchia, come “figura di Chiesa di popolo” avamposto della Chiesa verso ogni situazione umana, strumento di integrazione, punto di partenza per percorsi più esigenti, ci pone la domanda : “Come sfuggire al pericolo di ridursi a gestire il folclore religioso o il bisogno di sacro?”.

 

Il riferimento dell’annuncio evangelico al territorio è, ad un tempo, necessario ed ambivalente.

 

Se la parrocchia racchiude l’esperienza di fede in uno spazio ed in un tempo troppo angusti, corre il rischio di spegnere la sua dinamica missionaria; se si allontana dal territorio, può dimenticare che il Vangelo va annunciato non come un messaggio gettato ai quattro venti, ma perché faccia sorgere una comunità visibile e vivente. La valenza del territorio è data dalla sua specifica fisionomia umana e culturale, in esso, la comunità cristiana è posta come fermento, luce e sale.

 

Tuttavia, la condivisione delle condizioni del territorio non si risolve, semplicemente, nell’aiuto assistenziale e nell’accoglienza aperta, ma si fa, anche, coraggiosamente, fattore di istanza critica per trasformare ciò che contraddice la dignità dell’uomo e la parola del Vangelo. Perché ciò avvenga, è necessario che i laici, adulti e missionari, imparino a valorizzare le doti e le capacità anche degli altri, comprese quelle dei sacerdoti-sposati che vivono all’interno del tessuto parrocchiale, quasi sempre nell’anonimato e spesso esclusi, intenzionalmente, da ogni forma di partecipazione attiva alla vita parrocchiale… molte volte, senza un perché che possa giustificare  tale comportamento anti-evangelico!

 

Qual è la situazione attuale nella Chiesa cattolica, sia Orientale che Occidentale, dei sacerdoti-sposati? E qual è l’atteggiamento, nei loro confronti, da parte di coloro che nella Chiesa hanno la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale?

 

Sui “sacerdoti sposati” sono stati scritti diversi volumi, tra i quali :

 

- Camillo Albanese, La Chiesa che perdona e non comprende… i preti sposati, Edizioni Scientifiche Italiane ESI, Napoli. Si tratta di un’inchiesta sul celibato sacerdotale, basata su una serie di testimonianze di preti e delle loro donne, che si sono trovati e si trovano a vivere, prima la fase dell’innamoramento e poi la scelta di andare fino in fondo: sposarsi nonostante la contrarietà della gerarchia e della legge ecclesiastica. Il libro amplia il discorso circa le sofferenze di uomini che si trovano a vivere un’esperienza comune, ma per essi eccezionale; i terribili drammi interiori, solitudine, tristezza, rispetto ad un mondo civile che spesso li respinge e soprattutto rispetto ad una Chiesa che ha cessato di riconoscerli come figli, perché considerati “dei traditori”. Si tratta di un divieto nato non dal volere di Dio, ma da una norma ecclesiastica, spesso contrastata. Completano il quadro le esperienze delle chiese diverse dal rito latino, documenti storici su papi sposati, notizie sulle associazioni dei preti sposati esistenti nel mondo.

 

- Stefano Sodaro, “Keshi. Preti sposati nel diritto canonico orientale”, Franco Puzzo Editore, Trieste 2000. Keshi”, in lingua eritrea significa “prete sposato”. Si tratta di una tesi di laurea in Diritto Canonico, discussa all’Università di Siena.

 

Stefano Sodaro mette in risalto proprio questa integrazione tra clero celibe di rito latino e clero sposato di rito prevalentemente orientale, in una Chiesa ed in un mondo sempre più globalizzato.

 

Pochi laici sanno che il clero sposato, tipico delle Chiese ortodosse “scismatiche”, esiste anche dentro la Chiesa Cattolica. Anche se non ci sono statistiche precise, si presume che nella Chiesa Cattolica, i preti sposati, con tanto di moglie e figli, che esercitano il ministero sacerdotale, nelle varie parrocchie del mondo, si avvicinino ai  4 mila, su un totale, in tutto il mondo, di 260 mila preti diocesani. Mentre i preti sposati che non esercitano più il ministero sacerdotale, si presume siano ottomila in Italia e centomila nel mondo.

 

La gran parte dei preti cattolici sposati sono di rito orientale. Nella sola UCRAINA se ne contano 1800. Ma di preti cattolici, di rito orientale, ce ne sono anche in Italia. Infatti, le diocesi di rito greco albanese della Sicilia e del meridione, hanno un clero sia celibe che sposato. I loro parroci, con famiglia, sono circa una dozzina.

 

Tuttavia, in molti cardinali che in Vaticano occupano posizioni di potere, c’è un certo timore che l’esistenza, nella chiesa orientale, di preti legittimamente sposati ed esercitanti il ministero sacerdotale in diverse parrocchie, di rito orientale, anche sul territorio italiano, possano trasmettere il contagio anche ai sacerdoti della Chiesa occidentale di rito latino e cercano in tutti i modi, usando del loro potere, di  impedire che questo “contagio” avvenga.

 

Una prova delle contromisure che il vaticano ha preso per fermare il contagio è un passo compiuto, la scorsa estate, dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che ha chiesto ai vescovi dell’Ucraina di non mandare più, in Italia, sacerdoti sposati, a prendersi cura delle migliaia di loro connazionali immigrati perché “creerebbero confusione tra i nostri fedeli”. La confusione deriverebbe dal fatto che essi hanno moglie e figli, mentre i preti cattolici di rito latino sono obbligati ad essere celibi. Finché gli uni e gli altri se ne stanno nei loro paesi, al vaticano sta bene. Ma, appena i preti sposati orientali emigrano e si mescolano ai preti celibi, Roma entra in allarme. Il Vaticano ha chiesto agli episcopati d’Occidente di alzare uno sbarramento e la CEI l’ha subito fatto, al pari di altri episcopati europei.

 

La Chiesa ucraina non l’ha presa bene, perché la quasi totalità dei suoi preti sono sposati e quindi non più accetti in Italia. Inoltre, accusano la CEI di usare due pesi e due misure, perché anche in Italia esiste da secoli un clero cattolico sposato, italiano, con tutti i crismi della legittimità. E’ quello delle diocesi di rito greco albanese, in Calabria, Basilicata e Sicilia. Di preti sposati, queste diocesi, ne hanno almeno una dozzina e se li tengono stretti, perché usualmente fanno i  parroci in paesetti di montagna.

 

A metà del secolo scorso, il Vaticano era riuscito ad estirpare questa prerogativa delle diocesi greco albanesi in Italia. Ma, nel 1970 il vescovo di Lungo degli Albanesi s’impuntò e riprese ad ordinare preti sposati, com’era suo diritto. In sua difesa, nella curia romana, intervenne il card. Johannes Willebrands. Ma non gliela perdonarono.

 

Però almeno i preti sposati italiani di rito greco sono tollerati! Perché, allora, non “tollerare” anche i preti sposati ucraini o romeni o polacchi ? Nella Polonia Orientale c’è una vasta regione la Galizia, col proprio rito e con il clero sposato, con uno statuto d’intesa con Roma vecchio di quattro secoli.

 

Cinque anni fa il card. Angelo Sodano intimò a questi preti sposati di “far ritorno in patria”, cioè in Ucraina, senza badare che essi erano sempre vissuti lì e semmai a spostarsi erano stati i confini, in seguito alla seconda guerra mondiale. In Vaticano si attivarono a loro difesa i cardinali Achille Silvestrini ed Edward Cassidy… ed il card. Sodano annullò l’ordine. Ma, la linea dominante in curia rimase quella del “cuius regio eius et religio”: niente mescolanze tra preti celibi e sposati nello stesso territorio.

 

Negli ultimi secoli, il governo romano della Chiesa ha cercato di circoscrivere ed occultare la presenza dei preti sposati. Li tollerava in Europa Orientale, in Medio oriente, nell’India di rito Malankarese. Ma, faceva di tutto per cancellarli nei paesi dove dominava il rito latino, ossia in tutto il resto del mondo.

 

Negli Stati Uniti ed in Canada, le comunità emigrate dall’Est Europa, mantenevano i loro riti, ma dovevano rinunciare al clero sposato. Lo stesso si può dire per l’Italia, fino ad una trentina d’anni fa per le diocesi  greco albanesi. Nel 1912 Roma vietò ai vescovi ucraini degli Stati Uniti e del Canadà, emigrati là assieme ad un milione e mezzo di loro connazionali, di ordinare preti sposati. L’imposizione provocò un’autentica ribellione che finì con un abbandono in massa della Chiesa cattolica e col passaggio alla chiesa ortodossa. Quelli rimasti fedeli al papa si adattarono ad aggirare l’ostacolo con l’astuzia. Da allora gli aspiranti sacerdoti fanno ritorno in Ucraina, si sposano, diventano preti ed a cose fatte rientrano in America, col pieno consenso dei loro vescovi.

 

Anzi, da qualche tempo i vescovi ucraini e di rito melkita, residenti in America non obbediscono nemmeno più al divieto del 1912, formalmente ancora in vigore.

 

Ad osservare un analogo comando ai tempi di PIO XII sono rimasti, negli Stati Uniti, solo i Ruteni.

 

La questione è all’ordine del giorno della Congregazione Vaticana per la Chiesa Orientale. Tuttavia, regnante Giovanni Paolo II, tenace difensore della regola celibataria, sarà difficile che Roma ceda.

 

E’ comunque una regola inderogabile, anche per le Chiese Ortodosse, che se un seminarista volesse esercitare il ministero sacerdotale, nello stato di vita matrimoniale, si deve prima  sposare e solo dopo può essere ordinato prete. Mai viceversa. Se uno fosse ordinato prete e poi volesse sposarsi, dovrebbe chiedere la dispensa al Romano Pontefice. Una volta ricevuto il Rescritto di dispensa, deve lasciare l’esercizio del ministero, come per i sacerdoti di Rito latino.

 

Da qualche tempo, sia in America,  che in Italia e un po’ dovunque, le diocesi cattoliche di rito orientale hanno rivendicato il pieno ripristino delle loro millenarie tradizioni, che comprendono il clero sposato. E Roma ha dovuto, pian piano, rallentare i freni.

 

Ci sono anche altri ceppi di clero sposato. In Gran Bretagna ed in America, per esempio, i preti anglicani passati al cattolicesimo sono parecchie decine ed hanno ottenuto di continuare a fare i preti, abitando le canoniche con moglie e figli. In generale questi sacerdoti sposati, provenienti dall’anglicanesimo, non vengono assegnati alla “normale cura delle anime”, ma a servizi amministrativi, sociali o educativi, quando l’Ordinario del luogo giudica questi compiti compatibili. Per circostanze particolari e a prudente giudizio dell’Ordinario, per venire incontro alle necessità spirituali e pastorali del popolo, il prete sposato (ex anglicano) potrà essere autorizzato a dare la sua assistenza spirituale ed espletare il ministero sacerdotale. Ma, in nessun caso il prete sposato avrà la responsabilità diretta di parroco in una parrocchia. Possono cioè fare di tutto, fuorché i parroci. Quindi i cappellani negli ospedali, nelle carceri, vicari cooperatori nelle parrocchie.

 

C’è anche il caso della SLOVACCHIA e della Repubblica CECA. Qui negli anni del regime comunista, la Chiesa Cattolica clandestina si era dotata di numerosi preti e vescovi sposati. Si, anche vescovi, all’opposto della prassi tradizionale anche ortodossa, secondo la quale i vescovi devono essere scelti solo tra i monaci, con voto di celibato. Dopo la caduta del regime e l’uscita allo scoperto di questa Chiesa catacombale, il Vaticano ha faticato parecchio per regolarizzare il tutto. In pratica ha fatto passare al rito orientale i preti sposati dell’ex Cecoslovacchia ed ai vescovi con moglie e figli ha chiesto di limitarsi a svolgere le funzioni di semplici preti.

 

Di fronte alla situazione mondiale di un clero che può legittimamente sposarsi (chiesa orientale) e di un clero ( chiesa occidentale), per il quale il celibato è un dovere, di fronte all’emorragia continua di sacerdoti che lasciano l’esercizio del ministero sacerdotale (questo capita sia in oriente che in occidente)  per seguire la chiamata alla vita matrimoniale, condividendo con la propria sposa, i figli, gli ideali di santità e di vita cristiana… di fronte ai seminari ormai vuoti; di fronte alla carenza di sacerdoti da mandare come pastori nelle varie comunità che ne sono prive da anni… qual è l’atteggiamento attuale di chi nella Chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero sacerdotale per la comunità ecclesiale? Che cosa viene fatto conoscere ai laici di tutta questa situazione, affinché possano comprendere, capire ed essere preparati ad accogliere anche la presenza di un ministero sacerdotale uxorato? Che cosa potrebbero fare, nelle varie parrocchie e diocesi per migliorare la situazione di disagio, di isolamento e di emarginazione di molti sacerdoti sposati ?

 

Anzitutto, sembra che “sulla questione, nella Chiesa non vi è alcun dibattito fra posizioni nettamente divergenti. La questione è stata definita con chiarezza da parte di Giovanni Paolo II che ha riaffermato con forza, proprio recentemente, la scelta del celibato per tutti coloro che vogliono diventare sacerdoti” (risposta di Mons. Antonio Dente, Vicario generale del vescovo di Avellino, Antonio Forte- 16/02/2002).

 

In Italia, nonostante sia una questione sempre più dibattuta in varie parti del mondo, il solo fatto che un sacerdote abbia posto in discussione l’opportunità di mantenere per preti e religiosi la legge del celibato ha suscitato l’immediata censura da parte del suo vescovo che lo ha invitato a non trattare più pubblicamente tale argomento. E’ una situazione di censura che continua a ripetersi, ogni giorno, in molte diocesi, in molte parrocchie e per molti sacerdoti. Su questo argomento sembra di essere tornati ai tempi della “Chiesa del silenzio”, al tempo delle persecuzioni, dove con la forza era stato imposto il “bavaglio”, sia alla parola che all’azione.

 

Ma sono gli stessi vescovi e cardinali che, pur essendo personalmente aperti al dialogo costruttivo sull’argomento del sacerdozio uxorato, al lato pratico, trovano grosse difficoltà e grande opposizione, da parte della Curia Romana, a parlarne apertamente con il popolo di Dio per educarlo ad accogliere, un domani, anche questa eventuale prospettiva, cioè quella di avere come pastore e guida di una parrocchia, un sacerdote sposato.

 

Lo stesso Keith Michael Patrick O’Brien, arcivescovo ad Edimburgo, il giorno dopo che il papa aveva annunciato la sua nomina a cardinale, avendo parlato in favore del clero sposato, del clero omosessuale e della pillola contraccettiva, creando, in tal modo, una comprensibile irritazione, in Vaticano, dovette mettersi in riga, e recitare pubblicamente, con la mano sopra la Bibbia : “ Io attesto che accetto ed intendo difendere la legge del celibato ecclesiastico, così come proposta dal magistero della Chiesa Cattolica; io accetto e prometto di difendere l’insegnamento ecclesiastico sull’immoralità dell’atto omosessuale; io accetto e prometto di predicare sempre e dovunque ciò che il magistero della Chiesa insegna riguardo alla contraccezione”.

 

Se da un lato ci sono molte esperienze ecclesiali che, a partire dal Concilio Vaticano II e dal grande movimento di rinnovamento ecclesiale da esso scaturito che ha investito la generalità del mondo cristiano, hanno cercato e cercano di tenere vivo il concetto di Chiesa come “popolo di Dio”, dall’altra parte, sono molte, forti ed organizzate, le forze che lavorano, invece, sul piano internazionale, per imporre una Chiesa di tipo “imperiale”, nella quale i singoli fedeli contino poco o nulla e dove la gerarchia, invece, riesce a  trasformare i “ministeri di servizio” in “ministeri gerarchici”. Così, nel popolo di Dio, è diventato molto sentito il bisogno di sviluppare il coordinamento fra tutti i gruppi che vogliono una “Chiesa dal basso”, non per imporre un’unica direzione teologica ed organizzativa, ma per rendere più vivo il lavoro e l’esperienza di ciascuno, mettendo in comune strumenti ed informazioni che consentano non solo di “leggere i segni dei tempi”, ma anche di “dire Dio” nel linguaggio comprensibile agli uomini ed alle donne del nostro tempo. “Chiesa dal basso” significa una Chiesa costruita a partire dalla comunità di persone che si mettono insieme per vivere rapporti basati soprattutto sull’amore; dove tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri; dove ci sono persone da rispettare per la qualità delle cose che dicono e per l’impegno che manifestano a favore della comunità, invece che per la loro posizione gerarchica.

 

Tuttavia si sa che con il casino si risolve ben poco. La gerarchia della Chiesa in realtà sa quanti preti sposati ci sono nel mondo e sa chi sono, ma preferisce ignorarli. Allora è necessario che ogni vescovo, ogni sacerdote che desidera dare il suo contributo al rinnovamento della Chiesa anche nel senso dell’accettazione, un domani,  di un sacerdozio uxorato, cominci dalla sua diocesi, dalla sua parrocchia o campo ministeriale.

 

Senza clamori, ma con ostinata determinazione, ognuno avvii la riforma nel suo piccolo. Come?Sapendo, per esempio, che nella propria diocesi ci sono sacerdoti che hanno lasciato il ministero, andarli a trovare, interessarsi delle loro difficoltà; aiutarli a superarle; interessarsi di come hanno lasciato l’esercizio del loro ministero e del conseguente comportamento tenuto nei loro confronti; di cosa fanno per vivere; se il lavoro che fanno è loro congeniale oppure no; formare i fedeli, attraverso riunioni, conferenze a livello locale, per prepararli ad accogliere, un domani, anche la presenza di un clero sposato; denunciare gli atteggiamenti negativi avuti nei loro confronti al convegno del clero diocesano, oppure scriverlo al Consiglio presbiterale. Sarà un fiammifero acceso. I venti del conservatorismo, cercheranno di spegnerlo, in tutti i modi, ma il suo fuoco non si esaurirà.

 

Concludo con un pensiero che penso sia comune alla maggioranza del popolo di Dio: il celibato abbracciato come scelta volontaria è un grande dono di Dio. Dilatare il proprio cuore fino a considerare ciascuno come propria carne, come proprio sposo, propria sposa, è una dimensione di sconvolgente bellezza. Questo è quello che fa il monachesimo cristiano di tutti i tempi e di tutte le latitudini, secondo il quale, come afferma Evagrio Pontico, “il monaco è separato da tutti ed unito a tutti”. Se anche il celibato sacerdotale fosse vissuto così, esso diventerebbe un’immensa ricchezza. Se però il celibato si riducesse, soltanto, ad una forma di obbedienza di tipo giuridico ad una norma canonica, allora esso inevitabilmente manifesterà, prima o poi, i segni di una menomazione esistenziale che avrà terribili ricadute di ordine psicologico, sociologico e pastorale. Riconsegniamo, allora, il celibato alla sua matrice monastica che è la matrice più vera e consideriamo che, proprio in questa ottica, le Chiese Orientali ci presentano una duplice figura di presbitero. Lo “ieromonaco”, cioè il prete monaco, il prete celibe, che in quanto celibe, ha compiuto appunto un’opzione monastica, ed il prete sposato che ha intrapreso un’altra strada.

 

Chi vuole farsi prete, ma senza nutrire nel segreto del cuore l’aspirazione a diventare vescovo, cardinale o addirittura Papa,  ma per essere soltanto un pastore in mezzo al popolo di Dio, facendosi carico delle preoccupazioni, delle gioie, delle speranze e del dolore della gente a lui affidata, gli si dia la possibilità di farlo anche da sposato, condividendo, nell’amore, con la propria sposa ed i propri figli gli ideali di una vita vissuta  secondo il Vangelo, testimoniato nella quotidianità.

 

Chi, al contrario, oltre a fare il prete in una parrocchia, aspirasse pure ad intraprendere la carriera ecclesiastica o diplomatica o curiale e nutrisse il sogno di diventare vescovo o cardinale o sperasse forse, anche in una sua nomina al soglio di Pietro, rimanga pure celibe, dal momento che questi ministeri (vescovo, cardinale, Papa) vengono conferiti soltanto a sacerdoti celibi.

 

Non pensate che queste mie affermazioni siano solo frutto di fantasia od un aspetto umoristico della vita, e mi rivolgo soprattutto ai laici che hanno scarsa conoscenza del mondo clericale. Anche tra il clero, purtroppo, come nella vita civile, esistono forti, marcati e tenaci sentimenti di ambizione e di rivalità e di gelosia tra i confratelli. Sono molti coloro che aspirano ad avere una parrocchia od occupare cariche e posizioni chiave e ben in vista, nell’organizzazione pastorale della propria diocesi, nella speranza che, il mettere in risalto la propria capacità organizzativa, il proprio dinamismo nelle varie iniziative, possa servire come pedana di lancio verso posti  e posizioni che abbiano maggior potere contrattuale nella vita organizzativa della Chiesa non solo locale, ma anche a più ampio respiro.

 

Bisognerebbe meditare nuovamente e più spesso gli insegnamenti del Vaticano II, che al n. 16 del Decreto Presbyterorum Ordinis, recita:  “ Il celibato, sebbene risulti particolarmente confacente alla vita presbiterale di dedizione alla causa del Regno dei cieli, non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio, come dimostra la prassi della Chiesa primitiva e la tradizione delle Chiese orientali, presso le quali, accanto ai vescovi che sono tutti celibi, esistono eccellenti presbiteri coniugati”. Forse il Concilio conosce un periodo di indebita sottovalutazione.

 

E’ compito di tutti ( quindi anche dei laici) ricollocarlo al centro della vita ecclesiale.

Giuseppe

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[1] Cfr. Il Regno-Documenti 9/1999, p. 322

 

[3] GIUSEPPE URBANI  dall’Aquila, Poesie, F.lli Palombi Ed., p. 107.

 

Nostra breve nota

Circa un solo aspetto dissentiamo; meglio: avanziamo una domanda.

Riprendendo una frase dove si parla di una dimensione di sconvolgente bellezza, che sarebbe propria del consacrato nella castità, ci chiediamo:

 E’ mai possibile che questa “sconvolgente bellezza” si verifichi unicamente quando non si ha né coniuge né figli? E’ così piccino il cuore umano da non potere estendere a chi ha coniuge e figlio la stessa capacità affettiva che gli permetta di dilatare il proprio cuore fino a considerare ciascuno come propria carne, come proprio sposo, propria sposa?

Per “Donne contro il silenzio”, Ausilia