Palestina – Israele
Ci sono amici dei palestinesi che
non lo sono altrettanto degli israeliani.
Sono veri amici dei primi?
E' buona e giusta cosa che si manifesti per il diritto di
Israele a esistere e per protestare contro l'infame auspicio del presidente
iraniano di cancellarlo dalla carta geografica. E' cosa tanto più buona e
giusta perché non riguarda solo Israele. Ma la pace in Medio Oriente.
L'esistenza di Israele e la nascita dello Stato palestinese sono infatti
speculari e, fra loro, indissolubilmente legate. Quando tutto il mondo
musulmano riconoscerà a Israele il diritto di esistere, anche lo Stato
palestinese potrà nascere. Allora e solo allora, sarà chiaro a tutti — compreso
il popolo palestinese, indottrinato a ritenersene vittima — che non è stata la
presenza di Israele a impedirne la nascita, ma solo la folle e criminale
volontà degli Stati arabi di distruggerlo.
E' la storia a dirlo. La risoluzione dell'Onu
— che, nel 1947, sanzionava la spartizione della Palestina — prefigurava la
nascita, fianco a fianco, di uno Stato ebraico e di uno palestinese.
Quest'ultimo non nacque perché, subito dopo la nascita di Israele, il mondo
arabo non volle aiutare i palestinesi a costruire il loro Stato, ma si prefisse
solamente, con la guerra, di cancellare lo Stato ebraico. E così ancora,
attraverso altre guerre, negli anni che seguirono. I palestinesi sono, innanzi
tutto, vittime dei nemici di Israele, dei propri falsi amici e della propria
passata, inetta e corrotta classe dirigente.
L'Iran di Khomeini
e di Mahmoud Ahmadinejad, l'uomo che per ultimo ha pronunciato
parole di odio e di distruzione nei confronti di Israele, è uno di questi falsi
amici. Anzi, ne è oggi, con il suo sostegno al terrorismo contro la stessa
dirigenza palestinese succeduta ad Arafat, il
principale. E' da ventisette anni, dal lontano 1979, dopo la vittoria della
«rivoluzione degli ayatollah» — irresponsabilmente salutata da molti, anche in
Occidente, come una liberazione e il preludio alla libertà per il popolo
iraniano — che da Teheran si auspica la distruzione
di Israele. «Nel mio discorso — dice ora il neo presidente iraniano — ho
semplicemente utilizzato le parole dell'ayatollah Khomeini».
Aveva detto quest'ultimo, che dell'Iran teocratico, fondamentalista
e integralista è stato il fondatore: «Il regime che sta occupando Gerusalemme
deve essere cancellato dalle pagine della storia».
Eppure, nel frattempo, altri Stati arabi e musulmani hanno riconosciuto Israele e,
oggi, la stessa dirigenza palestinese ne riconosce l'esistenza, condanna il
terrorismo e si muove nella direzione della ricerca di una soluzione di pace
del conflitto, ostacolata dai gruppi integralisti come Hamas,
il Jihad islamico e Hezbollah,
che godono dell'aperto sostegno dell'Iran. Dove, in ventisette anni, il regime
illiberale e antidemocratico degli ayatollah — che ha chiuso il popolo in una
prigione fatta di intolleranza e di vessazioni soprattutto, ma non solo, nei
confronti delle donne — ha ucciso 150 mila persone. Fino a quando, nel mondo
arabo e musulmano, ci sarà anche un solo Paese che auspicherà la distruzione
dello Stato ebraico, lo Stato palestinese non comparirà nelle pagine di storia.
E' la politica di Teheran che sta alterando la natura e gli
equilibri del conflitto israelo-palestinese e ne
impedisce la pacifica soluzione. Il vero nemico dello Stato palestinese è e
rimane il terrorismo.
Corriere, 03 novembre 2005, Piero Ostellino